Cerco una donna di nome Alessandra.

Cerco una donna di nome Alessandra.

Attraversò larco basso e si trovò in un cortile interno colmo di neve sciolta: era il quarto cortile in cui entrava. Un piccolo parco giochi, le altalene, i ragazzini che, tra le pozzanghere, rincorrevano impavidi un disco da hockey, senza curarsi dei vestiti sporchi e lacqua che schizzava tuttintorno.

Rimase qualche istante sotto larco, osservando il cortile. Sperava che la memoria si aggrappasse a un dettaglio, che lo trascinasse fuori dalle profondità del suo passato, ma tutto era cambiato. Del resto, erano passati tanti anni. Allora cerano solo funi per il bucato, vecchie rimesse sotto le finestre, siepi di ortensie, panchine sgangherate.

Ora… Tutto poteva cambiare in così tanti anni, anzi, era impossibile che non lo facesse.

Nessuno nel cortile badava alluomo elegante ma anziano, col cappello con fodera di pelliccia. In questi condomini molti affittavano le proprie case. Milano…

Doveva andare nella casa a destra dellarco; quello, ne era certo, non era cambiato. Ricordava che il piano era il secondo, e la casa di tre piani. Lappartamento era in fondo, secondo a destra, nellangolo. Sullo stipite della porta cerano vari campanelli di forme e colori diversi, con sopra i cognomi dei coinquilini.

Ricordava ogni dettaglio le pieghe delle tende, la finestra che si incastrava sempre, il verde del bollitore, il cigolio del parquet, persino uno scarafaggio che loro, da ragazzi, tentarono di prendere per due giorni. Si ricordava tutto, allinterno di quellappartamento…

Ma non il numero e nemmeno quello della casa, ricordava solo la via. Non riusciva sempre a ritrovare il cortile, perché quei cortili interni si susseguivano lungo tutta la strada, uno dopo laltro. Nemmeno il portone, si confondeva… Forse il secondo vicino allarco… Questi edifici erano stati costruiti tutti con lo stesso progetto, si somigliavano come gocce dacqua.

Così girava per questi cortili…

Quello a destra, secondo ingresso qui si dice portone donore secondo piano, porta allangolo… La quarantatre? O forse…

Quando cerano videocitofoni, provava a digitare 43.

Buongiorno, cerco Alessandra. Mi scusi…

Spesso non lo lasciavano neanche finire. Cera chi diceva che lì non abitava nessuna Alessandra, altri addirittura che non cera mai stata… Doveva ricominciare ancora.

Scusi, è veramente importante. Nel 1980, per caso, una donna di nome Alessandra ha abitato nel suo appartamento? È importante.

Quando fu al terzo cortile, tirò fuori il taccuino per annotare.

“16 niente, 24 sicuro di no, 32 a non sanno, hanno comprato dopo…”

Ce nerano così tanti di cortili che doveva tornare là dove nessuno aveva risposto, dove le chiamate erano cadute nel vuoto, dove le domande erano rimaste appese.

Saliva lentamente i gradini bassi del portone silenzioso. Finestre alte e impolverate, odore di gatti. Anche allora, quellodore cera.

Buongiorno! accennò un inchino.

Incontrò una signora anziana, un impermeabile grigio, una borsa della spesa.

Buongiorno, chi cerca? domandò gentile lei.

Secondo piano. Cerco Alessandra, una signora di circa sessantanni. Lei sa se qui vive una donna così?

In quale appartamento?

Quello allangolo a destra. Parlo di tanti anni fa, quando erano tutte case condivise. Ma il numero no…

Quello allangolo? No. Lì abitano i Valentini, marito e moglie, coi due figli. Nessuna Alessandra. E non ho mai sentito quel nome, e abito qui da sempre.

Grazie chinò la testa e scese i gradini consumati.

La donna lo seguì.

Scusi, ma il cognome?

Se lo ricordassi, avrei già cercato nellelenco. Ma… non lo so.

E chi era, se non sono indiscreta?

Lui si bloccò, non sapeva cosa rispondere…

Lei…?

Ma chi era per lui?

Alessandra… Sandra… Sandrina…

Lamore non ha definizioni esatte, esiste e basta. Tutto il resto sono immagini soggettive: sensazioni, conseguenze, azzardi.

