Il marito è tornato… ma qualcosa in lui è cambiato

– Hai preso il pane?

Lui mi ha guardata come se avessi appena chiesto qualcosa in una lingua sconosciuta. Non proprio confuso, no, ma con una pausa. Una pausa lunga, un po imbarazzata, che non centrava niente con la nostra solita quotidianità.

– Che pane? ha detto, senza realmente domandare. Nessuna inflessione interrogativa.

– Il solito. Quello tipo integrale del Magnolia, lo prendi sempre lì.

Ha poggiato la borsa per terra, si è guardato in giro in cucina come se fosse la prima volta che ci entrava.

– Non sono passato dal panificio.

Ho annuito e mi sono girata verso i fornelli. Nulla di strano, mi sono detta dentro. Sarà stanco. Una settimana fuori, congresso a Parma, hotel, cibo diverso, aria diversa. Certo che era stanco.

Ma il pane lha sempre preso. Da diciassette anni, ogni volta che rientrava da un viaggio, anche quelli brevi, faceva tappa alla Magnolia allangolo di via Garibaldi e portava a casa quel pane. Non era un patto, né una necessità, solo parte di come funziona il suo tornare.

Ho mescolato il minestrone e non ho detto nulla.

Lui si chiama Gianni. Io, Rosalia. Io cinquantotto, lui sessantuno. Viviamo a Modena, in un appartamento di due camere al quarto piano, che abbiamo preso nel 99, quando la nostra figlia, Giulietta, era ancora piccola. Ora Giulietta è grande, sta a Milano, chiama ogni domenica. Io lavoro in una biblioteca scolastica, Gianni è in pensione da tre anni, ma tiene una supplenza come docente di geometri al tecnico. La nostra vita è tranquilla, ordinata, quasi mai una discussione. È importante saperlo. Perché non cera nulla, proprio nulla, che spiegasse quello che è successo dopo il suo ritorno.

A cena cera silenzio. Lui mangiava piano, guardando il piatto. Io aspettavo che alzasse gli occhi per raccontare qualcosa del viaggio, dei colleghi, dellascensore dellalbergo che non funzionava, di quanto gli mancasse il brodo fatto in casa. Raccontava sempre qualcosa, la prima cena dopo i viaggi.

– Comera Parma? ho chiesto.

– Tranquilla.

– Il seminario è andato bene?

– Sì.

Ho appoggiato il cucchiaio.

– Gianni, tutto bene?

Ha alzato lo sguardo. Occhi normali, grigi, appena un po stanchi.

– Va tutto bene. Solo stanchezza.

Ho sparecchiato. Lui è andato in camera a sdraiarsi col telefono, come se tutto fosse normale, come se non fosse successo niente. Solo che non cera il pane. Né una vera conversazione. Né qualcosaltro, che non sapevo nemmeno come chiamare.

La prima notte ho dato la colpa alla stanchezza. Anche la seconda.

Il terzo giorno, venerdì, è successa la prima vera stranezza.

Bevevo il caffè alla finestra, guardando il cortile. Lui è uscito dal bagno, è andato in cucina, si è versato un po dacqua. Poi ha preso il barattolo con lorzo dalla mensola, lha aperto, annusato e rimesso a posto. Non ho detto nulla. Ma Gianni lorzo non lo mangia. Mai mangiato. Me lo aveva detto scherzando la prima volta che ci siamo conosciuti: lorzo è la cosa più noiosa che ci sia, roba inventata da chi è senza fantasia. Ridevamo di questa cosa. Gli preparavo riso, farro, miglio, di tutto. Lorzo non lha mai toccato.

E invece, stavolta lo apre, lo annusa. Come se volesse provarlo.

– Ti va lorzo? gli ho detto, cercando di sembrare neutra.

– No, ha fatto lui, tornando in camera.

Sono rimasta a fissare quel barattolo a lungo.

Sabato mi ha chiamata Giulietta.

– Papà è tornato?

– Sì, mercoledì.

– Come sta?

Ho esitato un attimo.

