Quando siamo andati in vacanza in campagna, ci siamo portati dietro da Milano il nostro gatto, Ernesto. In campagna, tra laltro, vive già suo fratello di sangue, Omero. Sai, Omero è chiamato così perché ha degli occhi grandi e sporgenti, sembra sempre un po’ sorpreso; da queste parti non ci si fa troppi problemi a trovare soprannomi schietti.
Allinizio per Ernesto non è stato facile. Anche se non è grande, Omero ha subito voluto mettere le cose in chiaro e ha preso a soverchiare il fratello. Lo allontanava dalla dispensa e soffiava come certa signora ospite da Barbara DUrso. A un certo punto, Omero ha fatto il classico errore del bullo di periferia: si è sentito immortale e ha attaccato Ernesto a viso aperto.
Ernesto, con quellaria un po snob, ha provato a scacciarlo svogliatamente con la zampa come una ventata alla maniera di oh, lasciami stare, conte, ma accidentalmente gli ha dato un gancio destro che ha spedito Omero dritto nel secchio della spazzatura. Così, per caso e un po goffamente, come spesso gli succede, Ernesto si è trovato improvvisamente in cima alla gerarchia dei felini di casa.
In campagna il rapporto con i gatti è molto pratico: Ernesto è stato salvato dalle faccende nei campi solo grazie al fatto che era inverno. Qui il cibo per i gatti è una questione artistica e irregolare. Ernesto proprio non riusciva a farsene una ragione, abituato comera in città a mangiare su piatto dargento a orari fissi, servito dal maggiordomo.
Per via dello stress, i suoi istinti sono tornati in fretta. Più di una notte lho beccato sul fornello con la testa nella pentola. Omero, piazzato di vedetta su uno sgabello, soffiava disperato per avvisare il fratello del mio arrivo. Ernesto si voltava svogliato verso di me e miagolava a Omero: Questo non temerlo, è dei nostri: dovresti vedere come si aggira per il frigo al buio!
Una volta, pensavamo che Ernesto fosse pronto, labbiamo portato fuori in giardino e sistemato nella neve. Quando si è girato verso di noi, aveva tutta la faccia bianca e negli occhi quella malinconia da vita sbagliata, come Al Pacino in Scarface nella scena cult. Non labbiamo più rimesso fuori.
Una sera, sono venuti a trovare mio figlio Lorenzo i suoi amici del posto. Eravamo raccolti in salotto: io leggevo ai bambini la Notte di maggio di Gogol, proprio sul pezzo della matrigna che si trasforma in gatta nera e graffia il pavimento. Proprio allora la porta del soggiorno si è aperta con un cigolio tremendo, e nella stanza è entrato Omero, marciando con laria di chi comanda.
A quanto pare, Ernesto aveva insegnato al fratello il suo trucco segreto: aprire qualsiasi porta con la zampa, non importa quanto fosse complicata. Il soggiorno era piccolissimo, ma siamo riusciti tutti a sparpagliarci per la stanza come se fossimo a una festa a sorpresa. Un ragazzino labbiamo dovuto riprendere dalla finestra: poteva cadere nel cortile se non ci fosse stata la nonna pronta, che per fortuna sa il fatto suo in cucina.
Ah, e dovrei aggiungere che Omero è completamente, ostinatamente nero. Ammettilo, non capita spesso che la letteratura classica risulti così sconvolgente per i bambini di oggi…



