LINQUILINA
In una sera dinverno, con le ombre dellAventino sfilacciate sullasfalto dorato dal sole morente, una donna alta si muoveva lentamente tra i marciapiedi di una periferia romana. Una brina leggera punteggiava laria, e i cristalli di neve sugli alberi risplendevano negli ultimi raggi come perle rare, irreali, sospese tra realtà e sogno.
Alla donna piaceva quel freddo gentile; camminava senza fretta, elegante nelle sue scarpe di pelle, la pelliccia di visone avvolta sulle spalle come un trono da regina decaduta. Impeccabile nella messa in piega, i lineamenti segnati dal tempo ma ancora fieri, il volto tempestato di un vago fastidio per la vita e insieme un bagliore di orgoglio antico. Sessantatré anni e qualche mese età anche lei surreale, che sembrava muoversi in modo non-cronologico eppure ancora in grado di sentire il piacere della vita.
Si chiamava Assunta Bellini. Il marito laveva lasciata dieci anni prima per una terra invisibile e silenziosa. Avevano vissuto bene, lei e Marcello, allevato un figlio che ora abitava a Milano, troppo lontano per vedere la madre se non in rare occasioni. Era diventato papà, due volte: Tommaso, il suo bimbo maggiore, e Martina, la piccola, erano i nuovi pianeti attorno a cui ruotava luniverso distante della sua famiglia.
Assunta, però, non si abbandonava allinfelicità. Cè sempre qualcosa di bello anche nel tardo pomeriggio della vita: la pensione, il cappuccino la mattina, leco di una telefonata in videochiamata, i concerti alla radio, il rumore del treno che passa oltre il muro della sua camera. E soprattutto le due case due universi paralleli: in una viveva, laltra la affittava a una giovane coppia con bambino. Gli euro dellaffitto bastavano a riempire la credenza, e il figlio non si dimenticava mai di inviarle qualche bonifico, anche se lei si schermiva, come se la generosità la disturbasse quasi.
Laveva addobbata come una marchesa per lEpifania: pelliccia nuova, dono del figlio, andava indossata per essere mostrata al quartiere. Quella sera Assunta non camminava solo per abitudine, ma per raccogliere il canone daffitto dai suoi inquilini, con la consapevolezza che lappuntamento era anche scusa per gettare un occhio sulla casa, per assicurarsi che tutto scorresse come in un meccanismo perfetto.
La casa era occupata ormai da cinque anni da una giovane coppia: Lisa De Angelis e il marito, con un bimbo paffuto Matteo, due anni, biondo come la crema nei cornetti della domenica. Lisa sembrava una ragazzina venuta fuori da una fiaba: piccola, sottile, con la pelle di chi non ha mai visto un agosto romano. Non si sarebbe detto che fosse la madre di un bambino così grassottello e rumoroso.
Lisa era uninquilina modello: ordinata, puntuale, sempre sorridente. Suo marito quasi assente, sempre davanti alla TV o scompariva nellombra. Saluti borbottati, nessun dialogo. A volte a Assunta pareva che avesse bevuto, ma questo nel sogno svaniva come un dettaglio fuori fuoco. Nessun problema: pagavano sempre, vivevano sobri. In fondo era Lisa la luce dellappartamento.
Assunta suonò. Aveva una propria chiave, ma preferiva attendere. Non voleva cogliere nessuno di sorpresa, la gentilezza era la sua regola doro. La porta quel giorno si aprì tardi: Lisa, pallida, occhi gonfi, mani tremanti.
Che succede, Lisa? Non stai bene? chiese Assunta, come se la voce le provenisse da un altrove irreale.
Lisa scivolò allinterno, arrotolata in se stessa come la carta stagnola su un dolce da forno. Non odore di vino né di festa, ma di lacrime ghiacciate. I mobili spostati, giocattoli per terra, il guardaroba aperto a metà.
Oggi… non posso pagare laffitto, signora Assunta. Tutte le bollette sono a posto, ma questo mese… non ho niente. Devo andarmene domani con Matteo.
Assunta sentì una stretta confusa una fame di pesce che si sciolse dun tratto nel pensiero della tragedia che osservava. Abbassò lo sguardo sul bambino, che rideva tra gli abiti sparsi a terra, come se la quiete del sogno fosse riservata solo allinfanzia.