– Un po stanco dal viaggio. Tutto bene.

– Meno male. Mamma, in ottobre vengo su con Marco, abbiamo le ferie.

– Certo, quando vuoi. Ci conto.

Non le ho detto nulla. Che avrei dovuto dirle che suo padre non ha preso il pane e ha annusato lorzo? Non suona come qualcosa di grave. Non suona nemmeno come qualcosa.

Ma io già sentivo che qualcosa non andava. Non con la testa, non con la logica. Con quel sesto senso che si piazza nello stomaco o sotto le costole, che non spiega, solo avverte.

Domenica ho proposto una passeggiata. A volte, la domenica, si andava al Parco Amendola, non sempre ma spesso. Gli piaceva la panchina vicino allo stagno, prendeva il chinotto dal chiosco se era aperto, si lamentava della schiena durante le lunghe camminate, io dicevo che servirebbe fare ginnastica, lui faceva finta di niente e si rideva. Un piccolo rituale come tanti nostri.

– Andiamo al parco? – gli ho detto.

Ha staccato gli occhi dal telefono.

– Che parco?

– Amendola. Cè bel tempo.

Ha riflettuto un attimo. Ed era strano anche questo; di solito diceva Dai, andiamo o Aspetta che prendo la giacca, senza riflettere troppo.

– Va bene, ha detto poi.

Abbiamo camminato in silenzio. Io di proposito non forzavo le chiacchiere, osservavo soltanto. Lui guardava in giro impersonale, senza la solita rilassatezza della domenica. Come qualcuno in un posto sconosciuto, che cerca di orientarsi.

Allentrata, cera un vecchietto con uno spaniel, un cicciotto color miele.

– Guarda, Leo, ho mormorato. Così chiamavamo tutti gli spaniel grassocci, da quando otto anni fa la nostra vicina Maria aveva uno uguale, Leo. Era una nostra battuta.

Lui guardò il cane. Nessuna reazione.

– Leo, ripetei piano.

– Un bel cane, ha detto. Gentile. Neutrale.

Mi sono fermata più avanti vicino a un cespuglio di rose canine, facevo finta di guardare le bacche. Il cuore mi batteva molto più veloce del necessario.

Non ricordava Leo. O faceva finta di non ricordare. Ma perché avrebbe dovuto fingere?

Allo stagno il chiosco era chiuso, immagino perché era finita lestate. Gianni si è seduto sulla panchina e guardava lacqua.

– È bello qui, ha detto.

– Veniamo spesso.

– Ah sì?

Mi sono girata verso di lui.

– Gianni, saranno dieci anni che passiamo di qui.

Ha annuito. Calmo, senza imbarazzo.

– Sì, lo so. Stavo solo dicendo che è bello.

Qualcosa dentro di me si è stretto e non si sarebbe sciolto per tutta la settimana. Solo di notte, ascoltandolo respirare regolare accanto a me, ho capito cosera. Non aveva detto certo che mi ricordo, non aveva sorriso. Solo sì, come a un fatto che non lo tocca.

Non ho dormito quasi per tutta la notte. Pensavo a come si chiama questa cosa: che hai una persona accanto fisicamente identica, ma dentro è cambiata. Psicologia, lavevo letto una volta. Uno shock, uno stress forte, e sembra che qualcuno ti abbia sostituito la persona amata. Ma qui non cera stato nessun trauma. Solo una settimana a Parma. Un seminario sui regolamenti edili. Non sembra motivo sufficiente.

Mi sono alzata alle tre, ho bevuto, mi sono fermata alla finestra. Il cortile era vuoto, il lampione dondolava ogni tanto. Ho pensato: vabbè, aspetto. Forse è solo qualcosa che non ha detto. Magari ha discusso con qualcuno, magari si è sentito male, magari semplicemente è stato colpito dalla malinconia. Succede, a una certa età. La vita già ti ha tolto tanto e il futuro è sempre più incerto.

Mi sono rimessa a letto. Lui dormiva girato verso il muro. Ho appoggiato una mano sulla sua schiena, come sempre. Non si è mosso.

