La felicità si nasconde nelle piccole cose della vita quotidiana

La felicità nelle piccole cose

In una delle sere di maggio di molti anni fa, negli eleganti saloni del ristorante “Il Premier” nel cuore di Firenze, si erano riuniti gli ex studenti dellIstituto delle Arti e della Cultura. Dieci anni erano passati dalla cerimonia di laurea: allora erano giovani, pieni di aspettative, sognavano il futuro con una certa inquietudine dolce-amara, si domandavano chi sarebbero diventati. Ora, con altrettanto batticuore, si preparavano all’incontro: curiosi di vedere i cambiamenti nei volti amici, le storie che la vita aveva tracciato, le strade scelte dal destino. Cera chi arrivava da Roma o Venezia, chi portava con sé il marito o la moglie, chi si presentava da solo, ma con la gioia pronta di tuffarsi nellatmosfera dei ricordi.

In una piccola sala laterale, riservata agli invitati, Lucia la migliore amica di Chiara aiutava lamica a prepararsi. Con gesti pazienti, allacciava lultimo bottone di un abito azzurro chiaro in chiffon leggerissimo, controllando che ogni piega fosse perfetta. Il vestito danzava con ogni piccolo movimento, abbracciando dolcemente la figura della ragazza.

A dire il vero, Chiara, mi stupisce che tu abbia deciso di venire commentò Lucia, aggrottando leggermente le sopracciglia. I tuoi ricordi dellUniversità non sono proprio rosei Solo a pensare a Matteo con le sue corte spicce e i suoi corteggiamenti insistenti! E lui oggi ci sarà sicuramente.

Chiara si voltò appena, scostando una ciocca castana dal volto, e sorrise; nei suoi occhi brillava la voglia sincera di rievocare quegli anni, di vedere cosa avevano fatto i compagni, chi erano diventati. Quanto a Matteo era acqua passata. Quanti anni! Probabilmente anche lui aveva superato quelle infatuazioni di gioventù. Forse, anzi, ripensarci gli sarebbe stato persino difficile.

Perché no? rispose calma, accarezzando il tessuto del vestito, traendo da quel gesto una sicurezza semplice. Sono curiosa di rivederli tutti. E comunque è stato Paolo a insistere: è curioso di conoscere i miei ex compagni.

Lucia sbuffò, andò verso larmadio e prese un paio di scarpe dal tacco basso, ornate di piccole perle. Girò le scarpe tra le mani, valutando se fossero adatte. Poi lanciò a Chiara uno sguardo da cospiratrice.

Paolo è davvero speciale, commentò con un sorriso ironico. Un vero tesoro, ce ne sono pochi così.

Chiara rise, infilò le scarpe, e si sentì subito più alta, più sicura.

È buono, semplicemente. E mi vuole bene, davvero. Capisci?

Allora muoviamoci, rise Lucia, altrimenti le storie migliori ce le perdiamo.

Si avviarono verso la sala principale, incontrando visi noti ed esclamazioni entusiaste. Chiara sentiva crescere una lieve inquietudine; molto tempo era passato e la fantasia le restituiva immagini e ipotesi: qualcuno sarà diventato un regista celebre, qualcun altro avrà uno studio tutto suo, qualcuno avrà figli Altri forse saranno rimasti quelli di allora: il simpaticone dalle battute pronte o la timida che disegnava in disparte.

Salutando e abbracciando i presenti, Chiara notò lamica Giulia vicino al grande specchio con cornice dorata; il suo abito color corallo risaltava nella sala illuminata, e la sua gioia contagiava tutti.

Ecco te! esclamò Giulia stringendola forte. Pronta? Qui è già un turbinio!

La lasciò appena, tenendola docchio come temesse le potesse sfuggire, poi indicò la porta:

Guarda chi è arrivato

Chiara si volse e vide Matteo. Entrò come fosse tutto suo lo spazio intorno. Il completo blu, evidentemente su misura, cadeva perfetto sulla sua figura snella; ogni gesto comunicava sicurezza, abitudine ad essere il centro dellattenzione. Un orologio importante brillava al polso, e accanto a lui una donna alta, bionda, in abito da sera firmato, lo seguiva con passo affettato.