Alessandro Ricci aveva sperato tutta la vita che lamore fosse fragile, che la distanza sarebbe bastata a farlo svanire. Ma certi lampi di felicità generati da un ricordo bastavano a sostenerlo, e al tempo stesso gli laceravano il cuore.

Si sentiva in colpa. Uninfermità nel cuore laveva accompagnato per quarantanni.

Forse però la malinconia aveva alimentato il cuore. E fu il cuore, in effetti, a tradirlo per primo. Quando morì la moglie, con cui aveva condiviso una vita anche se gli ultimi tempi non furono felici il cuore indolenzì, e poi venne linfarto.

Non litigavano, non discutevano, semplicemente avevano finito per vivere quasi separati, in stanze diverse, incrociandosi solo per esigenze di casa.

Sua moglie considerava quella casa il suo regno; lui, poco più che un oggetto fuori posto. Lo diceva spesso alle amiche:

Che fine dovrebbe fare lui? Lasciamolo stare.

La casa era piena di quadri in cornici dorate, cristalli, mobili intarsiati di valore, soprammobili sgargianti e tappeti dovunque. Nel salone, un pianoforte bianco con sopra un vaso di fiori finti.

Quello, per Alessandro, era un falso: non perché lo strumento non fosse autentico, anzi, era uno “Steinway & Sons” americano. Ma a lui ricordava qualcosa di finto perché nessuno lo suonava, il vaso non veniva mai tolto, il coperchio mai alzato.

Quando lo comprarono, la moglie invitò qualche musicista alle sue serate, ma nessuno si appassionò. Preferivano la musica riprodotta dal mangianastri.

Per lui, quel pianoforte era un costoso portavaso costoso come un grande appartamento a Milano.

Provò anche lei a suonare, assoldò un insegnante, ma lasciò subito perdere, come accadeva con tutte le sue passioni, tranne quelle per la cura di sé.

Nemmeno una gravidanza la portò a termine. E se pure non fu proprio colpa sua, Alessandro si domandava se non fosse stato il suo egoismo a impedirle di diventare madre.

Negli ultimi tempi ripensava spesso a tutto ciò. Sapeva che cera una donna che avrebbe potuto dar vita perfino a quel pianoforte, se lavesse avuto tra le mani.

Eppure sentiva la mancanza di sua moglie. Gli ultimi anni erano stati più sereni. Nessuno dei due era in salute; uscivano insieme in cortile, a volte nel parco a dar da mangiare alle anatre. Alessandro aveva perfino iniziato ad amare la pesca. Non serviva più dimostrarsi nulla.

Perché non venivamo qui prima, Silvana? È così piacevole…

Eravamo sciocchi rideva lei.

Prima, sempre impegnati, sempre in corsa. Alessandro cresceva nella sua carriera pubblica, arrivando fino al Ministero a Roma. Il padre di Silvana lo spingeva, lo promuoveva costantemente.

E i meriti ce li aveva, lavorava duro, capace, testardo, pronto ai rischi, energico. Un genero così, pensava il presidente del comitato di stato ai lavori pubblici, Ignazio Valentini, non si trovava facilmente.

Solo allinizio rischiò di lasciarselo sfuggire. La storia emerse dalla moglie di Alessandro molto tempo dopo, dopo litigi con la suocera, dopo che Ignazio non cera più.

… E chi è per lei, se permette?

Lui si voltò, imbarazzato…

Lei… Probabilmente… tutto quello che mi resta.

Lanziana non chiese altro. Aveva percepito il dolore in quello sguardo.

Proseguì nei suoi giri. Aveva i piedi fradici. Suonava ai citofoni, spiegava la sua storia, riceveva spesso porte in faccia, altre volte chiamava e spiegava ancora fino allennesimo cortile, e quello dopo ancora…

Quella sera cadde sfinito sul letto della pensione, senza togliersi nemmeno il cappotto. Gambe e schiena doloranti, mal di testa, un respiro pesante. Ma al mattino, di nuovo si alzò a cercarla.

***

Quel periodo dautunno a Milano era bagnato. Le foglie dorate coprivano i marciapiedi, e la pioggia batteva incessantemente sulla città. Le strade erano animate da piccoli mercati improvvisati, ambulanti ovunque, anche semplici bancarelle.

Era arrivato a Milano con il suocero da Torino per un convegno sulledilizia nel quadro della nuova stagione di riforme politiche ed economiche.

