Guasto del Sistema

Errore di sistema

Chiara, sei a casa?

Matteo, lo sai che la domenica mattina sono sempre a casa.

Allora apri, per favore.

Guardai dallo spioncino per qualche secondo. Mio fratello era lì, nel corridoio, con la giacca aperta e due grandi borse ai piedi. Aveva la faccia di uno appena perso una scommessa importante. Dietro di lui si intravedevano due sagome: una più alta, una più bassa. Chiusi per un attimo gli occhi, poi li riaprii. I due bambini non erano spariti.

Feci scattare il chiavistello.

Buongiorno, disse Matteo con quel suo sorriso che conoscevo da sempre. Il sorriso di chi sta per chiederti un favore.

No, risposi subito.

Non ho ancora detto niente.

Stai già sorridendo così. Quindi, no.

Tommaso si fece largo tra le gambe del padre e mi fissò dal basso, capelli arruffati e un laccio di scarpa trascinato sul parquet. Accanto a lui, la piccola Giulia teneva stretto un coniglio di stoffa senza un orecchio, scrutandomi con quella curiosità trasparente che solo i bambini sanno avere: nessun timore, solo desiderio di conoscere.

Abbassai lo sguardo sul parquet. Rovere chiaro, posa a spina di pesce, sistemato qualche mese prima da quel falegname che avevo aspettato tanto. Il laccio di Tommaso aveva lasciato una scia marrone. Decisi di non approfondire.

Entrate, ma toglietevi subito le scarpe.

Il mio appartamento allottavo piano del complesso Corona del Nord, nuovo di zecca, era il mio vero orgoglio. Non la posizione da responsabile vendite nellazienda darredi, non la macchina e nemmeno il conto in banca, ma quei centocinque metri quadrati, soffitti alti, finestre dal pavimento al soffitto, vista sul parco. Per due anni avevo scelto ogni dettaglio, le tende color carta da zucchero, il divano grigio ampio, il tavolino con la venatura evidente che il commesso aveva chiamato carattere del legno. Niente oggetti superflui, nessun disordine, cosmetici in fila nel bagno, asciugamani coordinati, appendiabiti identici e in legno nellarmadio.

Quella era la vita che avevo costruito scegliendo ogni dettaglio, pezzo dopo pezzo. Il silenzio, vero, denso di rumori della città che si fermano lontani, e solo la macchinetta del caffè che sussurra in cucina.

Matteo parcheggiò le borse nellingresso. I bambini si sfilarono le scarpe. Tommaso allungò una mano verso il muro bianco.

Tommaso

Che cè?

Le mani, per cortesia.

Il piccolo mi guardò la mano, poi la parete, infine di nuovo me.

Che hanno le mie mani?

Feci un respiro profondo lesercizio me lavevano insegnato all’ultimo corso di gestione dello stress: inspiro tre secondi, espiro tre.

Matteo, dimmi.

Mio fratello si accomodò sullo sgabello della cucina, le mani intrecciate in un gesto di resa.

Io e Martina andiamo qualche giorno alle terme. Otto giorni. Abbiamo bisogno di parlare con calma… E con i bambini non è fattibile.

Non avete alternative?

Mamma è in clinica fino a venerdì, sai. I genitori di Martina in campagna, ma cè stato un virus, quindi non possiamo portare i bimbi… Chiara, ti chiedo solo otto giorni.

Otto giorni, ripetei.

O nove. Torniamo domenica prossima.

Un rumore basso ruppe il silenzio nel soggiorno: qualcosa era caduto.

Giulia, non toccare nulla! gridò Matteo senza nemmeno voltarsi, come chi è abituato.

Matteo… usai la voce calma, quella che funziona meglio di una sgridata, altro trucco imparato al corso. Lavoro da casa. Mercoledì presentazione importante online, clienti collegati da tre città. Non so gestire dei bambini. Non so cosa mangiano, cosa dirgli, come metterli a dormire.

Mangiano tutto, tranne la cipolla. Tommaso non vuole vedere i pomodori, ma la passata sì. Giulia si addormenta abbracciando quel coniglio, Tommaso se gli leggi una storia: nella borsa cè il suo libro preferito.