Matteo passò uno sguardo sulla sala, quasi valutasse la scenografia, e subito lo puntò su Chiara. Un istante sembrò prolungarsi in eterno; lei colse una sfumata esitazione nel suo sorriso, prima che si avvicinasse.

Chiara, disse inchinandosi leggermente alla maniera dei tempi andati. Nel tono neutro si percepiva però un piccolo fremito, come se avesse provato e riprovato quel momento. Sono felice di rivederti.

Matteo, rispose Chiara, sincera nel sorriso, anche se nel petto sentiva qualcosa di indefinito, come uneco di curiosità e di lieve allerta. Anche io. Come stai?

Lui sorrise, aggiustando con aria disinvolta il bavero della giacca, dove spiccava una minuscola monogramma. Il gesto, apparentemente distratto, era invece voluto: dimostrare che aveva raggiunto, eccome, posizione e stile.

Alla grande. Lavoro in una grossa azienda, mia moglie è una modella, abbiamo casa in centro insomma, posso ritenermi fortunato.

La donna accanto a lui annuì appena, con la tipica aria distaccata di chi è abituata al ruolo. Chiara incrociò i suoi occhi chiari: uno sguardo di indifferente superiorità, più interessato a valutarla che altro.

Felice per te, davvero, rispose Chiara senza scomporsi.

Matteo contrasse le labbra, quasi cercasse nelle sue parole qualcosa di nascosto, o lantico stupore che ora non trovava.

E tu? Sempre alla scuola di musica?

Sì, si accese il volto di Chiara, e mi piace molto. I bambini sono fantastici, i colleghi in gamba. Abbiamo messo in scena “Lo Schiaccianoci”, costumi cuciti a mano, prove infinite, ma vedere i ragazzini sul palco, pieni di entusiasmo Ne valeva la pena!

Il coinvolgimento nella voce di Chiara sorprese Matteo, che rimase qualche istante in silenzio.

E tuo marito, Paolo, vero? Alleni ancora?

Sempre, rispose Chiara, serena, senza avvertire alcun imbarazzo. Lavora con i bimbi nella scuola di ginnastica. Gli vogliono tutti bene, lo seguono come pulcini, cercano di imitarlo in tutto. È paziente, sa come prenderli anche quando fanno i monelli.

Lorgoglio nelle sue parole rimase in sospeso nellaria, e Matteo, quasi incuriosito da tanta semplicità felice, la fissò.

Però dovete cavarvela con poco Non avrai mai pensato di cercare di più?

Il vecchio senso della verifica, la tensione di chi giudica la vita in base a ciò che si possiede. Ma Chiara sorrise ancora, con la luce che sapeva trasmettere agli altri calma e dolcezza.

Siamo felici, affermò. Paolo è la persona più buona che conosca. Cè sempre per me, mi rincuora, si ricorda ogni mio desiderio. Adoro i mughetti e, ogni anno, a maggio, ne porta un mazzo appena sbocciato. La domenica, anche stanco dalle lezioni, mi coccola preparando colazione allitaliana: cornetti, omelette, fette di pane tostato. E se sto male, rimane accanto a leggermi un libro, mi porta la camomilla e mi fa ridere.

Il silenzio di Matteo era carico, come se si aspettasse tuttaltra risposta, una giustificazione, un rimpianto. Invece, in quegli occhi, cera una felicità chiara, riservata, che non aveva bisogno di platea.

Non rimpiangi niente? domandò infine, a voce bassa.

Chiara lo guardò negli occhi, sorridendo.

Niente. Non cè nulla di cui pentirmi. Mai!

Sarebbe stato inutile ora dire che ogni sera Paolo laspettava fuori dal lavoro, che la loro piccola casa era piena di risate e profumava di bucato fresco, che i gesti più semplici avevano per lei il valore di un rito. Non servivano le prove: nei suoi occhi cera qualcosa che Matteo non aveva mai saputo riconoscere.

