Il prezzo della sua nuova vita
Lucia, devo dirti una cosa. Ci penso da tanto.
Lucia Valentini stava mescolando il minestrone ai fornelli. Solito minestrone. Patate, carote, un po di sedano. Non si voltò subito. La voce di suo marito aveva un tono diverso dal solito, non quello che usava quando si trattava di bollette o per lamentarsi del lavoro. Era un tono deciso, preparato.
Ti ascolto, rispose continuando a mescolare.
No, non mi ascolti. Voltati.
Lucia spense il fuoco, appoggiò il cucchiaio con calma sulla mensola. Si girò lentamente.
Davide Valentini era accanto alla porta della cucina. Cinquantadue anni, alto, le tempie argentate che una volta Lucia trovava incredibilmente affascinanti. In mano teneva il cellulare. Non lo guardava, restava fermo.
Me ne vado, disse.
Lucia sentì qualcosa stringerle sotto la costola sinistra. Non dolore, quasi il presagio di dolore.
Dove? chiese. Domanda sciocca, lo sapeva anche lei. Ma non trovava altre parole.
Per sempre. Ho già fatto la valigia. È nel corridoio.
Davide.
Lucia, non fare scenate. Non voglio discussioni.
Non intendo farne. Si costrinse a mantenere la calma con una rapidità che la sorprese persino. Solo dammi una spiegazione. Me la devi almeno.
Lui rimase in silenzio un momento, fece passare il cellulare da una mano allaltra.
Non ce la faccio più così, disse infine. Non voglio continuare a vivere con una malata.
Il silenzio era solido, quasi si poteva toccare. Dietro la finestra passava una macchina nella via, una porta che si chiudeva nel palazzo, qualche colpo nellimpianto dellacqua. In cucina però regnava il silenzio più assoluto; a Lucia sembrava di sentire il proprio respiro.
Cosa hai detto? domandò a bassa voce.
Lo so che suona brutale. Ma hai chiesto tu. Non voglio passare il resto della vita a guardare la tua cicatrice, le tue medicine, i tuoi controlli allospedale. Sei cambiata, Lucia. Non sei più tu dopo loperazione.
Ti ho donato un rene.
Lo so.
Ti ho donato un rene perché tu potessi vivere.
Lo so. La guardava dritto, ed era peggio di qualsiasi altra cosa. Niente bugie. E ti sarò sempre grato. Mi hai salvato la vita, non lo scorderò mai. Ma la gratitudine non è sufficiente per passare gli anni che restano accanto a una persona che
Che cosa?
che non è più quella di prima.
Lucia si avvicinò pian piano alla finestra. Fuori era novembre. Grigio, umido, alberi spogli e pozzanghere sullasfalto. Guardava le pozzanghere e non capiva bene cosa doveva fare: piangere? Urlare? Cadere?
Cè unaltra disse. Non era una domanda; lo sapeva.
La pausa fu abbastanza lunga da valere come risposta.
Sì.
Da quanto?
Qualche mese.
Lucia fece sì con la testa, continuando a fissare fuori.
Come si chiama?
Lucia, non serve.
Come si chiama?
Giulia.
Quanti anni ha?
Trentun anni.
Altro cenno. Dentro di sé vedeva un puzzle che piano piano si ricomponeva. I suoi ritardi ultimamente. Il nuovo dopobarba, che lei non aveva mai comprato. Le sue domande sempre meno frequenti sul come si sentisse, fino a smettere del tutto.
Te ne vai adesso?
Sì.
Va bene.
Sentì i suoi passi nel corridoio. Il rumore delle ruote del trolley sul parquet. Il clic della serratura del portone. Un unico, secco clic e basta.
Lucia rimase davanti alla finestra altri cinque minuti. Poi tornò ai fornelli, riaccese la fiamma e riprese il cucchiaio.
Il minestrone doveva finire di cuocere.
***
Tre anni prima, quando i medici avevano diagnosticato a Davide una insufficienza renale terminale, Lucia non aveva avuto dubbi. Era stata lei a offrirsi. I medici controllarono la compatibilità, Lucia fece tutti i controlli, e in aprile entrambi finirono in camere affiancate della clinica Santa Chiara. Lei gli donò il suo rene sinistro. Il postoperatorio fu lungo, la ripresa lenta. Davide recuperò in fretta.
Per Lucia fu più difficile. Mesi a far pace con lidea di vivere con un solo rene. Dolori, stanchezza, dieta, analisi di routine ogni tre mesi. La cicatrice sulla pancia che non spariva, solo sbiadiva col tempo, ma rimaneva lì.
