Un senzatetto bussò alla nostra porta il 31 dicembre per scaldarsi. Un’ora dopo scoprii chi era davvero la persona che mia madre aveva aspettato per tutta la vita

Avevo appena posato lultimo piatto e mi sono fatto indietro per controllare la tavola. Dodici coperti. Dodici bicchieri. Dodici tovaglioli piegati a triangolo proprio come mi aveva insegnato mia madre. Alle otto sarebbero arrivati i Rossi, più tardi Silvia con il marito. Casa piena, come piaceva a mamma. La tovaglia bianca, con i fiocchi di neve ricamati agli angoli era ancora quella del suo corredo. Lisciavo le pieghe con la mano, pensando che erano già tre Capodanni che apparecchiavo questa tavola da solo. Senza di lei.

Nonno Carlo, e la tredicesima sedia?

Sussultai. Lucia era in piedi sulla soglia della cucina, stringendo contro il petto una pila di piatti. Aveva le guance rosse: sicuramente era appena rientrata dal cortile.

Quale tredicesima? finsi di non capire.

La bisnonna la metteva sempre. Per lospite imprevisto.

Mi voltai verso la finestra. Fuori cadeva una neve lenta, abbondante, come batuffoli di cotone. A mamma piaceva questo tipo di neve. Diceva che portava compagnia. Non avevo mai chiesto che tipo di ospiti aspettasse. Pensavo fosse solo un modo di dire. O una vecchia abitudine.

La bisnonna non cè più da tre anni, Lucia.

Proprio per questo.

Mia nipote mi guardava nel modo tutto suo diritto negli occhi, senza rimprovero, ma con una domanda aperta. Solo lei, a dieci anni, ricordava i racconti di nonna. Li ascoltava davvero, non solo scuotendo la testa per cortesia. Io avevo smesso da tempo di ascoltare. Sempre troppe cose da fare, il lavoro, le scadenze in ufficio. E ora lei non cera più e non potevo più chiederle nulla.

Va bene, dissi. Prendi tu la sedia dal ripostiglio. Quella di legno, accanto al muro.

Lucia sorrise e sparì. Mi avvicinai alla credenza e aprii il cassetto di sopra. Dentro cera la scatolina di velluto con gli orecchini dambra di mamma, incastonati nellargento. Lunico suo gioiello che porto volentieri. Mia moglie dice che mi stanno bene, ma non è per quello che li metto. Basta toccare il lobo dellorecchio, sentire la freschezza dellargento, e mi sembra che lei sia di nuovo lì accanto a me.

Mi misi gli orecchini e mi guardai allo specchio. Cinquantadue anni. Le rughe intorno agli occhi, qualche capello grigio sulle tempie. Mia madre sembrava più giovane di quanto sono io, o almeno così ricordo.

La tredicesima sedia comparve in fondo al tavolo. Lucia laveva messa proprio davanti allingresso. Avrei voluto dirle che non era comodo, che lospite si sarebbe trovato di spalle alla finestra ma tacqui. Mamma la posizionava sempre così. Sempre.

La bisnonna raccontava, disse Lucia, sistemando attorno al nuovo coperto la tovaglia, che aveva un fratello. Zio Pietro. Era partito quando lei aveva ventisette anni. E non era più tornato.

Mi fermai con linsalatiera in mano.

Come lo sai?

Me lo raccontava lei. Quando ero piccola e restavo a dormire da lei. Di notte, al buio, parlava dei tempi passati. Della casa, dellinfanzia, di suo fratello. Diceva che prima o poi sarebbe tornato. E per questo metteva sempre una sedia in più.

Quarantanni. Quarantanni mamma aveva messo la tredicesima sedia, e io avevo pensato fosse solo una tradizione. Solo cortesia. Solo una stramberia di una vecchia donna. Invece aspettava davvero qualcuno. Ogni Capodanno aspettò qualcuno di preciso.

Perché non me lha mai detto?

Lucia scrollò le spalle.

Forse sperava che glielo chiedessi tu.

Io non ho mai chiesto. Mai, in cinquantadue anni. Mai voluto sapere perché mia madre mettesse sempre quel coperto in più. Mai domandato nulla della sua infanzia, della sua famiglia, di quello che cera prima di me. Lho sempre data per scontata mamma, punto. Ora che non cè più, mi accorgo che non so quasi nulla di lei.

