Guasto al sistema

Malfunzionamento di sistema

Chiara, sei in casa?

Marco, sono sempre a casa la domenica mattina. Lo sai.

Allora apri la porta.

Chiara guarda dallo spioncino per qualche secondo. Suo fratello sta nel corridoio del palazzo con la giacca aperta, due grandi borse ai piedi e quellespressione che ha ogni volta che perde una scommessa importante. Dietro di lui spuntano due sagome: una più alta, una più bassa. Chiara chiude un attimo gli occhi, poi li riapre. Le sagome non sono sparite.

Fa scattare la serratura.

Buongiorno, dice Marco, sorridole con quel sorriso che lei conosce fin da bambina. Il sorriso di chi sta per chiederti un favore.

No, risponde Chiara.

Non ho ancora detto niente.

Quando sorridi così, vuol dire no.

Luca si infila dentro, sfiorando il padre, e guarda la zia dal basso verso lalto. Sei anni, un ciuffo scompigliato in testa e una scarpa slacciata che striscia sul parquet. Accanto a lui, Emma tiene in mano un coniglio di peluche senza un orecchio, e osserva Chiara con quella curiosità serena che hanno solo i bambini di quattro anni di fronte alle cose nuove, senza nemmeno un grammo di timore.

Chiara abbassa gli occhi sul parquet. Rovere chiaro, finitura Nordica di Estelle, posato da un artigiano gentile che ha aspettato per un mese e mezzo. Il laccio della scarpa di Luca è nelle stesse condizioni della sua coscienza. Non chiede altro.

Entrate, dice. Ma le scarpe, subito via.

Lappartamento allottavo piano del nuovo complesso residenziale Corona del Nord rappresenta il vero traguardo di Chiara. Altro che posizione di senior sales manager da Soluzioni dInterni, altro che auto o conto in banca. Proprio casa sua. Centoquattro metri quadri, soffitti alti tre metri, finestre a tutta parete con vista sul parco cittadino. Larredamento pensato in due anni, cambiate luci, tende selezionate una sfumatura dopo laltra fino a trovare quel blu polvere che a sera diventa quasi grigio. Divano Estelle: grigio, largo, schienale alto. Tavolino in legno massello, con una lieve crepa che il venditore aveva chiamato carattere del legno; inizialmente voleva restituirlo, poi ci aveva fatto amicizia. Nessun oggetto superfluo. Nessun ingombro sui davanzali. Cosmetici Belviso allineati in bagno, asciugamani tutti uguali, stampelle in legno nella cabina armadio.

Una vita costruita pezzo per pezzo, consapevolmente. Ogni dettaglio al proprio posto. Il silenzio vero dellottavo piano, interrotto solo dal rombo del frigorifero Liventini e qualche pioggia sottile sui vetri.

Marco sistema le borse in ingresso. I bambini si sfilano le scarpe. Luca subito tocca la parete bianca.

Luca.

Cosa?

Le mani.

Il bambino fissa la mano, poi la parete, poi ancora la zia.

Che hanno le mie mani?

Chiara inspira profondamente. Tre secondi dentro, tre fuoricome le hanno insegnato al corso di gestione dello stress.

Marco, parla, ma rapido.

Lui va in cucina, si siede allo sgabello alto al bancone e incrocia le dita come chi si arrende.

Io e Ilaria andiamo in una casa-vacanze. Otto giorni. Dobbiamo parlare, capisci? Ne abbiamo proprio bisogno, ma coi bambini è impossibile.

Alternative non ne avete?

La mamma è alle terme fino a venerdì prossimo, lo sai. I genitori di Ilaria sono in paese, cè il blocco per qualche virus, i bambini non si possono portare. Ti chiedo solo questo. Otto giorni.

Otto giorni?

O nove. Torniamo domenica prossima.

Dal soggiorno arriva un rumore. Non forte, ma noto a memoria di chiunque abbia vissuto con dei bambini. Qualcosa cade a terra.

Emma, non toccare nulla! urla Marco nella direzione del soggiorno, meccanicamente, come fa ogni giorno cento volte.

Marco, Chiara parla piano, perché la voce calma funziona meglio, glielhanno insegnato. Lavoro da casa. Mercoledì ho una presentazione online importante con clienti di tre città. Non so stare con dei bambini. Non so cosa mangiano, cosa dire loro, come addormentarli.

