L’ultimo passeggero dell’autobus

Ultimo passeggero dellautobus

Il mio diario, 20 marzo, Milano

Il portachiavi era minuscolo, poco più grande di un dito, legato a un cordino intrecciato. Lho notato solo dopo, prima avevo visto luomo.

Era una notte di marzo, sul bus linea undicicapolinea “Bicocca” e ritorno. Autobus vuoto, lampioni dietro i finestrini, odore di gasolio, gomma, e un pizzico di caffè dalla moka nel mio termos. Lavoravo su questa linea da quattro anni. E per il quarto anno la notte mi piaceva più del giorno.

Di notte sullautobus quasi nessuno. I ragazzi brilli dopo i locali in zona Navigli sempre entravano in gruppo, urlavano, lasciavano cadere bottiglie, poi scendevano dopo due fermate. Le infermiere del Policlinico dopo il secondo turno salivano silenziose, chiudevano gli occhi e dormivano fino alla loro fermata. Guardiani. Tassisti a cui si era rotta la macchina. Tutti entravano, uscivano, sfuggivano, e nessuno mi restava in mente.

Ma lui sì. Lui lho memorizzato.

Sessantanni passati, corporatura robusta, basso, giubbotto scuro con cappuccio. Appoggiava la gamba destra un po più larga della sinistra, sembrava abituato a camminare su pavimenti storti. Sempre lo stesso posto terza fila a destra, vicino al finestrino. Pagava in contanti, sempre senza resto. Andava al capolinea. E tornava indietro. Ma non scendeva mai.

Lho notato la prima volta ai primi di marzo. Il cielo era basso e la città dietro i vetri pareva grigia, anche di notte. Lui stava seduto in quella città grigia, come un puntino giallo, rigirando qualcosa tra le mani.

Poi ho iniziato a contare. Cinque notti di fila. Due senza. E di nuovo cinque. Come un orologio, come una scaletta. Come se viaggiare in bus di notte fosse il suo lavoro.

Non dormiva, non leggeva, non guardava lo smartphone. Non tirava fuori le cuffiette, non sfogliava il giornale. Guardava fuori e rigirava qualcosa di piccolo. Lo vedevo dallo specchietto una lucina fioca, gialla, si accendeva e si spegneva. Una lucciola smarrita, che non trovava luscita.

Avevo quarantaquattro anni. Non ancora quarantacinque, ma già mi ero abituata: nessuno chiede più quanti anni hai, basta guardarti e si fanno lidea. Mani larghe, callose sulla punta delle dita per il volante, unghie tagliate dritte, a mezzaluna. Spalle un po incurvate a destrauno strascico del mestiere, richiamare la porta dellautobus, premere il bottone delle porte. Una deformazione, tanto che pure a casa mi trovavo con la spalla destra più bassa.

Dodici anni sola. Mio figlio Daniele era cresciuto, ventidue anni, viveva con la ragazza dallaltra parte di Milano. Mi chiamava la domenica, se non si dimenticava. Io non richiamavo. Non per mancanza di volerema perché se chiamavo io lui rispondeva sempre Mamma, che è successo? e nel tono cera inquietudine, non gioia. Quindi la chiamata della mamma = qualcosa è successo. Quindi, non si chiama per niente. Forse ci siamo disabituati.

Lex marito era andato via quando Daniele aveva dieci anni. Lha lasciato per Patrizia dellamministrazione, si era preso le giacche dal corridoio e il bollitore quello proprio lo voleva. La casa labbiamo scambiata: lui un bilocale, io il monolocale, terzo piano in viale Rinascita. Allora mi dissi va bene. Sopporto. Ma poi scoprii che senza di lui non era peggio. Solo più silenzioso. E quel silenzio è durato dodici anni.

Da allora, la parola amore mi faceva lo stesso effetto che unicorno. Bella, ma non esiste. Le amiche mi raccontavano dei mariti, io ascoltavo e annuivo. I film damore li spegnevo a metà. Non perché ci stessi male proprio non ci credevo. Come a Babbo Natale: da bambina ci credi, poi vedi il babbo con la barba finta e capisci come va.

