Copia della moglie
Sei sicura di non sentirti a disagio? chiesi a Marina, ferma alla porta con la borsa a tracolla e un sorriso incerto che non avevo mai visto sul suo volto, Capisco che non sia semplice. Capisco davvero.
Marina, basta, entra su la invitai, tenendo la porta aperta. La stanza è libera, Antonello non ha nulla in contrario. Va tutto bene.
Antonello non ha nulla in contrario ripeté sottovoce, e in quella ripetizione cera qualcosa di strano. Non ironia, ma una specie di meraviglia. Forse la parola non ha nulla in contrario le sembrava importante, più che a me.
Di solito ha poco da ridire, dissi io, già diretta verso la cucina. Togliti le scarpe pure. Le ciabatte sono lì a sinistra.
Così è iniziato tutto.
Avevo cinquantadue anni, Marina, mia amica di università, cinquantuno. Non ci vedevamo spesso da tempo, ci sentivamo ogni tanto al telefono, a volte per un caffè in centro a Modena. Pensavo di conoscere Marina abbastanza da aprirle la porta di casa senza tentennare. Si era appena separata. Il contratto daffitto finito. La pratica della nuova casa che si trascinava. Due, tre settimane. Al massimo un mese. Doveva solo aspettare, sistemarsi, ripartire.
Vivevamo a Modena una città non piccola, ma dove i quartieri si assomigliavano e la gente dei negozi ti riconosceva già dalla voce. Avevo un appartamento con tre camere, terzo piano, affacciato su una strada tranquilla. Mio marito Antonello lavorava in una ditta di costruzioni, non sotto i riflettori, ma con una posizione solida. Io insegnavo economia ad un istituto tecnico. Ventitré anni insieme. Nostra figlia ormai da anni viveva in unaltra città. Lappartamento era ampio e organizzato, come una casa dove tutto è al proprio posto e non hai voglia di cambiare più nulla.
Marina arrivò con una grande borsa e una scatola. Si sistemò quasi in silenzio. I primi tre giorni quasi non la sentii: usciva presto, tornava tardi, mangiava poco, parlava ancora meno. Antonello, la prima sera, mi chiese:
Per quanto?
Un mese, risposi.
Un mese, ripeté, con la stessa intonazione che Marina aveva usato sulluscio.
Non ci feci caso. Non sono il tipo che dà peso alle sfumature. O almeno credevo.
La prima piccola inquietudine arrivò la seconda settimana. Entrai in bagno una mattina e trovai il flacone del mio profumo, quel Gardenia verde scuro col tappo argento, comprato alla profumeria di Corso Canalchiaro, fuori posto. Era sul bordo del lavandino, non sulla mensolina a sinistra dove lo metto sempre. Pensai daverlo spostato io stessa. Lo rimisi a posto. Dimenticai.
Alla terza settimana iniziai a notare altro.
Facevamo colazione tutti e tre insieme. Preparavo il caffè alla mia maniera: prima un goccio dacqua fredda, poi quella calda, mai bollente, altrimenti il caffè risulta amaro. Antonello apprezzava sempre, mi faceva i complimenti. Quella mattina invece la moka la mise su Marina, io ero al telefono. E Antonello, dopo aver assaggiato, disse:
Eh, buono davvero.
Lho visto fare a Oliva, sorrise Marina. Sempre così prepara lei.
Guardai Marina, ricambiò il sorriso. Tutto sembrava dolce e innocuo. Sorrisi anchio.
Ma dentro qualcosa si increspò. In modo sottile, senza parole.
La settimana filò via veloce tra lezioni e compiti da correggere, così il pensiero si sciolse. Tornavo a casa e trovavo ordine e silenzio. Marina puliva, sistemava. Antonello si abituò prima di quanto mi aspettassi.
Oggi ha cucinato lei, mi informò una sera come se fosse una notizia lieta, La zuppa di fagioli. Molto buona.
La faccio anchio con i fagioli, feci notare.
Sì, assomiglia molto.
Non chiesi qual è più buona. E lui non rispose.
Marina in quel periodo lavorava da remoto, qualcosa a che fare con documenti, ma non le chiedevo dettagli. Passava la giornata nella stanza degli ospiti davanti al portatile, a pranzo usciva in cucina a preparare qualcosa di semplice, la sera era pettinata e in ordine, mai in tuta o pigiama. Mi colpì perché io invece la sera mi mettevo i pantaloni morbidi e il vecchio golf di lana, mentre Marina sembrava sempre più curata di me, a casa mia.
