Lidietta – Una storia di dolcezza tutta italiana

LIDIA

Sergio Vasili voleva essere paziente, ma guardando quei pantaloni e quella camicia gettati sulla poltrona, borbottò stizzito. Ma come si fa a uscire conciato così? I pantaloni sembravano passati sotto un camion: senza piega, lucidi sul sedere, e poi negli ultimi mesi aveva perso almeno cinque chili, quindi gli cascavano addosso come una tenda smessa. Sulla camicia era meglio stendere un velo pietoso: da azzurra che era, ora aveva un verde smorto indecifrabile, i polsini sfilacciati e il colletto ormai floscio, una vera sciagura. Lidia, con una camicia del genere, non lavrebbe lasciato nemmeno andare al panificio in paese, figuriamoci incontrare mezzo Dipartimento di Matematica alluniversità. E lui, professore, a fare lezione conciato così!

Un tempo non si era mai dovuto preoccupare dei vestiti, bastava infilare una mano nellarmadio o accennare a Lidia che il giorno dopo doveva essere allaltezza. Spuntavano fuori pantaloni nuovi, giacche eleganti, maglioni raffinati, scarpe sempre allultimo grido. Adesso nemmeno ricordava che colore avesse lultimo paio di calzini presentabile.

Eh, Lidia mia, cosa mi hai combinato? Non me laspettavo proprio questo colpo basso! Era pure più giovane di lui di quasi dieci anni, sempre stata sana come un pesce Questa volta niente lasciava presagire tragedie: tre giorni di febbre e quella tosse scema che non andava via. Come sempre, avrebbe preferito curarsi con tisane e infusi trovati in cucina, ma prima dellinizio della scuola doveva aggiornare la tessera sanitaria. Così, si era convinta a seguire le colleghe alla ASL di quartiere.

Doveva essere una formalità, invece da lì Lidia è passata dritta in ospedale e poi tutto è girato come un film horror: al giro di Capodanno, tutto era finito. Sergio capiva con la testa che era stato un caso, e che proprio lì avevano colto che qualcosa non andava; però ormai odiava quella ASL come se avesse voluto ucciderla apposta. Da buon italiano, doveva trovare qualcuno con cui prendersela.

Come laveva conosciuta, Lidia? Era secondo anno di dottorato e teneva i seminari agli studenti di Analisi. Lidia, matricola appena uscita dal liceo, timida con le guance rosse e le lentiggini, le dita paffute sempre piene dinchiostro e le unghie tutte smangiucchiate. E proprio quelle dita lo avevano conquistato!

Tenero allinizio, senza nemmeno accorgersene aveva iniziato ad accompagnarla a casa, aiutare nei pomeriggi dalla nonna a fare ravioli e, da lì, era diventato inevitabile: doveva sposarla. Nei quarantanni seguenti, Lidia aveva raddoppiato la taglia, tagliato le trecce, fumato due pacchetti di sigarette al giorno ed era diventata vicepreside del liceo scientifico. Ma Sergio continuava a vedere solo quelle mani da ragazzina e si commuoveva come una volta.

La loro non era certo la pubblicità del Mulino Bianco. In quarantanni, quel poveruomo ne aveva combinate più di Bertoldo: una decina di piccoli errori e due grosse con tanto di sfuriate e fughe epiche di casa. Lidia non gliela faceva passare liscia, ricambiando con tre anni di flirt col direttore della fabbrica protettore della sua scuola. Però avevano due figlie che hanno salvato la baracca nei momenti di tempesta.

E nemmeno la vita li aveva troppo aiutati: da giovani hanno vissuto schiacciati uno sullaltra e con le pezze, poi con le figlie piccole era un tour de force fra scuola di musica, danza, pattinaggio e broncopolmoniti a raffica. Quando ormai avevano finalmente un appartamento gigante e le figlie, ormai grandi, apparivano solo nelle festività con nipoti sparsi, proprio allora Lidia ha pensato bene di… insomma, lasciarlo senza nemmeno un bigliettino distruzioni! Come si fa, dico io?