La linea notturna mi andava bene. Di notte nessun dovere di sorridere ai passeggeri. Nessuna vecchietta col carrello, nessuno studente con lo zaino in mezzo al corridoio. Nessuno urla al telefono o si mangia il kebab sul fondo. Di nottesolo strada e silenzio. E quel silenzio era fatto su misura per me. Come una giacca cucita su misura: né stretta né larga.

Solo che questuomo disturbava il mio silenzio. Non con la voce. Con la presenza. Come un sassolino nella scarpauna sciocchezza, ma non lo dimentichi.

Per due settimane ho solo osservato. Poi ci facevo caso come a una tappa del turno. Parco Sempionelui saliva. Bicoccalui seduto. Ritorno a Parco Sempionescendeva. Annuisce a me, come se ci conoscessimo. Ricambio il saluto.

E ogni nottequella lucina. Gialla, spenta, nelle sue mani.

Senti Anto, magari è un senzatetto? ho chiesto ad Antonella in deposito prima del turno.

Antonella era la centralinista da otto anni. Grossa, capelli rame raccolti in uno chignon con una penna. Sapeva tutto di tutti i conducentichi divorzia, chi beve, chi non ancora ma lo farà. E io mi fidavo.

I senzatetto non pagano il biglietto, ho risposto. Lui sì. Sempre. Monetine, precise.

Forse ha qualche rotella fuori posto?

Tranquillo. Guarda il finestrino, non dà fastidio a nessuno. Non borbotta, non si dondola. Normale. Solo che viaggia.

Antonella ci pensa. Mi versa del tè dal suo termoscon limone e foglie di menta, come ogni turno.

Magari lo ha cacciato di casa la moglie, fa. Sai comè. Litigano, lei gli urla vattene!, lui si rifugia sul bus notturno finché non sbollisce.

Tutte le notti? Da un mese? Più che lite, pare un divorzio.

Antonella ride.

Lo sai che ti dico, Giulia? mi dice. Lamore è quando torni e trovi qualcuno che ti aspetta col bollitore. Tutto il resto sono storie. E autobus notturni.

Sorrido. Nessuno mi aspettava con il bollitore. A casa cera il gatto Ernesto rosso, grasso, aria di chi la sa lunga. E anche lui, solo per la pappa.

Ma il tarlo resta. Dove va ogni notte quelluomo? Fino al capolinea e ritorno, cinque volte la settimana, un mese intero. Chi fa cosi? E perché?

Forse ha linsonnia. O lAlzheimer. O una vecchia abitudinemagari ha lavorato di notte una vita e non sa fermarsi.

Tutto plausibile. Ma falso. Gli occhi allo specchio erano chiari, stabili, concentrati. Uno che sa bene dove va.

Decido di chiedere.

***

Non subito. Ci ho messo tre giorni. Per quanto fosse ridicolo: ogni notte lo portavo fino in fondo e mi vergognavo di fare una sola domanda. Ma qui a Milano si vive così: vicini, ma ognuno per conto suo. Non impicciarti, non chiedere, non invadere. Limiti. Da quattro anni rispettavo questi confini. E mi veniva facile, perché la vita degli altri non mi interessava.

Ma questo passeggero mi ha incuriosito. E mi arrabbiavo con me stessa.

Sale come semprea Parco Sempione, venti alluna. Monetine nella scatola. Passa, terza fila a destra, si siede. Prende qualcosa da sotto la giacca, lo stringe al palmo.

Viaggiamo in silenzio. Fuori scorrono lampioni, vetrine chiuse, fermate vuote. Milano sembra una scenografia dopo uno spettacolo. Solo noi due rimasti in scena.

Aspetto il capolinea. A Bicocca stiamo tre minutilo dice lorario. Spengo le luci nel bus, lascio accese solo le lampade di servizio. Penombra gialla. Mi alzo, esco dalla cabina.

Lui è al solito posto. Ferma in mano quelloggettino.

Scusi, faccio io. Posso chiedere una cosa?

Lui alza la testa. La voce roca, come pane grattugiato in gola.

Prego.

Lei viene qui ogni notte. Da un mese ormai. Sempre capolinea e ritorno. Dove va?

Esita. Mi guardaniente paura, niente fastidio. Soppesa se vale la pena rispondere.

E poi: Da mia moglie.

Non capisco. Controllo loraluna e venti.

Da sua moglie? Ma ora?