Una sera Antonello si sedette accanto a Marina sul divano per guardare qualcosa in tv. Io verificavo i compiti in camera. Sentivo ridere e parlare, senza pause. Un modo di ridere simile al mio, ma forse un filo più pacato. Me lo notai tra un pensiero e laltro. Ridere è ridere, giusto?
Pochi giorni dopo tornai ancora a rifletterci. Ma senza scrollarmelo di dosso.
Marina iniziò a sistemarsi i capelli in modo diverso. Da taglio corto e moderno, ora li lasciava crescere, facendoli ondeggiare allindietro, un po’ spettinati. Proprio come li porto io. Lo notai nello specchio allingresso, dove ci si riflette insieme: io più vicina, lei appena dietro. In quellimmagine, come tra una vecchia e una nuova foto fatta nello stesso posto, cera una somiglianza nuova.
Stai molto bene con quellacconciatura, le dissi.
Dici? Marina si guardò allo specchio, si aggiustò una ciocca. Ho provato, lho vista da te e mi è piaciuta.
Ancora da te. Ancora quella copia lieve, gentile. Sorrisi e andai in cucina. Dentro però, non sorridevo.
Chiamai mia figlia la domenica.
Mamma, come va?
Tutto ok. Marina è ancora nostra ospite, te ne ho parlato?
Sì, è ancora lì?
Sì, i documenti tardano.
Va bene. Papà come sta?
Bene. Ha legato con Marina.
Pausa.
È bene o male? chiese mia figlia.
Bene, risposi io. Sì, è bene.
Dopo la chiamata rimasi a lungo alla finestra con la tazza di tè ormai fredda. Pensai che hanno fatto amicizia è frase neutra. Ma la pronunciai con una specie di cautela, come chi cerca il terreno sotto i piedi.
Alla quinta settimana Marina mi chiese la ricetta della torta.
Quella con mele e cannella che hai fatto domenica scorsa.
Non ho una ricetta scritta. Vado a occhio.
Spiegami allora? Provo io.
Spiegai tutto, passo passo. Marina appuntò sul telefono. Tre giorni dopo fece la torta. Antonello mangiava dicendo buona, e non capii se lo diceva perché era buona, o perché non si accorgeva di chi la facesse.
Quella sera aprii larmadio allingresso e vidi un giubbotto chiaro, con la cintura, quasi uguale al mio. Marina laveva evidentemente comprato identico. Il mio appeso lì accanto: due giubbotti uguali, uno accanto allaltro.
Non dissi nulla. Non per paura della risposta, ma perché non sapevo come porre la domanda senza sembrare stupida.
A lavoro, intanto, il periodo era impegnativo: listituto attendeva lispezione, stavo sempre sui documenti. Antonello rimaneva sempre più spesso in soggiorno la sera. Marina anche. Da dietro la porta sentivo frammenti di conversazioni. Ogni tanto mi univo, loro facevano entrare anche me, ma sentivo che era una cortesia, non ero la protagonista.
Una sera lo dissi ad Antonello. Quando Marina era già nelle sua stanza.
Antonello, chiesi, non ti sembra che lei mi stia copiando un po troppo?
Mi guardò sinceramente sorpreso.
Chi? Marina?
Sì. Capelli, giubbotto, ricette, profumo…
Ma Oliva, tra amiche spesso ci si influenza. È normale.
Forse, ammisi. Forse sì.
Consultava già il cellulare. Argomento finito da solo.
Mi sono girato nel buio, pensando che aveva ragione. Tra amiche capita. Probabilmente anchio anni fa ho preso qualcosa da Marina, anche se non ricordo. È normale. Ho ripetuto quella parola più volte, quasi a volerla fissare. Normale. Non si fissava.
I giorni seguenti osservai più attentamente, stavolta con intenzione. Vedevo gesti che prima passavano inosservati: Marina inclinava leggermente la testa parlando con Antonello, proprio come faccio io quando ascolto; diceva proprio così, calcando su così proprio come me. Prendeva il tè senza zucchero, quando so per certo, in passato ne metteva sempre due cucchiaini. Ora niente.
Non era più un caso. Era altro.