Davide invece rifioriva. Finalmente riprendeva peso, tornava in palestra. Abiti nuovi. Profumi mai visti.
Lucia pensava fosse solo la gioia di essere tornato in salute. Si sentiva felice per lui.
Era proprio una sciocca.
***
Le prime due settimane dopo la sua partenza, Lucia lavorò tantissimo. Era brava a farlo automaticamente. Traduttrice tedesco e inglese lavorava da casa: medicina, diritto, narrativa ogni tanto. Restava davanti al pc, a tradurre parole daltri, e in fondo era meglio così, perché di sue, in quel momento, non ne aveva.
La sera metteva insieme due cose: pane, formaggio, ogni tanto un uovo sodo. Mai davvero cucinato. Andava a dormire presto per non restare nella casa vuota, si svegliava sempre alle quattro e restava nel buio, a fissare il soffitto.
La sua amica di sempre, Marina Ferrari, chiamava ogni giorno.
Lucia, hai mangiato?
Sì.
Cosa?
Ma dai, Marina, cosa cambia?
Cosa hai mangiato?
Un panino.
Non è mangiare. Domani vengo io.
Non serve.
Vengo lo stesso.
Marina era la sua compagna duniversità. Cinquantanni anche lei, medico di base al poliambulatorio di zona, sposata di nuovo, due nipotini a tempo perso, abituata da sempre a dire le cose senza peli sulla lingua.
Il giorno dopo arrivò, e la prima cosa che fece fu aprire il frigorifero.
Madonna santa, Lucia, disse quasi sussurrando, ma non mangi più?
Mangio.
Cosa?
Ehm… un po di tutto.
Un po di tutto… richiuse il frigo e la fissò. Non hai più neanche il viso, sembri scomparsa.
Grazie.
Non è un complimento. Lucia, lo so che ora è dura. È giusto che sia dura. Ma non puoi semplicemente dissolverti.
Non mi dissolvo.
Sì che lo fai. Si sedette a tavola e le fece cenno di sedersi di fronte. Racconta tutto da capo.
Lucia si sedette, fissando il tavolo.
Mi ha detto che non vuole vivere con una malata, spiegò impassibile. Tutto qui.
Marina rimase in silenzio a lungo.
Che stronzo, concluse infine. Né rabbia, né tono solo unosservazione.
No. Lucia scosse la testa. Non voglio sentirlo dire. Non serve a niente.
La rabbia aiuta. Meglio che questo vuoto che hai adesso.
Non ne ho. Ho cercato dentro di me. Cè solo freddo, il nulla.
Marina rimase zitta un attimo, poi mise su lacqua per il tè e iniziò a rovistare nelle dispense.
Hai idea di cosa sia veramente la depressione? domandò senza guardarla. Non è tristezza: è il vuoto che stai descrivendo.
Lo so.
Non andrai da uno specialista, vero? Ti conosco.
No.
Però dimmi almeno che prendi le medicine e fai gli esami.
Sì. Quello lo faccio, per abitudine.
Almeno quello.
Marina trovò la scatola di orzo e una pentola, e senza chiedere permesso iniziò a cucinare, come se fosse casa sua.
E Lucia, per la prima volta, si mise a piangere.
Dopo due settimane. Pianto vero, sgraziato, così forte che non riusciva a fermarsi.
Marina non corse ad abbracciarla né a consolarla. Si limitò ad abbassare il fuoco sotto la pentola, le porse della carta, la lasciò sfogare.
Fai bene a piangere, disse. Serve.
***
Dicembre passò come dentro una nebbia. Gennaio fu un po più chiaro. Il lavoro aiutava. Quando devi tradurre, devi concentrarti, non resta spazio per i pensieri tuoi.
A febbraio, Marina propose la soluzione sanatorio.
Lucia, devi andare.
Dove?
Un posto di riabilitazione. Ho già trovato: Acque Chiare, vicino a Como. Programma ottimo, fisioterapia, passeggiate, persino il bosco. Sarà ancora inverno, molto bello.
Marina, non sono invalida.
Sei una persona che ha bisogno di cambiare aria. Sono mesi che stai chiusa qui. Tra poco parli coi muri.
Forse lo faccio già.
Marina la fissò.
Era una battuta, quasi.
Devi andarci. Ci sono posti liberi a marzo. Tre settimane, come percorso di riabilitazione. Tra laltro, da donatrice ci spetta ogni anno.
Ti inventi tutto
No, davvero! Informati su Google.