Mangiano tutto, tranne la cipolla. Luca non mangia i pomodori. Digli quello che vuoi, non fanno storie. Emma si addormenta col coniglio, a Luca va letta la storia la sera, lho messa nello zaino.

Marco.

Chiara. Lui la guarda negli occhi. E vede in quegli occhi qualcosa che le stringe il petto. Non pietà. Unaltra stanchezza, quella che non ha più voglia né forza di discutere. Se non andiamo ora, non so che succederà alla nostra famiglia. Capisci? Non lo so.

Chiara resta muta. Unenorme nuvola galleggia lenta sul parco fuori dalla finestra, bianchissima, serenissima.

Otto giorni, dice infine.

Grazie.

Non ringraziare. Non prometto che non ti chiami tra tre ore.

Resto raggiungibile. Anche Ilaria.

Marco se ne va rapido, forse troppo rapido, come chi ha paura di essere fermato. Bacia i bambini, dice qualcosa sulla zia Chiara che è la più forte, lascia sul bancone delle istruzioni scritte alla buona e dopo un quarto dora la porta si chiude dietro di lui.

Chiara rimane nellingresso.

Luca ed Emma la fissano. Lei guarda loro.

Allora… dice.

Sì, concorda Luca.

Fame?

Vorrei il succo, dice Emma.

Quale?

Quello arancione.

Allarancia?

No. Proprio arancione.

Chiara apre il frigo. Dentro: due tipi di acqua minerale, un contenitore di verdure tagliate, yogurt Belviso naturale, una bottiglia di vino bianco iniziata. Succo per bambini non pervenuto. Non ci aveva mai pensato. Mai era stato necessario pensarlo.

Andiamo al supermercato, dice.

Evviva! grida Luca, producendo uneco che corre sotto i soffitti. Tre metri daltezza aiutano lacustica.

Chiara si fa la faccia.

Il market è nella palazzina di fronte, cinque minuti a piedi. In quel tempo Emma lascia cadere il coniglio quattro volte, Luca preme ogni bottone in ascensore, compreso quello del custode, e racconta una lunga storia su un certo Simone del suo asilo che sa sputare a due metri di distanza. Chiara ora conosce Simone molto meglio di quanto avrebbe voluto.

Al supermercato compra quattro succhi diversi, latte, pane, yogurt alla fragola, pasta, cotolette di pollo confezionate, mele, banane, un pacco di biscotti che Luca inserisce nel carrello con astuzia. Non li toglie più: è una piccola resa che una settimana prima non si sarebbe concessa.

Il primo giorno passa in relativa tranquillità. A parte Emma che versa il succo sul tavolino e Luca che si schianta di spalla nello stipite della porta e piange cinque minuti. Chiara non sa come si consola un bambino. Gli dà un bicchiere dacqua e dice che passerà. Lo dice anche agli adulti: funziona pure con un bambino. Luca beve, tira su con il naso e si immerge nel tablet lasciato dal papà.

Alle nove niente sonno. Alle dieci, nemmeno. Alle dieci e mezza Chiara legge due volte la storia dellorso e dei lamponi a Luca, perché lui la chiede due volte. Emma si addormenta sul divano stringendo il coniglio. Chiara la osserva, poi la prende in braccio e la porta nella stanza degli ospiti. Leggera e calda, come un piccolo sole. Non si sveglia.

Chiara torna in cucina, versa una tisana nella borraccia termica Liventini, apre il portatile. Mancano tre giorni alla presentazione, ci sono due slide da sistemare e va ripetuto linizio.

Siede nel silenzio della cucina, beve il tè e non riesce a concentrarsi.

La mattina dopo inizia alle sei e trentasette. Lo sa perché guarda il cellulare Liventini proprio mentre un tonfo rimbomba dal soggiorno.

Luca si è già alzato e ha deciso di costruire una fortezza con tutti i cuscini del divano Estelle. Tutti a terra, coperta pure. Mentre lui mangia i biscotti che ha trovato chissà come nel secondo ripiano della cucina. Un po di briciole ovunque.

Buongiorno, dice lui sereno.

Buongiorno, risponde Chiara.

Sai fare i pancake?

Le frittelle?

Sì, quelle tonde con lo sciroppo di acero.

Non ho lo sciroppo.

Peccato.

Prepara il porridge di grano saraceno. Luca lo mangia senza fiatare. Emma si sveglia alle otto, compare abbracciando il coniglio con la faccia ancora assonnata, sale su una sedia e chiede:

Posso anche io la pappa di Luca?

