Ha seppellito il marito, ha resistito da sola, ha risollevato la fattoria… e poi la vicina ha cominciato a sparlare.

Ha seppellito suo marito, ha resistito da sola, ha mantenuto in piedi la cascina… poi però la vicina ha aperto bocca.

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Adesso mi dica, signora Zina, mi sono rivolta a lei, davanti a tutti: perché ha sparlato di me? Che male le ho fatto? Per quale motivo ce lha con me? Quello che ho sentito in risposta mi ha cambiato tutto.

Ha seppellito suo marito, ha resistito da sola, ha tenuto la cascina… E poi la vicina ha aperto bocca.

Una chiacchiera. Solo una. E già la commessa al supermercato mi guarda con pietà, la dottoressa mi stringe la mano: «Coraggio». Tutti sanno qualcosa tranne te, che resti lì a chiederti: «Ma che diamine sta succedendo?»

Silvana poteva anche stare zitta. E invece è uscita davanti a tutto il paese e ci ha messo la faccia:

Ma perché mi trattate così?

E quello che ha sentito in risposta le ha cambiato la vita.

***
Quella mattina la terra profumava forte, come se annunciasse una sventura, o forse un grande cambiamento.

Sono uscita che era ancora buio, perché le mucche non aspettano: a loro che tu abbia il cuore a pezzi o sia tutto rose e fiori, non interessa. Il latte vuole essere munto al suo orario, e guai a fare tardi.

La rugiada era ancora sulle foglie come tante perle dargento, e pensavo: guarda un po, ogni mattina la terra si lava e ricomincia da capo, come se ieri non fosse mai esistito. Gli umani invece no.

Gli umani si portano dietro tutto come un asinello col carretto, e non cè quasi mai roba buona, ma risentimenti, parole mai perdonate, occhiate storte.

Sono quattro anni che vivo a Romanengo tutta sola, se non contiamo le bestie.

Mio marito Marco se nè andato allimprovviso, crollato per un infarto mentre rimestava il fieno nei campi. Lhanno trovato di sera, col viso sereno, come se stesse schiacciando un pisolino dopo una giornata di fatica.

Forse meglio così, senza soffrire, senza vedere la vita lasciarlo piano piano.

Dopo Marco sono rimasta con la stalla sulle spalle: venti vacche da latte, vitelli, la vigna, lorto. Tanti allora dicevano, «Vendi tutto, Silvana, e vai a vivere da tua figlia in città, che ci resti a marcire qui?» Ma io non ce la facevo.

Non per cocciutaggine anche se un po sì ma perché Marco è ovunque qui, in ogni trave, in ogni zolla, persino nelle impronte sullorto. È la nostra vita che ho qui, tutti quegli anni insieme: come faccio a lasciarli? E così vado avanti.

Mi sveglio alle quattro, vado a letto alle dieci, la schiena mi fa male, le mani restano insensibili fino allautunno per lacqua gelida, eppure vivo. E sono felice di ogni vitello nato, di ogni secchio di latte, di ogni alba sulla nostra roggia.

Su Zina, la mia vicina, non volevo perdere tempo.

Lei vive due case più in là, in un rustico danteguerra, vedova da una vita, ha cresciuto suo figlio Matteo. Un uomo ormai, sopra i trentanni, ma in paese è Matteo di Zina e basta.

Un bravo ragazzo, lavoratore, però tormentato, triste. Si era sposato ma la moglie è scappata dopo due anni, dicendo che qui avrebbe perso la testa, che era troppo isolato. Lui non lha trattenuta.

Quanto a Zina, senza il pettegolezzo non sapeva vivere.

Passava in rassegna tutto il paese e solo allora era contenta, si sentiva importante. Prima non ci facevo caso, con tutto quello che avevo da fare. Ma lultimo mese qualcosa è cambiato.

Allinizio era una sciocchezza. Vado al negozietto a prendere il pane e la commessa, Nunzia, mi guarda strano, con compassione, come se stessi già scegliendo la bara.

Le chiedo:
Nunzia, che cè?
Lei si impappina, abbassa gli occhi:
Ma nulla, Silvana, proprio nulla.

Poi la dottoressa Teresa mi stringe la mano forte:
Tieni duro, Silvana, siamo tutti con te.

Ma cosa sta succedendo? Mistero.

Poi lho scoperto. Zina ha sparso la voce che io il latte lo falsifico, ci metto acqua, gesso, un po di tutto per farlo sembrare più grasso.

E che il mio formaggio, quello che porto a vendere a Crema, è vecchio e lo camuffo cambiando le etichette.

Pensavo: «Sì, figurati se la gente ci crede». Ma questa non è solo una bugia: è una mazzata! Tutto quello che ho costruito in anni, rovinato da una lingua velenosa.

Una settimana che non dormo la notte. Continuavo a domandarmi: «Ma perché? Cosa ho fatto a sta Zina?» Mai litigato davvero, ci salutavamo e basta.

Era venuta anche al funerale di Marco, si era asciugata pure due lacrime col fazzoletto.

Poi mi è venuta una rabbia, bella forte, di quelle che ti danno energia. Mi sono svegliata e ho pensato: «No, adesso basta! Non mi faccio calpestare così! Non ho sgobbato una vita per farmi buttare nel fango»

Sabato abbiamo avuto la riunione di paese per decidere se sistemare la strada provinciale. Era pieno di gente, una cinquantina quasi tutto Romanengo. E Zina era in prima fila, col fazzolettone e quellaria soddisfatta.

Finita la strada, mi sono alzata. Gambe che tremano, voce roca. Però mi sono alzata.

Gente ho detto posso parlare un attimo?