Matteo…

Per favore. Mi guardò con uno sguardo che mi strinse un po il cuore, ma non era pietà. Qualcosa di più profondo, una stanchezza che è difficile contestare. Se non andiamo, non so davvero cosa succederà alla nostra famiglia.

Fuori, una nuvola galleggiava lenta sopra il parco, così bianca e placida.

Otto giorni, dissi alla fine.

Grazie…

Non ringraziare troppo in anticipo. Non prometto di non chiamarti tra tre ore.

Sarò sempre raggiungibile. Anche Martina.

Matteo scappò via in fretta. Baciò i bambini sulla testa, qualcosa sui zia Chiara che è la più forte, lasciò un foglio distruzioni con la sua calligrafia storta sul bancone, e quindici minuti dopo era già un ricordo.

Rimasi nellingresso. Tommaso e Giulia mi osservavano.

Li osservai anchio.

Bene, dissi.

Bene, confermò Tommaso.

Avete fame?

Voglio succo, annunciò Giulia.

Quale?

Arancione.

Darancia?

No. Quello arancione. Il succo che è arancione.

Aprii il frigo. Solo acqua, un contenitore di verdure, yogurt bianco, una bottiglia di vino. Nessun succo arancione. Mai pensato che servisse in casa mia, e la ragione era chiara: non cerano mai stati bambini.

Andiamo al supermercato, allora.

Evviva! gridò Tommaso, e mi pentii degli alti soffitti che amplificavano ogni rombo.

Il supermercato era a cinque minuti. In quei cinque minuti Giulia perse il coniglio quattro volte, Tommaso pigiò tutti i bottoni dellascensore e mi raccontò tutto sulla scuola materna, inclusa la storia di un compagno che sapeva sputare fino a due metri. Imparai molto più su Federico di quanto avrei voluto.

Presi quattro succhi diversi, latte, pane, yogurt alla fragola, pasta, polpette di pollo, mele, banane e i biscotti che Tommaso infilò nel carrello mentre io ero distratta dai formaggi. Non tolsi i biscotti: una piccola resa, che una settimana prima non mi sarei mai concessa.

Il primo giorno passò abbastanza bene, se escludiamo il succo versato da Giulia sul tavolino e Tommaso che, correndo, urtò lo stipite e pianse per cinque minuti. Non sapevo consolare i bambini: gli diedi un bicchiere dacqua e gli dissi che tutto passa. Era quello che dicevo agli adulti, e, incredibilmente, funzionò.

Alle nove niente sonno. Neanche alle dieci, né alle dieci e mezzo. Alla fine lessi due volte la storia dellorso che cercava i lamponi. Giulia si addormentò direttamente sul divano, abbracciando il coniglio. Rimasi qualche secondo a guardarla, poi la sollevai in braccio e la posai sul letto nella stanza degli ospiti. Leggera e calda, come un piccolo sole. Non si svegliò.

Mi feci una tisana e accesi il portatile. Tre giorni alla presentazione, cerano ancora un paio di slide da sistemare.

Se ne stetti in silenzio, con la tazza tra le mani: e, senza motivo, non riuscivo a concentrarmi.

Il secondo giorno iniziò alle sei e trentasette. Lo ricordo bene: guardai lora giusto quando dal soggiorno arrivò un gran tonfo.

Tommaso costruiva una fortezza di cuscini. Era circondato da mollichine di biscotti, aveva trovato la scatola sul secondo ripiano del mobile.

Buongiorno! disse lui, felice.

Buongiorno.

Sai fare i pancake?

Le frittelle?

Sì, tonde, con lo sciroppo dacero.

Non ho sciroppo dacero.

Peccato.

Preparai il porridge di grano saraceno. Tommaso mangiò di gusto. Giulia si svegliò alle otto, trascinando il coniglio, si arrampicò su una sedia:

Voglio la pappa come Tommaso.

Ecco, pensai, forse ce la posso fare.

Lalluvione arrivò martedì verso le due. Ero intenta a rivedere la presentazione, i bambini giocavano in bagno: flotte di barchette di carta, fatte con vecchie bollette risputate fuori dal comodino da Tommaso. Apparentemente, tutto sotto controllo.