Lunedì ho chiamato Nina. Unamica dai tempi delluniversità, dallaltra parte della città, lavora in segreteria allambulatorio. Nina è senza fronzoli, e io lapprezzo tanto.

– Nin, posso venire da te?

– È successo qualcosa?

– Non lo so. Forse nulla. Voglio solo parlare.

– Vieni dopo le cinque, sono a casa.

Da Nina cè sempre calore, profumo di torta, anche quando non cuoce niente. Abbiamo bevuto il tè in cucina, io le ho raccontato tutto: il pane, il barattolo dorzo, Leo, il sì allo stagno.

Nina ascoltava senza interrompere. Poi ci ha pensato su.

– Rosalia, può essere depressione. O inizio di problemi di memoria. Non siete più dei ragazzini, lo sai anche tu.

– Ha solo sessantuno anni.

– Anche il Ferri del quinto piano ha iniziato così, e ha sessantadue.

– Gianni non è smemorato però. Ricordava tutto meglio di me, date, nomi, tutto.

– Prima o poi si cambia tutti, credimi.

Io fissavo il fondo della tazza.

– Nina, non si tratta dimenticare. Mi guarda come se fossi una sconosciuta che vuole essere gentile.

Nina prendeva la torta e spezzava un pezzetto.

– Hai dormito?

– Poco e male.

– Vedi? Ti stai facendo viaggi mentali. È stanco, magari qualcosa al lavoro, gli uomini certe cose non le dicono. Dagli una settimana.

Ho annuito. Forse ha ragione lei. Magari davvero.

Ma tornando a casa ripensavo a quel gesto con lorzo. Un gesto minuscolo, insignificante, ma così estraneo da darmi ancora il nodo in gola.

A casa cera. Seduto in cucina coi fogli, scriveva qualcosa. Io ho avviato il bollitore e iniziato a sistemare le cose della spesa. Non ha nemmeno alzato la testa.

– Sono stata da Nina.

– Mh.

– Ho portato la torta.

Ha guardato la torta.

– Con cosa?

– Cavolo. La tua preferita.

– In realtà il cavolo non mi piace molto.

Ho appoggiato il sacchetto lentamente.

– Gianni.

– Sì?

– Da piccolo adoravi la torta salata col cavolo. Lha sempre fatta anche tua madre.

Mi ha guardata dritto negli occhi.

– Mia madre la faceva con le mele.

Silenzio.

Sua madre, Giovanna, morta dodici anni fa. La conoscevo bene. Ho visto con i miei occhi mille volte la cucina col profumo di cavolo e uova, era la sua specialità, ci teneva tanto.

– Gianni, tua mamma, Giovanna, faceva quella col cavolo ho detto piano. Lo ricordo ancora il profumo di quella torta, la cera floreale sulla tela cerata.

– Forse anche col cavolo. È passato tanto tempo. Ha riposto le carte.

Sono andata in soggiorno e mi sono fermata alla finestra. Davanti a me, sotto la pioggia dautunno, vedevo le macchine e la strada come sempre.

Aveva sempre ricordato. La storia del cavolo me laveva raccontata mille volte.

Ho preso il telefono. Cercato il contatto di sua sorella, Maria. Vive a Reggio Emilia, vediamo raramente. Ho chiamato.

– Rosalì! Come stai tesoro?

– Bene, Maria. Senti, che torte faceva vostra mamma?

Una pausa breve.

– Ma torta al cavolo! E con le uova. Perché?

– Nulla, volevo ricordare la ricetta. Grazie.

Ho messo via il telefono. Le gambe mi tremavano. Era ridicolo avere le gambe molli per una torta, ma così era.

Forse davvero problemi di memoria. Magari neurologia, letà, chissà. Bisognerà farlo vedere da un medico. Bisogna parlare con calma, chiaro.

A cena ho chiesto:

– Gianni, ti fa male la testa ultimamente?

– No.

– Dormi bene?

– Sì.

– Ti andrebbe di fare una visita? Solo un controllo così, generale.