Un evento importante per Valentini, che sperava nel trasferimento a Roma. Ma il giovane Alessandro Ricci non desiderava nulla di preciso. Si era ritrovato, quasi per caso, da giovane attivista, a diventare il braccio destro del segretario provinciale, ma lavorava e basta.

Supervisionava la costruzione di una nuova fabbrica, ma ancora non avvertiva intera la responsabilità sulle spalle. Credeva che tutto si potesse ancora cambiare, che la vita potesse piegarsi ai suoi desideri.

Così, a Milano, si godeva la città. Era di ottimo umore. Valentini lo mandava su e giù per affari, e proprio nella metropolitana di Porta Venezia, Ricci udì una melodia dolce. Non prese la scala di uscita, ma si fece guidare dalla musica.

Una giovane, minuta, indossava un basco celeste, un fazzoletto di velo, suonava il violino appoggiata al muro umido della stazione. Addosso, un cappottino a quadri, stivaletti bassi. Le gambe sottili, da ballerina. Davanti a lei, una custodia aperta, qualche moneta.

Alessandro si fermò, catturato dalla scena: il dramma della musica, il fazzoletto azzurro, i boccoli, il muro sporco dietro, le mani arrossate dal freddo. Era chiaro che la ragazza tremava, ma sembrava che il gelo la stimolasse, la musica vibrava ancora più intensa.

Intorno, venditori, gente di passaggio, qualcuno lasciava monete, ma nessuno si fermava a lungo. Solo Alessandro restò, senza distogliere lo sguardo.

La ragazza terminò, infilò il violino sotto il braccio, si strofinò le mani arrossate, sollevò le maniche del maglione. Poi rimise il violino sulla spalla e, con un gesto virtuoso, il boghettò vibrò. Chiuse gli occhi e si abbandonò alla melodia, donandosi completamente.

Quanta nostalgia in quella musica, quanto dolore! La melodia fluiva lungo le pareti grigie della metropolitana, poi saliva, come se volesse narrare ciò che le parole non possono.

Alessandro era rapito, quando…

Un ragazzetto, goffamente inginocchiato ai piedi della violinista, prese la custodia e scappò.

Ladro! Fermatelo! gridò la venditrice più vicina, aggiungendo clamore alla melodia.

La ragazza, pur sentendo lagitazione, continuò a suonare con furia.

Alessandro fu il primo a reagire. Salì i gradini, urlando ai passanti:

Fermatelo!

Un uomo massiccio si mise di traverso, il ragazzo frenò di botto, scagliò via la custodia e scappò nel traffico, saltando le macchine.

Alessandro non lo inseguì: ringraziò luomo, raccolse le monete sparse, trovò la custodia danneggiata. La violinista salì, confusa.

Ecco, lha lasciata, rotta… balbettò lui Ho preso tutte le monete che ho trovato…

Non importa. Non cercate altro, grazie… la voce era profonda nonostante laspetto esile. Sembrava che il furto non fosse il suo vero dolore.

Succede spesso qui? azzardò Alessandro, desiderando conoscerla meglio.

Ma lei non voleva.

Succede… rispose indolente, girandosi e dirigendosi verso il corso.

Alessandro lavrebbe dovuta lasciare andare, ma non ci riuscì. La seguì, la vide rallentare, fermarsi su un ponte.

Guardò a lungo lacqua, il vento sollevava il suo sciarpa celeste.

Poi sollevò la custodia del violino oltre le balaustre. Si capì: voleva gettarla nel Naviglio. Alessandro le corse incontro.

No, la prego!

Lei esitò, sorpresa; la custodia rimase sospesa tra i due.

È destino che continui a portare musica questa tua amica disse lui, sistemando piano il violino Perché vuoi abbandonarlo?

Avevo giurato di non suonare più nei sottopassaggi. A mia madre…

Magari è stata troppo severa… Sa che è la prima volta che sento il violino dal vivo? Davvero!

Lei già si allontanava.

Dove vai? Hai una madre severa?

Mia mamma è morta due mesi fa.

Mi dispiace… cosí ora capisco. Mi scusi…

Camminarono in silenzio. Il vento disperdeva le foglie dei platani. Fu lei a parlare.

Ho sempre suonato per lei. Senza di lei, non ha più senso.

Ma il tuo cuore chiede musica. Se no, non saresti venuta qui…

Non era il cuore, era lo stomaco. Non ho più monete, non ho nemmeno da mangiare.

