Pietrino. Racconto
La finestra della stanza dospedale era aperta. La mattina era stata linfermiera ad aprirla. Laria era fresca, le tende si muovevano leggere e il verde delle foglie degli alberi fuori rallegrava lo sguardo: mancava ancora molto allafa torrida dellestate.
A Pietrino avevano appena tolto lappendice. Si diceva che fosse stata unoperazione difficile, quasi non arrivavano in tempo, ma Pietrino non aveva avuto paura.
Non hai paura delle punture? gli sorrideva linfermiera togliendo laria dalla siringa.
Pietrino si girava sul fianco, senza rispondere. Non gli era ancora permesso alzarsi dal letto.
Tanto, non mi spaventi…
Lo avevano portato durgenza, dopo che aveva sentito un dolore forte in una viuzza. Non era un randagio, era cresciuto in un orfanotrofio. Stava tornando con altri ragazzi dal mercato, dove avevano cercato di lavorare di nascosto e, allimprovviso, ecco la fitta alladdome.
Di una cosa si rammaricava: aveva messo nei guai Lenzo e il piccolo Sergio, e adesso in orfanotrofio sarebbe scoppiato il panico. Già il giorno prima delloperazione era corsa la vice direttrice, la signora Antonina, a far finta di preoccuparsi per lui. Pietrino era ancora mezzo addormentato dallanestesia e si ricordava solo il suo viso chino su di lui, niente altro.
Perché non era successo tutto mentre era ancora in orfanotrofio? Bastava resistere ancora un piccolo tratto e ci sarebbe arrivato! Ma ormai…
Tutta colpa dellalbicocca. Dal mercato gli avevano regalato una cassetta di albicocche troppo mature, e loro le avevano mangiate quasi tutte: erano dolci come miele! Eccolo lì il motivo…
Ehilà, eroe! Come ti senti? lo salutò un vecchio dottore dalle braccia pelose mentre controllava la ferita Il peggio è passato. Ora non cè più nulla da temere.
Ma io non avevo paura.
Accipicchia, che coraggio! Allora ascolta, coraggioso: niente dolci, niente regali dagli amici, niente cibo per un po. Questa è una regola. Stasera, se va bene, ti portiamo il semolino.
Pietrino annuiva per rispetto. Sapeva che nessuno gli avrebbe mai portato dolcetti. In orfanotrofio adesso ce lavevano tutti con lui per essere uscito senza permesso, per aver costretto gli adulti ad occuparsene. Erano andati al mercato di nascosto, passando attraverso un buco nel muro, e proprio lui doveva sentirsi male proprio sulla via del ritorno!
Quanto al coraggio, il dottore aveva ragione. Pietrino era coraggioso. La vita lo aveva costretto. Sua madre lo aveva messo al mondo, forse per caso; lui la capiva ormai, magari non aveva i soldi per abortire. Aveva dieci anni, ma ragionava con una freddezza adulta, come tutti gli orfani.
Non provava rabbia verso la madre, anzi, le diceva grazie di averlo fatto nascere, anche se subito dopo lo aveva abbandonato.
Fino a tre anni era stato in una casa famiglia a Bologna, poi orfanotrofio a Parma, poi vicino Macerata. E in tutti i posti dove era stato, aveva sempre lottato per sopravvivere.
Si ricordava le botte per il cibo in mensa. Anche se fuori cera la calma piatta dellepoca vecchia e tranquilla dItalia, cuoche e dirigenti si portavano a casa gran parte delle vivande, spesso caricandone interi sacchi sullauto.
Ma non si litigava solo per il cibo: per tutto. Era cresciuto robusto, con la forza si faceva rispettare. Due volte si era rotto un braccio. Una volta una parrucchiera che ogni tanto veniva a tagliare i capelli a zero, quasi scoppiò a piangere vedendo la sua testa: cicatrice sopra cicatrice.
E perché poi? Non aveva mai pianto per queste cose.
E adesso volevano spaventarlo con una cicatrice sulladdome o una puntura…
Roba da ridere!
Gli adulti li considerava freddi e calcolatori. Non era un bimbo carino né una bambina dolce da coccolare, lui era schietto, spesso brusco, diretto, di carattere.