Ha deposto la forchetta.

– Perché?

– Sì, per la pressione, è da un po che non la controlli.

– Me la misuro a casa, è sempre ok.

– Mi preoccupo, tutto qua.

Mi ha guardata, a lungo.

– Pensi che ci sia qualcosa che non va?

– No, è solo che mi preoccupo.

– Rosalia, sto bene. Non tormentarmi.

Ha ripreso la forchetta. Sapeva tagliare corto, Gianni. Una frase, mai alzando la voce; delimitava il campo e basta. Di solito, non insistevo.

Ma stavolta osservavo come teneva la forchetta, come chinava la testa, e dentro di me una specie di analisi automatica: è proprio così che si siede? Sempre stato così? Prima era più dritto, no? O sbaglio? Teneva la forchetta destra, giusto, lui è destro Destro, certo.

Ho sparecchiato e sono andata in bagno. Una donna stanca nello specchio, i capelli corti ormai grigi ho smesso di tingerli da tempo e le rughe accanto agli occhi. Gianni le chiamava rughe del sorriso. Guardavo il mio volto e pensavo: Rosalia, forse ti stai solo confondendo. Sei spaventata dalla stranezza. Succede. Le persone cambiano. Soprattutto dopo qualcosa che non vediamo.

Mi sono lavata e sono andata a letto.

Di notte mi svegliò il silenzio. Non un rumore, anzi lassenza di rumore. Avevo la mano sul letto: posto vuoto, freddo.

Mi sono alzata. In cucina luce accesa. Lui seduto a scrivere su un taccuino. Proprio scrivere a mano, stranissimo: non scrive mai a mano da anni, salvo qualche firma.

– Gianni?

Ha alzato la testa. Tranquillo, niente paura.

– Non dormo.

– Che scrivi?

– Boh pensieri miei.

– Posso vedere?

Pausa.

– È una cosa personale.

Lui non aveva mai detto è personale tra noi. In diciassette anni potevo chiedergli qualsiasi cosa. Pure i nostri spazi ci sono, certo. Ma non avrebbe detto così, non con quel tono.

– Va bene, ho detto, tornando a letto. Lho sentito scrivere, poi spegnere la luce, rientrare. Non ha dormito subito, lo sentivo.

Il mattino dopo il taccuino non cera.

Lho cercato. Non so neanchio il perché. Ho guardato nei cassetti della cucina. Poi ho sbirciato nel suo comodino: cosa mai fatta. Dentro, niente, solo occhiali vecchi, una moneta, qualche scontrino. Il taccuino non cera.

Se lera portato via.

Sono andata al lavoro. In biblioteca, come sempre, odore di carta e un po di polvere, mi tranquillizza. Ho sistemato i libri, aiutato Lena, la giovane bibliotecaria, a trovare una rivista. Tutto normale.

A pranzo, da sola in magazzino, pensavo: come si fa a capire che una persona è cambiata davvero, profondamente, non per età ma proprio dentro? E quando dopo tanti anni conosci ogni odore, ogni risata, ogni paura, e poi ti accorgi che qualcosa si è mosso e non sai dove.

Ho ritrovato il termine: sostituzione psicologica. Lessi da qualche parte. Quando qualcuno vicino diventa così diverso che pensi: non è più lui/lei. Può essere un sintomo, uno stress, o semplicemente la vita. Succede, crisi matrimoniali dopo i cinquanta, sessanta. Quando i figli sono grandi e la pensione è lì, vi scoprite di nuovo estranei.

Ma io Gianni lo conoscevo. Di quello sono sicura.

Trovai lui a casa prima di me. Guardava fuori dalla finestra della cucina.

– Cosa fai? Gli chiesi.

– Guardo.

– Cosa?

– Niente, solo guardo.

Risposta strana per chiunque, ma non da Gianni, mai stato uno da fissare le nuvole. Era pratico, se si fermava senza far nulla borbottava o disegnava qualcosa sui fogli. Restare a guardare non era da lui.

– Comè andata oggi?