Lucia non controllò. Sapeva che Marina aveva ragione. Sapeva di stare marcendo dentro quelle mura, lentamente ma inesorabilmente. Doveva fare qualcosa.
Va bene, disse infine. Andrò.
***
Acque Chiare era proprio come raccontava Marina: ex colonia, sistemata e rimodernata, tanto verde, pini, viali di ghiaia. Dalla camera vedeva il laghetto, ancora ghiacciato. Al mattino brillava di rosa.
Per due giorni Lucia non lasciò quasi la stanza. Cure, pranzo, cena, letto. Leggeva, qualche traduzione, anche se aveva promesso ai clienti una pausa.
Il terzo giorno uscì a camminare.
Il parco era quasi vuoto: qualche anziano sulle panchine, due signore con i bastoncini, un uomo col cane.
Lucia camminava piano, ascoltando il rumore della ghiaia, gli uccelli tra i pini. Non pensava a nulla, e quella leggerezza era graditissima.
Vicino al lago cera una panchina. Si sedette e guardò il ghiaccio.
Posso?
Accanto a lei cera un uomo sui cinquantanni, robusto, bassino, giubbotto blu. Indicò la panca.
Prego.
Si sedette accanto. Anche lui guardò il lago.
Bello qua, disse dopo un minuto. Il ghiaccio tiene ancora.
Sì.
Marzo, ma resiste. Lanno scorso dicono che era sparito già a febbraio.
È la prima volta che vengo qui.
Io sono alla seconda. Ottobre la prima, ora marzo.
Non chiese il motivo. In questi posti so che ognuno ha il suo perché, e non sempre bello.
Da quandè qui?
Tre giorni.
Io solo da ieri. Distese la gamba sinistra con cautela, come se testasse il progresso. Ancora non mi segue benissimo. Hanno promesso fisioterapia intensa.
Lucia notò che sedeva quasi storto, una posizione diversa.
Infortunio? domandò, nemmeno aspettandoselo da sé.
Sì, frattura vertebrale a settembre. Senza trace di autocommiserazione. Niente di tragico, per fortuna cammino. Ma non sono ancora a posto.
Mi spiace.
Perché? Lei non mi ha spinto mica.
No, solo devessere difficile.
Lo è. Ma almeno ho avuto tempo di pensare. Anche lui sorrise appena. Dicono sia salutare.
Lucia si scoprì a sorridere a sua volta, un po impacciata ma sincera.
Sergio, si presentò lui.
Lucia.
Si strinsero la mano, rapidi.
Io vado, fece lui alzandosi con calma. Mi hanno prescritto almeno quaranta minuti di cammino al giorno. È unimpresa.
Buona fortuna.
Anche a lei.
Si allontanò davvero piano, marciando deciso ma con unandatura irregolare. Ma diritto.
Lucia tornò a osservare il ghiaccio.
Per la prima volta in quattro mesi non si sentiva né bene né male. Semplicemente, neutra.
***
Il giorno dopo, si incontrarono ancora a colazione, quasi per caso. Lucia si sedette al tavolo libero vicino alla finestra, lui entrò col vassoio e lei fece un cenno invitandolo.
Se vuole.
Grazie.
Fecero colazione quasi in silenzio. Lui leggeva notizie al telefono, lei guardava fuori. Poi, dun tratto:
Fai la traduttrice?
Lucia rimase sorpresa.
Cosa te lo fa pensare?
Avevi il dizionario di tedesco ieri a pranzo, quello stampato. Roba rara oggi.
Notato eh.
Sono attento. Non si vantava, era un dato di fatto. Quindi traduttrice?
Sì. Principalmente medicina, diritto, a volte narrativa.
Interessante. Io sono architetto. O meglio, lo ero. Ora si vedrà.
Perché si vedrà?
Le mani funzionano, la schiena boh, vediamo.
Non riesci a stare senza lavorare?
No, non per forza con le mani, ma con la testa sì. Batté la mano sul tavolo come per ribadire il concetto. Non è solo lavoro. Uno inizia a pensare lo spazio diversamente.
Capisco. Anche per tradurre è così. Devi settare la testa in unaltra modalità. Senza tradurre, ti manca qualcosa.
Proprio vero, annuì lui.
Il silenzio che seguì era buono, naturale.
Quanto ti fermi?
Tre settimane.
Anchio. Allora ci si rivede.
Direi di sì
***
Intanto Davide Valentini viveva già tutta un’altra vita.
Neppure lui sapeva bene come era potuto succedere. Dopo tre anni di ospedali, dialisi, quella sensazione costante del corpo come campo minato, improvvisamente il corpo funzionava. Poteva alzarsi, bere un calice di buon chianti senza pensare alle conseguenze. Quasi. Le attenzioni restavano, ma sembravano poco.