Non lo era. Non del tutto.

Quando la chiazza dacqua si allungò fuori dalla porta del bagno, capii che la situazione era sfuggita di mano. Il rubinetto era aperto, le barchette avevano intasato lo scarico, e lacqua si era rovesciata ovunque.

Proprio in quel momento, suonò il campanello. Aprii: davanti a me un uomo sulla quarantina, alto, maglia blu, in mano il telefono con la foto di un soffitto umido.

Sono Andrea, appartamento settantadue.

Chiara, ottantaquattro. So cosa è successo. I bambini…

Capito. Niente rimproveri. Le serve una mano?

Mi sorprese. Attesi invano una ramanzina. Lui propose: Ho una buona scopa e un phon potente.

Da dietro sbirciò Tommaso.

Sei tu il vicino che abiti sotto? chiese curioso. È colpa nostra se il tuo soffitto è bagnato?

Proprio così, disse Andrea. Ma senza astio. Solo, con voce paziente: Ma le barche galleggiavano bene?

Super! Avevo anche una portaerei!

Complimenti.

Andrea aiutò a sistemare, davvero: lavorava in silenzio, lasciando che Tommaso partecipasse armato di straccio, Giulia additava le pozzanghere con precisione. Fu quasi stranamente piacevole.

Il soffitto è molto rovinato? chiesi.

È vecchia calce, tanto era già pronta a cadere. Lasciugatura farà il suo.

Pago io la riparazione.

Vedremo, alzò le spalle, filosofico. Non era una minaccia.

Ci lasciammo così.

Al mattino seguente ci fu la mia presentazione. I bambini nellaltra stanza, io davanti alla webcam: tailleur giacca sopra la t-shirt, sorriso da professionista. Tutto bene per un quarto dora, poi Giulia si affacciò:

Zia Chiara! Tommaso mi ha preso il coniglio!

La calma crollò. Mi scusai con i clienti e sistemai una pace fragile tra bambini e coniglio. Tornai alla presentazione, solo per essere interrotta da Tommaso che dichiarò, chiaro e forte: Devo andare in bagno!

In video parecchi risero. Nessun imbarazzo: anzi, la presentazione prese quellintonazione umana che a volte manca.

Quel pomeriggio Andrea ricomparve, questa volta con una griglia nuova per lo scarico. Entrò, si tolse le scarpe, Tommaso esultò come se avesse incontrato un eroe. Andrea restò anche a cena: rese tagliare il pane a me solo per farmi notare che si tagliava meglio da sinistra. Lui tagliò lui, perfetto.

Parlammo di lavori lui ingegnere strutturista in uno studio: nessuno chiede mai se ho fatto una trave bella, solo se regge e di libri.

Le sere seguenti divennero consuetudine: Andrea passava ogni sera, a volte portava una torta, una volta una vecchia scatola di giochi Città del Mondo trovata nella sua cantina. I bambini impazzirono.

Il venerdì sedemmo tutti sul parquet, Giulia finì per addormentarsi sulla mia coscia, io le lasciai il braccio. Andrea lo notò, sorrise e non disse nulla.

Sabato andammo al parco, quello che vedevo ogni giorno, e Tommaso immerse i piedi in tutte le pozzanghere, mentre Giulia stava sulle spalle di Andrea, che le spiegava le differenze tra lecci e platani. Era bello e semplice.

Domenica mi chiamò Matteo. La voce più leggera.

Come vanno?

Vivi. Tommaso ha conquistato tutte le pozzanghere del parco e Giulia ha disegnato decine di conigli.

Risero. Ce lhai fatta, sorella.

Voi?

Meglio. Grazie a te.

Il resto della settimana fu più semplice. Sapevo ormai che Tommaso non mangiava i pomodori, ma la pappa rossa sì. Che Giulia voleva la finestra socchiusa prima di dormire. Piccole cose, sempre meno estranee.

Andrea sempre presente, sempre gentile. Si parlava molto: di progetti, di città, di quei silenzi che nei primi giorni erano inquietanti, e che ora erano soltanto pieni.