Marisa fa il turno di notte. Alla Pirelli, controllo qualità. E io la accompagno. O meglio, le sto vicino. Il bus passa proprio davanti alla fabbricale faccio un segnale alla finestra.

Alza la mano. Nel palmo, il portachiavi luminoso. Luce gialla. Plastica graffiata, usurata dalle dita che lhanno stretta ogni notte per un anno.

Con questo, dice.

Mi siedo di fronte a lui. Le gambe fanno malesei ore di guida.

Quindi ogni notte prende il bus, va fino al capolinea, lampeggia con la luce e torna indietro?

Sì.

Ogni notte?

Cinque notti. Il suo turno è cinque più due. Due di riposostiamo insieme a casa. Ma per cinque giorni sono qui.

Sto zitta. Lui pure. Fuori la Pirelli, mattoni rossi, costruita negli anni 70. Intonaco cadente, tubi arrugginiti. Ma al terzo piano le finestre sono accese. Il turno di notte.

Perché? chiedo.

Mi guarda come se avessi domandato perché uno respira.

E lei non lo farebbe?

No. Non lavrei fatto. Il mio ex non apriva nemmeno la porta quando rientravo carica di spesa. Una volta ero tornata con tre borsedue in mano, una stretta coi denti perché non trovavo le chiavi. Suono il campanello. Apre, guarda e dice: Quanto ci hai messo?. Non le prende, non si sposta. Solo chiede e torna alla TV.

E lui invece attraversa tutta la città ogni notte, per salutare la moglie dal bus.

Mi chiamo Maurizio, dice. Maurizio Benedetti. Ma tutti mi chiamano Benni.

Io sono Giulia, rispondo. Giulia.

Annuisce. Guarda verso la fabbrica.

Venticinque anni insieme con Marisa. Ci siamo sposati nel 2001, lei aveva trentatré anni, io trentasei. Tardi, sì. Prima non era andata bene a nessuno dei due. Io operaio in officina, lei controllo qualità nella stessa azienda. Così ci siamo conosciuti. In pensione ci sono andato quattro anni faanticipo per usurante. Lei è rimasta. Tre anni fa è passata alle nottiquaranta per cento in più, stiamo risparmiando per la casetta alla Magenta. Sei pertiche di terra, filare di mele. Marisa sogna una piccola serra.

Parlava senza patetismi né lamentele. Raccontava come si dice il tempo.

Al primo mese che ha iniziato il turno di notte, non dormivo. Disteso a guardare il soffitto: come starà? Fuori buio, freddo. Fa duecento metri da sola dalla fermata. E se scivola? Se qualcuno la segue? E non posso chiamarlail telefono durante il turno lo tiene nellarmadietto.

Si ferma. Si strofina il ginocchio.

Poi ho pensato: il bus passa. Lundici. Davanti alla Pirelli. Salgo, le faccio segnale. Lei sa che ci sono. Non proprio accanto, ma ci sono.

E lha visto?

Non subito. La prima settimana ho fatto segnali dal bus. Lei non capivale luci si riflettono sui vetri, chissà chi sarà. Poi a casa le ho detto: Marisa, sono io che ti saluto ogni notte dal bus. Guarda quando passa lundici. Così lo ha visto. Poi di mattina mi chiama: Benni, sei tu davvero? Io: Certo. E ha pianto. Continua a farlo.

Mi si stringe la gola. Come se avessi pane secco incastrato. Brutta immagine, ma ce lho solo questa.

E perché torna indietro?

Dove potrei andare alluna di notte a Bicocca? Zona industriale, mura, lampioni mezzi spenti. Torno, vado a letto, e alle sei mi svegliovado a prenderla.

Dal lavoro?

Sì. Preparo la colazione. Lei ama la crema di riso con uvetta. E un tè alla menta, quella che cresce sul balcone. Dinverno è secca, destate fresca.

Ripenso a quello che diceva Antonella: Amore è quando ti aspettano col bollitore. Qui cè di più, molto di più. Cè una lucina, un autobus notturno, una crema di riso alle sei di mattina. Ci sono venticinque anni e la menta del balcone. E una casetta di cui stanno mettendo da parte.

I tre minuti al capolinea finiscono. Torno al volante, riparto. Maurizio- Benni rimane seduto. La lucina legata al collo sul ginocchio.

