Il prezzo dell’arroganza

Il prezzo dellarroganza

Giulia, puoi prestarmi qualche vestito? chiesi a mia sorella Anna, entrando nella sua elegante casa nel centro di Firenze, con una nota di supplica nella voce.

Non potei fare a meno di soffermarmi nellingresso luminoso, arredato con mobili di design, con specchi dalle cornici dorate e un raffinato pouf vicino alla porta: tutto sembrava il set di una rivista darredamento. Sentii dentro di me quella vecchia, pungente invidia a cui non mi sono mai veramente abituato: Anna aveva sempre tutto sotto controllo, tutto perfetto.

Anna apparve sulla soglia del soggiorno, osservandomi attentamente. Persino nel suo completo casalingo di cashmere aveva quelleleganza semplice e innata che io, Giulia, cercavo invano di conquistare da una vita.

Raccontami un po, che succede? mi chiese tranquilla, appoggiandosi allo stipite della porta.

Mi sistemai la manica del cappotto non proprio nuovo, ma ancora in buono stato. Cercai di non guardare la grande tela appesa alla parete, lordine impeccabile e il profumo intenso di caffè appena fatto che impregnava tutto lappartamento.

Non è niente di che tentennai, cercando le parole giuste.

Anna non spostava lo sguardo da me e capii subito che non mi avrebbe lasciata scappare facilmente. Sospirai e confessai dun fiato:

Sabato cè la rimpatriata del liceo Devo esserci per forza! E devo essere impeccabile, capisci? Voglio che tutti pensino che la mia vita sia una favola!

Ma perché? domandò Anna, infine girandosi verso di me. Vuoi davvero stupire persone che non senti da anni e che, tanto, non vedrai più nella vita di tutti i giorni? Sei addirittura in unaltra regione!

Passai una mano tra i capelli, improvvisamente assalito dal desiderio di avere anchio una cucina così: bancone alto, elettrodomestici a incasso, quei lampadari moderni. Un risveglio lento, col caffè in una cucina da sogno, invece della solita corsa caotica di sempre.

Non capisci! esclamai. Per me è importante. Voglio che vedano che ce lho fatta, che ho raggiunto tutti i miei obiettivi. Non voglio che pensino che sono un fallito.

Mi fermai, scoprendo che stavo fissando Anna con invidia. Lei, o non se ne accorgeva, o semplicemente non dava peso alla cosa.

Vuoi davvero recitare una parte? Fingere di essere qualcuno che non sei? domandò con dolcezza Anna, sedendosi su uno sgabello. Pensi che li impressionerai davvero?

Non è così scossi il capo. Voglio solo che credano che sogni e desideri si sono realizzati!

Anna sospirò. Daccordo, vediamo cosa posso prestarti. Ma promettimi che è la prima e ultima volta che cerchi di ingannare la gente così. Lo sai che non è corretto.

Tu non mi capisci!

E presi a raccontare la mia storia…

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Ai tempi del liceo ero la reginetta della classe: nessuno poteva negarlo. I ragazzi mi seguivano nei corridoi, sperando in un mio sorriso; persino i professori, magari senza accorgersene, si mostravano più indulgenti di fronte al mio sguardo profondo e malinconico. A casa, bastava che sollevassi un sopracciglio o sospirassi, e i miei genitori cedevano a ogni mio desiderio.

Ottenevo sempre ciò che volevo. Le nuove sneakers appena arrivate in città? Mia madre il giorno dopo me le regalava, con tanto di scatola fiammante. Arrivava il nuovo ragazzo in classe? Tempo una settimana e già mi accompagnava a casa. Tutto era diventato un gioco per me: vedere fin dove potevo spingermi, quali desideri esaudire, quali limiti violare.

Perché io posso! mi ripetevo come un mantra. Era la mia giustificazione per tutto. Se unamica si metteva con un ragazzo che piaceva a me, scattava la sfida: riuscirò a rubarglielo? E quasi sempre, la risposta era sì.

Una dopo laltra, le vecchie amiche si allontanavano. Prima una smise di invitarmi alle uscite, poi unaltra si fece nuove conoscenze. Ma non mi turbava, intorno a me giravano sempre persone in cerca della mia approvazione, desiderose di far parte della cerchia. Se qualcuna non reggeva il mio gioco, pensavo, tanto peggio per lei.