Il sindaco, Giovanni, mi fa un cenno. Allinizio biascicavo, poi mi sono sciolta. Ho detto tutto quello che si diceva su di me:

Sono tutte balle! Il latte me lo testano ogni settimana in laboratorio, qui ci sono i referti!

Il mio formaggio va in tre negozi e nessuno si è mai lamentato!

E adesso mi dica, signora Zina mi sono rivolta a lei perché ha parlato male di me? Cosa le ho fatto di male?

Lei cambiava colore come un semaforo prima rosa, poi bianca, poi maculata e grigia.

Io volevo solo ho sentito dire balbettava.

Da chi lha sentito? ho incalzato. Faccia nome e cognome!

Silenzio da tagliarsi col coltello. Tutti guardavano Zina. E quegli sguardi erano pesanti.

Ma la gente diceva

Sè completamente persa, ma a un certo punto sbotta:

E allora? Io che centro se lei è vedova e vive con un amante?!

Sono cascata dalle nuvole.

Ma quale amante, cosa stai dicendo?! Da sola vivo, ma proprio sola.

Sarà tuo figlio Matteo, lamante? si è sentita una voce dal fondo. Era la nonna Stefani, che di solito la sa più lunga di tutti.

Matteo viene ogni tanto ad aiutare coi lavori, e sarebbe un amante?

Allora si è alzato Matteo. Stava in un angolo, altissimo, largo di spalle, rosso come una barbabietola, pugni chiusi.

Mamma ha detto a bassa voce cosa hai combinato?

Zina si è avvicinata a lui tutta tremante:
Matteo, io lho fatto per te! Lei vuole ingannarti questa qui

Basta, mamma! ha gridato lui, che il paese intero ha fatto un salto. Basta, capito?! Sai cosa hai fatto? Hai infangato una brava persona! Lei lavora come una matta, si spacca la schiena da sola, e tu la butti nel fango!

Poi si è girato verso di me, e nei suoi occhi cera qualcosa di nuovo.

Silvana, mi ha detto, dolcemente perdona mia madre. Non è cattiva. È la gelosia, la stupidità da donna. Ha paura che io la lasci, che scelga te. E io

Si è bloccato, si è passato una mano sul viso.

E io veramente ti voglio bene. Da tanto. Da quando sei venuta qua insieme a Marco, riposi in pace. Avevo quattordici anni, tu venticinque.

Ti guardavo e pensavo: chissà se troverò mai una moglie così. Poi mi sono sposato Lucia, ma tu eri già sposata, e ho creduto di poter dimenticare. Non ci sono riuscito. Lucia lo sentiva, forse è per questo che se nè andata.

In sala era così silenzio che si sentiva volare una mosca. Zina sembrava invecchiata di dieci anni seduta lì, schiacciata.

E quando Marco non cè stato più, io ho iniziato a venirti ad aiutare. Non per compassione, anche se un po sì. Ma perché con te mi sento a casa, giusto, come se fosse il mio posto.

Non sapevo cosa dire. Nel cervello avevo solo un gran tamburo, mi pizzicavano gli occhi.

Ma Matteo, io ho undici anni più di te.

Lo so, ha risposto. E quindi?

E allora niente è intervenuta la nonna Stefani. Il mio Enrico era otto anni più giovane di me, ma abbiamo vissuto insieme felici quarantatré anni. Questi anni sono scemenze! Conta solo che uno sia una brava persona.

Qualcuno ha iniziato a ridere, qualcuno ha annuito, qualcuno ha dato una pacca sulle spalle a Matteo. Zina seduta, piccola, nessuno che le si avvicina né la guarda.

E mi è dispiaciuto per lei, devo ammetterlo.

Non subito, non allistante, ma dopo, sì. Perché si capiva: era la paura, la solitudine, la paura di perdere lunico figlio. Ha fatto una stupidaggine, perfida anche, ma non per cattiveria vera, solo per ignoranza del cuore; non sapeva come amare senza soffocare.

Mi sono avvicinata, mi sono messa accanto a lei.

Signora Zina, le ho detto piano, non si preoccupi. Nessuno le toglie il figlio. Lui le vuole bene, è suo figlio. Solo che

Solo che basta cattiverie, va bene? Basta menzogne. È brutto, è come avvelenare la terra. Semi una bugia, raccogli solo guai.

Ha alzato gli occhi, lucidi, rossi, tristi.

Perdonami, Silvana, ha sussurrato. Sono stata stupida.

Ho annuito. Se lho davvero perdonata, non lo so nemmeno io. Lo capirò, forse, solo col tempo.

Siamo uscite insieme dal municipio. Io e Matteo, fianco a fianco. Il sole scendeva già dietro la pianura, il cielo era rosa, delicato come petali di pesco.

Matteo, gli ho chiesto, dicevi davvero quello che hai detto?

Davvero ha risposto. Davanti a tutti non direi mai bugie.

Mi sono fermata a guardarlo. È proprio un bravuomo, pensavo. Uno di quelli veri, che ti fanno sentire calore anche dinverno.

Allora vieni, ho detto. Dobbiamo ancora mungere le mucche. Dai una mano?

Mi ha sorriso, largo come un ragazzo.

Certo.

E siamo andati. La terra sotto i piedi profumava forte, di erba tagliata, di salvia selvatica che cresce ovunque. Dentro a quellamaro cera anche un po di dolcezza: la speranza, o forse solo la vita che va avanti, più forte di qualsiasi bugia, invidia o meschinità.

Matteo mi ha preso la mano. Era grande, ruvida, calda. E io non lho lasciata, anzi lho stretta di più. Forse, chissà, è destino

E voi? Che ne pensate? Scrivetelo nei commenti, lasciate un like!

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