9 maggio
Non dimenticherò mai quel giorno, ogni minimo dettaglio è ancora impresso nella mia mente.
Sul tavolo cerano sei ciotole di latte e biscotti, il profumo del caffè appena fatto e quei vecchi jeans che lui indossava sempre, sembrava più sicuro di sé quando li portava.
Ha baciato ogni bambino in fretta, ma con una cura insolita.
A me mi ha baciato sulla fronte.
Poi ha detto:
A presto.
Gli ho sorriso. Non sapevo ancora che a presto sarebbe stato, in realtà, per sempre.
Nei primi giorni non mi sono preoccupata.
Era abituato ad andarsene spesso: per lavoro, dagli amici, per prendere aria.
Ma passarono una settimana. Poi due.
Il telefono era muto.
Gli amici si allargavano le braccia.
Poi arrivò una lettera dalla banca: il conto era stato bloccato.
Dal lavoro un annuncio: si era licenziato, senza alcuna spiegazione.
Poi è arrivata la paura.
Poi la rabbia.
E poi il vuoto.
Siamo rimasti noi. Sette. Io e sei paia docchi, pieni di quella fede infantile che papà sarebbe tornato.
Non potevo raccontare loro la verità: non si era perso. Aveva deciso di andarsene. Consapevolmente.
Inizialmente ho lavorato in un bar.
Poi ho trovato un turno notturno in fabbrica.
Dopo ancora, facevo le pulizie, davo ripetizioni, mi occupavo di anziani.
Dormivo tre ore a notte, mangiavo gli avanzi.
I bambini crescevano.
Le loro scarpe diventavano strette, i loro quaderni sempre più sottili, e le mie mani più dure.
Ho imparato ad aggiustare tutto: il rubinetto, il ferro da stiro, perfino la vecchia Cinquecento del vicino, che mi pagava in verdure.
Quando i vicini sussurravano:
Lha lasciata e lei, guarda, va avanti comunque
sorridevo.
Non per loro. Per i miei figli.
Dopo alcuni anni il maggiore, Matteo, mi ha detto:
Mamma, non abbiamo bisogno di lui. Ci siamo noi.
Ho annuito.
E per la prima volta in tanti anni mi sono sentita in piedi, non più crollata.
Anche se sulle gambe tremanti.
Quindici anni sono volati via come un lungo mattino stanco.
I ragazzi sono cresciuti.
Qualcuno è andato a studiare in unaltra città, qualcuno è rimasto ad aiutare a casa.
La più piccola, Ginevra, amava ancora dormire con me diceva che così faceva sogni gentili e felici.
Io non lo aspettavo più.
Non gli auguravo il male.
Lavevo semplicemente cancellato come una vecchia fotografia che non si può né togliere né guardare davvero.
Poi una mattina qualcuno ha bussato alla porta.
Ho pensato fosse il postino.
Apro… e rimango di sasso.
Era lui.
Canuto, pieno di rughe, con un cappotto liso.
Eppure ancora lo stesso.
Stessa voce, solo più fioca.
Ciao, disse. Sono… tornato.
Laria era diventata pesante.
Perché? chiesi io.
Abbassò lo sguardo.
Sto male. I medici dicono che non mi resta molto. Volevo vedervi. Te e i ragazzi.
Non sono riuscita a rispondere.
Mi tremavano le mani, e nel petto tutto era stretto in un nodo.
Tirò fuori una piccola busta dalla tasca.
Questa è per te.
Lho presa senza pensarci.
Una vecchia fotografia ingiallita: noi, giovani, con i bambini al lago di Como. Sul retro, aveva scritto:
Perdonami se non sono stato accanto. Cercavo di diventare qualcuno… e ho perso tutto. Ma voi siete lunica cosa che ricordo come casa.
Non sapevo cosa dire.
Le lacrime sono venute da sole. Non per pietà per stanchezza.
Perché per quindici anni era stato unombra, e improvvisamente cera lì, vivo e sofferente.
Ho messo su il bollitore.
Siamo rimasti in silenzio. Lui mi ha raccontato che aveva vissuto a Torino, provato a rimettere insieme la vita, ma aveva capito che non serviva a nulla.
Ha detto di aver visto in tv il servizio sul fondo Sei Mani, quello che ho aperto coi ragazzi due anni fa.
Non credeva fossimo davvero noi.
Aiutavi altre madri, disse. Donne che erano state abbandonate anche loro. Io… ne ero orgoglioso.
Quelle parole suonavano strane. Come se fossero di qualcun altro.
Poi chiese improvvisamente:
Posso vederli? Anche solo una volta?
La sera li ho chiamati.
I grandi diffidenti. I piccoli silenziosi.
Lui era vicino alla finestra, non osava voltarsi.
È lui? chiese Matteo.
Sì, risposi.
Un lungo silenzio.
Poi Ginevra si fece avanti per prima.
Sei davvero il papà?
Lui annuì.
Allora, disse lei, e gli porse un suo disegno. Ho disegnato noi tutti. Anche te.
Lui scoppiò a piangere. Per la prima volta.
Ha vissuto ancora tre mesi.
Non in un ospedale a casa nostra.
Non come padre, né marito, ma come uomo che imparava, alla fine, a esserci.
Ogni mattina leggeva libri ai più piccoli.
Aiutava Matteo ad aggiustare la vecchia macchina.
Sedeva con me, bevevamo il tè e mi diceva:
Sei più forte di quanto io sia mai stato.
Il giorno in cui se nè andato, ho trovato una lettera sul tavolo.
Semplice, senza retorica.
Sono scappato allora perché avevo paura.
Paura di essere necessario. Paura di non farcela.
Tu ce lhai fatta.
Ora so che la forza non sta in chi parte, ma in chi resta.
Grazie per essere rimasta.
Perdonami perché non sono rimasto anchio.
Aldo
In primavera abbiamo disperso le sue ceneri vicino allo stesso lago della foto.
Lacqua era calma, era calda.
Ginevra disse:
Mamma, adesso lui è in ogni pioggia, vero?
Ho sorriso.
Sì, amore mio. In ogni pioggia.
Mentre tornavamo a casa, ho capito che non avevo perso nulla.
Sì, ho vissuto senza di lui.
Ma non senza amore.
Perché lamore non è sempre insieme.
A volte, è semplicemente non mollare mai.




