Me ne vado, così capirai che cosa stai perdendo! Passa una settimana da sola, ulula pure alla luna senza un uomo in casa, forse allora imparerai ad apprezzare le attenzioni! Emanuele, con un tono tragicamente teatrale, scagliò una confezione di calzini nella borsa da palestra, rischiando di mandare in frantumi il mio vaso preferito.
Sono rimasta in silenzio, appoggiata allo stipite della porta, assistendo a quella scenata con un groviglio di rabbia e voglia di ridere. Mio marito, trentenne mai cresciuto, si trovava al centro del mio acquistato tutto da me, ben prima di sposarci! monolocale e pensava di minacciarmi con la sua assenza. Sembrava davvero convinto che, senza la sua preziosa presenza, le mura sarebbero crollate e io sarei appassita come un ciclamino dimenticato sul terrazzo.
E tutto era cominciato, come sempre, dopo la solita visita domenicale a casa di sua madre, la signora Antonietta.
La suocera era un caso a parte: riusciva a farti un complimento che sembrava sempre un insulto ben confezionato e dava consigli con il tono di un maresciallo dei carabinieri che bacchetta la recluta per le scarpe sporche.
Emanuele tornava dalle visite materne sempre un po caricato, si capiva subito: bocca chiusa a fessura, sguardo inquisitorio, narici che scrutavano la casa alla ricerca della minima polvere.
Giulia, perché gli asciugamani in bagno sono ancora misti di colori? mi apostrofò appena entrato, senza neanche togliersi le scarpe. Mamma dice che così si crea disordine visivo e si rompe larmonia del feng shui in casa.
Sbuffai profondamente.
Emanuele, tua madre il feng shui lha sentito solo su La Vita in Diretta, e gli asciugamani li metto come mi viene comodo, risposi calma, mescolando il ragù sul fornello.
Emanuele si rabbuiò, venne in cucina e puntò il dito sul coperchio della pentola.
Ancora le verdure a pezzi? Mamma dice che una vera moglie dovrebbe frullare tutto in purè, si digerisce meglio per luomo. Ti manca solo la voglia!
Emanuele, poggiai il cucchiaio sul tavolo. Tua madre non ha più denti perché invece di andare dal dentista si è ricomprata il servizio di porcellana, mentre tu puoi masticare benissimo. Dai, che ti fa bene.
Mio marito divenne paonazzo, gonfiò il petto come se volesse sparare unaltra perla di saggezza materna, ma si bloccò.
Sei proprio ingrata! sbottò. Mamma che tra laltro è laureata in economia domestica!
Emanuele, tua madre è stata portinaia per trentanni, e laureata lo dice solo perché le piace la parola, controbatté con un sorriso gelido.
Rimase con la bocca aperta, cercando un argomento che non arrivava. Strabuzzò gli occhi, digrignò i denti, agitò la mano per scacciare chissà cosa. In quel momento sembrava un pinguino fuori luogo.
E così, decise di darmi una lezione.
Basta! Non sopporto più la tua cafonaggine! proclamò imbottendo la borsa. Vado da mamma. Una settimana. Tu rimani qua, rifletti sul tuo comportamento. Quando torno, voglio ordine perfetto e delle scuse. Scritte!
La porta sbatté. Silenzio.
Provavo una strana sensazione di vuoto e… liberazione improvvisa. Ma la rabbia bruciava. Se ne era andato dalla mia casa, convinto di punirmi lasciandomi sola nel silenzio e nella comodità. Che stratega!
La vita, però, aveva in serbo una sorpresa che Emanuele non avrebbe mai potuto immaginare.
Lunedì mattina, il capo mi chiamò in ufficio.
Giulia Bianchi, problema urgente nel filiale di Palermo. Serve partire domani, starci tre mesi. Ti riconosciamo un doppio rimborso spese più un bonus che basta per una macchina nuova. Sei lunica disponibile.
Sentivo le ali spuntarmi dietro la schiena. Tre mesi! Lontana da Emanuele, dalle telefonate di Antonietta, a Palermo vicino al mare, con uno stipendio ottimo!
Accetto, dissi senza pensare troppo.
Alluscita, ragionai: la casa resterà vuota tre mesi, le bollette costano care. Proprio allora mi chiamò Erika, unamica.
Giulietta, aiuto! Mia sorella, suo marito e i tre bambini sono rientrati dalla Calabria e trovano la casa allagata, stanno spendendo troppo in albergo. Fanno rumore, però pagano subito e bene!
Il piano malefico nacque allistante.
Erika, fallo pure venire domani. Lascio le chiavi alla portinaia. Unico patto: se passa un uomo che fa il padrone, mandalo via.
Quella sera preparai una scatola con i beni più cari, la portai da mamma e sistemai la casa per gli affittuari. Emanuele non rispondeva al telefono mi ignorava educativamente.
La mattina dopo volai a Palermo. Nel mio monolocale si sistemò la chiassosa famiglia Russo: papà Salvatore, mamma Concetta, tre figli e il loro enorme e placido labrador, Orso.
Passò la settimana.
Emanuele, come scoprii dopo, resistette sette giorni paradisiaci dalla mamma. Peccato che la dolcezza materna, vissuta da vicino, era più soffocante di un boa.
Manu, non fare rumore a tavola! lo rimproverava a colazione.
Manu, perché raddoppi lo sciacquone? Il contatore gira!
Figlio, non stare storto, ti viene la gobba come zio Cesare!
A fine settimana, Emanuele era esausto. Decise che avevo pianto abbastanza e capito quanto lui fosse insostituibile. Tornava certo di unaccoglienza trionfale.
