La casa in campagna, lei sistema tutto: una storia di suocere, famiglie e miracoli all’italiana

Ma ti sei bevuta il cervello? Avevo detto a Lucia che saresti venuta! Ho perfino chiesto di mettere da parte per te il pezzo migliore!

Francesca si fermò sulla soglia, stretta al suo sacchetto di plastica. La suocera, signora Giovanna Bellini, era appostata sulla porta della cucina, le braccia incrociate, e la fissava con uno sguardo che avrebbe incenerito persino un impiegato delle poste reo di aver saltato la fila.

Signora Giovanna, non sono riuscita ad andare al mercato, Francesca cercò di mantenere la calma. Dopo il lavoro sono passata in tintoria a ritirare il suo abito, poi dalla farmacia…

Ma non potevi avvisare? Una chiamata! Lucia ti aspettava fino a chiusura. Mi ha chiamata piangendo per unora che lho delusa!

Francesca posò il sacchetto sul tavolo. Avvertì una stretta allo stomaco.

La carne è ottima, fresca, disse aprendo il pacco e mostrandolo. Guardi, manzo fiorentino, appena scottato

La suocera non degnò la carne di uno sguardo. Si avvicinò al tavolo e spinse via il sacchetto con la punta delle dita, con evidente disgusto.

Robaccia da supermercato, piena di schifezze. Marco nemmeno la toccherà, ha lo stomaco delicato.

Marco quella carne lha comprata lui stesso la settimana scorsa, sfuggì a Francesca.

Errore fatale. La suocera arrossì di colpo.

Ecco! Il marito che deve fare la spesa, mentre la moglie si perde chissà dove! Tre anni, Francesca. Tre anni in questa famiglia, e ancora nulla. Non cucini, non aiuti, non pensi a dei figli

Signora Giovanna, questa è uningiustizia.

Ingiustizia? sbottò la suocera. Io le scarpe le baciavo a mia suocera, non osavo contraddirla. E tu? Fai di testa tua, non rispetti nulla

La signora Bellini si precipitò allingresso, strappando la borsa dalla gruccia. Ogni movimento era una stilettata.

Io a Marco lo dico da tempo: lasciati, finché sei in tempo. Trova una donna vera. Che sappia apprezzare il marito

Si fermò, passò le scarpe senza nemmeno sistemare il tallone.

Francesca rimase ferma, aggrappata allo stipite della cucina.

Arrivederla, signora Giovanna.

La suocera non rispose. Chiuse la porta lasciando dietro di sé il silenzio.

Francesca scivolò a terra, seduta sul freddo pavimento della cucina. Il pacchetto con il manzo giaceva sul tavolo come un testimone muto. Neppure uno sguardo ai piatti puliti, né alle foto di nozze appese al muro dove la suocera sorrideva come se avesse nelle scarpe un sasso.

Tre anni. Tre anni di tentativi. Francesca aveva imparato ricette toscane, sopportato i pranzi domenicali in cui ogni piatto veniva commentato, Marco vorrebbe le patate a cubetti, non a fettine. Aveva sorriso, aveva annuito, mille scuse per colpe mai sue.

Eppure sempre inadeguata, sempre meglio separarsi.

Francesca buttò indietro la testa, neppure il soffitto, che avrebbe avuto bisogno di una mano di bianco, sembrava importare. Che differenza faceva.

Per due settimane, Francesca visse come una clandestina dietro le linee nemiche. Ai telefoni della suocera rispondeva Marco; i pranzi saltati per impegni urgenti; e i casuali incontri liquidati con un buongiorno e fuga.

Poi, la chiamata del notaio.

Il nonno di Francesca che aveva visto forse cinque volte in tutta la vita era venuto a mancare. Aveva lasciato a lei una casa in campagna a una quarantina di chilometri da Firenze. Un piccolo terreno nella cooperativa agricola Aurora.

Dovremmo almeno vedere comè, Marco girava in mano le chiavi ingioiellate da un vecchio portachiavi a forma di fragola spelacchiata. Andiamo sabato?

Francesca annuì. Sabato sia.

Non aveva previsto una cosa.

Marco caro, vengo anchio! Signora Giovanna spuntò sulla porta alle sette e mezza, stivali di gomma smerlati ai piedi e un cestino tra le mani. Quella zona abbonda di funghi, lo diceva Lucia.

Francesca senza una parola preparò il thermos. Si annunciava una giornata straordinaria, ovviamente ironico.

La casa di campagna era proprio come Francesca se laspettava.

Un casale semidistrutto, il giardino ridotto a selva, la recinzione reggeva per miracolo e due chiodi arrugginiti. Allinterno, odore di umido e di vecchi giornali.

Marco Francesca abbassò la voce, tirando la manica di lui. Vendiamola, dai. Che ci facciamo qui? Tutti i weekend a zappare? Non è la nostra vita.

Marco stava per rispondere

Ma siete impazziti?! La signora Giovanna sbucò dal nulla. Questa è terra! Una fortuna! Se avessi avuto la possibilità

Si strinse il petto, gli occhi le si illuminarono.