Guarda che se combini qualcosa, in isolamento ci vai subito! spesso lo ammoniva la signora Antonina.
Non rispondeva, ma nemmeno aveva intenzione di obbedire sempre. Aveva già le sue leggi.
Un solo adulto ricordava a volte con dolcezza. Non sapeva come i bambini pensino alla mamma nel cuore, ma a questa donna, apparsa per poco nella sua vita, ripensava spesso, come se fosse la sua vera madre.
Aveva sei anni quando lei arrivò a lavorare con loro, ancora nellorfanotrofio di Parma. Non ricordava che mansione avesse. Di lei aveva impresso in mente il sorriso gentile, gli occhi celesti, il calore delle mani e il profumo. Ricordava che lo prendeva in braccio e gli sussurrava:
Devi essere forte, Pietrino. Mangia bene, cerca di volerti bene, ascolta i grandi. La vita sarà dura, ma puoi farcela. Tu provaci, promesso?
E poi gli cantava una ninna nanna.
Micio micio micino, la coda grigia pianino,
Ninna nanna, ninna nanna.
Coda grigia, zampine bianchine,
Ninna nanna, ninna nanna.
Zampine bianchine, orecchie nere piccine,
Ninna nanna, ninna nanna…
E anche se ormai si sentiva grande, spesso nei momenti più bui si chiudeva gli occhi, canticchiava a bassa voce quella filastrocca e sentiva ancora il calore di quelle mani. E gli sembrava di stare meglio.
Poi quella donna era sparita nel nulla, lasciandogli solo la canzone e il ricordo. Non gli aveva mai cantato nessuno, non era stato mai cullato da nessuno. Il suo nome lo aveva dimenticato, ma nella sua mente la chiamava “mamma”. Anche se sapeva che, probabilmente, era stata solo una balia temporanea. Ma aveva bisogno di fantastico.
Linfermiera richiuse la finestra e iniziò a rifare il letto di fronte al suo. Pietrino si rallegrò: la solitudine lo annoiava.
Poco dopo, nella stanza entrò una barella, seguita da un gruppo di medici e infermieri. Un gran daffare. Lui, dal suo letto, vedeva poco, ma almeno notò che sulla barella avevano messo un ragazzo magrissimo, col naso appuntito, al quale attaccarono subito una flebo. Dopo poco, rimasero linfermiera e un uomo in camice bianco.
Non parlavano molto. Solo poche parole.
Dormirà, spiegò linfermiera.
Va bene, grazie.
Mi chiami se serve…
Va bene.
Luomo sedette con la testa fra le mani, piegato in avanti. Sembrava dormisse pure lui.
Pietrino dopo un po si girò sul fianco, il letto scricchiolò. Luomo si voltò: fronte corrugata, borse scure sotto gli occhi. Lo sguardo però era buono.
Buongiorno, sussurrò quasi sorpreso di accorgersi di non essere solo.
Buongiorno, rispose Pietrino.
Luomo si riscosse, guardò il figlio, prese una sedia e si sedette vicino.
Ti hanno operato?
Sì, appendice.
Meno male. Stai a letto?
Per ora sì.
Hai bisogno di qualcosa?
Non posso mangiare. Hanno detto: niente fino a stasera. Lui… che malattia ha? fece cenno al letto vicino.
Lui? Unaltra cosa. Non ti disturba se resto qui? Posso aiutarti se serve, altrimenti quando arrivano da te esco.
No, resti pure, scosse la testa Pietrino, che non aveva diritto di dire altro.
Si chiama Samuele, ha undici anni. E tu?
Pietro, ne ho dieci.
Grazie, Pietro, disse luomo, e Pietrino non capì per cosa.
Il giorno dopo, la stanza era un continuo viavai. Samuele veniva sottoposto a flebo, il medico veniva più volte. Il padre dormiva lì, su una branda, parlava ogni tanto al ragazzo. Samuele si muoveva con le mani e la testa, ma non apriva più gli occhi. Sembrava dormisse sempre.
Poi arrivò una coppia anziana con una donna giovane, la mamma di Samuele: alta, diritta, capelli ricci raccolti, occhi rossi di pianto. La portarono, le fecero sedere vicino al figlio, lei lo carezzava senza sosta e mormorava qualcosa.
