Vedi, ti racconto una storia che mi sta davvero a cuore, come se stessi parlando al tavolo della cucina dopo cena. Cera una finestra aperta nella stanza dospedale. Era stata la caposala a spalancarla quella mattina, lasciando entrare laria fresca. Le tende si muovevano pian piano, il verde degli alberi di platano brillava fuori, e ancora il caldo afoso dellestate non era arrivato.
Pietro aveva appena tolto lappendice. Dicono che è stata una bella corsa, operazione complicata per davvero, ma Pietro non aveva paura di nulla.
Non hai mica paura delle punture, vero? gli aveva sorriso linfermiera, schiacciando laria dalla siringa.
Pietro era rimasto zitto, si era sdraiato su un fianco il medico aveva detto che non poteva ancora alzarsi.
Come se potessero spaventarlo con queste sciocchezze…
Lo avevano trovato in una stradina dietro al mercato. Gli era preso lì, tutto allimprovviso. No, non era un randagio era cresciuto in casa famiglia, solo che quel giorno lui e i suoi amici stavano tornando dal mercato di Porta Palazzo a Torino, dove speravano di guadagnare qualcosa sottobanco. Poi niente gli è venuto quel dolore e via dritti in ambulanza.
Lunico cruccio di Pietro era un po di senso di colpa per aver messo nei guai qualcun altro: Loris e il piccolo Sergio. Chissà che discussioni, una volta che tornavano in casa con tutto quel casino. Già il giorno dopo loperazione era arrivata la vicedirettrice, la signora Cristina, a fare tanto la preoccupata. Ma Pietro era ancora mezzo stordito dallanestesia, ricorda solo vagamente la sua faccia china su di lui. Dettagli veri non ne aveva in mente.
Ma perché proprio in strada? Se fosse successo dentro casa famiglia, magari poteva almeno raggiungere linfermeria con calma Peccato davvero.
Colpa delle albicocche. Al mercato avevano lasciato a loro una cassetta di quelle troppo mature, pensavano di essere andate a male, invece no erano ancora buonissime, dolci come miele. E avevano esagerato, punto e basta.
Ehi, eroe! Come ti senti? domandò un dottore anziano, mani grandi e pelose. Gli controllò la cicatrice. Il peggio è passato. Ormai non cè niente da temere.
Ma io poi mica avevo paura.
Davvero? rise il dottore, e poi serio, Però niente dolci, per ora. Leccornie proibite! Stasera, al massimo, ti porto un po di tisana.
Pietro annuiva, più per educazione che altro. Il pensiero di ricevere pacchi con biscotti manco lo sfiorava in casa famiglia tutti erano arrabbiati con lui. Se nera andato di nascosto, aveva messo tutti nei guai! A mercato ci erano arrivati passando da quel buco nel muro di cinta, e lui proprio al ritorno doveva sentirsi male
Però, ha ragione il dottore sulla faccenda del coraggio. Glielha insegnato la vita, non si è scelto niente lui. La madre laveva lasciato subito dopo il parto probabilmente lha avuto per caso, perché non aveva soldi per abortire. Aveva dieci anni ma parlava tranquillamente di queste cose, come tutti gli altri cresciuti in istituto.
Non cera rabbia verso la madre. Al contrario: grazie che almeno laveva messo al mondo. Nel bene e nel male
I primi anni li aveva passati in una casa di accoglienza a Cuneo, poi a una a Vercelli, poi trasferito in provincia di Alessandria. Da che aveva ricordi, sempre in lotta per sopravvivere.
Si rivedeva ancora nelle zuffe per accaparrarsi la merenda. Sarà stato anche un periodo tranquillo, anni Ottanta inoltrati, ma cuochi e personale portavano via quasi tutto quello che cera da mangiare come niente fosse. I furbetti, insomma.
E non ci si picchiava solo per il cibo! Ogni scusa era buona, ogni giorno una battaglia. Crescendo era diventato robusto, lottava con i pugni, si era pure rotto un paio di volte braccia, e una volta una parrucchiera quasi si mise a piangere guardando la testa piena di cicatrici che rasava a zero.
Piangere? Pietro non sapeva neppure che cosa volesse dire.
