Ho perso il portafoglio. A riportarmelo był un uomo la cui faccia conoscevo solo dalle vecchie foto di famiglia. Ma nessuno mi aveva mai detto chi fosse.
Ho perso il portafoglio dentro alla Galleria Vittorio Emanuele, pensa un po. Me ne sono accorta solo arrivata a casa: ho frugato nella borsa, nelle tasche del cappotto, ho controllato pure sotto i sedili dellauto. Niente. Spariti carte, documenti, contanti… Tutto svanito. Ho chiamato subito i carabinieri, bloccato il conto, ero furiosa con me stessa e avevo le mani che mi tremavano.
Due giorni dopo, suona il citofono. Signora Martina Bianchi? una voce maschile. Ho qualcosa che credo appartenga a lei. Ho trovato un portafoglio. Posso salire?
Sono scesa con il cuore in gola. Ad aspettarmi cera un signore anziano, sui settantanni, ben vestito, capelli argento, un cappotto blu notte. In mano aveva il mio portafoglio. Era su una panchina, proprio allingresso della galleria mi fa. Forse qualcuno lha lasciato lì apposta.
Io mille grazie e quasi lo invito per un caffè.
Lui scuote la testa, rifiuta. Però prima di voltarsi mi squadra bene e domanda: Come si chiama? Si chiama davvero Martina? Io, sorpresa, annuisco. Sorride triste. Lo immaginavo. Ha gli occhi di Lucia.
Sono rimasta di sasso. Mia madre si chiamava Lucia.
Scusi, conosceva mia mamma? gli chiedo. Lui fa un passo indietro. Non dovrei Ma non pensavo di trovarla così simile a lei. Mi scusi. Già stava per andarsene quando riesco a dire: Aspetti, la prego. Io la riconosco sa? La sua faccia lho vista nei vecchi cassetti di mamma, in una foto sbiadita. Diceva sempre: È una persona dei vecchi tempi. Mai un nome, mai una storia, niente.
Lui si ferma. Sospira.
Ero molto legato a tua madre confessa, quasi sottovoce. Molto vicini.
Lho invitato a salire.
Siamo rimasti seduti in cucina. Il caffè nemmeno lo tocca.
Tua madre era la mia fidanzata. Era il 1972, dovevamo sposarci. Ma è successo qualcosa.
Io ero senza parole.
Mio padre si è messo di traverso, la famiglia non era daccordo. Io ho ceduto, sono scappato in Germania, lasciandola qui. Al ritorno, lei aveva già un altro. Non ha voluto più saperne di me. Solo dopo ho saputo che era incinta. Ma nessuno mi ha mai detto se quella bambina… fossi tu.
Mi guardava in silenzio.
E poi? gli ho chiesto.
Una volta sono passato davanti a casa sua. Tu giocavi con tua madre in giardino, avevi forse tre anni. Stessa dolcezza nello sguardo. Ma mi sono nascosto. Non ho mai avuto il coraggio. Per anni ti ho seguita da lontano. Una volta ti ho vista portare fiori al cimitero. Lo so, sembra follia. Ma non volevo sconvolgervi la vita.
Non sapevo più cosa dire.
Vuole dire che potrebbe essere mio padre?
Ha annuito. Non voglio niente da te. Solo… volevo sapere se sei felice.
Abbiamo parlato a lungo, di scelte, di errori, di quanto basta un gesto codardo a cambiare tutta una vita. Alla fine mi ha lasciato il numero di telefono. E una busta. Dentro, una vecchia foto di lui e mamma abbracciati, giovani, innamorati. Dietro cera scritto: Per sempre B. 1971.
Sono passate alcune settimane. Ho fatto il test del DNA. Ha confermato tutto: lui è mio padre.
Questa cosa lho detta solo a mio marito. Mio papà, quello che mi ha cresciuta, non cè più da anni, e mamma si è portata questo segreto nella tomba. Però adesso so qualcosa in più. E ho capito che lamore, anche quello mai svelato, lascia impronte. A volte nascoste in un cassetto. A volte nello sguardo di uno sconosciuto che ti riporta il portafoglio e il passato.