Non potrebbe andare laltro ragazzo in unaltra stanza? chiese il padre del ragazzo al medico, indicando Pietrino e preoccupandosi per la moglie.
Sì, lo spostiamo, rispose il dottore che solo allora si ricordò di lui.
Come va, ragazzo mio? Ti fa male?
Un po…
Quella notte Pietrino dormì poco: la ferita tirava, aveva paura a girarsi, il catetere lo infastidiva. Ancora non lo avevano fatto mangiare, non si sapeva se per dimenticanza o per precauzione.
Oggi puoi cominciare ad alzarti in piedi. Ti spostiamo nellaltra stanza. Dai, prova piano piano a muoverti, ora linfermiera ti toglie il catetere.
Pietrino desiderava alzarsi, ma linfermiera non arrivava mai e la stanza era sempre piena di gente.
Solo quel giorno Pietrino capì che Samuele forse stava morendo. Non si svegliava più, tutti parlavano sottovoce, e l’atmosfera era tesa, cupa, come in attesa di qualcosa di ineluttabile.
Rimase con Samuele solo una ragazza, una parente. Pietrino si sentiva in imbarazzo, così quando arrivò l’infermiera per sfilare il catetere, le sussurrò che si vergognava, ma lei rispose seccata.
E chi vuoi che ti veda! Lei ha altro a cui pensare, facciamo in fretta.
In effetti fu rapido, ma lui rimase un po sdraiato, sentendosi finalmente “libero”. Era nudo, non sapeva dove fosse la sua roba. La ragazza guardava ora il panorama, ora il cugino malato, gli aggiustava il lenzuolo e gli bagnava le labbra. Pietrino pensava solo che doveva chiedere dellabbigliamento.
“Nessuno ha tempo per te!” Ed era vero. Nessuno.
Dopo un’ora decise di sedersi. Si voltò, si coprì con il lenzuolo e si tirò su.
La ragazza si avvicinò.
Ti aiuto io?
No, ma la testa gli girava forte e si sdraiò di nuovo.
Dopo un minuto, però, ci riprovò.
Non sai dove hanno messo i miei vestiti? domandò.
Lei non sapeva, ma disse che lo avrebbe scoperto.
Intanto tieni docchio Samuele, va bene?
Pietrino provò ad alzarsi avvolto nel lenzuolo, ma le gambe tremavano, aveva paura di cadere. Non pensava fosse così difficile camminare nella stanza.
Alla fine, gli portarono dei vestiti, ma non i suoi: roba dellospedale.
Mi giro, non preoccuparti, lo rassicurò la ragazza.
Si mise i pantaloni da seduto, erano troppo larghi, trovò un elastico per stringerli, era un trucco che conosceva bene; i pantaloni però erano troppo lunghi. Solo quando lei vide che inciampava, intervenne:
Ferma un attimo. Sono enormi! Lasciali fare a me, si inginocchiò per aggiustare gli orli, troppo a lungo; Pietrino sentiva che stava per svenire.
Sto per cascare…
Ehi, lo afferrò e lo accomodò sulla sedia, Sei ancora malato davvero… Hai mangiato nulla? Come ti chiami?
Pietro.
Io sono Lisa. Pietro, qui dovresti avere vicino la mamma… Chiamo qualcuno? Oppure non hai il telefono?
Non ho la mamma.
Capito… Papà… oppure qualcuno?
Tutto bene così, sto meglio. Vado in bagno.
Andò in bagno, si guardò allo specchio: occhiaie bluastre, labbra quasi bianche, ma gli occhi neri gli brillavano. Un’educatrice scherzando gli aveva dato il cognome Corvino: occhi neri come ala di corvo. E il soprannome in orfanotrofio era “il Corvo”. Ne andava fiero.
Si sciacquò il viso con acqua fredda e subito si sentì meglio. Sembra che Lisa avesse pensato a tutto: gli portarono il semolino.
Poi, ora che ti alzi da solo, vai pure in mensa.
Dovè?
Secondo corridoio a destra, poi sali e di nuovo destra. Se hai fame, segui lodore, ridacchiava la donna delle pulizie.
Ma che sale, ha quasi perso i sensi un attimo fa! Ci vado io a prendergli il semolino, si indignò Lisa, e altro, per ora, è vietato.