E adesso dovrebbero impressionarlo con una cicatrice sullo stomaco, o con qualche puntura? Una vera risata!
Ai grandi, Pietro non si fidava mai. Li vedeva freddi e calcolatori. Non era certo il tipo carino, il classico ragazzino da coccolare era burbero, un po duro e diceva sempre quello che pensava.
Attento, Pietro Bianchi, se fai qualche casino ti chiudo subito in infermeria! lo minacciava spesso Cristina.
Lui non rispondeva, ma nemmeno ci pensava ad obbedire del tutto. Ormai aveva i suoi codici.
Lunica adulta che ricordasse con affetto era una donna spuntata anni prima nella casa di Vercelli. Non sapeva di preciso che ruolo avesse, ma ricordava il suo sorriso dolce, gli occhi celesti e le mani sempre calde. Quando lo prendeva sulle gambe, sussurrava piano:
Devi essere forte, Pietro, e mangiare bene, proteggerti, ascoltare chi ti vuole bene. Non sarà sempre facile ma fai del tuo meglio, va bene?
E poi gli cantava una ninna nanna tutta strana, di cui non ricordava bene il testo, solo che cera sempre un gattino grigio con la coda bianca e le zampine scure che lo faceva addormentare.
Ora Pietro era grande, ma ogni tanto ripensava ancora a quella ninna nanna, specie nei momenti peggiori. Bastava chiudere gli occhi e tutto sembrava più facile.
Poi quella donna era evaporata. Nessuno sapeva che fine avesse fatto, rimasta solo nel ricordo e in quella canzone. Si ripeteva che forse era stata semplicemente una tata di passaggio, ma nella sua testa era diventata mamma. E aveva voglia di crederci ancora, almeno un po.
Intanto, linfermiera aveva chiuso la finestra e cominciava a rifare il letto davanti al suo. Pietro era contento la solitudine lo annoiava.
Poco dopo, però, sentirono arrivare una barella, tutti i camici bianchi intorno e un po di agitazione. Pietro riusciva a intravedere poco da dove stava, ma capì che si trattava di un ragazzino magro dal naso a punta, attaccato a una flebo. Alla fine, rimasero in stanza solo linfermiera e un uomo che sembrava esserne il padre.
Non si scambiarono molte parole. Linfermiera spiegò sottovoce.
Dormirà, non si preoccupi.
Va bene, grazie.
Quando la donna uscì, luomo restò lì, col capo chino, appoggiato sulle ginocchia, senza muoversi. Il figlio dormiva bocconi. Troppa afa, ma lui stava in giacca e camice. Pietro simmaginava che magari stesse dormendo anche lui, tanto sembrava assente.
A Pietro cominciò a far male la schiena, girò il corpo, il letto scricchiolò. Luomo si voltò aveva la fronte segnata e le occhiaie profonde, ma unaria buona comunque.
Buongiorno, disse, come accorgendosi solo allora della presenza di Pietro.
Buongiorno anche a lei, rispose Pietro.
Luomo si riscosse, guardò il figlio, poi lentamente prese una sedia e si avvicinò.
Hai avuto un intervento?
Sì, mi hanno tolto lappendice.
Bene che te la sei cavata. Non puoi ancora alzarti?
No.
Serve qualcosa?
Non posso mangiare fino a stasera. E il ragazzino lì che ha?
Luomo guardò verso il letto del figlio, fece una smorfia Unaltra malattia. Ti spiace se resto qui a fargli compagnia? Se hai bisogno di qualcosa, dimmelo, o mi sposto se arriva qualcuno.
Nessun problema, scosse la testa Pietro, come avrebbe potuto opporsi?
Luomo si sedette e si presentò:
Lui è Simone, ha undici anni. E tu?
Pietro. Io ne ho dieci.
Grazie, Pietro, rispose luomo. Pietro non capiva per cosa, ma gli veniva naturale stare lì.
Il giorno dopo, la stanza era sempre piena di medici. Di mattina a Simone facevano la flebo, il padre lo vegliava. Simone muoveva mani e testa, ma gli occhi restavano chiusi. Sembrava dormisse tutto il giorno.