Stava forse per rispondere, ma in quellistante si avvicinò Paolo. Indossava una camicia semplice e jeans, senza pretese, ma negli occhi aveva quella varietà calda che Chiara riconosceva come il suo porto sicuro.

Permesso, posso rubare mia moglie per un ballo? domandò Paolo posando la mano sulla vita di Chiara.

Matteo serrò i pugni, ma riuscì a trattenersi. In fondo qualcosa dentro di lui pizzicava: invidia, forse, o semplicemente la consapevolezza che davanti aveva due persone la cui felicità era tutta diversa dalla sua.

Naturalmente, mormorò con voce neutra.

Paolo fece strada verso un tavolo vicino alle finestre. Appena seduti, Paolo le prese la mano: un gesto caldo, sicuro, che diceva sei a casa. Chiara sorrideva, semplicemente, perché sentiva che Paolo aveva capito che aveva bisogno di allontanarsi da Matteo, che aveva intuito ogni sottotono.

Matteo rimase lì, in piedi, come incatenato al pavimento. Un senso di vuoto lo prese, non rabbioso, non dolente; solo vuoto, come se avesse appena perso una competizione che esisteva solo nella sua mente. Guardava Chiara. Rideva, piegando la testa allindietro, e negli occhi le si accendeva quella luce che solo le persone davvero felici hanno.

Gli tornò alla mente come, dieci anni prima, aveva cercato di conquistarla: messaggi appassionati, mazzi di fiori enormi, inviti ad aperitivi nei locali più esclusivi. Ma Chiara sorrideva, ringraziava, e ripeteva Il mio cuore è già di un altro. Si arrabbiava allora Matteo. Non capiva, pensava che Paolo fosse un bravo ragazzo senza ambizioni, un istruttore senza prospettive. Era certo che con il tempo Chiara si sarebbe resa conto di aver sbagliato.

Ora, con labito cucito su misura e una bella moglie, circondato da rispetto e successo, Matteo sentiva solo un gran vuoto. Tutto aveva: soldi, posizione, abiti costosi. Eppure, mai si era sentito tanto distante dalla felicità.

Non era rabbia, non era invidia: era la vaga impressione di vivere in una scatola scintillante e vuota. Come un involucro prezioso, ma privo di sostanza.

***

La serata avanzava. Il ristorante “Il Premier” risuonava di chiacchiere, brindisi e note leggere di una piccola orchestra jazz. Lallegra confusione faceva dimenticare limbarazzo dellinizio. Si scambiavano aneddoti sull’università, si rideva ricordando le notti in bianco per un esame, i concerti improvvisati nellaula magna, i panini nascosti sotto il banco durante le prove. Cera chi esibiva foto dei figli, chi raccontava viaggi in Sicilia o allestero, altri mostravano con orgoglio le loro ultime creazioni artistiche.

Matteo, di mestiere, sorrideva, annuiva, diceva la sua. Ma la mente tornava sempre a Chiara e al modo in cui lei guardava Paolo. Bastava sorprenderli per caso: un gesto gentile, una risata, un abbraccio spontaneo. Quell’intimità senza filtri, che nulla aveva a che fare con le apparenze.

Cosa aveva sbagliato? Matteo continuava a domandarselo, come se un tarlo lo rosicasse dentro. Lui avrebbe potuto darle tutto: sicurezza, regali costosi, cene nei luoghi più belli del Mediterraneo. Perché lei aveva scelto Paolo? Un ragazzo normale, senza clamore, uno che portava jeans e camicie semplici, che non sapeva fare discorsi a effetto.

Alla fine della serata, gli ospiti si salutarono con lunghe strette di mano e promesse di rivedersi. Matteo, vicino alluscita, osservava Chiara e Paolo. Lui le sistemava con premura la sciarpa intorno al collo, lei si appoggiava a lui con tenerezza, si guardavano e sorridevano non per gli altri, ma per loro due. Matteo avvertì nel petto un dolore opaco, persistente, come un peso antico e irrisolto.