Riporto lautobus per le vie vuote e penso. Dodici anni sola, mai fatto segnali a nessuno. E nessuno li ha fatti a me. Lex ha portato via il bollitore e a me è rimasto il gatto e la corsa notturna. No, il gatto Ernesto. Che non mi aspetta aspetta la ciotola.

Ma non mi è venuta amarezza. Solo sorpresa. Succede, realmente. Non nei film, non nei romanzisu un autobus dellundici da Parco Sempione a Bicocca. Un uomo con un portachiavi rovisto attraversa Milano di notte per farsi vedere da sua moglie.

Alla Parco Sempione è sceso. Mi ha fatto cenno, come sempre.

Ho guardato lui andar via verso casa andatura lenta, passo sbilanciato, giacca scura. Un pensionato normale. E straordinario.

***

La notte dopo, rallento apposta davanti alla fabbrica. Non alla fermata, ma proprio sotto le finestre del terzo piano. Oltre il regolamento, tanto chi mai controlla alle due di notte?

Maurizio/Benni tira fuori il portachiavi. Premi il tasto. Tre lampeggi veloci. Tre più lunghi. Tre di nuovo brevi. Rapidi, precisi, con le dita agili, abituate a lavori di precisione.

Guardo nello specchio. Poi davanti. Finestra a sinistra, terzo piano, una luce lampeggia. Piccola, fioca. Anche leitre brevi, tre lunghi, tre brevi.

Lei ha risposto.

Mi manca il respiro. Sto al volante e fisso quei due segnaliuno nel bus, uno nella finestra della fabbrica. Tra di loro cento metri di buio. Muratura, vetro, aria di marzo. E in mezzo, due luci gialle che si trovano.

Solo una lucina e un finestrino. Solo due persone che si mandano segnali tra il nero della notte. Ho capito subito di vedere qualcosa di vero. Non quelle cose in TV da cambiare canale. Vero. Quello che ti punge il naso e ti viene voglia di distogliere lo sguardo per pudore.

Al capolinea sono scesa.

È un vostro codice? chiedo.

Maurizio è in piedi vicino alla porta, la lucina in tasca.

Nostro, risponde. Non Morse, non sono da esercito. Inventa io: tre brevicome battiti del cuore. Tre lunghicome un abbraccio. Tre brevicome lasciar andare. Marisa ha riso quando lo ha visto. Sei un romanticone, Benni. Ma non sono romantico. Solo che mi manca. Anche se ci divide solo un muro. Ha imparato il codice subito. Ogni notte ora: io a lei, lei a me.

Da quanto?

Un anno. Tutte le notti. Destate e dinverno. Ricorda a gennaio, meno dieci, bus in ritardo? Ho aspettato quaranta minuti al freddo, ma non ho mollato. E lei di mattina: Ti sei fatto attendere sette minuti. Ha contato.

Un anno. Cinque sere a settimana. Più di duecentocinquanta corse. Per pochi secondi di luce.

Un tempo avrei detto: fuori di testa. Un fanatico. O qualcosa peggio. Ma ora sto zitta. Perché le parole sono pallide di fronte a quella lucina.

Ritorno al posto. Avvio il motore. Nello specchietto Maurizio ha una faccia rilassata, persino felice. Ogni notte ugualee per lui va bene così.

Le notti successive faccio attenzione. Voglio vedere se si sta solo illudendo. Magari Marisa non guarda più, la luce gliela sembra. Forse è solo abitudine, non amore. Un rito svuotato.

Ma la quarta notte vedo: lautobus passa, al terzo piano una donna si appella al vetro. Profilo femminile, capelli castani legati. E una lucina. Piccola, gialla. Come la sua.

Lei attende. Davvero. Ogni notte lascia la scrivania, si mette alla finestra, aspetta la luce.

Dopo una settimana lautobus si rompe. Forse una guarnizione, o i freni. Lascio fare ai meccanici. Antonella mi assegna il bus sostitutivo, un piccolo Daily, rumoroso, con sedili stretti e stufa solo per il conducente.

Maurizio arriva puntuale. Vede il Daily e resta perplesso, poi sale. Primo sedile, tutti gli altri occupati da attrezzi. Quasi accanto a me.