Giulia ormai era parte di questa sua nuova vita. Trentun anni, bionda, sempre col telefono in mano, energia da vendere. Faceva la manager in unagenzia viaggi e progettava mille cose.
Davide, guarda che ho trovato! Mostrava foto di sentieri montani, scogliere da favola. Questo è il Gargano, aprile. Facciamo un trekking facile ma bellissimo?
Va benissimo, rispondeva lui.
Si erano trasferiti nella sua casa. Giulia portò qualche scatola, cambiò i mobili, appese tende nuove. A Davide le nuove tende piacevano.
Qualche volta pensava a Lucia. Non con rimorso. O meglio, con una sensazione simile, ma diversa dalla colpa vera. Lucia era una brava persona. Aveva fatto per lui una cosa immensa. Ma vivere con chi è malato, o ti ricorda la malattia, è vivere a metà. Davide voleva andare avanti, non restare indietro.
Questo era il suo modo di spiegarselo. Funzionava.
In ufficio lo prendevano in giro.
Valentini, ti hanno sostituito! rideva Francesco dellufficio accanto. Spero sia una versione migliorata!
La vita gira, rideva Davide.
Sono andati al Gargano in aprile. Poi settembre, Islanda. Giulia voleva vedere laurora boreale, Davide voleva tutto quello che non era mai riuscito a fare.
In Islanda cera freddissimo, viaggiavano in auto sulle strade vuote. Giulia faceva video col telefono. Davide si sentiva vivo.
Quella velocità lo spaventava un po. Aveva paura di perderla.
***
Intanto, a Acque Chiare, i giorni scorrevano.
Cure, camminate, pasti. Lucia riscopriva piccole abitudini. Al mattino bagno con essenze di pino. Colazione. Lunghe passeggiate. Dopo pranzo dormiva: la fisioterapia la stancava. La sera leggeva, o stava a guardare le ombre del crepuscolo.
Sergio aveva gli stessi orari. Spesso si ritrovavano sulle stesse stradine del parco.
Oggi trentasei minuti annunciò il quarto giorno, sedendosi sulla panchina loro davanti al lago.
Il minimo è quaranta.
Lo so sono stanco, però. Si girò verso il lago dove ormai sintravedeva acqua tra le fessure del ghiaccio. Mi arrabbio con me stesso.
Non ha senso. Lei a cinque mesi dalla frattura. È un miracolo.
La guardò.
Si siente che legge medicina, quando parla. È equilibrata.
In che senso?
Dice le cose come sono. Senza sminuire, né esaltare. Bravo, forza, tutto andrà bene io ne ho sentite tante. Ma nessuno che dicesse solo il necessario.
Non posso sapere come finirà. Non sono il suo medico.
Appunto. Lonestà. Oggi è merce rara.
Aveva ragione. Negli ultimi mesi aveva sentito solo andrà tutto bene, sei forte. Mai un discorso onesto.
Come è successo? domandò poi lei. Se non vuole, non risponda.
Cantiere. Io vado spesso ai lavori. È andato storto un ponteggio, sono caduto dal terzo piano.
E?
Sono vivo. Lo diceva senza retorica, come un dato. Questa cosa ti mette in prospettiva. Prima capisci che ci sei ancora. Poi che hai male. E poi devi capire come rimetterti insieme.
Ci vuole tanto?
Sì. Di nuovo il lago. Ma cè tempo per pensare, come le dicevo.
Su cosa ha riflettuto?
Su tante cose. A quanti palazzi ho fatto, ma la mia casa non lho mai finita. Un figlio che non sentivo da anni. Che magari, è stato un bene la scossa. Ti mette davanti a quello che non vuoi vedere.
Strano modo di svegliarsi.
Eh ma la vita è un po così. Non ha eleganza.
A quel punto Lucia rise. Piano, di sorpresa.
Non lavevo sentita ridere, commentò lui.
Ci conosciamo da tre giorni.
Appunto.
Lei non rispose. Guardò il lago ormai quasi liberato.
È sposata? chiese lui, senza malizia.
Non più. Lui è andato via quattro mesi fa, subito dopo
Non finì la frase, poi invece la concluse.
Tre anni fa gli ho donato un rene. Poi se nè andato perché, dice, non voleva una malata accanto.
Sergio restò zitto a lungo.
Fa male, disse infine.
Solo quello.
Già, rispose Lucia.