Pietrino non riusciva a star fermo nel letto. Camminava su e giù in stanza. Guardava Samuele, quel ragazzino così bello, quasi una ragazzina, tutto riccioli e magrissimo, proprio come sua madre.
Sta morendo, vero? Solo chi viene dallorfanotrofio sa essere così diretto.
La ragazza rabbrividì.
Non sappiamo. Ma sì, purtroppo Samuele è molto molto malato. Tante cure, quattro operazioni… Gli ultimi interventi al colon. I suoi genitori sono distrutti… Anche noi parenti ormai facciamo turni. Io sono la zia, sorella del padre. Ma i miracoli esistono, no?
Non lo so, rispose schietto e si sedette sul suo letto.
Pensava a Samuele: una vita diversa, come una di quelle vite dei film. Mamma, papà, nonni, tutta la famiglia che lo attende… Aveva tutto, bastava vivere e godersi la gioia. E invece… giace lì, sta per morire.
A volte è solo sfortuna…
Non lo spostarono, alla fine. La sera entrò di nuovo il padre di Samuele, tornando a farsi avanti la solita atmosfera tesa. Pietrino sentì che parlavano di lui: che nessuno era venuto a trovarlo per tutto il giorno.
Pietro, il dottore ha detto che vieni dallorfanotrofio? chiese il padre di Samuele.
Sì.
Magari sarebbe meglio se ti mettessero in unaltra stanza. Samuele… è grave…, sospirò quelluomo.
Ma qui sto bene. Posso restare?
Giorni identici, uno dopo laltro. Pietrino ebbe la febbre e lo spostarono davvero, stavolta in una stanza tutta di vecchietti. Era così annoiato che spesso tornava nella camera di Samuele, nessuno lo cacciava via.
La dimissione venne rimandata per la febbre.
In quei giorni, il padre di Samuele, Domenico Egidio, aveva saputo tutto di lui: aveva sentito i discorsi, aveva fatto domande. Gli portò anche qualche vestito, Pietrino era contento, abituato a ereditare abiti usati; ma gettò uno sguardo a Samuele.
Sono suoi, vero?
Sì…
E se lui sopravvive?
Domenico restò interdetto. In famiglia nessuno diceva ad alta voce “morirà”. Tutti aspettavano la fine di Samuele, ma dire proprio quella parola… era impensabile.
Solo una volta Sonia, la madre, aveva urlato: “Ma perché abbiamo fatto tutto quello che era giusto e lui comunque muore? In che senso dovrei sentirmi meglio?”
Quando va via una parte di te, cede pure il corpo. Così la madre aveva mollato del tutto, non voleva più continuare. Le facevano sedativi, senza troppo risultato.
Ma se non morisse? chiese Pietro.
Domenico avrebbe voluto dirgli la verità, più a se stesso che al bambino.
Purtroppo… non ce la può fare. Sta morendo, Pietro, le parole gli uscirono a fatica.
Fa male… morire? Pietro stringeva le camicie di Samuele, lo guardava con pietà, la fronte corrucciata.
Domenico lo capiva. Soffriva per quel bambino, ormai gli era affezionato. Aveva passato i giorni con lui, ascoltato i medici. E poi: era solo, orfano.
Più veloce che addormentarsi. Noi facciamo di tutto per non farlo soffrire. Per questo restiamo qua.
Ma si muove ancora.
Sì, per questo gli parliamo. Speriamo senta. Ma non possiamo saperlo.
Cerano sempre parenti a turno accanto a Samuele. Un pomeriggio Domenico lasciò il figlio un attimo solo nella stanza con Pietrino. Rientrando, si fermò alla soglia.
Pietro stava seduto accanto a Samuele, gli teneva la mano e parlava piano.
…e io nemmeno so dove sia la mia mamma. Magari già non cè più… Ma mi ha lasciato e pazienza, non mi arrabbio. Se tornasse, la perdonerei. Non mi credi? Sbagli… Ma tu non morire, dai. Guarda come fa piangere la tua mamma… E tuo padre. Se io avessi un padre così, non morirei mai. E i tuoi vestiti te li restituisco, promesso. Starò attento, non li sporco, tanto me li hanno dati miliardi di volte. Ma tu non morire, fai di tutto per vivere. Devi provarci con tutto te stesso…
Domenico tossì piano, cercando di smorzare il groppo in gola. Pietro balzò in piedi.
