Sei immobile sulla soglia: il tuo abito costoso appare stonato, quasi irreale, nellaria rarefatta e umida della vecchia casa in periferia di Lecce.
Sul pavimento, i tuoi genitori sono stretti luno allaltra insieme a una bambina minuscola, avvolti in una coperta sfilacciata che sa di lavanda e cenere.
La valigetta scivola dalle tue dita, atterrando con un tonfo soffocato sulle mattonelle. La bambina sobbalza, stringendosi forte al padre. Lui emette un lamento basso, spalanca gli occhi e si blocca, stordito dal tuo viso.
«Matteo…» sussurra roca la sua voce, ferma tra sogno e sorpresa. Tua madre si tira su, tossisce e balbetta: «Madonna santa… sei proprio tu».
Entri come se avanzassi nellacqua scura, con il peso degli anni che ti piega le spalle a ogni passo.
Quindici anni allestero, i tuoi regali spediti da Milano, i bonifici in eurotutto ora sembra vuoto.
«Che cosa è accaduto qui?» chiedi. Tua madre copre gli occhi: «Non volevamo che vedessi tutto questo.»
La bambina, occhi grandi color nocciola, ti osserva tenace, abbracciando il padre come un piccolo scudo.
«Chi è lei?» domandi.
«Tua figlia,» sussurra tuo padre.
Il salotto ondeggia come piazza San Marco in sogno. Quindici anni dispersi in una frase che spezza il respiro.
«No… non è possibile,» mormori, mentre la bimba stringe ancora la mano del padre.
«La mamma mi ha detto che il mio papà vive lontano,» dice lei piano. «Si chiama Matteo.»
Provi a ricompattarti, ma ogni parola ti si incolla al petto come colla.
«E sua madre, dovè?» chiedi con voce che non riconosci.
«Si chiamava Fiorenza. È volata via lanno scorso,» dice tua madre curvandosi.
Tuo padre aggiunge, voce roca: «Fiorenza è tornata due anni fa. Ti ha cercato, ma tu eri scomparso. Non abbiamo avuto il coraggio di dirlo. Pensavamo avessi dimenticato queste mura.»
Ti inginocchi davanti alla bambina, senza curarti della stoffa sgualcita.
«Come ti chiami?» domandi piano.
Lei sussurra: «Nives».
Devi deglutire forte: «Ciao, Nives», ti esce spezzato, e lei non corre da tecerti muri esistono anche tra sogno e realtà.
Tuo padre confessa che hanno perso la casa: raccolti infelici, tasse in salita, un incidente in vigna. Tua madre racconta di un impiegato comunale che gli ha fatto firmare foglicosì hanno perso il podere.
Capisci: non sono state ruspe o armi, ma penne e timbri a strappar loro la terra.
«Non volevamo pesare su di te,» sussurra tuo padre. Scrolli il capo amaro: tu a rincorrere successi, loro a difendere la sopravvivenza.
La rabbia ribolle, ma il tempo non si riavvolge.
«Andiamo via ora,» dici deciso. Telefoni: un albergo in centro, il pediatra, un taxi, controlli su atti e proprietà.
Nives non molla il padre. Ti abbassi: «Venite con mevi porto in un posto caldo, sicuro.»
Arriva il consigliere Romano con un sorriso di cipria e nuove proposte. Ma tu vedi il volto delluomo che ha preso la loro terra.
«Non è solo contro di lui che lotto,» dici allavvocato, «ma contro tutto il sistema.»
Raccogli prove: firme false, verbali di incidenti, sparizione dei documenti. Fotografi la casa devastata.
La paura cambia casaè la città adesso a osservare voi. I giornalisti arrivano da Bari, i carabinieri pure. Romano viene portato via in manette.
Ricostruisci la casa, la dignità, la serenità di Nives. Allinizio oppone resistenza a ogni tua offerta, poi piano si apre, come una finestra nei pomeriggi daprile.
Una sera ti domanda: «Perché sei andato via?»
«Avevo terrore… di restare piccolo,» confessi. «Correvo dietro ai sogni, scordando chi mi aspettava qui.»
Prometti di restare, non di essere perfetto: «Mi trasferisco Da ora saprai sempre dove sono.»
Passano i mesi. La salute ritorna, con il profumo di pane caldo e il suono dei giochi tra muri appena imbiancati. Nives ti disegna con la famiglia, un sole arancione e tu in camicia rossa, fiero.
Le prendi la mano in silenzio. «Sono a casa,» dici.
Per la prima volta, lei ti sorride davveroe si fida.



