Mio figlio non mi chiamava da tre mesi. Pensavo fosse preso dal lavoro. Alla fine sono andata da lui senza avvisare nessuno. Mi ha aperto la porta una donna che non conoscevo e mi ha detto che vive lì da sei mesi.
Se quel giorno non avessi preso lautobus per Bologna, probabilmente avrei continuato a illudermi che Riccardo fosse semplicemente troppo occupato.
Sempre la stessa storia: progetti, riunioni, questi giovani che corrono e poi si dimenticano che la mamma esiste. Ma io quellautobus lho preso. E quello che ho visto davanti alla sua porta mi ha scombussolato la vita peggio di una settimana di quiz in tv e caffeina.
Tutto era iniziato in modo innocente. Di solito mi chiamava la domenica, verso mezzogiorno, tra il mio brodo e il suo primo caffè. A volte in settimana mandava un messaggino, domandava come stava la pressione, se ero stata dal dottore, se la signora Teresa del primo piano continuava a urlare. Piccolezze, ma dopo la morte di Sandro, quelle telefonate erano diventate come il pane quotidiano. Lui era lunico punto fisso.
Sessantun anni, quattro da vedova, trentadue di lavoro negli uffici del Catasto comunale, e poi di colpo pensione: casa vuota, silenzio che spezzava solo quella chiamata domenicale.
A maggio Riccardo ha smesso di chiamare.
Allinizio non mi sono preoccupata. Prima settimana: Avrà dimenticato. Gli scrivo. Risponde un Tanto lavoro, ti richiamo. Mai richiamato. Seconda settimana, ancora messaggio: Tutto bene mamma, ci sentiamo dopo. Terza settimana: nulla. Provo a chiamare: non risponde. Se risponde, lo fa dopo ore, con messaggi così generici che pareva scrivesse qualcun altro.
La mia amica Concetta, con cui vado a ginnastica al centro anziani, mi ha detto chiaro e tondo:
Mirella, vai a vedere, qui cè qualcosa che non va.
Magari ha una ragazza e non vuole dircelo, lo difendevo più davanti a me stessa che davanti a Concetta.
Proprio per questo dovrebbe chiamare ha alzato le spalle.
Ma io continuavo a rimandare. Riccardo non amava le sorprese: una volta, io e Sandro siamo piombati da lui senza avvisare e ha fatto una faccia che sembrava lo avessimo colto in flagrante e invece aveva solo la cucina in disordine! Era così, aveva bisogno dei suoi spazi. O almeno così mi raccontavo.
Ad agosto ho ceduto. Ho comprato un biglietto di Flixbus Napoli-Bologna, tre ore abbondanti. Ho portato con me un barattolo della mia marmellata di albicocche e una scatola di pastiera napoletana Riccardo la adorava da quando era ragazzino. Durante il viaggio pensavo a cosa dirgli. Che mi mancava. Che non deve sentire il dovere di chiamarmi tutti i giorni, ma almeno ogni tanto Che sono sua madre, non un baule pieno di debiti.
Sono salita in ascensore, erano le tre. Terzo piano, porta a destra, zerbino marrone con scritto Benvenuti, quello che gli avevo regalato appena si era trasferito.
Lo zerbino non cera più.
Al suo posto cera un tappetino grigio triste e muto. Suono il campanello. Mi apre una ragazza giovane, forse trentanni, capelli scuri a caschetto, tuta e una tazza di tè in mano.
Buongiorno, cerco Riccardo Manfredi dico con la mia calma da farmacista.
Lei mi guarda con lo sguardo stretto.
Nessun Riccardo qui. Io vivo qui da sei mesi.
Sono rimasta lì, con la pastiera impacchettata e il barattolo di marmellata in mano, che sembravo una statua allingresso di una sagra. La ragazza si chiama Martina, lho scoperto dopo mi ha fatta entrare. Avrò avuto una faccia
La casa era irriconoscibile. Altri mobili, altre tende, colori diversi. Niente di quello che ricordavo. Neanche una traccia di mio figlio.
Martina affitta tramite agenzia. Non conosce il proprietario, tutto attraverso un agente. Mi dà il numero. Chiamo subito, seduta su un divano dove solo sei mesi prima stava Riccardo.
Lagente conferma: Riccardo Manfredi ha affittato lappartamento a febbraio. Nessun recapito. Pagamenti sempre puntuali, bonifico da conto italiano.
Torno a Napoli con lultimo autobus. Non piango. Sono troppo frastornata. Mio figlio unico, quello che mi ha tenuto la mano al funerale di Sandro, quello che mi aiutava con il 730, che mi diceva mamma, puoi sempre contare su di me se nè andato, ha dato la casa a una sconosciuta, e non mi ha detto una parola.
Per tre giorni non ho chiamato. Volevo che fosse lui a farsi vivo. Niente.
Il quarto giorno ho scritto solo: Sono stata a Bologna. So che non vivi più in via Carducci. Chiama.
Richiama dopo unora. Per la prima volta in tre mesi sento la sua voce, vera, non nel messaggio della segreteria.
Mamma, scusa. Avrei dovuto dirtelo.
Dove sei?
Silenzio. Quello denso come il ragù della zia.
A Valencia. In Spagna. Da marzo.
Mi sono seduta in cucina. Fuori dalla finestra, la vicina stendeva le lenzuola sul balcone come sempre, tutto sembrava normale e invece la mia vita era a testa in giù.
Riccardo mi ha parlato a lungo. Dopo la morte di papà si sentiva soffocare. Diceva che i miei messaggi, le mie domande sulla pressione, le pastiere che spedivo tutto troppo. Non trovava il coraggio di dirmelo, sapeva che mi avrebbe fatta a pezzi. Così ha fatto lunica cosa che non doveva: è scappato.
Sentivo che se non partivo, sarei scoppiato mormorava. Non da te, mamma. Da quello che sentivo di dover essere dopo papà. Dovevo colmare il vuoto.
Avrei voluto urlare. Dirgli che non gli avevo mai chiesto di prendersi tutto quel peso. Poi ho chiuso gli occhi e sono stata onesta con me stessa: tutte quelle telefonate domenicali in cui gli raccontavo ogni dettaglio, ogni dottore, ogni spesa. Come se fosse mio marito, non mio figlio.
Non lho detto ad alta voce. Non ancora. Non ero pronta.
Torna per Natale ho solo detto.
Torno, mamma.
Ho chiuso la chiamata e sono rimasta in cucina a lungo. La pastiera che portavo a Bologna era lì, intatta. Ne ho mangiato una fetta. Buona. Sempre buona.
Riccardo è tornato a dicembre. Si è seduto al cenone davanti a me al posto di suo padre, ma questa volta come Riccardo davvero, non come il sostituto di Sandro. Di Valencia non abbiamo parlato davanti allo spumante. Magari un giorno lo faremo. O forse no.
Concetta ogni tanto mi domanda se lho perdonato. Non lo so. So solo che ora, quando mi chiama la domenica e lo fa di nuovo, regolare cerco di parlare di meno. E chiedo più spesso come sta lui, non solo come sto io. È poco, ma bisogna pur cominciare da qualche parte.
A volte il più grande atto damore che una madre può dare a un figlio adulto è lasciarlo andare. Anche se nessuno ti ha mai spiegato come si fa.