Comperò pure tre garofani smunti (simbolo di perdono?), poi si diresse a casa.
Arrivato al portone, immaginandomi spaventata e felice, infilò la chiave. Non girava. Si accigliò, spinse la maniglia. Bloccata. Suonò il campanello.
Dietro la porta rumore di mandria in corsa, poi un abbaiare sordo che fece tremare il portone.
Chi è? tuonò una voce maschile dal marcato accento napoletano.
Emanuele fece un salto indietro.
Eh… sono Emanuele. Il marito. Aprite, per favore!
La porta si spalancò. Salvatore grande quanto lo stipite, in canottiera, brandendo una pinza per arrostire (stavano grigliando salsicce sul fornelletto elettrico). Accanto a lui Orso, il labrador, con la lingua fuori.
Quale marito? si stupì Salvatore. Giulia non cè. Lei è partita. Qua viviamo noi. Affitto pagato. E tu chi sei, scusa?
Io… io sono il padrone di casa! strillò Emanuele, sempre più spaesato. È casa mia, cioè di mia moglie… noi ci abitiamo!
Caro, Salvatore gli diede unaffettuosa pacca sulla spalla colla pinza, lasciando unombra di sugo sulla camicia. Giulia ha detto che il marito è dalla mamma. Casa libera. Stai tranquillo, torna pure dalla tua. Concetta, passa il peperoncino!
La porta si richiuse in faccia a Emanuele.
Dopo un minuto, il cellulare iniziò a squillare. Io intanto ero al ristorante sul lungomare, con un calice di bianco, a gustarmi spaghetti con bottarga.
Pronto? risposi svogliata.
Ma che hai combinato?! urlava Emanuele tanto che dovetti allontanare il telefono. Chi sono quelle persone in casa nostra?! Perché non mi fanno entrare?! È un circo!
Emanuele, calmati, risposi fredda. Hai voluto andartene per una settimana o per sempre per farmi riflettere. Ho riflettuto: vivere da sola mi costa troppo ed è noioso. Così ho affittato. Contratto per tre mesi.
Tre mesi?! E io dove vado?!
Ma sei dalla mamma. Lì cè tutto: pure gli asciugamani abbinati e il brodo filtrato. Io sono in trasferta. Torno tra un po.
Ti denuncio! Chiamo la polizia!
Fai pure. Lappartamento è mio, tutto regolare, tasse pagate. Tu non risulti neanche residente. Sei ospite, Emanuele. Ospite fuori tempo massimo.
Riattaccai.
Dopo dieci minuti richiamò Antonietta. Risposi solo per godermi la sceneggiata.
Giulia! urlò la suocera con voce tremenda. Come puoi abbandonare Emanuele? È disumano! Il Codice civile dice che devi garantire cena calda e una casa a tuo marito!
Signora Antonietta, la interruppi con gusto. Larticolo 143 parla di pari diritti e doveri. E sul rogito cè solo il mio nome. Suo figlio voleva educarmi sparendo? Esperimento riuscito: ha imparato più di quanto pensava.
Sei una materialista insensibile! rantolò. Un uomo deve avere i suoi spazi! Stai distruggendo la famiglia italiana! Farò esposto al sindacato!
Denunci pure al Festival di Sanremo, signora, risi. E già che cè, continui pure a frullare il passato per Emanuele. Senza, ormai non riesce più a masticare.
Sentii dei rantoli, poi la chiamata cadde con la stessa grazia di una stampante impallata.
Tre mesi passarono in un soffio. Tornai con un taglio nuovo, tanti euro in più e la certezza solida che della vita di prima non avevo alcuna nostalgia.
Casa impeccabile: Salvatore e Concetta erano persone a modo, prima di andare via avevano pulito tutto e persino sistemato il rubinetto che gocciolava, quello che Emanuele aveva promesso di aggiustare quando avrebbe avuto tempo.
Emanuele si fece vivo due ore dopo il mio rientro. Era un rottame. Smagrito, occhiaie, la camicia tutta spiegazzata. Tre mesi con mamma lavevano invecchiato.
Giulia, abbassando lo sguardo, dai, basta arrabbiarsi. Ho capito tutto. Anche mamma ha… esagerato. Possiamo ricominciare? Ho anche riportato le mie cose.
Provò a entrare.
Gli fermai la strada col trolley.
Emanuele, non cè niente da ricominciare. Hai voluto che imparassi ad apprezzare un uomo in casa? Missione compiuta. Salvatore ha sistemato il rubinetto in mezzora. Tu è un anno che ti lamenti senza fare nulla.
Però sono tuo marito! lo implorò, con occhi da cucciolo cacciato dalla cuccia.
Eri mio marito, ora sei solo un peso, tagliai corto. Le tue cose sono dalla portinaia. Lascia le chiavi.
Non puoi! Rivoglio metà dei mobili!
I mobili li ha scelti mio padre, ho gli scontrini. Lunica cosa che hai aggiunto tu sono le lamentele. Fine della commedia. Lintervallo è durato troppo e gli spettatori sono già andati via.
Rimase fermo, sbattendo gli occhi, mentre cercava di capire dovera iniziato il collasso del suo piano educativo.
Chiusi la porta. Il rumore della serratura fu il colpo di pistola che segnava linizio della mia nuova vita.
Dicono che Emanuele viva ancora con la mamma. Pare che ora Antonietta controlli persino che ora va a dormire e con chi parla al telefono. Lui cammina curvo, svanito, sempre attento a non pestare le mine invisibili dellumore materno.