Chiara pensa che forse può farcela.

Il disastro arriva martedì, alle due. Sta lavorando alla presentazione mentre i bambini giocano in bagno, a varare barchette di carta costruite da vecchie bollette trovate da Luca nel comodino. Sembra sicuro: acqua dentro la vasca, bambini occupati, silenzio.

Dopo venti minuti, silenzio finito.

Allinizio non nota nulla. Poi mentre va a prendere acqua, si accorge che qualcosa di lucido scivola fuori dalla porta del bagno, corre sulle piastrelle del corridoio.

Mamma mia… dice soltanto, con quella voce che arriva quando ormai è tardi.

La vasca è piena, rubinetto aperto del tutto. A forza di giocare, i bambini sono usciti, lasciando una corazzata incastrata nello scarico. Lacqua trabocca da almeno dieci minuti.

Chiara chiude il rubinetto. Guarda il pavimento, poi chiude gli occhi.

Dopo venti minuti, citofono. Lei è ancora a sgocciolare con degli stracci, pensando che le sue pantofole Belviso non si salveranno.

Chi è?

Il vicino, settimo piano.

Apre. Si trova davanti un uomo sui quarantanni, alto, spettinato, jeans e maglione blu scuro. Ha una faccia calma e tiene in mano lo smartphone, girato verso di lei. Sullo schermo, la foto di un soffitto macchiato dacqua intorno al lampadario.

Sono Andrea. Appartamento settantadue.

Chiara. Ottantaquattro. Sospira. So già cosè successo. I bambini…

Capisco. Rimette via il telefono. Serve una mano?

Lei lo fissa come per sfida. Si aspetta una ramanzina, una minaccia di chiamare lamministratore, la richiesta di risarcimento. È preparata, è il suo mestiere.

Ha detto una mano?

Dalle dimensioni del rumore ci sarà ancora acqua a terra. Ho un phon da cantiere e una buona mocio. Una di quelle davvero efficaci.

Dalla porta spunta Luca.

Sei il vicino di sotto? chiede, curioso. È colpa nostra se hai il soffitto bagnato?

Sì, risponde Andrea, e Chiara si agita. Ma Andrea non aggiunge una parola cattiva. Invece chiede con calma: E le barchette, galleggiavano bene?

Benissimo! esclama Luca orgoglioso. Avevo pure una portaerei!

Roba seria.

Entra pure, dice Chiara, tanto ormai.

Ricorda poco dellora successiva. Andrea si mette davvero a raccogliere lacqua, senza fretta né commenti, e ogni tanto lascia che Luca passi il panno come incarico importantissimo. Emma controlla tutto, con il coniglio stretto al petto e fa: Qui è ancora bagnato, indicando il punto giusto.

Il soffitto ha subito danni? chiede Chiara, sistemata lultima pozzanghera.

Poco. Era già scrostato, la parte più vecchia. Lalone sparirà.

Pago il restauro.

Vediamo. Andrea alza le spalle, e il suo vediamo suona come filosofia di vita, non come minaccia. Da quanto sono con te i bambini?

Secondo giorno.

Sono tuoi?

Nipoti. No, io non ho figli.

Lui annuisce. Guarda Luca che è già intento ad esplorare il telecomando della TV.

Capisco. Allora, un consiglio: compra un tappo speciale per la vasca, in ogni ferramenta lo trovi. E il rubinetto, attento.

Terrò a mente.

In bocca al lupo. Riprende il mocio. Alla porta si volta. Se serve altro, settimo piano. Chiama pure.

Perché è così tranquillo? chiede lei, senza pensarci.

Andrea ci riflette.

Dovrei gridare? Il soffitto non si asciuga prima così…

Se ne va. Chiara chiude la porta e ci si appoggia. Fuori il sole tramonta. In cucina Emma discute a voce alta con Luca per lultimo biscotto. Lei interviene: lo spezza a metà, parola fine.

I bambini la guardano, per la prima volta con rispetto.

Mercoledì mattina, Chiara si prepara alla presentazione. I bambini stanno bravi davanti ai cartoni, il tablet carico, sul tavolo frutta a pezzetti e crackers. Tutto sotto controllo.