Mi ha sentito, davvero! Mi stringeva la mano, giuro! Non mi crede?
Ti credo, Pietro, ti credo! Penso anche io che sente.
Tutta la famiglia, intanto, si preparava al peggio. Samuele, il loro unico figlio, bellissimo, tanto amato, il loro futuro … Ci fu la diagnosi allotto anni: miopatia progressiva. Poi cuore, polmoni, intestino… Visite a Roma, Firenze, consulti coi migliori luminari. Per questo era arrivato fin lì vivo. Samuele era abituato alla malattia, laccettava, senza mai lamentarsi.
La sofferenza era tutta sulle spalle della madre, Sofia. Lei rimaneva ore accanto al letto la notte, portava Samuele in tutte le cliniche, pregava per lui nelle chiese. Domenico faceva la sua parte, ma era un uomo e doveva mostrarsi forte.
Ormai Sofia aveva ceduto, quando non cerano più speranze. Le facevano le punture.
Tu parla con lui, Pietro. Parla, penso che Samuele ne sia contento.
Per Domenico, sentire quelle chiacchiere di un bambino sconosciuto con il figlio era come bere una boccata daria in mezzo al dolore. Rimaneva dietro la porta:
…un giorno, quel bestione del Saranza mi ha spezzato il braccio: ho visto nero. Non ci credi? Ma è vero. Poi mi sono risvegliato e la mano era quasi girata dallaltra parte. Quel tipo mi fissava, aspettando che urlassi… Eh, invece mi sono alzato, ho steso la polvere dai pantaloni, gli ho allungato la mano rotta e ho detto: “Dai, rompila tutta!” Quasi mi veniva da vomitare dal dolore, ma mi son trattenuto, per non piangere davanti a lui. Così, per sfregio.
E quellidiota si è messo a frignare dallinfermiera. Ridicolo.
La mano è guarita, vedi? Anche tu, guarirai. La frattura è peggio della tua malattia, credimi. Forza, fratello, riprenditi!
Samuele morì nella notte. Pietro non se ne accorse neppure, nessuno glielo disse. La mattina scese per la colazione, poi tornò nella stanza.
Un uomo giovane, armeggiava tra le sue cose vicino al letto dove lui aveva dormito.
E lui? chiese indicando con il mento il letto rifatto di Samuele.
Non so, qui non cera nessuno, rispose il nuovo arrivato.
Pietrino corse dal caposala, non trovandola lì, andò subito allufficio medici, ma anche il suo dottore non cera. Chiese a un altro medico.
Samuele! Dovè Samuele? Lhanno portato via? Dove?
Samuele? il giovane medico si rabbuiò, Ah… Capisci, era molto malato…
È morto? lo bloccò Pietro.
Il medico annuì.
Purtroppo accade…
Pietrino uscì indietreggiando. In quel momento lo divorava la rabbia verso tutto lospedale, i medici, il personale.
Brutti… Non siete stati capaci!
Come sfogare questa rabbia? Nel corridoio una donna stava lavando il pavimento; lui diede un calcio al secchio e lacqua si sparse ovunque. Lei gridò allarmata, accorsero i medici e pure linfermiera.
Tutti a sgridarlo, ma lui spalancò la porta a calci e si chiuse le orecchie con le mani, seduto sul suo letto.
Un ospedale intero! Così tanti dottori e non sono riusciti a salvare il suo amico. Niente di niente!
Perché Samuele era diventato il suo amico, anche se non si erano scambiati quasi parola, Pietro non lo capiva. Ma così era. Pietro gli aveva raccontato tutta la sua storia: della madre, di quella donna che gli cantava la ninna nanna, delle risse, delle ferite.
E una notte, quando era ancora in quella stanza, sognò che Samuele si rigirava a letto e gli sorrideva un po triste. Pietro gli andò incontro, ma Samuele gli chiese di lasciarlo stare, che voleva solo stare seduto. Con voce sottile e quasi femminile, gli raccontò di sé.
Non ricorda le parole, ma ricorda la voce di Samuele, chiaramente. Lui ascoltava, finché Samuele guardò la finestra, si alzò e salì sul davanzale. Pietro, nel sogno, ebbe paura che cadesse e si svegliò di colpo.