Alla festa di diploma mi sentivo davvero una regina. Il salone decorato a festa era il mio palazzo. Tutti mi ruotavano intorno come cortigiani, attenti a ogni mia parola o sguardo. Mi ubriacai di tutta quelladorazione e, presa dallentusiasmo, esagerai.

Quando la conversazione scivolò sui ricordi scolastici, mi lanciai in una raffica di battute pungenti sulle mie ex-compagne: tirai fuori vecchi rancori, sottolineai i loro difetti, accennai ironie sullaspetto fisico. Le parole uscivano da sole, con un tono sempre più tagliente; ormai si era acceso quello strano fuoco di vedere come reagivano, come cercavano di difendersi.

La mia vita sarà fantastica! proclamai con orgoglio, alzando il mento e fissando le compagne Avrò un marito ricco che mi vizierà, una villa con personale di servizio anzi, chissà, magari avrò una mia boutique! Ma a lavorare, proprio no: avrò tutto senza fatica! Soldi, lusso, attenzioni: saranno tutte mie!

Negli occhi, solo entusiasmo e sulle labbra un sorriso compiaciuto. Sembrava che già vivessi in mezzo a quelle luci, a quelle macchine di lusso, alle serate nei locali alla moda.

E invece voi finirai diversamente! cambiando brusco il tono, mi rivolsi a una ragazza timidissima, sempre in prima fila in classe.

Si accartocciò sotto il mio sguardo, ma ormai ero inarrestabile:

Diventerai una maestra in qualche scuola sperduta, magari commessa! Perché sei una persona piatta che non sa neppure vestirsi, la liquidai con una smorfia. Tuo marito farà loperaio che rincasa ubriaco e ti picchia.

Era quasi una soddisfazione sadica quella che provavo vedendo le loro facce mentre enumeravo vite malinconiche, facendo battute sullaspetto, i modi, le loro capacità.

Cercavano di sorridere, qualcuna abbassava lo sguardo o lanciava occhiate nervose, ma latmosfera era carica: le mie parole ferivano, anche se io facevo finta che fosse tutto uno scherzo.

E io ridevo della loro goffaggine, soddisfatta. Il mio riso era contagioso e anche i ragazzi ridevano, chi per compiacermi, chi per non sentirsi escluso.

Mi sentivo onnipotente, convinta davvero di poter prevedere e decidere i destini degli altri.

Quando scelsi luniversità a Roma, lo feci non tanto per lindirizzo, quanto per lidea che lì avrei trovato molte più opportunità. Città grande, ragazzi di buona famiglia, imprenditori emergenti e la nonna mi aveva lasciato un appartamento: nessun affitto né collegio, un bel vantaggio sulle altre.

I primi tempi furono come li avevo immaginati: arredai la casa, iniziai a frequentare locali, a conoscere gente, alle feste era sempre fra le più in vista. Sorriso giusto, trucco perfetto, mi sentivo osservato, corteggiato: ero certa che bastasse un altro po e avrei trovato qualcuno alla mia altezza.

Poi iniziò la vita universitaria vera. I corsi erano duri, serviva attenzione, i seminari richiedevano studio e i professori non si lasciavano certo incantare dallo sguardo languido: senza impegno, gli esami andarono male. Un disastro. I docenti, prima indulgenti, divennero intransigenti: O si dà una svegliata, o è fuori corso.

Mi resi conto che ladolescenza era finita; le ragazze attorno a me erano tutte intelligenti e ambiziose, sapevano muoversi, combinavano studio, piccoli lavori, tirocini. Il mio vecchio fascino non bastava più. La cosa non mi spinse però a impegnarmi di più: al contrario, decisi che dovevo trovare in fretta un marito. Prima che la bellezza svanisca, pensavo, fissando lo specchio ogni mattina.

Accettavo appuntamenti con uomini anche più grandi, mi lanciavo con entusiasmo, lasciando spesso trapelare il mio desiderio di una vita stabile e benestante. Ma più mi ostinavo, più gli uomini si allontanavano.

Finché conobbi Filippo: figlio di una nota famiglia romana, i genitori avevano diverse cliniche, vivevano ai Parioli e si frequentavano i salotti più esclusivi. Filippo, laurea internazionale, lavorava già nel settore familiare ed era lunico erede.

Non era un adone: bassa statura, viso rotondo, portamento quasi dimesso. Ma non mi importava, quello che contava era tutto laltro: Perché scegliere il bello ma povero? Con lui potrò avere casa, prestigio, libertà economica! Già mi vedevo signora di villa, ai ricevimenti di gala o in vacanza a Cortina.