– Tutto normale, lezioni.

– Gli studenti?

– Gli studenti, ripeté senza aggiungere altro.

Sono passata accanto, ho preso il pollo dal frigo, iniziato a preparare.

– Gianni, raccontami di Parma.

– Che cosa vuoi sapere?

– Qualsiasi cosa. Dove stavi, cosa hai visto. Hai passato tutta la settimana lì.

Un attimo di pausa.

– In hotel. Niente di speciale. Il seminario era nellaula magna. Visita a un complesso residenziale nuovo, tutto lì.

– Persone? Colleghi?

– Alcuni.

– Chi?

Silenzio. Mi sono voltata. Lui guardava nel vuoto.

– Qualche collega del tecnico. Anche di fuori, ma poca gente.

– Ma cera Corrado Ricci?

Corrado Ricci, coordinatore del tecnico, amico di Gianni, ci hanno pure pescato insieme lestate scorsa.

– Ricci? No, non cera.

– Di solito viene sempre a quei seminari.

– Questa volta no.

Sono tornata a cucinare. Forse era vero.

Ma poi la notte, a letto, ho scritto un messaggio alla moglie di Corrado, Martina. Il numero ce lho, anche se non siamo intime. Messaggio cortese: «Martina, buonasera. Volevo chiedere, Corrado è tornato bene da Parma?»

Risposta: «Ciao, no, Corrado a Parma non è andato, è stato a casa. Perché?»

Ho risposto che mi ero confusa, che tutto bene.

Ho messo via il telefono e sono rimasta sveglia.

Lui non sa se Corrado fosse o meno al seminario. Un collega con cui lavora da tre anni. O sa che non cera e mi ha mentito. Perché?

Ho pensato a mille possibilità. Forse hanno litigato, Gianni non ne vuole parlare. Forse cè qualcosaltro che non vuole dire. Magari non è mai stato a Parma davvero.

Stop. Sto esagerando.

Ma il dubbio ormai stava lì e non riuscivo a cacciarlo via.

Il mercoledì dopo ho trovato una scusa. Ho detto che servivano nuove tende in camera, ho proposto di andare da La Casa Bella, negozio di tessuti in via Emilia Centro. Di solito Gianni si annoiava, rimuginava prendi cosa vuoi, poi ci fermavamo sempre al bar lì vicino e prendevamo due paste. Un piccolo rituale.

– Andiamo oggi?

– Dove?

– La Casa Bella. Per le tende.

– Servono davvero nuove?

– Quelle nuove sì le scegliamo insieme, ormai sono vecchie le altre.

Ha scrollato le spalle.

– Va bene.

Siamo andati. Io ci ho messo uneternità apposta: guardavo tendaggi, chiedevo consigli. Poi:

– Ci prendiamo le paste?

– Quali paste?

– Nel bar qui dietro, come sempre.

Mi fissava.

– Non conosco nessun bar.

Ho sorriso.

– Vieni, te lo ricordarò io.

Lho portato al bar allangolo, insegna azzurra, odore di brioches calde che esce da ventanni. Ma nulla sul suo viso lo diceva abituale.

– Ah, sì non ci ho mai fatto caso.

Abbiamo preso la crema, il caffè. Lui uguale a se stesso, deciso, domandava solo se avessi freddo. Solo una volta fissò più a lungo linsegna, come cercasse di fissare una nuova informazione.

– Gianni tu ti ricordi di me?

Sorpreso negli occhi.

– Che vuol dire? Sei Rosalia, mia moglie.

– Lo so. Intendo: ti ricordi di noi, della nostra storia, delle cose nostre?

– Che succede, Rosalia?

– Nulla. Solo che ultimamente sei diverso.

– Tutti cambiano, col tempo.

– Lhai appena detto uguale a come me lo sono ripetuta da sola. Eppure tu hai sempre detto che le persone non cambiano.

Non rispose subito. Finì la pasta.

– Forse sono cambiato anchio, disse poi.