Fuori ondeggiavano i rami neri, la luna splendeva. Samuele si rigirava, agitava le mani, mentre il padre esausto dormiva.
Allora Pietro si sedette piano sul letto di Samuele, gli prese le mani ossute e intonò la sola ninna nanna che avessero mai cantato per lui:
Micio micio micino, la coda grigia pianino,
Ninna nanna, ninna nanna.
Coda grigia, zampine bianchine,
Ninna nanna, ninna nanna.
Zampine bianchine, orecchie nere piccine,
Ninna nanna, ninna nanna…
Da quel giorno Pietro continuò a parlare con Samuele nel suo cuore, sempre. Lui gli raccontava di viaggi al mare con la sua famiglia, dei nonni e il nonno, probabilmente, generale , di scuola, dei compagni e della camera piena di giochi e della mamma che lo svegliava ogni mattina.
Era così che Pietro immaginava la vita in famiglia, e così raccontava Samuele nei suoi sogni. A volte le sue fantasie erano esagerate e poco credibili, ma dipendeva dal fatto che una vera famiglia non aveva mai avuto occasione di viverla, solo vista in TV.
Ad esempio immaginava che tutti in casa dormissero in una grande stanza, ciascuno col suo letto, ognuno un suo armadietto allingresso, che di giovedì si mangiasse pesce e che la mamma versasse il tè col mestolo a colazione.
***
Stranamente, quando Samuele morì, Domenico si accorse di aver tirato un sospiro di sollievo. Non perché non amasse il figlio, niente affatto: la sofferenza sembrava finita davvero. Se non lo avessero sostenuto così, avrebbe sofferto ancora di più. Ora invece… tutto era terminato.
Ora bisognava accettare la perdita, far sì che anche la moglie la accettasse, imparare a vivere di nuovo.
E spesso pensava a quel ragazzo, Pietro.
Chiaramente, non era il momento di pensare a unadozione. Sofia non avrebbe mai capito. Può uno sostituire lunico figlio? Ovviamente no. Il suo ritratto era al centro del salotto, la moglie stava lì tutto il giorno, accendeva ceri, andava in chiesa, ogni giorno al cimitero. Otto anni prima, dopo una gravidanza extrauterina e un altro intervento, non sono più arrivati figli.
E Pietro non avrebbe mai avuto una madre né un padre…
Chiaro che non era come Samuele: era diverso, rozzo, scontroso, occhineri. Ma Domenico, ascoltando quello che diceva, capiva che aveva un cuore buono, intatto.
Sofia, oggi sono stato in ospedale. Hanno dimesso Pietro, finalmente.
Perché ci sei andato? chiese la moglie, stupita.
Io? Mah… Ho preso i documenti di Samuele, dovevano darmeli. Ah, Pietro ha fatto quasi uno show perché ha scoperto di Samuele. Ha accusato tutti, litigato per la rabbia.
Povero piccolo, sospirò lei.
Davvero…
Non stare in pensiero per me, Domi. Mi sto abituando allidea. Vai tranquillo al lavoro.
Sì.
Però, non parlarmi di altri bambini adesso, ok?
Domenico non ne parlò più.
Ma nel fine settimana prese e si recò in orfanotrofio da Pietro. Cera qualcosa che lo spingeva. Sapeva da quello che Pietro raccontava che là la situazione non era delle migliori. Ma arrivò, e non riuscì a vederlo: un sacco di domande, occhiate di sospetto. La direttrice era tuttaltro che gentile, nonostante lui spiegasse che voleva solo salutare Pietro.
Ma invece di scoraggiarsi, ne fu ancora più stimolato. Gli venne in mente unamica di scuola, Tiziana Savelli, che lavorava nellambiente psicologico delle adozioni.
Figure figure, si fece dare il suo indirizzo, e il giorno dopo era da lei. Parlarono a lungo. Tiziana capì subito, lo consolò, disse che avrebbe cercato notizie su Pietro, ma ribadì che serviva la volontà della moglie e del ragazzo. Senza questo, meglio non sperare.