La porta dingresso sbatté. Marco rientrò infreddolito, scuotendo la neve dal bavero. Dietro di lui Matteo con la moglie, Elena. La casa si riempì di voci, risate, i bicchieri tintinnavano. Elena portò la sua famosa torta, Matteo una bottiglia di spumante. Marco mi abbracciò e mi baciò sulla fronte.

Hai apparecchiato da manuale.

Sorrisi, prendevo i cappotti, servivo il tè, ascoltavo le storie sui ingorghi e sul tempo. Ma gli occhi tornavano sempre alla tredicesima sedia. Vuota. In attesa.

Mia madre aspettava qualcuno. Uno in particolare. Per quarantanni. E io nemmeno lo sapevo.

Il campanello suonò alle sei in punto.

Avevamo appena finito gli antipasti. Matteo raccontava qualcosa sul lavoro, Elena rideva alle sue battute. Marco stappava la seconda bottiglia. Lucia sedeva tranquilla, giocava con linsalata era più silenziosa del solito. E poi il campanello, secco, improvviso.

Apro io! gridò Lucia, scattando verso la porta.

Mi stavo asciugando le mani quando sentii la sua voce:

Nonno, cè un signore.

Qualcosa nel suo tono mi spinse ad andare in ingresso.

Sulla soglia cera un uomo anziano. Barba bianca, arruffata e trasandata. Un vecchio cappotto liso, con un bottone mancante. Berretto da cui uscivano ciuffi di lana. Scarpe scalcagnate, una chiusa con lo spago. Un senzatetto. Uno come tanti che si vedono in stazione.

Ma lui non guardava noi. Guardava la casa. Le finestre ornate, il portico con la vernice scrostata, lalbero di Natale decorato di luci davanti a casa. Guardava come se cercasse qualcosa nei ricordi.

Buonasera, disse. La voce era roca, ma gentile. Scusate. Avevo freddo Potrei scaldarmi un attimo?

Marco arrivò alle mie spalle. Lo vidi irrigidirsi.

Non diamo lelemosina, disse a voce bassa ma ferma. Però posso portarle del tè caldo, se aspetta fuori.

Facciamolo entrare, Lucia si piazzò davanti a noi. Gli occhi le brillavano. Nonno Carlo, hai messo tu la sedia. Quella tredicesima. Per lospite inatteso.

Osservai luomo. Non chiedeva nulla. Non si lamentava, né raccontava storie tristi come quelli che incontro ai supermercati. Stava solo lì, fissando la casa. La mia casa. La casa di mia madre.

Ed è lì che notai le sue mani.

Si era tolto i guanti di lana, bucati sulle dita per sfregare i palmi intorpiditi. Vidi che aveva le unghie pulite, tagliate regolarmente. La pelle era screpolata dal freddo, ma le mani, in sé, erano curate. Dita lunghe, calli tipici di chi lavora con precisione. Non le mani di un vagabondo. Mani abituate a lavori delicati.

Venga pure, dissi dimpulso prima di pensarci troppo. Oggi è Capodanno. Non si può lasciare una persona al gelo.

Marco parve sul punto di ribattere. Ma gli posai una mano sul braccio. Il gesto che mamma faceva sempre con papà. Funzionava sempre.

Daccordo, sospirò Marco. Ma solo per poco.

Luomo entrò e si fermò nellingresso. Osservò attorno. Girò la testa prima a destra, verso la cucina, poi a sinistra, verso il salotto e lalbero addobbato. Gli occhi si accesero di qualcosa riconoscimento? O solo unimpressione mia?

La cucina è sulla destra? domandò, come parlando a sé.

Sì, annuì Lucia. Come lo sa?

In case come questa, di solito è così, tacque un attimo. È tanto che non entro in una vera casa.

Lo accompagnammo in soggiorno. Matteo lo fissava contrariato detestava le novità. Elena si mise in disparte, appoggiandosi al marito. Solo Lucia sorrideva e svolazzava attorno allospite.

Feci accomodare luomo sulla tredicesima sedia. Si sedette cauto, come temesse di romperla. Mani in grembo, schiena dritta nonostante età e fatica.

Le porto qualcosa da mangiare, disse Lucia.

Grazie. Siete molto gentili.