Si ripassò distrattamente una mano sul bavero della giacca, sentendo sotto le dita la stoffa di alta moda, pagata più di quanto Paolo guadagnasse in mesi di lavoro. Tutto quello che aveva conquistato oggetti, riconoscimenti sociali, rispetto di convenienza non riempiva quel senso di vuoto.

Matteo, andiamo? domandò la moglie, la voce distante, quasi estranea.

Non rispose subito. Vide riflesso nel vetro il proprio volto composto, curato, lo sguardo sicuro che si era allenato a mostrare. Ma negli occhi non cera che malinconia.

***

Chiara e Paolo camminavano mano nella mano per le vie di Firenze ormai silenziose. I lampioni proiettavano sulle pietre calde della strada ampie chiazze di luce dorata, laria sapeva di primavera. Un venticello gentile giocava con i capelli di Chiara, che si stringeva al marito con una serenità profonda, dimentica di tutto il resto.

Va tutto bene? domandò Paolo, stringendole piano le dita. Il tono era quello di chi ha cura, senza insistenza.

Meglio che mai, sorrise lei, sollevando lo sguardo verso il suo.

Più niente aveva importanza: non le domande imbarazzanti di Matteo, non lansia di una serata di ricordi. Contava solo quel cammino accanto, il calore della sua mano.

Quel Matteo Paolo ebbe unesitazione, quasi temesse di essere troppo diretto. Ti guardava come se volesse dimostrare qualcosa.

Vuole solo accettare che sono felice senza di lui rispose pacata Chiara. Ha vissuto convinto che la felicità fosse questione di soldi o di status, non di piccoli gesti. Quello che abbiamo noi, invece, lui non riuscirebbe nemmeno a sognarlo.

Paolo si fermò sotto un portone, lattrasse a sé e le accarezzò dolcemente il viso. Un gesto che Chiara sentiva ancora nuovo, dopo tanti anni, e che le faceva mancare il fiato per la gratitudine.

Ti amo, disse solo. Non conta il giudizio di altri. Conta solo quello che abbiamo noi.

Chiara si strinse a lui, inspirando il profumo familiare della sua colonia, che sapeva di casa e sicurezza. In quellabbraccio, con il rumore lontano dei passi e il tepore della notte fiorentina, Chiara sentì che niente le mancava. Era felice per davvero.

***

Matteo rientrò a casa quando le luci della città si facevano rare. Lappartamento, in centro a Firenze, gli parve più grande nella penombra, privo di calore nonostante larredamento di design. La moglie dormiva già; Matteo controllò dalluscio, richiuse la porta e andò nel suo studio.

Accese solo la lampada da tavolo, per non svegliare nessuno. Versò del whisky in un bicchiere pesante, lo posò sulla scrivania ma non bevve. Fra le scartoffie cera una fotografia: il giorno della laurea, giovani, sorridenti, inconsapevoli. Chiara era in mezzo, vestita di chiaro, a capo chino mentre rideva di gusto. Lui, appena più indietro, vestito bene già allora, sorrideva imbarazzato, con uno sguardo di struggente attesa. Ricordava quando aveva creduto che per essere degno della sua attenzione bastasse esserle sempre davanti agli occhi.

Posò un dito sullimmagine di Chiara, come a trattenere un tempo che non torna.

Dove ho sbagliato? sussurrò alla stanza vuota.

Aveva rincorso lideale del miglior partito, delluomo brillante e ammirato. Eppure non era bastato. Nessuna risposta, solo il proprio volto allo specchio, elegante e ordinato nei minimi dettagli, ormai stanco e sfuggente, come se non fosse più sé stesso.

Lasciò la foto sulla scrivania, senza assaggiare il whisky. Sullo sfondo, le luci di Firenze scivolavano dietro i vetri, lontane, bellissime e indifferenti a quel vuoto silenzioso che sentiva dentro.

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