Ma Domenico testardo, andò agli assistenti sociali, prese la lista dei documenti per laffido o ladozione. Anche lì troppa gentilezza rispetto al previsto. Gli promisero di aiutarlo a organizzare un incontro con Pietro.
Alla moglie non raccontava nulla. Solo al suocero e alla sorella Lisa confidò le sue intenzioni; Lisa la prese bene il ragazzino le era piaciuto. Promisero di parlarne ancora anche con Sofia.
Ma Sofia, ogni volta che si accennava Pietro, si metteva a piangere.
Non sostituirà mai Samuele. Perché non capite!
Nessuno vuole sostituirlo, Sofia. Ma Pietro è orfano e anche noi ora… Lui è diverso, cresciuto in orfanotrofio, difficile, ma non può sostituire nostro figlio. Ma se avessi sentito come parlava con Samuele, come gli voleva bene, come sperava che si svegliasse! Quel ragazzo ha dato forza persino a me. Una pace, una certezza… Non so nemmeno come spiegartelo. Per favore, almeno conoscilo.
Non forzarmi…
Questa fu la prima concessione.
Alla prima visita in orfanotrofio, nellufficio della direttrice, Pietro era rigido: gli occhi bassi, le mani serrate fino a sbiancare le nocche. Nemmeno la mano strinse a Domenico.
Cera anche Tiziana, che, però, restò discreta, presa dalle sue cose. Domenico capiva: per Pietro era dura. Era pallido, teso. Nella stanza dospedale era un altro.
Avrebbe voluto abbracciarlo e dirgli: “Coraggio!”. Ma non sapeva che dire, che fare. Guardava le donne per trovare sostegno. Sofia lo fissava, Tiziana taceva, in osservazione. Così Domenico iniziò a parlare del più e del meno, solo per alleggerire la tensione.
Pietro era così teso che alla fine fu congedato prima del tempo.
Ecco il “coraggioso”…
Mi sa che ha capito tutto e non vuole venire da noi, vero? si rattristò Domenico in macchina.
Ti sbagli, intervenne Tiziana, lui si illude come raramente accade di essere adottato da voi. Farà di tutto per meritarvelo, ma ha una paura tremenda di essere deludente.
Noi facciamo paura?
Siete due genitori veri, quelli che lui non ha mai avuto. Non sa come fare. Ora pensa solo a voi, spiegò Tiziana.
Decisero che Pietro avrebbe fatto visita a casa loro. Non aveva ancora dato il consenso, e Sofia era titubante.
Quando lo portarono a casa, si sedettero per un tè. Pietro sudava dalle mani, fissava la tazza, temeva persino di far rumore col cucchiaino, non alzava lo sguardo sulla cucina elegante. Tutto era diverso da come lo immaginava. Sentiva lo spazio stretto, troppa vicinanza con gli adulti.
In particolare, temeva tantissimo Sofia.
Quando a Domenico cadde il cucchiaino, Pietro sobbalzò e disse quasi tra i denti:
Che casino…
Domenico colse subito la palla.
Un casino vero! Sono proprio goffo. E tu, perché non mangi? Su, prendi un po di patate!
Pietro si infilò in bocca un pezzo di patata, ma non sapeva come masticare e rimaneva così, fermo.
Fratello, vieni rilassati! provò a rassicurarlo Domenico.
Pietro, ti faccio vedere la stanza di Samuele? propose allora Sofia.
E Pietro si illuminò, gli occhi brillarono, fece sì con la testa.
Entrò nella camera di Samuele, vide subito il grande ritratto: un ragazzo diverso da quello dellospedale, più vivace, sorridente; sembrava vivo, che lo incoraggiasse: “Dai, sono con te”.
Ehi, Samu! Ciao! si avvicinò, toccò la cornice e guardò Sofia, Qui era un po più paffuto.
Sì, non è stato sempre così magro. Già… verso…, non riusciva ancora a dire “quando è morto”.
Prima di morire, sì? prese la parola Pietro e carezzò la cornice, Mi fai vedere come viveva qui?
Sofia rimase un attimo spiazzata, e si gettò a prendere lalbum di fotografie.
Però, fammi guardare da solo, ora non ce la faccio, mormorò. Lui, invece, si sedette e sfogliava pagina dopo pagina; Sofia allinizio restò distante, poi si avvicinò e cominciarono a guardare insieme, cosa che non avrebbe mai creduto possibile.