A un certo punto arrivarono i nonni e la madre. La signora era alta, col naso leggermente aquilino e i capelli ricci raccolti. Sembrava stanchissima, con gli occhi rossi e il viso pallido. La portarono vicino al letto e le diedero una sedia; parlava piano con il figlio, lo carezzava di continuo.
Forse, meglio trasferire laltro ragazzo, suggerì il marito al dottore, preoccupato per la moglie.
Sì, oggi lo spostiamo, rispose il medico, che quasi si era dimenticato della presenza di Pietro.
E tu come stai, amichetto? Ti fa male ancora?
Un po
Quella notte, Pietro dormì poco la ferita bruciava, aveva il catetere ancora addosso, non aveva mangiato. Forse si erano dimenticati di lui o semplicemente era troppo presto.
Oggi puoi alzarti un po, ti portiamo in unaltra stanza. Forza, che ce la fai, ora tolgo il catetere, gli assicurò la caposala.
Pietro voleva solo alzarsi ma linfermiera ci mise tanto ad arrivare. In stanza entravano e uscivano tutti.
Solo quel giorno Pietro capì che Simone probabilmente stava morendo. Dormiva, non si svegliava e la tensione che si percepiva era quella di un addio lungo.
Durante il giorno, una ragazza della famiglia rimase accanto a Simone. Pietro si vergognava perfino a parlare, e quando arrivò la caposala per togliere il catetere, fece appena un cenno che era a disagio, ma la donna lo liquidò.
Ma chi ti si fila, tesoro! Dai, che non è il momento, facciamo presto
Alla fine ebbe la sua piccola libertà, ma restava completamente nudo, senza i suoi vestiti. Tentò di alzarsi, ma era debole, la testa girava. La ragazza domandò se doveva aiutarlo, lui rifiutò, ma alla seconda prova quasi cade.
Ti serve una mano?
No ma i miei vestiti, dove li hanno messi? chiese timido.
Lei rispose che avrebbe chiesto, ma intanto, per favore, sorvegliasse Simone.
Alla fine tornò la divisa dellospedale, nientaffatto comoda.
Mi giro che così ti cambi con calma, gli disse con gentilezza.
Tirò su i pantaloni, troppo larghi, strinse la vita come sapeva fare. Per arrotolare gli orli, però, non riusciva a chinarsi. Quando si trascinò, pestando i pantaloni lunghi, la ragazza se ne accorse.
Aspetta Che gigante! Ora ti li sistemo io, e, inginocchiata davanti a lui, arrotolava gli orli con cura, finché a Pietro venne quasi da svenire.
Non ce la faccio più
Eh, va bene, lo guidò sulla sedia, Devi proprio stare a letto per ora. Hai mangiato almeno? Come ti chiami?
Pietro.
Io sono Lucia. Pietro, dovresti chiamare la mamma, vero? Così magari viene vicino a te o almeno il papà, se cè.
Non ho mamma.
Ah E con chi vivi?
Sta tranquilla, va tutto bene. Mi sento meglio ora. Vado un attimo in bagno.
Si guardò allo specchio in corridoio. Occhiaie nere, labbra pallide, però gli occhi luminosi, neri. Una volta uneducatrice gli aveva detto che ci vedeva il motivo del suo cognome Bianchi? Più nero di così, non cera niente. La gente lo chiamava il Corvo, ne era pure fiero.
Una sciacquata al viso e subito va meglio. Forse fu Lucia a occuparsi di lui, arrivò persino la tisana.
E se ti senti, puoi venire a mensa,
Eh, dove sta?
Secondo piano, di là a destra, si sente pure lodore, non puoi sbagliare, lo prendeva in giro una OSS.
Dai, ma lui quasi non stava in piedi! Ci vado io a prendergli da bere, ribatté Lucia, Per ora niente altro oltre la tisana.
Pietro, però, di restare a letto non ne voleva sapere. Passeggiava avanti e indietro tra Simone e la finestra. Il ragazzino era bello, con i capelli ricci, simile alla mamma ma magrissimo.
Ma sta morendo? chiese Pietro senza filtri, come sanno fare solo quelli abituati agli istituti.
La ragazza sussultò.