La presentazione parte alle undici. Chiara è nel suo studio, laptop, webcam, auricolari, giacca elegante sopra la t-shirt. Sette persone collegate da Milano, Torino e Bologna. I primi quindici minuti fila liscio: guida i clienti sulla nuova collezione Estelle, spiega i prezzi, risponde ad alcune domande.

Al sedicesimo minuto la porta si apre.

Zia Chiara! urla Emma, la voce che buca pure il soffitto del settimo piano. Luca mi ha preso il coniglio!

Emma, sussurra Chiara, glaciale, sto lavorando ora.

Dice che il coniglio è brutto!

Ma è brutto! rimbomba dal soggiorno.

Un attimo, dice Chiara ai clienti col sorriso forzato del controllo, scusate, solo un secondo.

Mette in pausa, esce. Luca e Emma stanno tirando il coniglio ognuno da una parte.

Lasciate andare il coniglio, ordina Chiara. Subito.

Obbediscono. Emma stringe subito il peluche, fiera.

Luca, puoi guardare i cartoni in silenzio?

Ma è finito.

Metti un altro.

Quale?

Quello che viene dopo.

Cè la pubblicità.

Chiara recupera il telecomando, mette un cartone sugli animali parlanti e rientra.

Gli otto minuti successivi filano via. Poi bussa Luca, sente di nuovo il bisogno di entrare e si piazza al suo fianco in silenzio.

Chiara lo guarda di sottecchi, senza interrompere. Lui non demorde.

Devo andare in bagno, dichiara rivolto verso la webcam, chiaro.

Il direttore di Milano ride per primo, poi tutti gli altri. Chiara arrossisce, cosa che non le capitava da anni.

Luca, sai dove è il bagno.

Volevo solo dirtelo.

Vai pure.

Chiude la presentazione, ormai rotta come atmosfera ma salvata come sincerità. Un partner di Milano dice che anche lui ha tre figli e la capisce. Un rappresentante regionale trova la collezione interessante. Si aggiornano a un incontro successivo.

Chiara chiude il laptop. Si sente serena. Non arrabbiata, stranamente.

Va in cucina a fare panini ai bambini. Luca dice che sono buoni. Emma ne mangia la metà perché discute col coniglio.

Citofono alle quattro.

Ho portato il tappo per la vasca, annuncia Andrea. Quello lì.

In mano ha una bustina trasparente con un tappo di gomma.

È passato appositamente?

Dovevo prendere il pane.

Entra.

Non pensava di invitarlo; le viene spontaneo. Lui si sfila le scarpe e Luca irrompe:

Ecco il signore che ci ha aiutato!

Proprio io, sorride Andrea.

Il soffitto si è asciugato?

Quasi. Ancora un paio di giorni.

Bene. Luca soddisfatto. Giochi a Jenga? Ce lho, papà lha messa nello zaino.

So giocare.

Allora andiamo.

Così Andrea finisce per terra al tavolino Estelle a costruire torri di legno, Emma accanto con il coniglio come tifoso. Andrea è serio, tratta il gioco con rispetto, e i bambini se ne accorgono.

Chiara si finge presa dal cucinare; in realtà osserva.

Piano, suggerisce Andrea, questa qui a sinistra viene via facile.

Come fai a saperlo?

Ogni torre ha un punto debole. Basta trovarlo.

Anche la vita è così? domanda Luca con quella profondità che hanno a volte i bambini.

Andrea riflette.

In un certo senso sì.

Cenano tutti insieme. Andrea rimane senza che fosse programmato, aiuta a friggere le cotolette, affetta il pane dritto. Magari un po invadente, ma chiara nota che in effetti lo fa meglio di lei.

Da quanto vive qui? chiede lei.

Tre anni. Gli operai mi ricordano quando avete portato i mobili.

Attento, eh.

Era solo una coincidenza. Stavo uscendo.

Dove lavora?

Studio tecnico, faccio il progettista strutturale. Noioso.

Perché noioso?

Nessuno domanda a noi se è bello, solo se regge.

Ma è più importante.

Lo guarda, come sorpresa dal suo tono. Anche lui, come colpito dalla risposta.

Sì, in effetti.

Alle nove i bambini crollano. Andrea finisce il tè, ringrazia e si alza.

Buona notte, dice in corridoio.

Buona notte. E grazie. Non solo per il tappo…

Una sciocchezza.

No, intendo… per tutto. Per non essersi arrabbiato martedì.

Restano in silenzio, poi lui dice:

Se la cava bene, sa? Per essere la prima volta.