Ah, comera buffo!, rideva Pietro.
Chiedeva mille cose, era curioso.
Poi, trovando una foto del mare, esclamò:
Guardi, il mare! Mi aveva detto che siete andati al mare una volta
Sofia scosse la testa con tristezza.
Ti raccontava? Ma Pietro, lui già da un po non poteva più parlare…
Pietro la fissò, capì di aver esagerato, eppure continuò:
A me parlava!
Sofia lasciò correre. E per la prima volta, vedere le foto del figlio non le fece male, anzi, le diede un sentimento di pace. Forse sarebbe riuscita ad accettare la perdita grazie a questo ragazzino così ingenuo. Si prese di coraggio e domandò:
Pietro, se volessimo adottarti, accetteresti?
Di nuovo, Pietro divenne teso, fissò le foto, in silenzio.
Non lo so. Samuele era speciale. Io… sono diverso, non so fare certe cose…
Sofia lo abbracciò dimpulso, stretta forte.
Va bene così. Non ti adottiamo al posto di Samuele, ma come il suo migliore amico.
Pietro allinizio si irrigidì, non era abituato a essere abbracciato, se non durante qualche rissa. Sentì il profumo di donna, il calore della pelle e delle mani.
Per distrarsi, continuò a sfogliare le foto come se nulla vedesse, mentre lei non lo lasciava, lo cullava piano, rifletteva.
Pietro non aveva mai pianto, mai.
Ora invece aveva il groppo in gola e gli scesero lacrime. Singhiozzò.
Piangi, Pietro? Piccolo mio, non piangere… Sennò mi metto a piangere anchio. Su, forza, sei un uomo! Devi essere forte! e gli asciugava le lacrime con la mano.
Quelle parole le aveva già sentite, anni fa.
La finestra era aperta. Laria era fresca, faceva gonfiare la tenda, il verde degli alberi faceva bene agli occhi, e dal ritratto Samuele lo guardava sereno.
E come un bambino, Pietro chiese:
Signora, Lei la conosce una canzoncina? “Micio micio micino, coda grigia pianino, ninna nanna, ninna nanna…”
Sì, mi sembra sia una ninna nanna. Se vuoi, la imparo.
Pietro, col naso arrossato, annuì. Più di così, non avrebbe desiderato niente.
***Sofia gli accarezzò i capelli con tenerezza, sorprendente persino per lei stessa, mentre Pietro si lasciava cullare, la testa poggiata sul suo braccio.
Restarono così, a lungo, senza parlare, ascoltando solo il soffio leggero del vento. Qualcosa dentro di lui si sciolse, come se quella ninna nanna avesse aperto una porta segreta di conforto.
Fuori, nel giardino, dal grande albero scivolava un po di sole, e il verde danzava onde leggere sui muri. Domenico si avvicinò alla porta della stanza e rimase a osservare la scena, in silenzio, con un piccolo sorriso.
Pietro, tra un singhiozzo e laltro, chiese:
Se resto… promettete che non devo essere come Samuele?
Sofia gli prese le mani fra le sue.
Promesso. Resta Pietro, soltanto Pietro.
Allora, per la prima volta, il ragazzo alzò lo sguardo sicuro, e in quel momento, nei suoi occhi scuri, comparve quella luce che la vita non era riuscita a spegnere. Nel ritratto, Samuele sembrò sorridere complice.
Fu in quellistante che capì: forse una famiglia non era necessariamente quella che si trova, ma anche quella che si sceglie e che ti sceglie, quando meno te lo aspetti.
Fuori, dalla finestra, aleggiava la canzone della primavera; e nel silenzio tiepido, Sofia, con voce roca, prese ad intonare la filastrocca, e Domenico si unì sottovoce, per non farlo sentire solo.
Ninna nanna, ninna nanna,
zampine bianchine, orecchie nere piccine
E Pietro, mentre le lacrime smettevano di scendere, chiuse gli occhi e si lasciò cullare da quelle voci nuove: pensando, senza dirlo, che forse questa volta il coraggio sarebbe stato più dolce, perché a cantargli la ninna nanna, finalmente, cera qualcuno che avrebbe potuto chiamare davvero: mamma.