Non si sa Sì, purtroppo Simone è molto molto malato. Hanno tentato di tutto quattro operazioni, lultima allintestino. I genitori sono distrutti, tutta la famiglia è qui. Io sono sua zia, la sorella del papà. Ma, sai, a volte succedono i miracoli, no?
Non lo so, si sedette sulla sua brandina.
Pensava a Simone. Unaltra vita, sì, una di quelle da film: famiglia, mamma, papà, nonni. Aveva davvero tutto, una casa vera. Eppure ecco, era lì, prigioniero di un letto.
Sfortuna vera
Pietro alla fine non lo spostarono subito. Anzi, la sera il papà di Simone, il signor Davide, tornò a vegliare il figlio, e la stanza tornò ad animarsi. Pietro sentiva puro caso i loro discorsi, gente che si scambiava sguardi e chiacchiere preoccupate, ma su di lui, dicevano: Poverino, da tutto il giorno non ha avuto una visita. Nessuno.
Pietro, il medico ha detto che vivi in casa famiglia? chiese Davide.
Sì
Forse dovresti andare nellaltra stanza, perché Simone ormai è grave
A me non pesa restare qui, posso? rispose.
I giorni successivi si somigliavano tutti. Pietro prese la febbre, lo trasferirono in una camera con quasi solo nonni e pensionati. Si annoiava, finché tornava a sedersi accanto a Simone. Nessuno lo scacciava.
La dimissione slittò per la febbre.
Col tempo, Davide seppe ogni cosa di lui. Un po chiedeva direttamente, un po captava frammenti nei corridoi. Arrivò a portargli dei vestiti, Pietro era abituato a indossare roba di altri bambini, ringraziò subito, poi indicò Simone.
Sono suoi, vero?
Sì, li portava lui
E se poi si salvasse?
Davide lo guardò incredulo: loro non dicevano mai la parola morire, nemmeno sottovoce. Era troppo tremenda per una famiglia. Solo una volta la madre, Sonia, aveva urlato Perché abbiamo fatto tutto giusto e lo perdiamo lo stesso? Chi me lo spiega?
Quando muore un figlio, lo sente anche il corpo. Sua moglie era crollata, lei senza Simone non voleva più vivere. Dovevano sedarla di continuo.
E se poi si salva? ripeté Pietro.
Davide decise, invece, di essere sincero, sentì che lo doveva più a sé che a Pietro.
Ormai non ce la fa più. Sta morendo, Pietro. Lo disse a fatica.
Fa male morire? Pietro stringeva forte forte la sua nuova camicia, guardava laltro ragazzo con pena piena di rughe sulla fronte.
Davide capiva quel ragazzino aveva nel cuore una vicinanza profonda. Lo vedeva già come un fratello.
Più veloce di come si cade nel sonno. E noi facciamo tutto il possibile per non fargli sentire dolore. Questo, credimi.
Però si muove ancora.
Sì, ogni tanto, ma non sappiamo se ci sente. Ma tu parlagli, se vuoi. Magari ascolta. Anche se non è sicuro.
Sempre qualcuno della famiglia era accanto a Simone. Una sera Davide uscì dalla stanza un minuto, Pietro rimase da solo, e stette lì a parlare una vera chiacchiera fitta. Raccontava di sé, della madre lontana, della donna che gli aveva cantato la ninna nanna, delle risse in istituto.
E non so neanche se la mia mamma è ancora viva. Boh, magari sì, magari no. Ma io non mi arrabbio, eh! Anzi, la perdonerei, se venisse. E tu però non morire, Simone. Guarda quanto ti amano qui tutti. Se avessi avuto anchio un papà così, non lavrei mai mollato. I vestiti te li restituisco, promesso. Tienili da parte che magari torni. Dai, non mollare!
Davide rientrò, Pietro si girò.
Mi ha stretto la mano, sapete? esclamava. Davvero! Non mi credete?
Ti credo, Pietro, davvero. Penso che ti senta.
Aspettavano la fine. Simone era stato la loro gioia, il loro ragazzino talentuoso, la loro speranza. La malattia era arrivata quando aveva appena otto anni. Atrofia muscolare, poi di tutto: cuore, polmoni, tubo digerente. Avevano provato di tutto tra consulti a Torino, Milano e Roma.