Chiamai Nina, una collega con cui a volte chiacchiero di altro oltre lavoro.
Nina, ti è mai capitato che qualcuno vicino diventasse quasi… te stesso?
Che intendi?
Ti copia, nei gesti, nellaspetto, nelle abitudini.
Si chiama invidia silenziosa, rispose subito lei. Letto da qualche parte. Una persona vorrebbe la tua vita, ma non può prenderla. Così si prende piccoli pezzi.
Non risposi.
Ti succede con qualcuno?
Non so, dissi. Forse no.
Ma ormai sapevo che sì.
Il confronto con Marina non partì da me. Una sera, mentre bevevamo il tè insieme in cucina, disse:
Oliva, sei così completa. Ti guardo e penso: ecco come si vive. Casa, marito, lavoro. Tutto al suo posto.
Sono ventanni che metto tutto al suo posto, risposi.
Lo so, annuì. Si vede. Lo si sente. Antonello anche…
Si fermò.
Antonello anche cosa? chiesi.
Ti stima molto. Me lo ha detto. Dice che fra voi va tutto bene, vi capite.
Posai la tazza.
Parli di me con lui?
Ogni tanto. Per caso. Lui ti fa i complimenti.
È bello, dissi, benché dentro mi pesasse.
Non riuscivo a spiegare perché non mi facesse piacere. Un marito che loda la moglie con unamica. Dovè il problema? Eppure qualcosa non tornava. Quellintuizione femminile che prendevo in giro da sola, ora mi immobilizzava.
Alla sesta settimana, Marina chiese se poteva usare il mio profumo, la Gardenia.
Il mio è finito, spiegò, e non ho tempo per comprarne. Va bene se lo uso qualche volta?
Certo, risposi.
Quella sera, aprendo il flacone, vidi che ne restava meno di un terzo. Ricordavo bene che una settimana prima era molto più pieno.
Richiusi la boccetta, la misi in un armadietto e chiusi a chiave con un piccolo lucchetto ormai arrugginito. Poi mi guardai allo specchio e mi chiesi: ora nascondo il profumo a unamica. Che razza di persona sono diventato?
Il flacone però rimase chiuso.
Antonello tornò quella sera di buon umore, più spesso lo era quando Marina era a casa. Portò una torta. Senza una ragione. Così.
Ogni tanto bisogna viziarci, disse.
Marina felice esattamente come lo sarei stata io se fosse arrivato con una torta. Né troppo né troppo poco. Giusto. Guardavo la scena dalla porta e pensavo che Marina aveva sempre la reazione giusta. Il rimprovero sul caffè, il sorriso al momento giusto, linclinare la testa. Era me, solo più attenta, più fresca. Senza ventitré anni di abitudine.
E Antonello se ne accorgeva. Forse nemmeno se ne rendeva conto. Ma lo notava.
Entrai in cucina e mangiai anchio la torta, buona davvero, chiacchieravamo di cose di poco conto e tutto sembrava normale. Ma dentro provavo una sensazione che per giorni non sono riuscito a chiamare per nome. Era come tornare a casa sapendo che nulla è stato spostato davvero, solo che tutto è mezzo centimetro fuori posto.
La trasferta arrivò improvvisa. Listituto dovevo mandare qualcuno a un corso di aggiornamento a Bologna. Quattro giorni. Il preside me lo chiese il venerdì, io accettai il lunedì. Un pensiero mi passò per la testa: lasciare Antonello e Marina quattro giorni soli. Spazzai lidea: siamo adulti. Non succederà niente. Sto esagerando. Ho bisogno di respirare.
La sera prima della partenza ne parlai con Antonello in cucina.
Torno venerdì sera, dissi. Marina può aiutarti con la cena, sa cucinare bene.
Vedrai che ce la caviamo, rispose. Non preoccuparti.
Non mi preoccupo, replicai.
Lo osservai bene. Era sereno. Il solito volto che conosco da ventitré anni. Solo… meno teso, non pensava a nulla di scomodo.
Partii mercoledì mattina. In treno lessi materiali per il corso, bevvi caffè nel bicchiere di carta, guardai fuori dalla finestra. I corsi erano piuttosto noiosi, ma utili. Sentivo Antonello ogni sera. Brevi chiamate.
Come va?
Tutto bene. Abbiamo mangiato. Va tutto ok.