Come lo sa che è la prima volta?

Se fosse abitudine, non avrebbe quellespressione da chi tiene un vaso di cristallo.

Ride davvero, non per educazione. È nuova, per lei, questa risata.

Lui va. Lei rimane, osserva i cappotti nellingresso. Il cappottino blu di Emma, la giacca di Luca, la sua sistemata un po da parte come se si fosse spostata da sola.

Giovedì e venerdì scorrono diversi dai primi giorni. Qualcosa è cambiato. Chiara non sobbalza più per ogni rumore, il rito della colazione con porridge e succo diventa routine. Emma ama stare vicino a lei mentre lavora, disegnando su un quaderno preso dal suo archivio di lavoro. Disegni tutti di conigli, tanti, ognuno con il proprio nome.

Questa è la mamma-coniglio, spiega Emma. Questo il papà. Questo piccolo si chiama Bottoncino.

Perché?

Perché è piccolo e tondo.

Ha senso.

Venerdì sera Andrea ricompare con un gioco da tavolo trovato in cantina: Città del mondo. La scatola è vecchia, i bambini non conoscono nessuna città sulle carte, ma si divertono come e più di prima.

Da dove viene?

Era mio. Da piccolo. Traslocando ho tenuto alcune cose… giusto così.

Hai fatto bene.

Giocano per terra, non ricorda lultima volta che era seduta sul parquet Nordica, fresco e liscio. Emma finisce per addormentarsi abbracciata a lei. Chiara non si accorge nemmeno di averla stretta.

Andrea nota. Ma non dice niente.

Sabato lo passano al parco. Idea di Andrea. Chiara non si oppone. Il parco è quello che da casa si vede dalle finestre. Luca trova la più grossa pozzanghera, ci passa in mezzo, bagnando tutto nonostante gli avvertimenti. Lei porta a casa le scarpe bagnate in un sacchetto, Luca cammina col calzino e non pare turbato.

Non ti disperi?

Perché?

Hai le scarpe bagnate.

Tanto si asciugano.

Sei uguale ad Andrea, le scappa detto.

Andrea è forte, concorda Luca. Zia Chiara, ma lui è tuo amico?

È il vicino.

Uguale, no?

No.

Perché?

Chiara resta senza risposta. Dietro di lei, Andrea porta Emma sulle spalle e spiega i tipi di alberi. Emma ascolta seria come per un discorso importante.

Domenica sera chiama Marco. Ha un altro tono, più leggero, più caldo.

Come vanno?

Vivi, risponde Chiara. Luca si è ficcato in una pozzanghera, Emma ha disegnato quarantasette conigli.

Lui ride.

Hai fatto tutto, Chiara.

Non male. E voi come state?

Pausa.

Va meglio. Molto meglio. Grazie.

Bene, dice. Sono contenta.

La seconda settimana fila tranquilla. Chiara capisce che Luca non mangia i pomodori ma il passato lo spazzola se non glielo dice. Sa che Emma vuole la finestra socchiusa la notte. Sa che verso le sette e mezza sono già cotti e vanno mandati a dormire senza discussioni. Piccole cose che ha imparato da sola, senza istruzioni.

Andrea passa ogni sera. A volte porta qualcosa, altre solo compagnia. Parlano in cucina mentre i bambini dormono: di lavoro, città, libri. Andrea legge molto. Lei tanto, ma solo manuali da tempo.

Che cosa legge adesso? chiede una sera.

Niente, solo documenti di lavoro.

Non vale.

Lo so.

Vuole che le porti qualcosa?

Porti pure.

Lui porta un romanzo, scritto da un autore giapponese. Una donna che svuota la casa della madre defunta e scopre che non la conosceva. Chiara legge mezzora ogni sera, dopo aver sistemato i bambini. È la parte migliore della giornata.

Giovedì della seconda settimana, Luca le chiede di mostrargli dove lavora.

Il tuo ufficio.

È lo studio qui.

Fammi vedere.

Lui resta sulla porta, guarda computer, scrivania, pile di cataloghi Estelle, un piccolo cactus sul davanzale.

Sei felice?

In che senso?

Ti piace lavorare?

Sì, penso di sì. Il mio lavoro mi piace.

Papà dice che uno deve lavorare solo se lo rende felice. Altrimenti non ha senso.

Papà è saggio.

Già. Ci pensa su. Zia Chiara, perché vivi da sola?