Un giorno mi chiese che cosa stessi leggendo. Niente, solo cataloghi, ammetto.

Ti porto qualcosa.

Mi lasciò un romanzo che non conoscevo, di uno scrittore giapponese la storia di una figlia che scopre la vita segreta della madre. Sono diventati i miei trenta minuti migliori di ogni sera, ritrovati dopo anni.

Arrivò infine la domenica. Matteo e Martina comparvero; Martina mi strinse con una riconoscenza evidente. Non so come ringraziarti…

Non serve, risposi. Si sono comportati come bambini. Ed è normale.

Unora tra saluti, lacrime di Giulia, la serietà di Tommaso che mi strinse la mano come un ometto, poi un vero abbraccio.

Rimasi sola nellingresso. Il cappotto blu di Giulia era volato via con lei. Solo il mio, appeso da solo.

Silenzio.

Sedetti in cucina, tazza tra le mani, aspettando il sollievo di sempre. Niente. Solo un piccolo disegno sul tavolo: una famiglia di conigli e, accanto, una figurina coi capelli biondi, zia Chiara scritto con la mano infantile di Giulia.

Il silenzio era diverso, come il respiro di una musica appena finita.

Piansi un po, guardai il parco dallalto, chiamai Andrea scendendo al settimo piano: la voce di lui calma, nessuna sorpresa.

Sono partiti, dissi.

Lho sentito dalla porta.

Cè silenzio.

Vuoi venire su per un tè?

Sì.

Restò fino a tardi. Parlammo del presente e del futuro, delle vite che cambiano e hanno bisogno di tempo per abituarsi.

Tornando a casa, mi prese la mano.

Buonanotte, Chiara.

Buonanotte.

Il silenzio, ora, era tiepido. Mi riversai sul divano, posai il disegno sulla mensola. I conigli mi fissavano con occhi bambini.

Passò un anno.

La casa cambiò poco, ma per chi conosceva i miei riti tutto era nuovo: libri colorati nello scaffale più basso, nuovi cactus sul davanzale, uno piantato di traverso da Giulia. Due cappotti allingresso, il mio blu scuro e uno da uomo, grigio.

Il tavolino Estelle aveva sopra un catalogo di Andrea, una tazza di caffè e un libro col segnalibro. Io in piedi alla finestra, guardando il parco color rame. La pancia appena accennata, cinque mesi.

Andrea entrò portando il pane.

Matteo scrive che sono in macchina, arriveranno presto.

Tommaso ha chiamato tre volte per sapere se può vedere i cartoni.

E tu?

Gli ho detto che può fare luno e laltro.

Andrea mise il bollitore, mi sorrise. Come va?

Bene, dico la verità. Le gambe pesanti. Ma sono felice.

Sorrise come solo chi ha aspettato tanto. Mi sedetti sul divano, la schiena sostenuta.

Sai, un anno fa non avrei creduto di arrivare qui, dissi. Ricordo quel silenzio, dopo che se ne andarono. Aspettavo sollievo. Invece ho sentito solo cambiamento.

Cambiare è il vero sollievo, rispose Andrea piano.

Suonarono alla porta con la forza scalmanata dei bambini.

È Tommaso!

Sì, apro io.

Tommaso entrò con la solita energia. Zia Chiara! Andiamo al parco? Hai ancora la pancia? Giulia dovè il coniglio?

Martina mi abbracciò, Matteo si mise a parlare subito con Andrea. Giulia corse da me, mi abbracciò forte, poi mi sussurrò: Posso vedere il mio coniglio?

Sì, tesoro, è nella stanza degli ospiti.

Poco dopo Tommaso apparve con il vecchio libro, occhi speranzosi.

Lo leggerai al piccolo quando nascerà?

Certamente.

Tornò serio e contento.

Andrea li chiamò per il tè e il parco. Tommaso, diretto come sempre: Zia Chiara, sei felice adesso?

La casa era piena di vita, rumori e voci, la città e il parco dautunno dietro i vetri, io col futuro che premeva dolcemente sulla pancia.

Lo guardai.

Sì, risposi. Sono felice.

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