Solo la tenacia della madre Sonia li aveva portati fino lì. Lei era la vera forza, al capezzale notte e giorno, tra cliniche, preghiere e ceri accesi ovunque. Davide cera, ma era un uomo: il suo pianto lo teneva dentro.
Quando capì che stava perdendo il figlio, Sonia si lasciò andare. Fu allora che i medici le diedero sedativi.
Parlaci tu, Pietro. Tu puoi, lui ti sente, secondo me, diceva Davide.
E Davide, adulto, trovava una specie di respiro a sentire la voce di un orfano vicino al suo piccolo che ormai non poteva rispondere.
Pensa, sai quando sto tizio, LAlessandrino, mi ha slogato il braccio? Mi si è spento tutto in un secondo, ma non lho mostrato. Tanti pensavano che mi sarei messo a strillare, invece io niente, in silenzio, gli ho allungato il braccio e faccio: Finiscila. Era sconvolto! Poi tutti da unaltra parte. Poi mi è guarito, proprio come il tuo male passerà. Forza, Simone, tocca a te svegliarti!
La notte Simone se ne andò. Pietro non se ne accorse nessuno glielo disse. La mattina andò a colazione, poi tornò in camera: cera già un altro ragazzino, rifacevano il letto di Simone.
Ma Simone? domandò, senza risposta.
Corse in corridoio, trovò solo laddetta alle pulizie, azzardò la domanda, ma niente. Si precipitò nei corridoi, domandò dove fosse Simone. Rispose un giovane medico.
Simone? Ah, già Purtroppo se nè andato, capì che non cera più bisogno di spiegare altro.
Pietro indietreggiò, arrabbiatissimo con tutto lospedale, con i medici, con tutti. Come lo esprimeva? Mandò allaria un secchio dellacqua, la donna urlava, tutti si accalcarono a rimproverarlo. Lui si sedette per terra, le mani sulle orecchie.
Tutti questi medici! Nessuno è riuscito a salvare il mio amico, niente!
Strano pensarci, ma Simone gli era diventato amico nonostante fosse sempre bloccato, in sonno, senza parole. E Pietro gli aveva raccontato ogni cosa: la donna che cantava, tutte le sue battaglie piccole e grandi.
Perfino una notte aveva sognato che Simone si alzava dal letto e gli sorrideva con una tristezza leggera. Pietro gli correva in aiuto, Simone lo fermava, diceva solo di lasciarlo sedere, e sussurrava con voce flebile, quasi da bambina, la sua storia. Al risveglio, Pietro ricordava solo una cosa: il suono, dolcissimo, della sua voce. Poi nel sogno Simone guardava la finestra, si alzava sul davanzale e spariva nel chiarore della luna. Pietro si svegliò di soprassalto, spaventato.
Così, verso lalba, era andato a sedersi accanto a Simone e, stringendogli le mani magrissime, aveva sussurrato tra sé:
Micio, micio, coda grossa,
Ninna nanna, su, dormi, su
Coda bianca, zampe piano piano,
Ninna nanna, sogni leggeri
Da quel giorno, continuò a parlare a Simone anche solo con la mente. Era lui stesso a inventare storie: raccontava viaggi al mare, i nonni, il nonno generale, la scuola, la sua camera, la mamma che lo svegliava ogni mattina. Pietro nella sua testa si immaginava la vita in famiglia come un sogno visto solo in TV, con le cose più strane: letti in fila nella stessa stanza, ognuno col proprio armadietto, la mamma che al mattino versava il tè dal pentolone coi pavesini.
***
Quando Simone morì, Davide si sentì più leggero sembra brutto da dire, ma ormai quello non era vita. Era solo un corpo che resisteva per forza, e almeno così smetteva di soffrire.
Ora doveva farsi forza lui, aiutare Sonia a reggere, a trovare il modo di vivere ancora qualcosa dopo tutto.
E sempre più spesso pensava a Pietro.