Marina è a casa?
Sì, in camera sua.
Va bene. Buonanotte.
Buonanotte.
Nulla di strano. Nulla di insolito. In hotel, pur stanco, non dormii subito. Pensai ai corsi. A mia figlia. Alla tazza che si era rotta e dovevo ricomprare. Poi di nuovo a Marina. Ai due giubbotti grigi nellingresso. Al profumo chiuso.
Giovedì pomeriggio mi chiamò il preside.
Oliva, cè stato un cambio. Domani è solo ripasso, puoi tornare già stasera se vuoi, così non perdi tempo.
Rientrai a casa verso le nove e mezza. Il treno era in anticipo, il taxi per una volta non ebbe traffico.
Aprii la porta col mio mazzo, senza suonare, pensando che Antonello magari già dormiva.
Ma non dormiva.
Trovo la sala illuminata da due candele, sul tavolino vicino al divano. Sul tavolo ci sono piatti, calici e qualche ciotolina. Odore di profumo e di cucina. Odore di Gardenia. Se il mio era chiuso, allora Marina ne aveva comprato uno per sé.
Antonello seduto sul divano. Marina accanto. Indossa un vestito blu che non avevo mai visto, proprio del modello che indosso io, e del blu che mi piace. I capelli in onde. Le mani sulle ginocchia. Stanno parlando. Al mio ingresso si girano.
Pausa di tre secondi.
Sei arrivata presto, dice Antonello.
Vedo, rispondo.
Appoggio la borsa. Vado allattaccapanni, mi tolgo il cappotto. Cerco di fare tutto con calma, controllando ogni gesto: solo così le mani funzionano.
È solo una cena, Oliva, spiega Marina. Abbiamo mangiato e…
Vedo che è una cena. Con le candele.
Ancora il silenzio.
Romantico, aggiungo, e la voce mi esce neutra, senza rabbia. Mi sorprendo quasi.
Antonello si alza.
Non farne un…
Antonello, lo interrompo dolcemente. Non dirmi di non farne un caso.
Lui tace. Marina guarda la tovaglia.
Vado in cucina. Bevo dellacqua. Guardo il vaso della gerbera vicino al lavandino, che di solito bagno ogni mercoledì. Era due giorni fa. Non cero. La pianta è verde e annaffiata.
Lha annaffiata Marina, capisco.
Rientro in soggiorno.
Marina, domando, domani ti sistemi per dormire altrove?
Marina alza lo sguardo.
Oliva, so che sembra
Domani trovi dove dormire? ripeto, calma.
Sì, trovo.
Bene.
Prendo la borsa e vado in camera da letto. Chiudo la porta. Non a chiave, solo chiusa. Mi sdraio sopra il copriletto così come sono e fisso il soffitto. Dallaltra camera arriva solo il suono delle stoviglie sistemate. Poi il silenzio. Poi lo scricchiolio della porta degli ospiti.
Quella notte Antonello non entra in camera. Lo sento sistemarsi sul divano in soggiorno. Tanto basta.
La mattina mi alzo presto. Preparo il caffè. Lo bevo alla finestra. La città si sveglia piano. È venerdì. Una donna passa col cane. I piccioni sul cornicione. Mattina normale.
Antonello esce verso le otto. Si ferma sulla soglia della cucina.
Dobbiamo parlare, dice.
Sì, confermo.
Oliva, tra me e Marina non cè mai stato nulla.
Forse.
Non forse. Nulla.
Antonello, fisso la finestra. Non parlo di quello che cè stato o meno. Parlo di quello che ho visto ieri sera e in queste settimane.
Cosa hai visto?
Mi volto.
Ho visto una persona che prende la mia vita, un pezzo ogni giorno. I miei capelli, le mie abitudini, il mio profumo. Il mio giubbotto. I miei gesti. E un marito che lo nota e a cui piace. Perché sono io, senza la fatica, senza ventitré anni.
Lui tace.
Non è una domanda, aggiungo. È solo quello che ho visto.
Esageri, dice infine.
Può darsi, sorrido piano. Ora vado al lavoro. Quando torno vorrei che la stanza degli ospiti sia vuota.
Oliva…
E unultima cosa, dico già allingresso, troppa fiducia cieca: è un mio errore. Mi sono fidata troppo. Di entrambi.
Esco. La porta si chiude silenziosa.