Cosè successo, Lisa? sussurrò Assunta, la voce trafitta.
Sono malata, signora. Da sei mesi non sto bene. Stanchezza, debolezza. Ma con Matteo sempre con me non sono mai riuscita ad andare dal dottore. Ora, finalmente Matteo è entrato al nido, sono andata in ospedale… È tumore, signora Assunta. Oncologia. Oggi sono sola. Nel sogno, mio marito ha urlato contro di me e se nè andato sbattendo la porta come se la mia colpa fosse nella diagnosi. Ha raccolto le sue cose, ha detto che chiederà il divorzio. Io ho i soldi solo per pagare le bollette, laffitto non riesco. Domani io e Matteo torniamo da mia nonna, a Fiuggi. Non posso andare in ospedale. La nonna è molto anziana, non può aiutarmi. Andrò dal medico del paese, vedrò che succede… resterò con lei e basta.
Assunta la fissava, in un silenzio irreale che colava sulle tende come la luce rosata della sera o lolio doliva su una fetta di pane raffermo. Poi abbassò la voce:
Lisa, non esiste che tu te ne vada senza cure! Lascia qui Matteo, vai in ospedale. Tornerai, e in questa casa ci sarà sempre una porta aperta. I soldi dellaffitto… che importano? Ho vissuto con meno, vivrò ancora.
La commozione, il nodo in gola, la praticità italiana: cucinare, rassettare, preparare tutto come se anche nel sogno il gesto potesse essere salvezza. Lindomani mattina la vita sembrava una scenografia astratta: pollo per il brodo, riso, carne macinata per le polpette.
Matteo divenne per Assunta un piccolo miracolo: rideva, disegnava la neve sui vetri appannati, chiedeva della mamma. Lei li pensava sempre, Lisa e il suo bambino. Ogni giorno pregava una Madonna sulla credenza perché succedesse qualcosa di buono, anche se nel sogno non sempre le preghiere funzionano come dovrebbero.
Poi il telefono squillò, voce di Lisa rotta da un pianto sorridente:
Signora Assunta! Prima fase! Loperazione può guarirmi.
Assunta sospirò, quasi avesse ingoiato una luna intera.
Te lavevo detto, no? Ed è meglio che tuo marito abbia mostrato la vera faccia… Non si merita di vedere te guarire. Ora aspettiamo loperazione. Matteo sta bene qui, tu pensa a rimetterti!
Un mese, poi le polpette, poi i controlli. I sogni non hanno né tempo né coerenza, perciò dopo circa un anno e mezzo tutto era cambiato.
Un ricevimento surreale si teneva in un elegante ristorante romano i camerieri sembravano personaggi usciti dalla Commedia dellArte. Assunta, in un tailleur color crema che brillava come il marmo, era seduta accanto alla giovane sposa. Gli invitati la credevano madre della ragazza, e in quella cena di suoni e luci Assunta lo sentiva davvero, di aver guadagnato una figlia.
Lisa era bellissima, i capelli di un castano acceso raccolti in una tiara. Si sposava con il medico che le aveva salvato la vita, lo stesso giovane dottore da cui allinizio non si fidava, troppo giovane, troppo poco esperto. Ma lui aveva insistito, corteggiandola come un poeta che incontra una musa in sogno.
Assunta si ritrovò ad allontanare con noncuranza una lacrima mentre spingeva a sé un piattino di carpaccio di pesce spada, e pensava a quanto, in fondo, la felicità fosse simile a una cena improvvisata: per mesi aveva stretto la cinghia, aveva diviso il poco, ma ora aveva accanto una nuova famiglia.
Il figlio, i nipoti lontani a Milano ma a Roma, Lisa e Matteo erano lì con lei, appartenevano al suo cuore, non se ne sarebbero più andati.
Lisa, dimprovviso, si alzò, presa dallemozione delirante del sogno, e alzò il bicchiere:
Voglio ringraziare una persona che per me è madre e miracolo disse con la voce roca di chi ha pianto tanto, tanto tempo. Assunta, tu sei il dono che il destino mi ha portato! Che Dio ti benedica, ora e sempre…
E mentre tutti applaudivano, mentre il sole fuori si abbassava su Roma, tra statue e cupole, Assunta sentì che la sera brillava nella sua pelliccia, e la realtà era diventata finalmente più surreale del sogno.




