Fuori dalla finestra è linizio dellestate: giornate lunghe, foglie verdi che si appoggiano al vetro come per proteggere la stanza dalla luce eccessiva. Le finestre sono spalancate, e nel silenzio si sentono gli uccelli e le voci rare dei bambini che giocano in strada. In questo appartamento, dove ogni oggetto ha il suo posto da anni, vivono due persone: Giovanna, una donna di quarantacinque anni, e suo figlio Luca, diciassettenne. Questo giugno sembra diverso: nellaria non cè solo freschezza, ma anche una tensione che non se ne va nemmeno con le correnti daria.
La mattina in cui sono arrivati i risultati dellesame di maturità, Giovanna se la ricorderà a lungo. Luca era seduto al tavolo della cucina, con lo sguardo fisso sul telefono, le spalle tese. Stava zitto, mentre lei rimaneva vicino ai fornelli, senza sapere cosa dire. “Mamma, non è andata bene,” ha detto alla fine. La sua voce era piatta, ma si sentiva la stanchezza. In questultimo anno, la stanchezza era diventata normaleper entrambi. Dopo la scuola, Luca usciva a malapena: studiava da solo per gli esami, seguiva qualche lezione gratuita al liceo. Lei cercava di non insistere troppo: gli portava tè alla menta, a volte si sedeva accanto a luisolo per stare in silenzio. E ora tutto ricominciava da capo.
Per Giovanna, questa notizia è stata come un secchio dacqua fredda. Sapeva che il ripasso era possibile solo attraverso la scuola, con tutte le formalità da rifare. Non cerano soldi per corsi privati. Il padre di Luca viveva da tempo lontano e non si faceva sentire. A cena, mangiarono in silenzioognuno con i propri pensieri. Lei continuava a rimuginare: dove trovare ripetizioni economiche, come convincere Luca a riprovarci, se avrebbe avuto la forza per sostenerloe se stessa.
Nei giorni seguenti, Luca sembrava vivere in pilota automatico. Nella sua camera, una pila di quaderni accanto al computer. Rivedeva i test di matematica e italianogli stessi esercizi che aveva già fatto a primavera. A volte guardava fuori dalla finestra così a lungo che sembrava sul punto di scappare. Alle domande rispondeva a monosillabi. Giovanna vedeva che tornare a quel materiale gli faceva male. Ma non cera scelta. Senza lesame, non avrebbe potuto entrare alluniversità. Quindi bisognava ricominciare.
La sera dopo, parlarono insieme di un piano. Giovanna aprì il computer e propose di cercare ripetizioni.
“Magari possiamo provare qualcuno di nuovo?” chiese con cautela.
“Me la cavo da solo,” borbottò Luca.
Lei sospirò. Sapeva che si vergognava a chiedere aiuto. Ma lultima volta che aveva provato da solo, era finita così. In quel momento, avrebbe voluto abbracciarlo, ma si trattenne. Invece, riportò delicatamente la conversazione sullorganizzazione: quante ore al giorno poteva dedicare allo studio, se era necessario cambiare metodo, quali erano stati i punti più difficili a primavera. Mentre parlavano, il tono si fece più leggeroentrambi sapevano che non cera via duscita.
Nei giorni seguenti, Giovanna chiamò conoscenti e cercò contatti di insegnanti. Nel gruppo della scuola trovò una donnala professoressa Rossetti, che faceva ripetizioni di matematica. Organizzarono una lezione di prova. Luca ascoltava distrattamente, ancora diffidente. Ma quando la madre gli portò una lista di potenziali insegnanti per italiano e storia, accettò di sfogliare insieme i profili, anche se con riluttanza.
Le prime settimane destate si riempirono di una nuova routine. Colazione insieme: fiocchi davena, tè al limone o alla menta; a volte arrivavano frutti di bosco dal mercato. Poi la lezione di matematicaonline o a casa, a seconda degli impegni dellinsegnante. Dopo pranzo, una breve pausa e poi esercizi da solo. La sera, correzione degli errori o chiamate per altre ripetizioni.
La stanchezza crescevaper entrambi. Verso la fine della seconda settimana, la tensione si faceva sentire anche nelle piccole cose: qualcuno dimenticava di comprare il pane o spegnere il ferro, le irritazioni scoppiavano per futili motivi. Una sera, a cena, Luca sbatté la forchetta sul piatto:
“Perché mi controlli sempre? Sono grande ormai!”
Lei cercò di spiegare che voleva solo aiutarlo a organizzare la giornata. Ma lui rimase zitto, fissando la finestra.
Verso metà estate, era chiaro che il vecchio metodo non funzionava. I professori erano diversialcuni pretendevano solo memorizzazione, altri dovevano spiegazioni troppo complesse; a volte Luca sembrava distrutto dopo le lezioni. Giovanna si arrabbiava con se stessa: forse era stata troppo insistente? In casa, la sera, laria era pesante; le finestre aperte non portavano sollievo né al corpo né allumore.
Un paio di volte aveva provato a parlare di uscite o passeggiate insiemegiusto per cambiare aria. Ma spesso la conversazione finiva in litigi: per lui era una perdita di tempo, per lei unoccasione per ricordare le lacune da colmare.
Una sera, la tensione raggiunse il limite. La giornata era stata pesante: il professore aveva dato a Luca un test complicato, e il risultato era stato deludente. Tornò a casa cupo e si chiuse in camera. Più tardi, Giovanna sentì un lieve colpo alla porta ed entrò.
“Posso?” chiese.
“Cosa vuoi?”
“Parliamo un po”
Lui rimase zitto a lungo. Poi disse:
“Ho paura di fallire di nuovo.”
Lei si sedette sul bordo del letto.
“Anchio ho paura per te Ma vedo che stai dando tutto.”
Lui la fissò negli occhi:
“E se non dovesse bastare?”
“Allora troveremo una soluzione insieme”
Parlarono per quasi unora: delle paure di non essere allaltezza, della stanchezza, della frustrazione verso quel sistema di esami e la corsa ai voti. Decisero di essere sinceri: aspettarsi la perfezione era inutileserviva un piano realistico.
Quella sera stessa, organizzarono un nuovo programma: meno ore di studio, più pause, passeggiate almeno due volte a settimana, e la promessa di parlare subito delle difficoltàprima che diventassero rancore.
Nella stanza di Luca, la finestra rimaneva più spesso aperta: la brezza serale scacciava lafa del giorno. Dopo quella conversazione, in casa tornò una calma fragile. Luca stesso attaccò alla parete il nuovo calendarioevidenziò i giorni di riposo con un pennarello, per non dimenticarsene.
Allinizio, entrambi facevano fatica ad abituarsi. A volte Giovanna sentiva limpulso di controllare se Luca avesse fatto gli esercizi o chiamato il professore. Ma si fermava, ricordando la loro chiacchierata. La sera, uscivano per una passeggiata fino al negozio o per il quartieresenza parlare di scuola, ma di cose qualsiasi. Luca era ancora stanco, ma la rabbia si faceva più rara. Cominciò a chiedere consigli sui problemi più difficilinon per paura di essere rimproverato, ma perché sapeva che lei lavrebbe ascoltato.
I primi miglioramenti arrivarono senza clamore. Un giorno, la professoressa Rossetti scrisse a Giovanna: “Oggi Luca ha risolto due esercizi complessi da sola. Si vede che lavora sugli errori.” Giovanna rilesse quel messaggio più volte, sorridendo come se fosse una vittoria enorme. A c