Al lavoro tengo due lezioni. Controllo le presenze. Prendo il tè con Nina, che parla a lungo; io annuisco ma ascolto a metà. Non mi domanda nulla; mi guarda soltanto, e quello basta.
Torno alle tre e mezza. La stanza degli ospiti vuota, in ordine. Nemmeno una traccia di Marina. Solo un piccolo pettine di plastica bianco sulla mensola del bagno. Lo prendo tra due dita e lo getto.
Antonello in soggiorno. Alza appena lo sguardo dal cellulare.
È andata, dice.
Vedo.
E adesso cosa succede?
Appendo il cappotto, vado in cucina, inizio a far finta di cucinare, senza sapere cosa. Devo muovermi.
Viviamo insieme da ventitré anni. Non si può semplicemente…
Si può, lo fermo. Aspetta. Dammi tempo.
Quanto?
Non so. Qualche giorno. Mi serve spazio.
Qualche giorno diventa una settimana. Siamo nella stessa casa come due sconosciuti cortesi. Si mangia separati. Si dorme in camere diverse. Antonello prova qualche volta a parlare, io rispondo breve. Non è rancore, è che non so ancora come dire quello che mi passa dentro. Tutte le parole sono impilate dentro, temo che se inizio non smetta più.
Ripenso a tutto. A come tutto è cominciato, con fiducia. Marina in difficoltà, lamica da aiutare, il pensiero che fosse normale. A quando mi sono accorta del disagio. A come non gli ho dato subito un nome. Linvidia silenziosa, come ha detto Nina, unidentità presa poco per volta. Forse senza cattiveria. Forse soltanto una persona che, non trovando soddisfazione nella propria vita, prende a prestito quella degli altri: un profumo, una torta, un gesto.
Quello che fa male non è nemmeno Marina. È Antonello.
Poteva non accorgersi. Poteva accorgersi e dirmelo. Poteva non reagire. Ma ha reagito. La torta, la cena a lume di candela, le risate condivise. Forse inconsciamente. Forse non pensando.
Nella seconda settimana chiamo mia figlia.
Mamma, che hai? Sembri strana.
Che vuoi dire?
Il tono di voce diverso.
Forse io e papà ci separiamo, dico. Lo pronuncio per la prima volta.
Lunga pausa.
Per colpa di Marina?
Non solo. Marina ha soltanto mostrato quello che cera già.
Che cosa?
Non lo so spiegare. Ci siamo abituati a non guardarci più. È arrivata lei, si è fatta la meglio me e gli è piaciuto.
Mamma…
Tranquilla. Non piango. Lo spiego solo.
Resterai da sola?
Per un po sì. È normale.
Questa volta la parola normale finalmente si fissa. Perché sono io a sceglierla.
Il discorso con Antonello cè la domenica sera.
Penso sia meglio che viviamo separati.
Lui tace a lungo.
È definitivo?
Non so. Mi serve spazio. Voglio capire chi sono fuori da questa casa, da te, da tutto.
Tutto per via della cena a lume di candela? Era solo una cena.
Non centrano le candele, Antonello. È stato lultimo segnale. Ma prima ce nerano tanti e io ho continuato a dirmi è normale finché non lo era più.
Non capisco dove ho sbagliato.
Non in qualcosa di preciso. Semplicemente hai smesso di vedermi. Avresti notato se uno sconosciuto diventava tua moglie? Solo se mi vedevi ancora, lo avresti notato.
Non risponde. Perché cosa cè da dire?
La casa la vendiamo, penso. O compro la tua parte. Non ora. Poi vediamo.
Dove andrai?
Prendo in affitto. Qui vicino o altrove. Vedrò.
Ricominciare a cinquantadue anni
Sì, sorrido senza tristezza. Ricominciare a cinquantadue. Cè chi ricomincia più tardi.
Mi alzo per andare in cucina, ma passando recupero dalla credenza la boccetta chiusa della Gardenia. La guardo ancora un momento. Poi la porto in ingresso e la lascio nel bidone. Non la butto. La poso piano, come si depone una cosa che non serve più.
Torno in cucina. Metto a bollire lacqua.
Nei giorni successivi organizzo con metodo: chiamo lagenzia immobiliare, chiedo allavvocato. Passo da Nina, racconto il minimo. Nina non si stupisce e non mi consola. Ascolta e dice sì, facendomi sentire capita come pochi sanno fare.