La voce era strana. Tonalità giuste, parlata precisa. Non pareva chi avesse vissuto per strada per anni.

Lucia gli mise davanti un piatto di insalata, patate, un pezzo di arrosto. Lui prese la forchetta e ancora fissai le sue mani. Così attente, il modo di impugnare il cucchiaio: non stringendo a pugno, ma con leggerezza, abilità. Mangiva piano, educatamente, senza rumori né fretta. Come chi ha imparato fin da bambino.

Come si chiama? chiese Lucia sedendosi di fronte.

Luomo sollevò la testa.

Pietro.

Quasi lasciai cadere il bicchiere. Le dita tremarono, un po di vino rosso finì sulla tovaglia. Pietro. Zio Pietro, quello di cui parlava Lucia. Ricordavo a malapena: un parente trasferitosi quando ero piccolo. Avevo nove anni, ma lui non era mai venuto spesso viveva allaltro capo della città, lavorava fino a tardi. Non mi ricordavo il volto. Solo le lacrime di mamma quando partì. Una coincidenza, mi dissi. Di Pietro in Italia ce ne sono a migliaia.

E il cognome?

Andrea.

Mi aggrappai agli orecchini dambra. Andrea. Il papà di mamma si chiamava proprio Andrea. Andrea Leone. Morto prima che nascessi, lo conoscevo solo in foto.

Era tutto buonissimo, disse il vecchio spostando il piatto vuoto. Non mangiavo così da anni.

Vuole ancora qualcosa? chiese Lucia.

No, va bene così. Siete davvero gentili.

Restava seduto, mani sulle ginocchia, guardando lalbero. Le palline, le luci, la stella doro sulla cima. Gli occhi chiari, blu slavati. Qualcosa di noto baluginava laggiù. Unespressione che avevo visto ogni giorno per cinquantadue anni nella mia famiglia. Negli occhi di mamma.

Carlino, disse allimprovviso, fissandomi mi passi il sale?

Carlino.

Solo mamma mi chiamava così. E solo da bambino. «Carlino, vieni a mangiare». «Carlino, è ora di dormire». Nessun altro. Mia moglie mi chiama Carlo o Carletto. Matteo, papà. Lucia, nonno Carlo. Al lavoro, signor Andrea.

Come fa a sapere il mio nome?

Lui restò immobile con la forchetta a mezzaria. Gli tremò il volto paura? O smarrimento?

Ho sentito qualcuno chiamarla.

Ma nessuno mi aveva chiamato Carlino quella sera.

Tacqui. Passai il sale. Mi voltai alla finestra, dove la neve scendeva ancora lenta e grossa.

Ma per tutta la sera scrutai le sue mani.

Alle undici e quarantacinque si alzarono i bicchieri. Marco fece un brindisi parole sulla famiglia, la salute, la fortuna nel nuovo anno. Tutti brindarono. Il vecchio Pietro bevve in silenzio, a piccoli sorsi. Quasi non toccò lo spumante, solo un sorso per cortesia.

Arrivò la mezzanotte. Lucia urlò Buon anno!, Elena abbracciò Matteo, Marco baciò me. Ma io guardavo il vecchio. Sedeva dritto a fissare lalbero. Muoveva le labbra, sembrava recitare una preghiera muta. O forse contava i rintocchi dellorologio.

Dopo i brindisi Lucia mise la musica. Matteo ed Elena andarono a ballare in sala si sentivano le vecchie canzoni e risate. Marco si appisolò sulla poltrona, stanco dopo la cena e il vino. Lucia corse a telefonare agli amici per gli auguri.

Rimasi a sparecchiare.

Lospite era rimasto lì schiena dritta, mani in grembo. Guardava lalbero.

Sentii uno scricchiolio leggero.

Pietro si alzò. Piano, con prudenza. Si avvicinò allalbero. Allungò una mano verso la stella dorata in cima vecchia, la stessa della nonna, con la vernice ormai scrostata.

E la girò. Di poco, appena un paio di centimetri, a sinistra.

Qualcosa si ruppe dentro di me.

Quel gesto. Quel movimento. Mamma lo faceva ogni Capodanno. Dopo aver addobbato lalbero, veniva e correggeva la stella sempre spostandola di due centimetri a sinistra. Chiedevo perché. Sorrideva: «Così deve essere, Carlino. È giusto così».