***
Il ghiaccio sparì del tutto a metà marzo. Lacqua era grigia, poi divenne blu nei giorni miti. Al mattino cera la nebbia.
Adesso camminavano sempre assieme. Prima per caso, poi daccordo. Alle dieci, dopo colazione, si trovavano allingresso centrale.
Sergio camminava lento. Lucia si abituò al suo ritmo, e si accorse che le piaceva; anche a lei non andava di correre.
Parlavano tanto. Di lavoro, architettura, lingue. Di come cambia il corpo dopo un trauma. Lucia gli parlò della sua cicatrice allinizio la detestava, poi aveva imparato a tollerarla, poi era solo parte di sé.
È normale, disse Sergio. Il corpo non mente. Si adatta.
Lei guarda la sua, di cicatrice?
È sulla schiena, difficile da vedere. Ma la sento ogni giorno.
E cosa significa per lei?
Lui ci pensò.
Che sono qui. Qualcosa è successo, ma adesso ci sono. Basta così.
Lucia ci pensò tutta la sera. Qualcosa è successo, sono qui. Una filosofia diversa da quella di Davide, che voleva dimenticare tutto, ripartire a razzo, con nuova donna, nuovo corpo, nuova vita.
Sergio, invece, era calmo: essere qui basta.
Non sapeva ancora come prenderla. Ma era liberatorio.
***
La seconda settimana iniziarono a prendere il tè insieme la sera, giù nella hall. Poltrone, un tavolino, la macchinetta. Lucia portava i biscotti che le aveva spedito Marina, Sergio offriva il tè.
Dimmi di tuo figlio.
Antonio, ventisei anni, vive a Milano, fa il programmatore. Sposato da poco, lei è simpatica, lho conosciuta solo al matrimonio. Non abbiamo mai litigato, semplicemente ci siamo persi per strada. Ero sempre via.
Ci avete parlato dopo lincidente?
È venuto a trovarmi. Allospedale. Si è seduto vicino. È strano il modo in cui la vita funziona. A volte serve una crisi per parlare davvero.
Lo so. Ho una figlia, Caterina. Ventitré anni. Quando Lucia se nè andato, voleva raggiungermi. Non lho lasciata venire.
Perché?
Non volevo che mi trovasse in quelle condizioni non volevo fare la vittima davanti a lei. Sono la madre, dovrei essere
Cosa?
Me stessa, credo. Non una da compatire.
Capisco. Orgoglio o difesa?
Entrambi.
Almeno ora lo sa che sei qui?
Sì. Ci sentiamo. Vuole venire a trovarmi un weekend. Ci penso.
Lasciala venire.
Lucia lo guardò.
Perché?
Perché lo fa per affetto, non per pietà. Lho capito quando Antonio venne. Era meglio che arrangiarsi sempre da soli.
Non temevi che ti vedesse fragile?
Sì, ma lo era comunque. Loro sanno sempre più di quanto immaginiamo.
Lucia annuì. Non rispose, ma il mattino dopo chiamò Caterina e le disse che poteva raggiungerla.
***
Intanto, Davide Valentini sfogliava un depliant di viaggi e guardava un vulcano in Guatemala.
Giulia, guarda qui le porse la rivista. Acatenango. Si scala quel vulcano.
Giulia prese il giornale.
Quattromila metri, lesse. Davide, ma non hai mai fatto trekking vero.
Non facevo niente, prima. Ora è diverso.
Però il medico?
Il medico dice attività con giudizio. Camminare lo è! Non è mica alpinismo.
Ci pensò un attimo.
Va bene, facciamolo a ottobre. Stagione ideale.
Poi controllo i tour.
Prese il telefono, Davide tornò al giornale e fissò la foto: cono perfetto, tra le nuvole.
Di Lucia ormai non pensava più. Ogni tanto, se qualche conoscente la nominava o se vedeva in farmacia proprio quel farmaco antirigetto che prendeva per la vita. Ricordava che Lucia per anni metteva tutte le pillole nei contenitori settimanali. Ora, lo faceva pure lui.
Scoprì che anche quello, imparare a prendersi cura della propria salute, si poteva fare da soli.
Dagli antidepressivi non aveva più bisogno. Le analisi erano buone. Il nefrologo lo guardava sempre con sospetto, come chi teme il peggio ma spera di sbagliarsi.
Come sta?
Molto bene, dottore.
Attività fisica?
Regolare.
Alcol?
Quanto basta.
Dieta?
Cerco di seguire.
Bravo, eppure restava con quello sguardo a metà tra preoccupato e incredulo. Il rene è ben accolto, è buono. Ma non abbassi la guardia.