Iniziai con piccoli incontri casuali nei bar dove sapevo lui andava, poi in palestra o a cene; fui sempre brillante, impeccabile, mai invadente ma accattivante. Riuscii a entrare in confidenza, le uscite si fecero più frequenti, le chiacchiere più intime: capivo che era preso ma cercavo di non forzare i tempi, lasciando intendere che una come me meritava il meglio.

Non pensai mai, però, che per la sua famiglia la provenienza contasse così tanto. Quando Filippo azzardò il mio nome a sua madre, lei inarcò appena il sopracciglio:

E questa Giulia, di che famiglia è?

Lui: Studia, viene da Pisa. Genitori normali, gente semplice.

Normali? la madre strinse le labbra. Ma ti rendi conto di cosa significhi per la nostra reputazione? Non lasciarti incastrare ribadì, tagliente. Tu meriti una ragazza del nostro ambiente.

Io, intanto, sognavo già la presentazione ufficiale ai suoi, la scelta della casa insieme Fino al giorno in cui Filippo mi chiamò: Dobbiamo parlare.

Al tavolino di una pasticceria di Trastevere, era teso, esitava. Poi disse:

I miei non approvano la nostra relazione. Dicono che non siamo dello stesso mondo.

Trattenni le lacrime a fatica e tentai di sorridere:

Ma che importa? Siamo adulti, decidiamo noi.

Per loro importa, sospirò lui. Mi hanno già scelto una ragazza. Non me la sento di scontrarmi con la famiglia. Scusa.

Rimasi a lungo davanti al caffè ormai freddo, più arrabbiata che triste.

Perché? Ho fatto tutto giusto! Perché deve pesare tanto la famiglia? Maledissi di non aver potuto incastrarlo con un figlio: così non mi avrebbe mai lasciata!

Ma il peggio venne dopo: nel giro di poco, scoprii che negli ambienti buoni correvano voci su di me. Dicevano che ero una cacciatrice di dote, che avevo usato Filippo per salire. Le notizie correvano alla velocità della luce.

Alle feste notai subito gli sguardi, i bisbigli, i sorrisi di circostanza. Certi uomini che prima mi corteggiavano ora si tenevano alla larga; uno addirittura ignorò il mio saluto in un ristorante.

Cercai di fare buon viso a cattivo gioco, ma capivo che la mia reputazione era a pezzi. Un matrimonio conveniente era ormai un sogno.

Tornare a Pisa era impensabile: sarebbe stato ammettere la sconfitta. Già in passato avevo raccontato ai miei genitori di essere una studentessa modello alla Sapienza, con lavori importanti e un fidanzato impareggiabile. Loro mi credevano e ne andavano fieri, raccontando a tutti dei miei successi.

Solo Anna conosceva la verità. Un giorno mi colse di sorpresa, presentandosi senza preavviso.

Torna a casa mi disse, seria. Ammetti che hai mentito, basta con le bugie.

Mi feci forza, mi asciugai il viso e dichiarai con fierezza:

Ammettere di aver mentito? Mai! Devo farcela da solo, ce la farò, vedrai!

Ne ero convinta, pensavo bastasse la volontà. Continuai a frequentare feste e appuntamenti, cercando di rientrare nei giri giusti. Ma il tempo passava e il principe azzurro non si vedeva. Gli uomini più seri, dopo pochi incontri, si allontanavano, appena intuivano le mie aspettative troppo alte e la mia ostilità ai compromessi.

Intanto leredità della nonna i risparmi rimasti dopo lacquisto della casa stava finendo. Prima ridussi i lussi, poi smisi del tutto di andare al ristorante o in palestra, comprai solo il necessario. Le bollette però continuavano ad arrivare e ignorarle non serviva.

Una mattina, contando gli ultimi risparmi, capii che non potevo più rimandare: dovevo cercare lavoro. Speravo ancora di trovare qualcosa da signora, ma senza laurea e senza esperienza, dovetti accontentarmi.

Così la ex-reginetta finì a lavorare come cassiera in un supermercato di quartiere a Roma. Allinizio fu durissimo: mi fissavano, commentavano sottovoce sul mio aspetto troppo curato per il posto. Dovevo sorridere, battere i prezzi, salutare i clienti ricordandomi ogni giorno che era solo una soluzione provvisoria.