Mi avvicinai. Il cuore batteva così forte che temevo si sentisse anche fuori dal petto.

Perché lha fatto?

Ritrasse la mano. Mi guardò. Negli occhi paura.

Abitudine.

Di chi?

Silenzio. Mi fissava occhi chiari, rughe profonde, barba bianca, stanchezza. Ma negli occhi lo stesso sguardo che vedevo allo specchio ogni mattina. Quello di mamma.

Lei conosceva mia madre, dissi senza interrogativi.

Abbassò lo sguardo.

Zita Andrea? annuì. Sì. La conoscevo.

Da dove?

Lunga pausa. Si voltò verso lalbero, come se sperasse di trovarvi una risposta.

Siamo cresciuti insieme in questa casa.

Il cuore saltò un battito. Poteva voler dire tutto o niente. Vicini. Amici di famiglia. Parentela lontana.

In questa casa? chiesi, anche se ormai sapevo la risposta.

Sì.

Mi mancò il fiato. Feci un passo in avanti.

Chi è lei?

Silenzio.

Di là in fondo cera la cameretta, disse guardando oltre il corridoio. Una stanza piccola, con la finestra sul cortile. Dinverno si appannavano i vetri e si passavano ore a immaginare le figure che formava il gelo.

Ora è un ripostiglio.

Lo so. Tacqui un momento. Io e Zita si interruppe.

Sì?

Scosse la testa.

Niente. Scusi. Ho bisogno daria.

Uscì in veranda, senza prendere il cappotto.

Lo ritrovai mezzora dopo.

Era seduto sulla vecchia panchina vicino al cancello, guardando le finestre illuminate. La neve si era posata sulle sue spalle, sulla lana del berretto, sulla barba. Non si muoveva. Solo guardava la casa.

Mi misi addosso il vecchio cappotto di mamma fuori moda e consunto, ma ancora caldo e lo raggiunsi.

Si può ammalare qui fuori.

Non sarebbe la prima volta.

Mi sedetti accanto. La panchina era gelida anche col cappotto. Fiocchi di neve bagnavano la faccia.

Mi racconti.

Cosa?

Tutto. Chi è. Comè che conosceva mia madre. Perché è venuto.

Lungo silenzio. Guardava le mani quelle stesse mani delicate, con calli dalle dita.

Zita era mia sorella, disse infine. La voce si incrinò. La più piccola. Sono partito quando lei aveva ventisette anni. Io ne avevo trenta.

Tutto intorno mi sembrò girare. Mi aggrappai alla panchina.

Lei Lei è zio Pietro?

Trasali. Si voltò verso di me.

Le ha parlato di me?

A Lucia. E lei me lha raccontato oggi. Diceva che la bisnonna aspettava sempre suo fratello. Per questo la sedia in più, ogni Capodanno, per quarantanni.

Si nascose il viso fra le mani. Le spalle tremavano.

Quarantatré anni. Ho avuto paura di tornare per quarantatré anni.

Paura di cosa?

Tolse le mani dal viso. Gli occhi rossi, lucidi. Il vecchio piangeva senza rumore, solo lacrime che gli rigavano la barba.

Papà. Sospirò. Abbiamo litigato. Pesantemente. Ho detto parole che non si dovrebbero mai dire. Che mi aveva rovinato la vita, che non volevo più vedere quella casa. Sospirò, il fiato si condensa in aria. E sono andato al Nord. Pensavo torno fra un anno, mi calmo, faccio pace. Ma un anno sono diventati cinque. Poi dieci. Poi venti. E poi alzò le braccia. Poi vergogna. Troppi anni. Finché mi sono detto che era meglio pensassero fossi morto.

E Zita? Mamma?

Pensavo mi odiasse anche lei. Pensavo fosse dalla parte di papà. Io non ho mai scritto. Mai una telefonata. Temevo non mi avrebbe perdonato. O mi avrebbe detto che non dovevo più tornare.

Mia madre lha aspettata, sussurrai. Un groppo in gola. Per quarantanni ha messo una sedia. Ogni Capodanno. Sempre. Era lei che aspettava.

Mi guardò.