Non la abbasso, ripeteva Davide, abbastanza convinto.
***
Alla fine in Guatemala non ci andarono. Giulia trovò una meta che la ispirava di più: Marocco, ottobre. Città, souk, deserto, cammelli.
Non trekking, ma almeno bello, disse lei.
A Marrakech faceva un caldo tremendo, trentacinque gradi. Giravano per la Medina, mercanteggiavano, compravano qualunque cosa. La sera, a tavola con altri turisti, mangiavano agnello speziato con tè alla menta.
Davide avvertiva una stanchezza strana, ma pensò fosse solo il clima. Il terzo giorno gli salì la febbre.
Avrò preso qualcosa, rassicurò Giulia.
Forse il sole.
Si chiuse in camera un giorno, poi la febbre passò. Ma lultimo giorno sentì un dolore al fianco destro, là dove ora aveva il rene di Lucia. Dolore opprimente.
Che hai?
Nulla, solo un po di male.
Vuoi chiamare un medico?
Non serve, sarà la stanchezza.
Rientrarono in Italia. Il dolore sparì dopo qualche giorno.
Ma una sensazione di fondo rimase.
***
Caterina arrivò al sanatorio di sabato. Alta come il padre, ma lo sguardo era quello di Lucia: occhi grandi, capelli neri.
Abbracciò la madre stretta, per tanto tempo.
Mamma.
Cate.
Bevvero tè nella hall. Caterina parlava del lavoro nuovo, dellappartamento col suo ragazzo. Lucia ascoltava e pensava che la figlia era diventata grande, mentre lei se ne accorgeva solo ora.
E tu come stai? le chiese finalmente. Diretta.
Meglio. Ed è vero.
Qui ti trovi bene?
Sì, si sta sereni, nel bosco. E le persone sono simpatiche.
Caterina la studiò tra le righe.
Che tipo di persone?
Lucia esitò.
Uno. Un architetto. Anche lui convalescente. È una brava persona.
Una brava persona, sottolineò Caterina con malizia.
Non fare così.
Io non dico nulla.
Lo fai con il tono.
Sono solo contenta che tu abbia trovato compagnia, replicò seria. Io lo sono davvero.
Lucia la fissò.
Sei diventata grande.
Era ora, sorrise Caterina.
Nel pomeriggio, mentre erano sedute, comparve Sergio. Si fermò, vide Lucia, fece un cenno.
Buongiorno.
Buongiorno. Caterina, lui è Sergio, Sergio, questa è mia figlia.
Piacere, le strinse la mano. Le piace qui?
Tantissimo. Bella la natura.
Eh sì, fissò appena Lucia. Vi lascio chiacchierare. A presto.
A domani.
Dopo che se nera andato, Caterina rimase qualche minuto in silenzio.
Mamma?
Sì?
Sono solo contenta. Ti vedo bene.
***
Lultima settimana trascorse lentamente, in modo sereno. Nevicava ancora, ma cera odore di primavera. Primo verde ovunque, il canto degli uccelli che disturbava il sonno al mattino, ma Lucia ne era felice.
Con Sergio camminava ogni giorno. Ormai lui era migliorato, in scioltezza: quaranta minuti, poi unora, poi unora e venti. Niente trionfalismi, solo fatti.
Oggi unora e ventisette, quasi senza soste.
Ottimo.
Ormai la gamba risponde. Il fisioterapista dice che in tre-quattro mesi sarò quasi al cento per cento.
È una grande notizia.
Sì pensavo: voglio andare a trovare Antonio a Milano. Così, senza motivo.
Solo per la gioia?
Sì, solo per quello, guardò verso i pini. Avevi ragione su Caterina: lei viene solo per affetto. Si vedeva. Tu sei attenta.
Diciamo che per lavoro devo leggere lo spazio tra le cose, non solo le cose.
Lucia valutò.
È poetico, sussurrò.
È pratico. La guardò negli occhi. Lucia, posso chiederti una cosa impertinente?
Dipende.
Quando saremo tornati, potrò chiamarti?
Si fermò. Anche lui. Erano fermi tra i pini, con il lago che rifletteva il sole.
Certo, rispose.
Bene, disse lui, serio e quieto.
E andarono avanti.
***
Lucia tornò a casa a fine marzo. Era tutto uguale: mobili, tende. Eppure diverso. Forse era lei, diversa.
La prima cosa che fece fu aprire tutte le finestre. Faceva frescolino, ma le serviva aria. Poi compilò una lista della spesa. Non prese pane e formaggio, ma pollo, pomodori, prezzemolo, cose da vera cena.