Era chiaro non era il momento di parlare di adozione. Sonia non avrebbe mai accettato subito. Nessuno potrà mai sostituire Simone, e il suo ritratto ora sta tra i fiori nel salone pieno di candele accese e preghiere. Otto anni prima unaltra disgrazia, una gravidanza extrauterina, e da allora niente figli. Un figlio ormai non arriverà più.
Eppure Pietro non aveva e non avrebbe mai né madre né padre.
Sì, era un altro mondo rispetto a Simone: impacciato, un po scontroso, sguardo scuro, ruvido, ma quella cosa lì, nei suoi occhi, era luce vera. Davide laveva sentito nelle parole con cui rincuorava Simone, nella tenerezza improvvisa di chi ce la mette tutta.
Sonia, oggi ero in ospedale. Pietro lo hanno dimesso. Lhanno tenuto un sacco, ma ora deve andare via.
Perché sei tornato là? Di nuovo? Sonia si stupì.
Mah, per prendere le ultime carte di Simone. Ma sai, Pietro pare abbia fatto un casino in reparto sè arrabbiato che Simone non cera più. Ha urlato contro tutti.
Povero ragazzo, sospirò Sonia.
Eh già
Dai, non preoccuparti per me, lascia perdere. Cerca solo di lavorare tranquillo.
Va bene.
Basta che non mi parli di altri ragazzi, per ora. Daccordo?
Davide non disse più nulla. Ma non si diede pace. Nel fine settimana andò alla Casa Famiglia San Damiano, chiese di vedere Pietro.
Le responsabili non gradirono subito mille domande, sospetti, e nemmeno lo fecero incontrare col ragazzo. Ma anziché scoraggiarlo, la cosa lo convinse: chiamò unamica dinfanzia, Tiziana Seghizzi, che lavorava in unassociazione che si occupa di affidi.
Il giorno stesso la rintracciò, si videro nella sua cucina, parlarono di tutto. Tiziana capì, promise di informarsi su Pietro, ma ripeteva che la cosa fondamentale erano solo due: il consenso di Sonia e quello del ragazzo. Altrimenti, inutile cominciare.
Intanto Davide andò dritto agli uffici dellassistenza, prese lelenco dei documenti per affido o adozione. Stavolta gli operatori furono gentili, gli promisero di organizzare un incontro.
A Sonia però non disse nulla. Ne accennò solo a suo padre e alla sorella Lucia. Lei era contenta Pietro le era piaciuto. E così sperava che potessero convincere anche Sonia.
Ma Sonia si metteva a piangere ogni volta che ne parlavano.
Non può mai sostituire Simone Possibile che non lo capiate?
Ma nessuno vuole sostituirlo! Lui è solo un ragazzo senza famiglia, e ora anche noi Pietro non sarà mai come Simone. Ma se sentissi con che cuore parlava a Simone quanto desiderava che si riprendesse! Lui mi dava forza, ha dato luce persino a me che sono grande. Lascia che lo conosciamo, ti prego!
Basta che non fai pressione
Era già un passo avanti.
Quando Pietro entrò nellufficio della direttrice per lincontro, era teso da gelare, gli occhi bassi, le mani strette che sbiancavano le nocche. Non riuscì nemmeno a stringere la mano a Davide, che gliela porgeva sorridendo.
Cera anche Tiziana, ma si teneva in disparte. Davide vedeva quanto fosse difficile per Pietro; il ragazzino stava peggio che in ospedale.
Non sapeva come comportarsi avrebbe voluto abbracciarlo, dirgli solo forza, ma non voleva forzare nulla. Sonia lo guardava con occhi attenti, Tiziana osservava. Così Davide cominciò a parlare di sciocchezze, a buttare lì qualche battuta.
Pietro era così teso che terminarono lincontro in anticipo.
Pare che non abbia voglia di venire con noi, vero? sospirò Davide tornando a casa.
Sbagli, rispose Tiziana. Pietro sogna solo quello. Ma ha paura di non essere allaltezza, di deludervi. Farà di tutto per non farsi mandare via, ma è terrorizzato.
Siamo così spaventosi?
No, siete la cosa più vera che abbia mai visto. Non sa come comportarsi, ora pensa solo a voi.
Decisero di invitarlo una domenica. Lui non aveva ancora dato conferma, Sonia esitava molto.