Siamo tornati a casa in silenzio. Guardavo la pioggia fuori dal finestrino e pensavo che la paura di non riconoscere la persona amata non è una fantasia. Succede davvero. E di solito cè motivo.

Giovedì, lui via per il lavoro, sono entrata nel suo studio. Lo chiamavamo studio, anche se era soltanto la terza stanza ricavata anni fa. Scrivania, scaffali.

Non volevo rovistare sul serio. Ma mi sono seduta, ho aperto il primo cassetto.

Il taccuino era lì.

Lho aperto. Prime pagine vuote. Poi, a metà, scrittura piccola e ordinata, non la sua. Gianni scrive alla grande, nervoso, disordinato: una volta lo prendevo in giro che sembrava quasi illeggibile. Qui invece tutte lettere tonde, da calligrafia.

E leggo.

Cerano liste. Puri elenchi. Rosalia, moglie, 58 anni. Lavora in biblioteca. Figlia Giulietta, Milano. Beve caffè amaro. Vuole cambiare tende. Amica Nina, lavora in ambulatorio. Dopo: Torta col cavolo, presumibilmente preferita. Domenica al Parco. Spaniel: Leo, battuta ricorrente. Poi ancora: Mamma: Giovanna. Cavolo o mele? Verificare.

Mi manca il fiato.

Sembrano appunti di qualcuno che raccoglie informazioni sulla vita di qualcun altro. Che compila una mappa. Si allena a non sbagliare dettagli.

Ho chiuso il taccuino e rimesso tutto comera. In cucina ho bevuto due bicchieri dacqua di fila.

Pensieri fermi, secchi. Chi è questa persona.

Vive con me da una settimana. Sembra Gianni, parla con la sua voce, conosce il mio nome, sa abbiamo una figlia a Milano, e che prendo caffè amaro. Ma prende appunti. Studia noi.

Ho chiamato in biblioteca dicendo che oggi non andavo, non stavo bene. Poi sono rimasta in poltrona a fissare il muro.

Cosa può essere? Amnesia. Dissociazione, lho letto, capita che si perde una parte della memoria, e poi ci si orienta cercando di ricostruire senza farlo sapere agli altri. Magari gli è successo qualcosa fuori Parma. Un colpo in testa, che so io. E adesso, in silenzio, ricostruisce pezzo per pezzo. Senza farsi aiutare per imbarazzo. Succede, può essere tutto.

Quasi tutto.

Perché quella non è la sua scrittura.

Non ho mai pensato troppo alle scritture altrui. Ma quella di Gianni la conosco. La lista della spesa, le note, i bigliettini. Era sempre confusa. Questa, no. Dritta, piccola, ordinata.

Va bene. La gente cambia anche la scrittura. Dopo un infarto, capita. Ma un infarto sarebbe emerso, no? Ci sarebbero stati altri sintomi. Avrebbe avuto bisogno daiuto.

Mi sono massaggiata il viso con le mani.

Lui è tornato alle sette. Avevo preparato la cena, la tavola apparecchiata. Non so perché, ma mi ci sono costretta.

– Sei stanca? Non sei andata in biblioteca oggi.

– Mal di testa. Mi è già passato.

Lui annuisce, si leva la giacca, va a lavarsi le mani.

A tavola, lo guardo, penso a come si perde qualcuno, non con lassenza fisica, ma così, standoti accanto, col corpo e non con lanima. Una sparizione nascosta.

– Gianni.

– Sì?

– Raccontami qualcosa di noi. Del nostro inizio.

Alza lo sguardo senza fretta.

– Perché?

– Così, voglio sapere come lo ricordi tu.

Appoggia la forchetta, ci pensa.

– Ci hanno presentati amici comuni a un compleanno. Portavi un vestito blu.

Aspetto. È vero. Era un vestito blu, il compleanno di Paola, il ventitré settembre del 97. Fino a qui tutto giusto.

– Poi ci siamo rivisti un paio di volte, continua e abbiamo iniziato a uscire insieme.

Pausa.

– E basta.

Lo guardo.

– E dopo?

– Ci siamo sposati, è nata Giulietta, abbiamo preso casa.