Scomodo, rumoroso, cigolii e scossoni a ogni buca. Ma Maurizio tiene stretta la lucina e guarda avanti, come se fosse in una limousine.

Al capolinea esco anchio a sgranchirmi. Lui pure. Aria daprile ma fredda, vapore dalla bocca. Sopra la fabbrica, finestre accese.

Lui lampeggia. Lei risponde. Tutto come sempre.

Maurizio, venticinque anniè tutta una vita. Marisa non è stanca?

Non si offende. Sorride. Si strofina le mani, dita arrossate dal freddo.

Certo che siamo stanchi. Non siamo più ragazzi. Lei quasi sessanta, io più in là. Dolori alle ginocchia, e la schiena. Ma questo è diverso. Non è non essere stanchi. È che ci sei abituato.

Abituata? Tipo abitudine?

No. Abituata vuol dire che senza non puoi. Ho smesso di fumare, mai stato facile. Ma con Marisa è diverso. Non voglio smettere. Capisce? Ci sono abitudini che ti distruggono. Altre che ti tengono su. Marisa mi tiene su.

E lei la tiene su?

Spero, risponde. Non lo so con certezza. Non mi dice sei il mio sostegno. Mi dice Benni, compra il pane o chiudi la finestra. Ma dal tono lo capisco. Se sono vicino, respira più piano. Se esco, sembra che cambia espressione. Si fa più rigida, come chi alza uno scudo.

Sto in silenzio. Sopra di noi una luce quasi morta, un vecchio lampione industriale.

Lamore non è batticuore, dice. È sapere dove andare, anche senza pensarci. I piedi vanno da soli. Ogni notte mi siedo sul bus e non mi domando nemmeno il perché. È come respirare. Provate a non respirare: non ci riuscireste. Nemmeno io potrei non salire sul bus.

E se si ammala? O se il bus non cè?

Chiamerò un taxi. Ne tengo da parte duecento euro in buste dietro lo specchietto. Se non cè bus ci vado a piedi. Quattro chilometri, in unora si fa. Una volta è stato a novembre. Bus fuori uso, sono andato a piedi. Marisa di mattina: Perché zoppicavi? Ma non zoppicavo, ero solo sfinito.

Sorride, rauco. E io penso: ecco un uomo che sa perché vive. Non in grande, ma in piccolo. Dove una lucina, un bus e una crema di riso fanno senso. Dove conta comprare il pane e chiudere la finestra. E lo invidio. Non per la moglie, non per lamore ma per la sua certezza.

Credevo che amore fosse enorme. Gesto, sacrificio, frasi al tramonto. Invece una piccola lucina consumata e un uomo silenzioso. E questo era più grande di tutto quello che avevo visto in quarantanni.

Torniamo nel Daily. Accendo il motore. Laria calda scorre sul parabrezza. Maurizio rimette la lucina sotto la giacca, tiene la mano al petto.

Restiamo in silenzio. A “Parco Sempione” scende, mi saluta. Seguo il suo passo gamba destra un po più larga, sguardo in basso, mani in tasca. Un anziano normale. Eppure unico.

A casa mi tolgo la giacca, do da mangiare a Ernesto, mi corico. Prendo il telefono. In rubrica trovo Dani. Guardo lo schermo. Quasi le quattro. Troppo presto. Ma il numero resta lì, luminoso. Mi assopisco con il telefono in mano.

***

Chiamo il giorno dopo, alle due. Daniele risponde, sorpreso.

Mamma? Tutto ok?

Tutto bene. Solo una chiamata così.

Silenzio. Percepisco che pensa: la mamma che chiama senza motivo?

Tutto bene davvero?

Sì. Tu come stai? E Martina?

Tutto normale. Lavoriamo. Che cè?

Dani, dico. Non te lo dico spesso. Sei importante per me. Tutto qua. Volevo che lo sapessi.

Pausa. Immagino stia in cucina sempre risponde dalla cucina e non sa dove mettere la mano.

Anche tu per me, mamma.

Breve. Secco. Come tutti gli uomini in famiglia così era mio padre, così il nonno. Le parole restano incollate in gola. Ma a me basta. Sorrido, metto giù.

Poi mi vesto ed esco. La ferramenta allangolo: Tutto per la casa. Dentro profumo di colla, detersivo e plastica di secchi nuovi. Cerco lo scaffale delle torce. Ce ne sono una ventinaenormi come manganelli, altre piccine, da portare sul mazzo di chiavi.

