Sono stata cresciuta da mia nonna, ma ora i miei genitori hanno deciso che devo versare loro l’asseg…

Sono stata cresciuta da mia nonna, ma ora i miei genitori hanno deciso che devo versare loro un assegno di mantenimento.

La mia famiglia ed io viviamo in città diverse, così lontani che quasi sembrano sogni che si dimenticano al risveglio. Non ci siamo più visti da oltre ventanni. Loro fanno gli artisti girovaghi, cantano in un coro itinerante: tutta la loro esistenza è come una lunga tournée sotto cieli diversi, inseguendo tramonti tra sirene e cattedrali. Quando ho compiuto cinque anni, sono andata a vivere con nonna Livia. Lei pensava che la vita con una bambina sarebbe stata una passeggiata, ma invece ha dovuto lasciare la sua casa a Napoli per trasferirsi in un paesino tra le colline, da parenti che sembravano usciti dai sogni di qualcun altro.

Nei primi anni, mamma Caterina e papà Aldo venivano a trovarci un paio di volte lanno, delle volte tre, sempre portando con sé una scia di profumi e coriandoli. Poi, con il tempo, le visite sono diventate sempre più rare, come le lucciole che si nascondono la notte. Alla fine ho smesso persino di pensare a loro, come ci si dimentica di una melodia lontana. E un giorno, i fili del contato si sono spezzati per sempre.

Quando studiavo odontoiatria alluniversità, al terzo anno mi sono sposata. Io e mio marito Tommaso, ora abbiamo una nostra clinica dentistica nel centro di Firenze, tra statue che sembrano guardare attraverso il tempo. Guadagniamo abbastanza da riempire i nostri sogni di lampade doro. Un anno fa, improvvisamente, sono ricomparsi mio padre e mia madre come due comete fuori stagione. Cominciarono a telefonare alla clinica, cercando di parlarmi: non avevano nemmeno il mio numero, così persi erano nei meandri della mia nuova vita.

Le nostre conversazioni erano come schegge dinsonnia; si lamentavano della loro vita, di quanto fosse difficile inseguire le note tra una piazza e laltra. Li ascoltavo, ma sentivo il gelo di una distanza antica. Rispondevo che quella era stata la loro scelta: affidare la loro figlia alla nonna e partire. A volte durante gli anni avevano mandato a nonna Livia qualche euro, ma più spesso vivevamo solo della sua pensione modesta. Lei me lo ripeteva spesso, e io capivo: ogni moneta doveva essere pesata come pesano le nuvole su Firenze.

A scuola andavo bene per guadagnare una borsa di studio, così da potermi pagare i vestiti e un po di libertà. Di notte, lavoravo come assistente nel reparto di un grande ospedale, camminando silenziosa tra i corridoi e i sogni spezzati. Ora penso che ho la mia vita e loro la loro ciascuno cammina nella sua stanza segreta.

Quando i miei genitori hanno capito che non avevo intenzione di aiutarli, hanno cominciato a minacciarmi parlando di chiedere gli alimenti in tribunale. Quelle parole hanno chiuso per sempre la porta: se prima avevo avuto un dubbio sulla giustezza della mia decisione, ora non sento più niente per loro, nemmeno la rabbia. Se una volta avevo pensato, chissà, di mandar loro qualche aiuto, adesso non voglio nemmeno conoscere il suono delle loro voci.

Secondo voi, ho fatto bene o dovrei ancora aiutare quei genitori così strani, evanescenti come personaggi di un sogno che non ricordo al mattino?

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