– Gianni. Dopo la proposta, dove siamo andati?

– Rosalia

– Solo dimmelo.

Tace a lungo.

– Non ricordo ogni dettaglio. Ed è passato tempo.

– Tu stesso mi hai sempre detto che ricordi ogni minuto. Lo hai raccontato anche il giorno delle nozze dargento, davanti a tutti.

Silenzio.

– Gianni. Dove siamo andati quando mi hai fatto la proposta?

Mi guarda. Lungo. Nei suoi occhi nessuna rabbia, nessun disagio. Solo qualcosa che sembra stanchezza. Oppure calcolo.

– Rosalia, dice piano, che senso ha tutto questo adesso?

– Voglio sapere se ti ricordi.

– Sono stanco. È passato tanto tempo. Non si può pretendere di ricordare tutto.

– Per te era importante.

– Per me ora no.

Mi sono alzata, ho sparecchiato, anche se non avevamo finito. Lui non ha detto nulla.

Ci eravamo andati sul Secchia, vicino a Modena, una piccola avventura in treno e autobus, un giorno di agosto 98. Ho camminato con scarpe inadatte, mi ha presa in braccio per non farmi bagnare, e proprio lì mi ha fatto la proposta. Ha sempre amato raccontarla, quella storia.

Questo uomo che ho davanti non la conosce.

Di notte ho scritto a Nina, tutto; il taccuino, la scrittura, la storia del Secchia.

Mi ha risposto alluna: «Rosalia, vai da un medico. Portalo anche tu. Può essere qualsiasi cosa, sia da parte sua, sia tua. Chiamami domani».

Ho spento il telefono. Lui respirava tranquillo accanto. Guardavo il soffitto e pensavo che perdere chi ami senza perderlo chi resta, ma sparisce dentro è la cosa più difficile che ti possa succedere.

La mattina di venerdì avevo deciso: glielo dico. Gli dico che ho trovato il taccuino, che ho chiamato Maria, scritto a Martina, che Corrado a Parma non cera. Voglio risposte. Non accuso, ma pretendo la verità.

Quando arrivo in cucina, lui sta già preparando il tè.

– Gianni, faccio.

– Sì?

– Ti devo parlare.

Si gira, mi guarda. Senza muoversi.

– Lo so, dice.

Resto ferma.

– Sai cosa?

– So che hai scoperto qualcosa. Lo so che sei stata in studio.

Silenzio. Non chiedo scusa. Aspetto.

– Siediti.

Restiamo lì. Tiene la tazza con due mani, guarda il fondo.

– È difficile spiegare, comincia.

– Provaci.

– Quello che pensi tu è la spiegazione più semplice. Ed è, in parte, vera.

– In parte cosa significa?

– Significa che non ricordo tutto. Ma non tutto tutto. Solo cose grosse. Pezzi.

– Il Secchia, dico.

Mi guarda.

– Cosa?

– Ci siamo andati dopo la tua proposta. Te lo ricordi?

Sul volto gli passa qualcosa. Appena percettibile.

– No.

– Ricordi Leo?

Pausa.

– No.

– Ricordi tua madre, Giovanna?

– Mi ricordo la faccia. E la voce. Ma i dettagli, no.

Io lo guardo, lui tiene lo sguardo basso.

– Quando è iniziato?

– Non so di preciso. Un po alla volta.

– E non mi hai detto niente.

– Non sapevo come.

– Scrivevi appunti per evitare errori.

– Sì.

– E la scrittura è diversa.

Pausa lunga. Molla la tazza.

– Lo so.

– Come si spiega?

Non risponde. Aspetto.

– Gianni. Guardami.

Alza gli occhi. Grigi, normali.

– Sei Gianni? Il mio Gianni?

Per la prima volta vedo qualcosa di vivo nei suoi occhi. Qualcosa che somiglia a dolore. Forse spaesamento. O qualcosa altro, a cui non so dare un nome.

– Rosalia, dice piano. Non so come risponderti.