Mentre cucinava ascoltava la radio.
Marina la chiamò verso le otto.
Allora, tornata?
Sì.
Racconta tutto.
Stavo bene. Davvero bene.
Si sente dal tono. Cosa è successo?
Ho conosciuto una persona.
Pausa lunga.
Racconta stessa domanda, tono diverso.
Lucia le raccontò. Nome, età, architetto, infortunio, camminate, il tè del pomeriggio.
Ti chiamerà?
Ha detto di sì.
Bene, e ancora: bene.
Sergio chiamò la sera successiva.
***
Cominciarono a vedersi. Senza fretta, la parola più giusta. Senza fretta.
La prima uscita fu due settimane dopo, in un piccolo ristorante vicino la casa di lui nel centro storico. Sergio viveva solo da anni, la ex moglie era a Bologna con unaltra famiglia.
Siamo finiti bene, raccontava. Solo che volevamo cose diverse.
Lei cosa voleva?
Stabilità. Io orari da ufficio non li avevo mai avuti, sempre in cantiere.
Antonio viveva con lei?
Fino ai sedici anni, poi da me un periodo, poi a Milano. Strappò un po di pane. Non sono stato un cattivo padre, solo distante.
Beh, non è lo stesso, sorrise Lucia.
Cenavano mentre fuori la pioggia batteva lasfalto di un aprile tiepido.
Devo dirti una cosa, esordì lui.
Dimmi.
Non so che ritmo avrò, disse diretto. In tutto. Sono lento, ora ancora di più. Se ti va, bene. Se no, capirò.
Mi va bene, replicò. Non sono mai stata molto veloce.
Lo avevo intuito. Lo vedevo da come cammini. È bello. Segno che sai dove vuoi andare.
Lucia pensò che era il complimento più insolito e più perfetto che avesse mai ricevuto.
***
Si vedevano una volta la settimana, a volte due. Passeggiate, mostre, racconti. Lui parlava dei suoi progetti, lei di traduzioni. Andavano ai controlli in ospedale, e attendevano insieme.
A maggio la invitò a una mostra di architettura, in un capannone post-industriale. Modelli, schizzi, fotografie.
Questo, fermandosi davanti a un modello. Lultimo progetto prima della caduta.
Racconta.
E lui partiva: come aveva pensato la luce, gli spazi, come progettava finestre per avere la luce giusta nellora giusta.
Lo hanno costruito?
Hanno iniziato i lavori. Questo autunno volevo vederlo.
Mi porti?
Lucia gli diede del tu per la prima volta.
Ti porto, rispose lui, sorridendo.
Silenzio importante. Bastò una parola.
***
Quellestate, Davide Valentini sentì tornare i problemi.
Iniziò con gli esami. Il nefrologo chiamò lui, ed era indice di guai.
Valentini, i risultati mi lasciano perplesso. Voglio rivederla.
Cosa non va?
Alterazioni leggere della funzione renale. Potrebbe essere rigetto. Dobbiamo rivedere la terapia.
Rigetto? Non è possibile.
Si chiamano episodi di rigetto precoce. Cè margine, se segui tutto diligentemente. Però
Però?
Sforzi. Che hai fatto negli ultimi mesi?
Lui raccontò. Gargano. Islanda. Marocco. Il medico ascoltava, serio.
Il rene trapiantato non è il tuo. Funziona, ma con equilibrio delicato. Il caldo riduce leffetto dei farmaci. Laltitudine pure. Cambi clima = stress al sistema immunitario.
Lei me laveva detto?
Sì. Lei ha ascoltato davvero?
Niente risposta.
Non voglio spaventarla, aggiunse il medico. Ma non faccia finta di essere un uomo sano che vuole spaccare il mondo. Ha un limite. Accetti di averlo.
Davide uscì e si fermò in auto, fisso nel vuoto.
Videro passare una coppia giovane, con le borse della spesa. Ridevano.
Sentì una cosa strana, che non voleva chiamare paura.
***
Giulia si mostrò premurosa i primi giorni, ma ben presto tornò a essere nervosa. Non diceva nulla, ma Davide lo percepiva.
Giulia, devo rallentare un po. Il medico insiste.
Eh va bene. Quando passa si riprende.
Non è uninfluenza. È più Complicata.
Ho capito, non ti sto mica rimproverando! Riposa, così poi recovery.
E se non passa?
Lei lo fissò.
Passa, disse. Non creare tragedie.
Davide pensò che non stava esagerando, solo chiedendo.