Datemi le chiavi. Sistemo tutto. Fiori, casa, orto. Vedrete, tra un anno mi ringrazierete!

Francesca la studiò con scetticismo. La suocera galleggiava tra le foglie secche con una luce che non aveva mai visto.

Signora Giovanna, qui cè da lavorare

Franci, lasciala fare. Marco la prese per un braccio con dolcezza. Le fa bene. Che ti costa?

Strano non era. Era surreale. Ma ancora meno il desiderio di discutere.

Francesca porse silenziosamente le chiavi con la fragola sbiadita.

Due mesi passarono come in una nebbia irreale. La signora Giovanna chiamava solo per questioni pratiche, mai senza invito e incredibile mai una parola su carne di mercato, figli mancanti o patate tagliate sbagliate. Al telefono un tono allegro e pieno di energia: Marco caro, qui tutto bene! Ho tantissimo da fare, ci sentiamo!

Francesca non ci capiva niente. Una trappola? La quiete prima della tempesta? Malata, forse?

Marco, chiese una sera, davvero tua madre sta bene?

Benissimo, scrollava le spalle lui. È tutta impegnata con la casa. Dice che non ha tempo nemmeno per dormire.

Venerdì chiamò la stessa signora Giovanna.

Domani vi voglio qui! Facciamo la grigliata, vi faccio vedere lorto. Ho sistemato tutto, dovete vedere con i vostri occhi!

Marco, non voglio, Francesca si rifiutava quando Marco comunicò linvito. Due mesi di pace e ora di nuovo tutto da capo

Dai Franci, si è data da fare. Ci rimane male se non veniamo.

Rimane male sempre.

Per favore Lo sguardo implorante di Marco fece cedere Francesca.

Ok, sabato.

E sabato Francesca non riconobbe la suocera.

Signora Giovanna aspettava al cancello in abito di lino, le mani abbronzate, le guance arrossate di salute. Non un sorriso obbligato, ma una vera, gioiosa serenità aveva disteso le rughe intorno agli occhi; sembrava più giovane di dieci anni.

Finalmente siete arrivati! aprì le braccia e Francesca si lasciò abbracciare, gravata di stupore. Profumo di terra, aneto, e miele.

Il terreno era trasformato: gli orti ordinati tracciavano file impeccabili contro la nuova staccionata, cespugli di ribes spuntavano rigogliosi, sotto le finestre brillavano tagete tra i raggi.

Venite, vi mostro tutto! La signora Giovanna li trascinò, senza respiro. Qui la fragola, ottima qualità, la coltiva la vicina. A giugno le prime. Qui pomodori e qui cetrioli. In autunno metto da parte conserve, tutte per voi, io mi tengo solo due barattoli.

Francesca lanciò uno sguardo sorpreso a Marco. Anche lui colto impreparato.

Mamma, hai fatto tutto tu? chiese Marco guardando le meraviglie.

E chi sennò? rise la suocera, lieve e vitale. Ho le mani, la testa funziona. Le vicine aiutano. Qui cè gente vera, non fredda come in città.

Li portò dentro la casa. Niente più umidità: tende fresche, finestre lucide, tovaglia ricamata sul tavolo. Profumo di dolci e erbe fresche.

Guardate, pose in tavola latte fresco e un pacco avvolto in carta da forno. Me li ha dati la signora Teresa, due case più in là. Latte di capra suo, carne allevata da lei. Ne porto via per voi: cè anche ricotta e panna.

Francesca fissò la carne con un nodo in gola. Carne vera, nessun rimprovero sul mercato o mancanze senza fine.

Signora Giovanna Lei qui sta bene?

La suocera sedette sullo sgabello, uno sguardo dolce, vulnerabile, mai visto.

Francesca, la chiamò così per la prima volta, ho sempre sognato questo. La mia terra, la mia casa, le mani nella terra, la mente libera. In città soffocavo e non capivo perché. Ma qui

Indicò la finestra.

Qui vivo davvero.

Tornarono indietro in silenzio. Marco guidava, dietro le bottiglie di latte e i pacchi di ricotta tintinnavano su ogni buca.

Senti, fu lui a rompere il silenzio, forse adesso possiamo pensare a dei figli. Cè dove lasciarli in estate.

Francesca sbuffò, ma sorrise.

Sai che volevo vendere questa casa. Quel primo giorno. Mi chiedevo a cosa servisse.

Me lo ricordo.

Ma questa casa Francesca esitò a cercare le parole. Ha rimesso a posto tutto. In due mesi ha fatto più di quanto io abbia fatto in tre anni tra me e tua madre.

Marco rallentò al semaforo, le occhi negli occhi.

Mamma era infelice. Ora non più.

Francesca annuì. Le luci si accendevano fuori, davanti a loro la casa, le fotografie delle nozze. E per la prima volta, tornare a casa era una gioia.

Bisognerà venire più spesso, disse a bassa voce.

E si meravigliò di averlo pensato davvero, senza finzioni.

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