Quando lo portarono a casa, seduti in cucina, Pietro sudava tra le mani, guardava solo la tazzina di tè, tremava di prendere anche solo un biscotto, e non osava alzare gli occhi su tutto quellarredo ordinato e familiare. Gli mancava il respiro, sentiva gli adulti troppo vicini.
Ma aveva paura soprattutto di Sonia.
Quando Davide fece cadere il cucchiaino dal tavolo, Pietro trasalì, mormorando fra sé:
Che casino proprio
Davide sorrise.
Un casino, vero? Mi cade tutto oggi! Pietro, ma assaggiala questa patata, dai, non lasciarti prendere.
Pietro addentò un boccone, e restò così, immobile, senza masticare, né osare bere.
Rilassati, bello! Tranquillo qui.
Pietro, vuoi venire a vedere la camera di Simone? chiese Sonia.
Gli si illuminarono gli occhi, annuì vivace.
Appena entrato, vide subito il ritratto del suo amico, molto diverso dallospedale: sorridente, allegro, la faccia tonda e piena. Era quasi una benedizione rivederlo lì, vivo davvero. Gli sembrava dicesse: Forza, non mollare, ci sono io con te!.
Oh, ciao Simone! Guarda, qui sembra un po più cicciotto
Sì, gli ultimi tempi era già molto magro Sonia rispose trattenendo la voce.
Era prima di morire, vero? commentò Pietro senza troppe parole, accarezzando piano la cornice. Mi fate vedere la sua vita, come viveva?
Sonia non sapeva da dove iniziare, allora corse a prendere lalbum delle fotografie.
Sai, io magari non riesco a guardare, mi spiace. Ti lascio qui, vedi tu.
Pietro si mise sul divano mentre Sonia, combattuta, si sedette vicino, sfogliando piano. Scoprirono che parlare di Simone insieme era meno doloroso. Sonia si sentiva quasi serena, la paura svaniva, vicino a quel ragazzino ingenuo il vuoto di Simone sembrava meno spaventoso.
Ecco lui che ride qui a Carnevale qui con la ciambella al mare Che ridere
Pietro era preso da ogni dettaglio, chiedeva storie di tutto.
Quando arrivò a una foto sulla spiaggia, gridò:
Ma guarda! Il mare! Mi aveva detto che era andato al mare!
Sonia rabbrividì.
Ma davvero? Pietro, lui non parlava più da tanto ormai.
Lui la fissò, si rese conto di aver esagerato con la fantasia, ma si ostinò:
Ma a me lha detto, davvero!
Sonia lasciò perdere. Era bello viverle così, quelle foto con Pietro seduto vicino, mano nella mano.
Poi, un po di coraggio:
Pietro se volessimo adottarti, tu accetteresti?
Il ragazzino si irrigidì tutto. Sfogliò lalbum a lungo in silenzio.
Non so. Simone era buono davvero, io be, io sono così così. Non so bene come si fa
Sonia questa volta lo abbracciò di slancio, lo strinse forte. Pietro rimase di pietra mani forti, il calore della donna, una cosa dimenticata.
Continuò allora a sfogliare le fotografie senza vederle, solo per far passare il momento. Ma Sonia non lo lasciava andare, dondolava piano, assente nei suoi pensieri.
Pietro non piangeva mai, mai.
Questa volta invece sentì la gola chiudersi, e le lacrime scorsero di colpo. Singhiozzava.
Piangi? Pietro? Ma dai, non piangere, sennò inizio anchio! Su, resisti, che sei un ometto! Devi essere forte, lo sai, vero? lo asciugava con la mano.
Quelle parole le aveva già sentite.
Cera una finestra aperta. Laria era tiepida, le tende si gonfiavano piano, il verde degli alberi brillava, e dal ritratto Simone gli sorrideva di nuovo.
E Pietro, come un bimbo piccolo, chiese a bassa voce:
Ma Lei mica conosce una canzone che fa tipo: Micio micio col codino grigio, ninna nanna, ninna nanna Coda bianca, zampe nere?
Mi sa di sì una ninna nanna, forse. Vuoi che la impari?
Pietro annuì, tirando su col naso. Non desiderava altro, davvero.