Scelgo una piccola. Luce gialla. Non più grande di un dito. Niente cordinolo farò io, collo di spago, come Benni. La cassiera, una signora in grembiule blu, chiede:

Servono le pile?

Sì, grazie.

A casa premo il tasto. Un fascio di luce gialla sul soffitto. Ernesto salta dal tavolo e si infila sotto il letto. Punto la luce sul muro. Un cerchio di calore, piccolo. Come quelli che vedevo dal bus.

Provo anche io. Tre brevi. Tre lunghi. Tre brevi. Non viene subitodito che scivola, tasto duro. Al secondo tentativo i lunghi sono troppo lunghi. Al terzo i brevi sono quattro. Alla quarta volta va. Batticuoreabbracciolascio andare.

Non so a chi la invierò. Forse a mio figlio. Forse a me stessa. Forse solo nel buio, come Maurizio faceva, prima che Marisa sapesse. Una settimana a lampeggiare senza aspettarsele indietro. Solo perché non poteva non farlo.

La lucina entra nella tasca della giacca. Ed è come se pure io conoscessi il codice. Non lo stile degli altri, ma il mio.

La sera ricomincio il turno. Antonella mi versa il solito tè limone-menta.

Allora, il tuo passeggero? Sempre in giro?

Sempre, rispondo.

E sai perché?

Sì.

Beh? Racconta.

Anto, dico. Ti sbagliavi. Lamore non è quello che ti aspetta col bollitore. Lamore è chi si fa tutta la città con una lucina. Tutte le notti. Un anno. Nel gelo. Senza mai un lamento.

Antonella mi guarda strano, apre la bocca, richiude. Poi dice:

Giulia, stai prendendo una sbandata per il passeggero?

No, rido. Non è quello. È che ho visto.

Non capisce. Non spiego. Ci sono cose che non si possono spiegare. Si vedono alle due di notte dal finestrino, quando Milano dorme, e due si mandano segnali nel buio con una lucina.

Notte. Turno. Lautobus è tornatoquello mio, solito, lodore di gasolio, gomma, caffè da moka. Avvio, tachimetro si sveglia, motore che borbotta.

A Parco Sempione alle venti alluna sale Benni. Monetine. Terza fila a destra, finestrino. Lucina fra le mani. Tutto come sempre.

Conduco tra le vie deserte. Semafori lampeggiano gialliregime notturno. Nessuna macchina, nessun passante. Milano dorme. Noi andiamo.

A “Bicocca” mi fermo. Più avanti del solito. Lì dove il terzo piano delle finestre è vicinissimo.

Maurizio tira fuori la lucina. Tre brevi, tre lunghi, tre brevi.

Guardo la finestra. Un secondo. Due. Tre.

Spunta una lucina. Gialla fioca, terzo piano. Tre brevi, tre lunghi, tre brevi.

Marisa risponde.

Lui rimette via la lucina. Si appoggia al sedile. Nello specchio, sorride. E anche in me si muove qualcosa. Non tristezza, non invidia. Solo il sentirsi vicina a qualcosa di vero.

Infilo la mano nella tasca. Porto fuori la torciapiccola, calda. Stringo la mano.

Poi accendo. Tre brevi. Tre lunghi. Tre brevi.

Il fascio giallo si schianta sul parabrezza e si sparge sulla strada lucida. Nessuno risponde. Ma non importa. Ho lampeggiatoe mi sento più calda. Come se qualcuno mi avesse vista. Da qualche parte. Qualcuno.

Nello specchietto Benni mi guarda. Annuisce. Non dice niente. Solo annuisce.

Ripongo la lucina in tasca. Riparto. Lo porto a casaalla colazione calda, alla menta sul balcone, a Marisa che rientrerà alle sei del mattino e dirà: Benni, ti ho visto. Oggi hai iniziato due secondi prima.

A marzo non credevo allamore. Ad aprile avevo una lucina in tasca.

E ogni notte, al capolinea di “Bicocca”, lampeggiavo nel buio. Tre brevi il cuore batte. Tre lunghi un abbraccio. Tre brevi lascio andare.

Odore di gasolio, gomma, e un podi speranza.

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