Lo fisso. Le sue mani sulla tazza, la piega della bocca, le tempie grigie.

– È la verità?

– La più onesta che ho.

Fuori piove. Pioggia sottile, modenese. Sento le gocce contro il vetro. Un rumore normalissimo.

– E cosa faccio io ora?

– Non lo so, risponde. Sincero, ancora.

Mi alzo e prendo il caffè, amaro. Mi fermo alla finestra.

Lui si avvicina piano.

– Rosalia.

– Che cè?

– Ricordo la tua voce. Da sempre. Le inflessioni. Quelle non le ho perse.

Non mi giro.

– È poco.

– Lo so.

La pioggia continua. Qualcuno suona il clacson, poi tutto si quieta.

– Ho bisogno di tempo, dico alla fine.

– Va bene.

– Non so che succederà.

– Capisco.

Apro la finestra. Lo guardo. Sembra che voglia dire ancora qualcosa, ma non trova le parole.

– Dimmi solo una cosa.

– Cosa?

– Vuoi restare qui?

Rimane muto qualche secondo. Gocce che picchiettano.

– Sì, dice. Voglio restare.

Lo fisso. Questuomo che vive qui, conosce il mio nome, annota dettagli sul taccuino, non ricorda il Secchia, ma tiene la tazza esattamente come Gianni avrebbe sempre fatto.

– Allora va a prendere il pane, gli dico Quello integrale, al Magnolia allangolo di via Garibaldi.

Annuisce. Prende il giubbotto. Si ferma alla porta.

– Rosalia.

– Sì?

– Il Secchia me lo racconti dopo?

Lo guardo a lungo.

– Vedremo, rispondo.

La porta si chiude. Rimango lì col caffè e sento i suoi passi scendere per le scale. Quarto piano, sedici gradini per pianerottolo. Li ho sempre contati.

Sedici.

Lo vedo dal cortile. Cammina verso larco, alza il bavero per coprirsi dalla pioggia. Un uomo qualunque in un giorno di pioggia.

Svolta a destra. Verso il Magnolia.

Stringo la tazza e non so cosa pensare. Né cosa sentire. Dentro, il silenzio dopo un lungo rumore: non pace, non sollievo, solo silenzio. Non ci sono risposte, ma almeno non devo più fingere che non servano.

Telefono. È Nina.

– Come stai? subito.

– Non saprei.

– Hai parlato con lui?

– Sì.

– E?

Guardo dalla finestra. Langolo ora è vuoto.

– Nina, tu ce la faresti a vivere con uno che non sa più chi è?

Pausa.

– È stato lui a dirtelo?

– Più o meno.

– Rosalia, ma devi portarlo da un medico. Sul serio.

– Lo so.

– Quindi che fai ora?

Appoggio la tazza.

– Per ora nulla. È andato a prendere il pane.

– Che pane?

– Quello integrale del Magnolia.

Un attimo di silenzio.

– Mi fai paura, Rosalì.

– Tranquilla, Nina. Ti chiamo dopo.

Riprendo la tazza, bevo. È un po freddo il caffè, ma buono lo stesso.

Sedici gradini, sempre contati.

Dopo una ventina di minuti sento il portone. Gradini su. Sedici.

Non mi muovo.

Il chiavistello, poi la porta si apre.

– Ecco lo sento dalla cucina. Era rimasto solo questo.

Mi giro. È in piedi sulla soglia, il pane in mano, i capelli bagnati incollati alla fronte.

– Lascia sul tavolo, dico.

Lo mette giù.

Ci guardiamo.

– Vuoi il tè? chiedo.

– Sì.

Metto a bollire lacqua. Lui si leva la giacca, siede. Io resto di spalle, ascolto il suo silenzio. Non pesa, non fa paura. Solo silenzio.

– Rosalia, mi chiama piano, mi racconti del Secchia?

Il bollitore inizia a rumoreggiare. Piano, poi sempre più forte.

Resto qualche secondo, ascoltando.

– Non ora, dico infine. Magari dopo.

– Va bene, dice lui.

Lacqua bolle.

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