È tutto risolvibile! lui si frugò in tasca, Ho dei soldi! Qui pochi, ma in albergo altri. Te li porterò domani…

Lei lo fissò, infastidita.

Davvero pensi che accetterei soldi da te? Non seguirmi più.

Accelerò il passo.

Scusami! Lo so, sono un ingenuo. Ma domani ti aspetto, va bene? Vorrei proteggerti…

Il giorno dopo, Alessandro riuscì a liberarsi solo nel pomeriggio. Corse alla stazione, ma la ragazza non cera. Né quella né la mattina successiva.

Laveva attesa per ore, e quando lei arrivò non diede segno di riconoscimento, si mise a suonare, impassibile. Una venditrice gli portò uno sgabello: Aspetti molto questa ragazza, vero? Lui ringraziò e si sedette, ascoltandola rapito per due ore.

A concerto finito, le lasciò grosse banconote.

Ma è matto! lei spalancò gli occhi Sono troppi! Prenda…

Se gioco io, decido quanto dare.

Lei cercò di restituirli, glieli mise in mano:

Su, andiamocene, non è sicuro restare raccolse in fretta il violino e salì la scalinata.

Due energumeni scendevano. La ragazza mormorò:

Eccoli, sono venuti…

Era la mala dei sottopassaggi di Milano anni Novanta. Avevano deciso che doveva pagare il nuovo cavaliere. Seguirono botte: Alessandro sapeva difendersi, ma gli uomini erano di più…

Lei non perse la testa: corse a chiamare la polizia, che arrivò in tempo a bloccare il pestaggio. I banditi scapparono a mani vuote.

La violinista si inginocchiò accanto ad Alessandro.

In ospedale?

No… mentì Va bene cosí.

Prendo un taxi, ti medico a casa, dove abiti?

Sono in albergo, è una struttura della regione…

Allora da me… andiamo!

Lo aiutò a salire, diede lindirizzo: lui non lo avrebbe mai più ricordato.

La casa aveva odore di cipolla, polvere, vecchie scarpe. Un lungo corridoio, voce da una stanza. In fondo, una piccola camera, con un pianoforte, libri ovunque, foto incorniciata di una donna giovane con i fiori.

Quella sera lui raccontò di sé, lei di sé aveva lasciato il conservatorio, aiutava al mercato una vicina.

Ma suoni in modo meraviglioso…

Tempi difficili. Ora non ci sono posti per i musicisti. Gli porse i pantaloni rammendati Ecco, vestiti.

Lei si lamentava, ma quel giorno lui tornò con la spesa. Si salutarono col sorriso sotto il suo balconcino, al secondo piano, con il sorbo fuori dalla finestra e alti pioppi dietro casa.

Il giorno dopo, tornò anche con dolci e dolci parole sotto la pioggia. Lei recitava poesie, lui chiedeva a tutti se sapessero che lei era una violinista eccezionale. Si scaldarono con un enorme caffè caldo da un chiosco, bevuto a piccoli sorsi dalla stessa tazza.

Si baciarono. Alessandro le chiese di seguirlo a Torino, di sposarlo. Lei recitò versi tristi:

…Questa è la canzone dellultimo incontro. Ho guardato verso la casa buia. Solo nella camera da letto brillavano candele, ardendo dun fuoco indifferente…

Dai, non parliamo di separazioni. Vieni con me!

E lei lo condusse a casa, e passò la notte con lui, in una piccola magia quotidiana, con i soliti scarafaggi da acciuffare.

Il mattino dopo, una chiamata sconvolse tutto:

Ricci, stanno per aprire unindagine penale su di te!

Lei lo guardò strana.

Torno, lo giuro! È solo un errore.

Certo che torni, io ti aspetto…

Alessandro finì per credere al suocero, che lo obbligò a sposare Silvana in cambio di “protezione”, la promessa di salvare la sua carriera.

Non posso. Amo unaltra…

Ma chi? Una conoscenza di viaggio? Dimenticala.

Spaventato e stanco, Alessandro acconsentì, raccomandato di ripartire subito per Torino.

Mentre al binario ascoltava un concerto per violino dagli altoparlanti, si rifugiò dietro la stazione a piangere come non si era mai concesso.

***

Ad Alessandro era ormai chiaro che le anziane signore, sulle panchine, potevano essere preziose alleate nella ricerca.

Alessandra? Si scambiarono uno sguardo le vecchiette. Non sarà quella che è morta in marzo? Sai, con quel figlio che tornò con una gran macchina.