Sergio era rimasto così spiazzato che nemmeno al funerale aveva realizzato. Ogni conoscente pensava che facesse la figura dello struzzo sembrava partecipasse a una festa più che a una commemorazione! Solo quando la primavera era spuntata in città, lui aveva sentito davvero il vuoto. Si era intristito, smunto, pesava la metà, e in casa non resisteva più di unora.

Unirsi alle figlie? Missione impossibile: una era in giro per il mondo tra i volontari ambientalisti a salvare tartarughe e gabbiani, laltra segregata a casa del marito, completamente assorbita dalla figlia e senza spazio, figurarsi, per far posto a un padre ingombrante. Così Sergio aveva cominciato ad andare a trovare gli amici.

Però, diciamolo, andarli a trovare Si presentava tipo alle sette del mattino, mangiava come se dovesse svernare nei Carpazi, si schiacciava una pennichella in poltrona, beveva tè in silenzio, sbriciolando ovunque biscotti e savoiardi, rimaneva seduto finché armava una tale tristezza che qualcuno lo accompagnava alla porta, solo perché il bon ton imponeva di non chiudere a chiave. Poi tornava il giorno dopo, e così via.

A casa non cucinava proprio più, e per uno come lui che aveva sempre fatto da chef di famiglia, era grave. In breve tempo, perse pure il colorito sembrava un carciofo lesso. Gli amici, allarmati, si convinsero: andava sistemato, subito. Bisognava trovargli una nuova compagna.

E così, oggi era nuovamente in procinto di andare a teatro con una certa Anna Costantina. Un altro buco nellacqua, si sarebbe detto. A teatro, con Lidia, ci finiva ogni tanto, solo per far piacere a lei. Si sentiva sempre a disagio: le rappresentazioni troppo teatrali, la recitazione poco spontanea, spesso noiosa. Ma Lidia si perdeva nella magia della scena, conservava le locandine come reliquie e raccontava di nuovo ogni battuta, e come potevi dirle di no?

Adesso invece lo costringevano amici super-intriganti a trascinarsi dietro ad altre signore con biglietti comprati a fatica, scarpinando nella neve bagnata verso spettacoli improbabili, seduto su poltroncine strette a respirare profumi invadenti di colonie daltri tempi e offrendo succo di frutta e pasticcini raffermi nel foyer, mentre tutto quello che voleva era tornare a casa e affondare la faccia nel cuscino, che forse, chissà, ancora profumava di Lidia.

Offendere gli amici era impossibile, però: quindi, avanti, forza. E pure sapeva che vivere completamente solo proprio non si poteva, almeno non lui, anche se onestamente non capiva più neanche perché teneva a rimanere in giro.

LAnna Costantina di oggi si rivelò assai giovanile, simpatica, forse dieci anni fa lavrebbe pure corteggiata con slancio. Più giovane di quindici anni, minuta, curatissima, brillante e anche mondana il giusto. Al suo confronto, Sergio si sentiva improvvisamente più vecchio e sgualcito, come una giacca lasciata troppo al sole. Ma lei pareva proprio intenzionata a sviluppare la conoscenza e una proposta per ogni prossimo weekend sbocciava ogni due minuti.

Lo spettacolo? Addirittura accettabile! Breve, senza nemmeno lintervallo (anche questo, pareva un segno del destino). Solo che, finito, bisognava invitarla almeno in un bar, perché saltare il buffet sarebbe stato poco elegante. Ma anche qui, la fortuna inaspettata.

Anna Costantina spiegò che abitava vicinissima al teatro, proprio sopra la fermata della metro, e guarda caso che aveva appena sfornato uno spezzatino e una crostata fantastica, Se vuole venire, sarebbe felice di condividere la cena con lei, Sergio! Tutto architettato, chiaro. Ma Sergio, che da tempo sognava solo un po di atmosfera domestica, accettò con gioia e manco fece finta di protestare.