***
In autunno niente Guatemala. Né altre mete.
Davide restava in casa a leggere. Non era abituato. Dopo la malattia aveva voglia di correre, ora era fermo di nuovo.
Giulia tornava tardi dal lavoro, a volte dormiva fuori da unamica. Davide non chiedeva.
Un litigio esplose a novembre, per cose futili, sotto le quali covava altro.
Davide, lo capisci che così non posso vivere? spiegò calma. Sei ansioso, malato, ti agiti per tutto. Parlo con te, ma sei altrove.
Scusa.
Il punto non è quello È che esitò.
Che non era quello che aspettavi?
Non lo so, ammise onesta. Ma non questo.
Lui capì.
Strano, il primo pensiero che gli balenò non fu per Giulia.
Pensò a Lucia.
A come gli parlava dopo lintervento, sempre concreta, mai isterica. Gli spiegava i farmaci come si discute del meteo. Come se essere malati con lei fosse normale.
Diede uno scossone alla testa per scacciar via quellimmagine.
***
A Natale Lucia ormai sapeva di essere felice. Era una felicità tranquilla, quasi incredula. Si svegliava felice di affrontare il giorno dopo.
Con Sergio si vedeva quasi tutti i giorni. Lui era ormai tornato quasi come prima, ironico pure sul suo andare piano.
Ormai puoi smetterla di camminare piano lo presa in giro. Ce la fai.
È labitudine. Quando hai passato mesi a rallentare, ti resta addosso. Forse va anche bene.
Ad ottobre andarono a vedere la casa in costruzione vicino Lecco. Sergio girava, controllava, si emozionava.
Lucia guardava il giardino, il cielo.
Così va bene. Sussurrò.
Sì, sono orgoglioso.
Si mise accanto a lei.
Lucia.
Dimmi.
Vorrei che un giorno vivessi anche tu qui. Quando vorrai.
Lei rimase zitta a lungo.
Un giorno, disse infine.
È una risposta?
Sincera. Non sono veloce.
Lo so, rispose lui. Neanchio.
Guardavano insieme gli alberi vestiti doro.
***
A gennaio chiamò Marina.
Lucia, hai sentito di Davide?
Un vecchio riflesso, quasi sparito, le strinse il petto.
Che è successo?
Ricovero in ospedale. Complicazioni al rene. Lha detto Silvia, una vostra conoscente comune. Sembra sia grave. E lei, Giulia, se nè andata.
Lucia fissava dalla finestra un gennaio milanese.
Grazie, disse solo.
Tu come stai?
Bene, davvero.
Chiuse la telefonata e restò davanti al vetro. Qualcosa si muoveva dentro; non era odio, né commiserazione. Era una comprensione quieta.
Scrisse a Sergio: Tutto a posto. Dove sei?
Rispose subito: In Darsena. Vieni?
Si mise il cappotto, prese le chiavi e uscì.
Faceva freddo, ma laria era limpida.
Camminava fino alla Darsena, né in fretta né piano.
Sapeva dove stava andando.
***
Sergio era appoggiato al parapetto, guardava il Naviglio. Sentì i suoi passi.
Ci hai messo tanto? chiese Lucia.
Metro ci mette poco. La studiò. Come va?
Bene davvero bene.
Cosa voleva?
Ricominciare.
Sergio non replicò.
Gli hai spiegato?
Sì.
Ha capito?
Non lo so forse qualcosa. Era diverso da come ricordavo. Più calmo.
La vita cambia chi vuole cambiare, rispose lui. Gli altri li spezza solo.
Sergio annuì.
Restarono lì, uno accanto allaltra, il vento freddo ma sopportabile, il Naviglio colore acciaio. Non cera più ghiaccio. Linverno era stato mite.
Sergio
Dimmi.
Te lo ricordi che al sanatorio mi hai detto: Qualcosa è successo, ora sono qui. Basta?
Sì.
Allora non avevo capito. Ora sì.
Cosa hai capito?
Che basta essere qui, con quello che si ha. Senza dover correre. Forse è questa la felicità.
La cosa vera?
Lucia non rispose subito. Guardava il riflesso delle luci sullacqua.
Sì, disse alla fine.
Non aggiunse altro. Era abbastanza.
Stavano lì, spalla a spalla, senza fretta, e il sole invernale sfumava piano tra i tetti di Milano. Sergio le sfiorò le dita niente da pretendere, solo così, come chi ha imparato davvero che nella vita può anche bastare così.
E Lucia lasciò la mano dovera.
Il Naviglio scorreva.