Alessandro sentì il cuore fermarsi. Era la sua paura più grande: che lei non avesse atteso.

Che dici! Lo hai spaventato… Ha detto primo portone a destra, non quello dove abitava Anastasia, che è morta, poco più avanti si corresse la seconda.

Riprese il giro, bussava ormai ovunque, inutilmente. Nessun sorbo, saranno stati abbattuti. Stanco, tornò verso la pensione. Ma, di spalle, attraversando la via, vide una donna col solito foulard celeste. La chiamò, ma nessuna risposta. Le si avvicinò:

Alessandra!

La donna si voltò. Somigliante, ma…

Scusi, ho sbagliato persona.

Niente, succede. E sì, mi chiamo Alessandra, in effetti…

Dio, chi cercava? Non di certo una giovane donna, ma una sessantenne. Era vecchio anche lui ormai… Tornò in albergo, il cuore sfinito.

Il giorno dopo, decise sarebbe stata lultima ricerca. Ma aveva poca forza. Rimase a letto fino a tardi, solo un sorso di tè, niente caffè il cuore batteva troppo forte. Chiamò un taxi, invece di andare a piedi.

Davanti ai cortili, cercava ancora una traccia. E allora, dallaltro lato della strada, vide un negozio di strumenti musicali. In vetrina, violini.

Entrò.

La posso aiutare? chiese una ragazza giovane, il naso leggermente rivolto allinsù.

Mi prenda quel violino…

Glielo porse, incuriosita.

Lo suona?

No, in realtà no… Cercavo una donna che suonava in modo divino. Abitava qui, era una certa Alessandra…

Alessandra? Non Pavan, per caso? domandò la ragazza.

Non ricordo il cognome… perché? Conosce una violinista Alessandra Pavan?

Sì, certo…

Ci abita? È sposata?

Sì, e ha un bimbo, avrà otto anni la ragazza si morse il labbro, aveva già parlato forse troppo.

Quanti anni ha questa Alessandra, più o meno?

Sarà poco oltre la trentina, credo…

Posso sedermi? chiese. Crollò su uno sgabello.

Sta male? Vuole dellacqua?

No, niente… Non lho trovata. Di nuovo… Mormorava tra sé mentre usciva dal negozio.

Guardò i condomini di fronte. Vide, dietro uno, dei pioppi. Solo in un cortile cerano quelli che ricordava, forse cresciuti dopo. Ma ci andò comunque, troppi anni erano passati.

Nel cortile, incontrò una coppia anziana, che stava facendo due passi.

Mi scusi, cerco una donna di sessantanni circa, Alessandra. Abitava qui negli anni 70-80, era una violinista…

La coppia si scambiò uno sguardo, poi la donna sussurrò:

Sì, la figlia di Maria… la Sandrina…

Sapete dove sta ora? si fece speranzoso, poi la speranza si smorzò subito.

Si è trasferita. Ma sua figlia abita ancora qui… Al secondo piano, di fronte, quella con le finestre allangolo.

Emozionato, Alessandro suonò al portone.

Chi cerca? era una voce maschile diffidente.

I Pavan… cerco la signora Alessandra.

Arrivo subito.

Venne incontro un uomo giovane.

Sta male? Lo accompagno su.

Mi basta lindirizzo di Sandrina…

Il ragazzo gli mise un braccio sotto le spalle.

Salga, sono medico.

Alessandro entrò in una casa luminosa, diversa da come la ricordava. Sul divano, sedette. Entrò una giovane donna la stessa di ieri in strada.

Assomigliava in modo impressionante alla Sandrina di un tempo. Le rubava il respiro. Il medico gli misurò pressione, fece accomodare anche il figlio della donna, un bimbo vivacissimo di otto anni.

Come ti chiami, campione?

Alessandro!

Quasi sorrise: la storia si ripete…

E il tuo papà?

Michele, e la mamma Alessandra.

Dopo una iniezione calmante, accompagnato in cucina per una tazza di tè, restò solo con la donna.

Mi racconti comera la mamma?

Era una donna forte. Ho avuto uninfanzia normale, anche se lei ha faticato molto. Diceva che la mia nascita laveva salvata, le aveva dato una nuova speranza…

Non sapevo nulla di te. Sono stato uno stolto…

La donna sorrise, asciugandosi una lacrima.