E qui Anna Costantina fu una vera maestra: casa pulitissima e accogliente, profumava di cannella e vaniglia, lei in un attimo infilò una tuta sportiva che la ringiovaniva; si destreggiava agilissima tra cucina e tavola, offrendo antipasti e manicaretti fatti in casa, tenendo allegra conversazione. A un certo punto, Sergio pensò che magari, in una casetta così, con una padrona di casa così, poteva forse davvero rimettersi in carreggiata: fuori con i fantasmi, dentro la vita nuova.

Tornò a casa a notte fonda, ma ormai avevano già appuntamento allindomani per una mostra al Museo delle Collezioni Private, poi giro obbligatorio a rinnovare il guardaroba per non fare brutta figura, e sabato previsto pranzo da Anna Costantina. Lei avrebbe preferito una gita in campagna per mostrare la villetta con giardino, ma la figlia aveva supplicato che prendesse un po la nipote da scuola quindi avrebbero pranzato con la nipote e rimandato lavventura fuori porta.

Sabato mattina Sergio corse dal barbiere, uscendo ringiovanito di cinque anni; osò una camicia a quadrettoni da vero dandy e jeans di velluto blu allamericana, acquistò un mazzo di fiori e una tavoletta di cioccolato per la nipote, e si presentò da Anna Costantina. Già nellandrone del condominio odorava di arrosto e biscotti. Sergio si accorse che canticchiava tra sé ed era pure contento della sua immagine riflessa nellascensore daltri tempi.

Anna Costantina lo accolse con un entusiasmo dolcissimo, neanche fosse tornato dal fronte, e lo trascinò subito in cucina. E la nipotina?, domandò Sergio. Ora la chiamo, sai che è una testolina, non ne voleva sapere di uscire dalla camera.

Sergio mise i fiori nel vaso, stappò il vino e il succo di frutta per la piccola, tagliò il pane e si mise a tavola.

Ti presento la mia nipote, Sergio. Si chiama Lidia!

E lui vide due grandi occhi trasparenti, le guance rosa, qualche lentiggine su un naso impertinente. Lidia lo scrutava diffidente, tormentandosi nervosamente ununghia del pollice. Speriamo di non accasciarmi qui e adesso, pensò Sergio, uscendo velocemente dalla stanzaPer un istante, Sergio restò sospeso, il cuore andava a mille. Il nome danzava nellaria come il profumo dei biscotti appena sfornati, come se il tempo avesse giocato un tiro beffardo, restituendogli, di colpo, una possibilità imprevista: non proprio quello che aveva perso ma qualcosa di nuovo, fragile, diverso, eppure luminoso.

Fuori, scoppiò un improvviso acquazzone primaverile che tamburellava allegro sui vetri. Lidiala nipotinaalzò lo sguardo: Sei tu il professore di matematica?, chiese con una voce densa di curiosità e malinconia infantile. Sergio non seppe trattenersi: rise, una risata che sapeva di sole dopo mesi di pioggia, e annuì.

Anna Costantina applaudì con le mani ancora infarinate. Ecco, vedi Lidia, te lavevo detto che oggi cera una sorpresa.

Sergio si sentì scivolare addosso qualcosa di caldo, come una coperta lieve. Cera ancora un posto a tavola per lui, cera da imparare un nuovo modo di voler bene: tra profumo di cannella e biscotti, in quella cucina piena di voci, capì che forse, ogni tanto, anche la vita sa fare le somme giustee che certe sottrazioni si colmano di promesse, di futuri ancora da scoprire.

Dai, Lidia, aiutami a servire il dolce, disse ridendo, e la ragazzina, accennando un sorriso ancora incerto, si avvicinò, le mani paffute strette attorno al piatto della crostata. Sergio sfiorò quelle mani e sentì la speranza, lieve ma tenace, riprendere casa dentro di lui.

Adesso ti insegno un trucco per tagliare le fette perfette, suggerì piano.

E, per la prima volta dopo tanto tempo, Sergio pensò che la vita, con tutti i suoi conti e i suoi cicli, sapeva ancora sorprenderti con nuove, dolcissime equazioni.

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