È capitato. Mi trovavo bene.

Ti trovavi?

Resta zitta.

Sì, mi trovavo.

Lultimo giorno arriva in un attimo. Marco arriva la domenica alluna, con Ilaria. Lei sembra differente, più serena. Abbraccia i figli, Emma si aggrappa a lei tre minuti buoni.

Chiara, non so come ringraziarti, dice Ilaria.

Non serve.

Sono stati bravi?

Hanno fatto i bambini. È la cosa giusta.

Ilaria le rivolge uno sguardo sorpreso, si aspettava un altro tipo di risposta.

Preparativi che durano unora. Emma si commuove, Chiara la stringe e promette che torneranno presto. Luca saluta Chiara stringendole la mano in modo serissimo. Poi torna indietro, la abbraccia di corsa e scappa dal padre.

La porta si chiude.

Chiara resta in ingresso.

Il cappottino di Emma non cè più. Solo il suo, solitario.

Silenzio.

Va in salotto. Un cuscino stropicciatoLuca stamattina era qui con il tablet. Sul pavimento, accanto al tavolino, un piccolo disegno dimenticato da Emma: una famiglia di conigli, mamma, papà e Bottoncino. Un personaggio biondo vicino, a lato, scritto in stampatello: zia Chiara.

Chiara lo raccoglie e resta qualche minuto così.

Poi va in cucina, mette su il bollitore, versa dellacqua dal filtro Liventini. Prende la sua tazza preferita. Tutto al proprio posto, pulito, ordine assoluto. Come ha sempre desiderato.

Aspetta di sentirsi sollevata. Quella sensazione che torna dopo i confusi week-end in famiglia, dopo cene aziendali, dopo ogni evento che rompe il suo ritmo. Il sollievo di tornare a sé.

Non arriva.

Resta solo quel disegno in mano, e il silenzio che ora ha un suono diverso, come il vuoto dopo una canzone che non sai dire se ti manca o ti basta così.

Siede in cucina, beve il tè e scruta il parco. Pensa.

Pensa a Luca che le chiede se è felice, a Emma che si addormenta accanto a lei di venerdì, al parquet Nordica. Alla sua stanza che ora le sembra diversa. Alla serenità di Andrea.

A come tagliava il pane a fette regolari. Alla sua tranquillità che non è indifferenza ma soliditàcome una struttura portante. Al fatto che passava ogni sera senza mai aspettarsi qualcosa in cambio, solo esserci.

Pensa che negli ultimi nove giorni non si è svegliata una volta angosciata dal lavoro. Strano. Di solito, è lo sfondo della sua vita.

Alle sei di sera si alza, si lava, indossa il suo maglione blu scuro preferito. Prende il telefono, lo posa, poi lo riprende.

Non chiama. Scende in ascensore al settimo piano, suona al settantadue.

Andrea apre dopo pochi secondi. Non è sorpreso, solo attento.

Sono andati via, dice Chiara.

Ho sentito la porta.

Fa silenzio ora.

Sì.

Vuole venire a prendere un tè? Lho appena messo su, ma lo rifaccio.

Lui esita un attimo.

Mi fa piacere.

Risalgono. Chiara rimette lacqua. Andrea si siede al bancone dove Marco sedeva il primo giorno. Unaltra persona, unaltra storia.

Sa, oggi per la prima volta dopo nove giorni non avevo niente da fare. Non so che farci.

È positivo o negativo?

Non lo so. È solo strano.

Ci si abitua al nuovo strano.

Cosa vuol dire?

Allinizio sembra strano stare da soli, poi normale. Poi improvvisamente è di nuovo strano, ma in modo diverso.

Parla per esperienza.

Lui la scruta negli occhi.

Sono stato sposato sei anni. Poi no. Da tre anni solo.

Mi dispiace.

Non serve. Era giusto così. Difficile non è stata la fine. È stata la solitudine dopo. Quando capisci che il silenzio da soli e con qualcuno sono due cose diverse.

Chiara guarda nella tazza.

Ho sempre pensato che il silenzio fosse libertà, che vivere da soli fosse una scelta consapevole.

Forse lo è. Ma ogni scelta va rivista, a volte.

La sua lha rivista?

La sto rivedendo. Anche grazie ai figli dei vicini che fanno i disastri con la vasca…

Le scappa da ridere, davvero.

Andrea.

Sì?