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Ieri mi è arrivato linvito alla rimpatriata del liceo! conclusi il mio racconto con amarezza. Non posso proprio non andare Penseranno che non mi presento perché non sono riuscito nella vita!

Anna lasciò il cucchiaino nella tazza di tè e mi guardò seria. Aveva unespressione pensierosa, pareva riflettere.

Non credi che forse qualcuno sappia già tutto di te e ti abbiano invitato solo per umiliarti? Per ripicca. Ricordi comeri stata crudele con loro, allultimo dellanno?

Sussultai, il viso avvampò:

Sciocchezze! Nessuno sa nulla. Basta essere convincenti. Io vado e mostro chi comanda!

Anna si lasciò andare allo schienale della sedia, tamburellando con le dita sulla tazzina. Si chiedeva che senso avesse rinvitare una che aveva sparato sentenze e offese su tutte: chi la vorrebbe davvero in gruppo, dopo certi numeri?

Ma non disse nulla: conosceva bene la testardaggine di sua sorella. Tanto Giulia avrebbe fatto di testa sua.

Va bene, accettò mantenendo un tono neutro. Se hai deciso, vai. Ma pensa a quello che potrebbe succedere.

Succedere che? risposi piccata. Andrò, sarò perfetta, lo vedrai. Vestito, trucco, acconciatura Nessuno sospetterà nulla!

Se ti serve una mano, sai dove trovarmi, concluse, e percepii che era sincera.

Mi rilassai: era il sostegno che mi serviva.

Grazie. Avrò bisogno del tuo occhio critico. Voglio essere perfetta Nessuno dovrà mai dubitare che mi sia andata male!

**********************

Corsì fuori dal ristorante piangendo, le lacrime che mi bagnavano il viso. Laria di un freddo sabato sera romano mi schiaffeggiò ma neanche me ne accorsi: mi allontanavo da quel luogo con il cuore a pezzi, dove poco prima avevo provato a essere chi non ero. Aveva ragione Anna, non dovevo venire! martellava nella mia testa.

Allinizio era andato tutto bene. Quando entrai nel salone, calcolai ogni passo: camminata elegante, sorriso rilassato, unocchiata frettolosa allorologio costoso. Dovevo sembrare impegnatissima, quasi di passaggio.

Mi aggregai a chi mi conosceva meno. E giù con le bugie: marito manager in viaggio daffari a Dubai, villa con giardino fiorito tutto lanno, vacanze esotiche ogni stagione. Mentivo talmente bene da quasi crederci.

Ma non avevo notato che gli altri si scambiavano occhiate e sorrisetti. Finché una voce maschile, squillante:

Ma lo sapete che laltro giorno ho incontrato Giulia e la sua vita è tutta diversa da quella che ci racconta ora!

Cade il silenzio, tutti si girano a guardarmi. Provo a sorridere ma mi trema la bocca.

Sì sì, incalza una compagna, mostrando il cellulare. Le ho anche scattato due foto il mese scorso!

E via. Sul maxischermo iniziano a scorrere immagini della mia vera quotidianità: io alla cassa del supermercato, con la maglietta della divisa e un badge col nome. Poi mentre sistemo la spesa, lo sguardo attento ai prodotti in offerta; poi mentre entro nel mio palazzo popolare con i sacchetti pesanti e infine la più umiliante io seduta sullautobus, stanca e spettinata.

Scoppiano le risate, allinizio soffocate ma poi sempre più fragorose. E la villa dovè, Giulia? E il marito manager, lavora con te alla cassa? qualcuno ironizza.

Mi sentii sprofondare. Fino a un attimo prima avevo recitato una parte, adesso le foto svelavano la realtà sotto la maschera.

Senza aspettare oltre, lasciai la sala. Non sentii i commenti né vidi chi cercava di fermarmi. Solo il vento freddo e le lacrime che mi bagnavano il viso, mentre mi rifugiavo su una panchina cercando di riprendere fiato e capire cosa fare.

Non vidi neppure luomo che mi venne incontro e ci scontrammo. Quasi caddi.

Tutto bene? domandò premuroso. La sua voce era così sincera e gentile che mi bloccai per un istante.

Alzai lo sguardo: era un uomo comune, cappotto semplice, una sporta della spesa. Ma aveva uno sguardo talmente accogliente che lultimo brandello di autodisciplina mi abbandonò.

No sussurrai, con le lacrime che mi rigavano il viso. Il mio fidanzato mi ha lasciato proprio prima delle nozze

Non imparerò mai.

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