Mamma mi ha insegnato che il passato non cambia, ma che a volte il destino concede una seconda occasione. Ha sempre detto che tu saresti tornato, un giorno. Dobbiamo avvisarla! Ti aspetta ancora…

Lascia… la voglio sorprendere io stesso.

Il marito acconsentì a portarlo dalla suocera, ma solo promettendo di venire poi in ospedale. Alessandro annuì. Mentre scendeva, guardò la figlia e il nipote. “Non sapevo di avere una famiglia così meravigliosa…” pensava tra sé.

In un quartiere nuovo, davanti al portone, salì al quinto piano, suonò. Era lei: la Sandrina di sempre, solo più matura. Due passi, nessuna parola. Solo due lacrime e una stretta di mani.

Sandrina, perdonami…

Si inginocchiarono insieme, lemozione spezzava le parole.

Finalmente ti ho trovato! Ho una figlia, un nipote… perché ho aspettato cosí tanto?

Lei lo aiutò a sedersi.

Non parlare così… lo sapevo che saresti tornato lo consolò.

Il genero, pronto di sotto, li accompagnò in ospedale.

Seduti insieme, tenendosi la mano, Sandrina gli carezzava la mano, e Alessandro sentiva che, nonostante gli errori, non era troppo tardi per lamore.

Mentre Milano scorreva fuori dal finestrino, Sandrina recitava piano i versi del cuore:

E sento che il destino mi riserva ancora lattesa di un secondo incontro, inevitabile, con te.

Nella vita, il tempo a volte sembra sparire, e ci si perde tra rimpianti e occasioni perdute. Ma ogni amore vero non si consuma mai del tutto; anche se il mondo cambia, anche se ci si smarrisce, cè sempre la possibilità di ritrovarsi, e rimediare agli errori. Perché ciò che davvero conta non è ciò che perdi, ma ciò che hai il coraggio di cercare di nuovo.

E lui, alla fine, non era arrivato troppo tardi al proprio destino.

***Il pomeriggio si sfumava in una luce dorata quando Alessandro e Sandrina, fianco a fianco, percorsero lentamente il vialetto dellospedale. Tra di loro non cera più bisogno di parole: bastava la presenza, una carezza sulle dita, leco della giovinezza negli sguardi.

Dallinterno della sala dattesa arrivavano le risa del piccolo Alessandro: tra le mani, il violino in miniatura che la nonna aveva conservato per lui lo stesso che lei aveva suonato nei giorni della fame e dei miracoli, della passione e dellabbandono. Ora il bambino pizzicava le corde, inventando già una sua musica.

Sandrina sorrise, seguita dal sorriso incerto di Alessandro; entrambi sapevano che da qualche parte, oltre le promesse del dolore, i fili della loro storia si erano ricongiunti, creando qualcosa di nuovo unarmonia sottile che avrebbe vibrato ancora, promessa e dono per il tempo che restava.

Mentre fuori il cielo si tingeva di rosa e le prime luci delle case punteggiavano il tramonto, Sandrina accarezzò il volto delluomo che aveva atteso una vita intera. Nei suoi occhi cerano le stagioni che avevano sopportato, la nostalgia che si era trasformata in forza, la certezza di un amore che, piegato ma non spezzato, aveva trovato la strada di casa.

Quando il nipote, lieto, si accoccolò tra le loro braccia, Alessandro sentì il cuore rallentare, smettere di combattere. Era finalmente nel luogo che aveva cercato per quarantanni, in quella musica leggera di voci e gesti semplici, nel calore silenzioso delle mani intrecciate.

E comprese che la vita, come un lungo spartito, può concedere pause, errori, riprese laggiù dove sembrava tutto perduto e che il vero miracolo non era ritrovare ciò che si era perso, ma il permesso di essere accolti ancora.

Milano scivolava lenta dietro i vetri. E, lasciando andare il rimpianto come una nota sospesa, Alessandro, per la prima volta, si trovò in pace.

Allimprovviso, il piccolo Alessandro pizzicò una melodia impacciata sul violino; Sandrina rise piano. La notte cadeva dolce, allungava ombre sui cortili.

E in quellistante, Alessandro lo sentì nitido: un breve assolo di felicità, come una promessa compiuta.

Tutto quello che aveva atteso, finalmente, era lì, semplice e luminoso, tra le sue mani unite alle loro.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

4 × three =

Cerco una donna di nome Alessandra.