Ho saputo che è morta lanno scorso. Per caso. Alla stazione ho trovato un vecchio giornale buttato. Cera una foto, il nome: Zita Andrea Leone. La mia sorellina, vecchia e canuta. E sotto: si è spenta dopo lunga malattia. Ho capito che ormai era tardi. Troppo tardi.

E perché è venuto ora?

Perché lei mi aspettava. Per quarantanni ha continuato a mettere quella sedia. E io abbassò la voce. Dovevo almeno rivedere la sua casa. La casa dove siamo stati felici. Dove ho rovinato tutto.

Restammo in silenzio. La neve ci copriva, ma non sentivo il freddo. Il vecchio cappotto di mamma aveva ancora il suo profumo di sapone e di lavanda.

Non le credo, dissi infine. Ogni sconosciuto può raccontare una storia. Dire di essere il fratello.

Capisco.

Ha una prova?

Restò in silenzio, lo sguardo alle finestre.

Nella cameretta, ora il ripostiglio: io e Zita da bambini abbiamo inciso una scritta sul muro. Sotto la carta da parati. Con un chiodo. Era il sessantadue. Io avevo undici anni, lei otto.

La carta da parati è stata cambiata cinque volte.

Lo so. Ma la scritta è sulla calce. Allaltezza di un bambino. Tra la finestra e langolo di destra. Ci eravamo arrampicati su una sedia per arrivarci.

Mi alzai. Le gambe molli.

Venga.

Il ripostiglio odorava di vecchi scialli, libri, polvere e il tempo. Accesi la lampadina e mi avvicinai alla finestra.

Angolo destro, un metro dal pavimento.

Qui?

Sì. Un po più in alto. Avevamo la sedia.

Cercai uno strumento; trovai delle forbici arrugginite. Bastavano.

Scavai con le forbici fra il bordo della carta da parati. Primo strato beige, lo avevano messo cinque anni fa. Sotto, verde a fiori minuscoli. Poi azzurro, anni ottanta. Giallo, anni settanta. Infine rosso, sbiadito, anni sessanta.

Sotto, la calce grigia screpolata.

Accesi la torcia del telefono. Le mani tremavano.

Cerano lettere. Irregolari, infantili, incise a fondo.

Qui abitavamo noi. Pietro & Zita, 1962.

Mi tremò la mano. Il telefono mi cadde, finii in ginocchio, sfiorando la scritta con la punta delle dita. Sessantadue anni. Quelle lettere erano rimaste nascoste per sessantadue anni, sotto cinque strati di carta. Il loro segreto.

Lho incisa io, sussurrò Pietro alle mie spalle. Zita aveva paura che la mamma ci sgridasse. Io la rassicurai: mettiamo la carta e nessuno lo saprà. Il nostro segreto per sempre.

Mi voltai. Lui stava lì, sfiancato ma con uno sguardo dolce. Il fratello di mamma. Mio zio. Luomo che aveva aspettato quarantanni.

Lei è davvero zio Pietro.

Sì, Carlino. Proprio io. Indugiò. Eri solo un bambino quando sono partito. Ma ricordo quando ti cullavo sulle ginocchia. Zita diceva sempre: Carlino vai dallo zio Pietro. Mi è scappato anche oggi.

Restammo svegli in cucina fino allalba.

Feci il tè forte, col timo, come piaceva a mamma. Presi dal mobile la marmellata di more, lultima fatta da lei quellestate, poco prima di ammalarsi.

Pietro raccontò. Del nord Italia Torino, Milano, i lavori saltuari. Di tre anni di carcere per un furto sciocco, da ragazzo. Anni da senzatetto stazioni, dormitori, cantine. E la paura di tornare cresciuta anno dopo anno, diventata invalicabile.

Facevo lorologiaio, mi mostrò le mani. Prima di partire. Avevo una bottega a via Roma. Aggiustavo sveglie, pendole, orologi. Questi calli vengono dagli attrezzi. Pinzette, cacciaviti, lenti. Anche se è da una vita che non lavoro, le mani non dimenticano.

Sollevò le mani. Erano proprio quelle mani.

Sai di cosa avevo più paura? chiese verso lalba, mentre il cielo si tingeva di rosa. Non tanto della vergogna. Ma che Zita non mi volesse più. Dopo tanti anni. Senza una lettera, senza un saluto. Avrei potuto cercarla. Ma non lho fatto. Avevo paura che mi dicesse di andare via. Che ormai non ero più niente.