Lei… Si ferma. Potrebbe cambiare discorso, lo sa fare. Lo ha sempre fatto. Mi piace. Voglio che lo sappia.

Lui la guarda.

Bene, dice dopo una pausa. Ha qualcosa di caldo nella voce. Perché anche lei mi piace. Ci penso da giorni.

Da quandè?

Da quando ha chiesto perché sono tranquillo. Nessuno lo chiedeva mai.

Motivo curioso.

Ho motivi strani.

Restano a parlare fino alle undici. Del suo lavoro e del suo, come si vede il mondo dallottavo piano, i bambini che hanno lasciato disegni di conigli e figure bionde. Lui non ha fretta, nemmeno lei.

Al momento di andare, Andrea le prende la mano, solo un secondo.

Buona notte, Chiara.

Buona notte.

Lei resta alla porta. Ma ora il silenzio è diverso. Caldo, non vuoto.

Va in salotto, mette il disegnino di Emma sulla mensola, appoggiato a un vaso. I piccoli occhi di coniglio guardano, e anche la figurina bionda di zia Chiara. Un po storta, ma riconoscibile.

Passa un anno.

La casa è cambiata. Non molto, ma per chi la conosceva, sì. Nella libreria ci sono ora libri per bambini dai colori accesi, sul davanzale altri tre vasi oltre al cactus, uno storto, perché Emma lo innaffiava con entusiasmo. Alla stampella in ingresso pendono due cappotti. Uno blu scuro, il suo. Uno grigio, da uomo.

In salotto, sul tavolino Estelle con la solita crepa, cè un catalogo tecnico di Andrea aperto sui progetti. Accanto, una tazza di caffè e un libro.

Chiara guarda il parco dalla finestra, ora color bronzo. Lo ama anche in autunno.

La pancia è già visibile, anche se piccola. Cinque mesi. Anche quella è diventata pian piano normale: qualcosa di impossibile che ora è tutto.

Andrea entra dalla cucina.

Arrivano, dice. Marco ha scritto che sono già in macchina.

Quindi tra mezzora saranno qui.

Ti ha telefonato Luca?

Tre volte. Chiedeva se potrà vedere i cartoni o si va subito al parco.

Gli hai detto la verità?

Sì.

Andrea mette su il bollitore, poi si gira.

Come stai?

Bene. Un po le gambe… ma bene.

Siediti.

Sto bene qui.

Dai.

Va bene…

Lei si accomoda sul divano.

Sai che ci pensavo? Un anno fa oggi partivano. E io aspettavo di sentirmi leggera nel silenzio.

Ci sei riuscita?

No.

Ricordo quando sei venuta.

Tu aspettavi?

Non so. Speravo.

Il campanello suona. Fortissimo, come solo i bambini usano quando il campanello è il grido di gioia.

È Luca! esclama Chiara.

Proprio lui.

Apri tu, mi costa fatica alzarmi.

Andrea va ad aprire.

Zia Chiara! rimbomba la voce di Luca, Siamo arrivati! Andiamo al parco? Ci sono le foglie? La pancia è più grande?

Luca! Marco ride. Fai entrare anche gli altri!

Io sono già entrato.

Emma entra più silenziosa, abbraccia Chiara con decisione da adulta, la osserva, seria.

Zia Chiara, il mio coniglio cè ancora?

Sì, sta sulla mensola nella stanza degli ospiti.

Grazie. Sapevo che era lì.

Il caos dellingresso: Marco abbraccia Andrea, Ilaria chiacchiera con Chiara, Luca è già a scoprire la casa emettendo rumori in ogni stanza. Qualcosa cadenon troppo rumoroso. Poi riappare col libro dellorso e i lamponi.

Zia Chiara! Hai la nostra storia!

Certo.

La leggerai al piccolo?

Sì.

Bravo. Annuisce, serio. Andrea, andiamo al parco? Le foglie ci sono?

Ci sono.

Allora andiamo!

Prima il tè, dice Chiara. Poi parco.

Dici sempre così.

E continuerò.

Ok, fa Luca. Le fissa con serietà, quella che non è cambiata in un anno e forse mai cambierà. Zia Chiara, ora sei felice?

La casa è piena di voci, della risata di Ilaria, di Emma che chiama il coniglio, del bollitore, della città fuori, dellautunno nel parco, e di chi cresce dentro di lei, sconosciuto e già importante.

Chiara guarda Luca.

Sì, dice. Ora sì.

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