Siamo nella sua cucina.
Ce lhai con lei? chiede.
Con Marina? Quasi no. Ce lho con me: ho visto tardi lovvio. Ho continuato a dire normale quando non lo era.
Non è colpa tua se sei una persona di fiducia.
Fiducia cieca, dico piano. Così mi descriverei.
Non cieca. Solo fiduciosa. Cè differenza.
Forse.
E con Antonello?
Con lui sono arrabbiata, confesso. Ma passerà.
E adesso?
Prendo una casa in affitto. Cambio pettinatura. Cambio profumo. Sorrido. Di sicuro non prendo più la Gardenia.
Saggia.
E cerco di capire che cosa mi piace davvero. Quello che è mio, non solo abitudine.
Ci vuole tempo.
Lo so. Ce lho.
Nina versa altro tè. Fuori piove fitto, ma non fa freddo davvero. Guardando la pioggia penso che poche settimane fa sapevo esattamente come fosse la mia vita: casa, Antonello, lavoro, soliti percorsi, ricette, il profumo sulla mensolina in bagno. Tutto a posto. Ma non era saldo come credevo.
Ma non provo vuoto né paura. Qualcosa di diverso, quasi liberatorio. Come togliersi di dosso un cappotto troppo stretto senza rendersene conto, finché finalmente lo lasci.
Non so cosa succederà, dico a Nina, ed è… sopportabile.
Sopportabile, ripete lei sorridendo. Bel termine.
Passa ancora una settimana. Trovo un monolocale in affitto in unaltra zona di Modena, luminoso, con vista sul parco. Costoso, ma abbordabile. Mi accordo per vederlo, rimango un po nelle stanze vuote, ascolto il legno sotto i piedi. Cammino avanti e indietro e penso: Sì, qui si sta.
Lo prendo, dico alla proprietaria, una donna stanca sugli ottanta.
Quanto resterà?
Non so. Iniziamo con un anno.
La donna annuisce.
A casa cioè quella ancora nostra inizio a dividere le mie cose dal resto, senza fretta. Libri, piatti, vestiti. Qualcosina da buttare. Una camicetta mai più messa da anni, la regalo. Il giubbotto grigio lo lascio andare, ne compro uno blu scuro, di altro taglio. Lo provo allo specchio. Nessuna somiglianza con quello di Marina. Bene.
Con Marina nessun contatto. Mi manda un messaggio: So che ti ho delusa. Se puoi, perdonami. Leggo. Non rispondo. Non perché non abbia perdonato, ma non sono pronta. O non lo voglio. Non so la differenza.
Antonello resta nellappartamento. Parliamo solo se serve, senza tensione. Qualcosa di amaro, ma di alleggerente. Capisco che nemmeno lui sa come ricostruire ciò che è andato.
Il venerdì prima di traslocare vado in profumeria. Sto a lungo a provare. La commessa, gentilissima, mi consiglia. Io annuso e scarto senza spiegare. Poi trovo un flacone: Cedro dArgento. Un odore diverso, legnoso, caldo. Non quello che conosco. Proprio per questo scelgo.
Ottima scelta, sorride la commessa.
Vedremo, dico.
Il trasloco richiede mezza giornata. Nina mi aiuta, anche Antonello offre una mano, non rifiuto. Si lavora in silenzio, senza imbarazzi. Le mie cose sono nella nuova casa, ogni cosa trova un posto che scelgo io.
La sera, quando tutti se ne vanno resto sola. Apro il Cedro dArgento e ne metto qualche goccia sui polsi. Non riconosco subito il profumo. Non è sgradevole. Solo nuovo. Sorrido. Mi dico che magari bisogna solo abituarcisi. O forse neppure, semplicemente accettarlo.
Fuori il parco spoglio, novembre spazza le foglie residue. I lampioni si accendono presto. Metto il bollitore, trovo una tazza senza crepe in mezzo alle scatole. Mi appoggio alla finestra.
Suona il cellulare. Mia figlia.
Mamma, allora? Ti sistemi?
Ci sto provando.
Hai paura?
Guardo i lampioni nel buio di Modena.
No, rispondo. Lo ammetto: non ho paura.
E ora so cosa significa davvero scegliere per sé: magari fa male, ma non è mai troppo tardi.