Non lo avrebbe fatto.

Come lo puoi sapere?

Metteva la sedia, poggiai la mano sul tavolo. Ogni Capodanno. Per quarantanni. Anche malata. Mettila tu, Carlino. Non capivo il motivo. Ora sì. Aspettava lei.

Rimase in silenzio. Fuori lalba spuntava, il primo giorno dellanno nuovo.

Gli orecchini dambra, quelli con largento Li avevo regalati io per i suoi diciotto anni. Risparmiai per tutta la primavera. Lei mi abbracciò forte, disse che li avrebbe portati per sempre.

Mi toccai gli orecchini. Gocce dambra, incastonate nellargento. Il regalo di mamma. Ora sapevo da chi veniva.

Non se li toglieva mai, dissi. Neanche in ospedale. Le infermiere insistevano, ma niente.

Pietro scoppiò a piangere. In silenzio, solo le lacrime.

Mi alzai, aprii larmadio. Sul ripiano del sopra cera la sciarpa grigia fatta da mamma. Odorava ancora di lei di lavanda e qualcosa che era solo suo. Odore di casa. Odore dinfanzia.

Poggiai la sciarpa sulle spalle di zio Pietro.

Buon anno, zio.

Lui mi prese la mano e la strinse sulla guancia. Era bagnata di lacrime.

Non ce lha fatta ad aspettarmi, sussurrò. Era solo questione di tre anni. Se fossi tornato prima

Limportante è che sia venuto. Anche tardi. Per mamma, era questo che contava.

Mi guardò con occhi rossi e gonfi.

Vorrebbe che restassi.

Resti qui. In questa casa, con noi.

Fu zitto. Fuori, il sole pallido del nuovo anno sorgeva sulle case innevate.

Al mattino entrai in salotto.

Zio Pietro era seduto sulla tredicesima sedia. Davanti una tazza di tè fumante. Accanto, Lucia che gli raccontava qualcosa, gesticolando. Lui ascoltava e sorrideva. Per la prima volta nella notte, un vero sorriso.

La stella era girata a sinistra nella posizione che dava sempre mamma. Ora sapevo il perché. Era il loro segno. Un segreto custodito per quarantanni. Aspettava che un giorno tornasse, e la girasse lui.

Matteo, seduto in un angolo, guardava il vecchio diffidente. Non aveva ancora capito tutto. Elena trafficava in cucina, come se nulla fosse. Forse per lei davvero era tutto normale. Un vecchio sconosciuto tutto qui.

Marco mi venne accanto e mi abbracciò per le spalle.

Allora resta?

Sì.

Carlo Sei sicuro? Non lo conosciamo. Potrebbe essere chiunque.

Sa della scritta, Marco. Sotto cinque carte da parati. Qui abitavamo noi. Pietro & Zita, 1962. Nessuno poteva saperlo.

Marco sospirò. Era un bravuomo, prudente ma buono. Mi amava abbastanza da fidarsi.

Va bene. Ma se succede qualcosa io te lho detto.

Guardai zio Pietro. Stringeva la tazza tra le dita con delicatezza da orologiaio. Le stesse mani che avevano inciso la scritta sul muro, regalato gli orecchini dambra a mamma.

Mamma ha tenuto la sedia vuota per quarantanni, dissi. È rimasta vuota tre anni. Ora basta.

Lucia mi vide e salutò agitando la mano.

Nonno! Zio Pietro dice che può aggiustare gli orologi! Lo sai che ho quello della nonna che non va da secoli? Dice che può sistemarlo!

Mi avvicinai. Poggiai la mano sulla spalla di zio Pietro il gesto di mamma quando accoglieva qualcuno. Quello che faceva con papà. Quello che faceva con me, da bambino, quando avevo paura del buio. Ora era mio.

Buon anno nuovo, dissi. Buona nuova vita.

Lui mi coprì la mano con la sua. Era calda.

Grazie, Carlino. La voce rotta. Grazie di avermi accolto.

Fuori la neve cadeva lenta, silenziosa. Mamma diceva che questa neve portava gli ospiti inattesi.

Aveva ragione. Come sempre.

Per quarantanni aveva atteso. Tre anni dopo finalmente era arrivato.

E la tredicesima sedia non era più vuota.

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