Un uomo difficile da sopportare

Persona difficile

Santo cielo, Gianni! Sei proprio una persona difficile! Con te è sempre complicato! Ma perché non puoi fare semplicemente come ti chiedo?

La giovane che stava rimproverando il marito era bellissima. Anzi, più che bella. Splendida. Gambe lunghe, occhi blu profondo, ed una silhouette tanto armoniosa da far voltare la testa a ogni uomo che la incrociava sui viali alberati del parco vicino allhotel.

Il marito, invece, era tuttaltro che attraente. Più basso quasi di una testa rispetto a lei, tozzo, con braccia lunghe, gambe corte e una testa già segnate in fronte dalla calvizie. Lunica cosa davvero affascinante di lui erano gli occhi: vivaci, intelligenti, capaci di leggere lanimo delle persone. Perciò, la coppia sembrava ancora più strana insieme. Lei, capricciosa e splendida, e lui che la comprendeva completamente, quasi un moderno Efesto e Afrodite, con la differenza che Gianni, invece del martello del fabbro, reggeva sempre in braccio una bambina.

La piccola assomigliava in modo incredibile al padre, tanto da non lasciare dubbi sulle origini. Da Silvia, sua madre, aveva preso solo il colore degli occhi e la meravigliosa chioma ramata. I riccioli erano così ribelli e folti che Silvia aveva ormai rinunciato a domarli, e così la bambina, di circa cinque anni, correva per lhotel come una saetta rossa, controllando ogni tanto dove fosse il padre che la inseguiva.

Silvia, se vuoi davvero andare a questescursione, vai. Ma secondo me Martina è ancora troppo piccola per certe cose. È lontano, fa caldo, si stancherà e rischia di rovinarti tutto il viaggio. Lo sai anche tu.

E allora tu, a che servi? sbottò Silvia. Siamo venuti in vacanza insieme, Gianni! E già qui allhotel non mi fanno vivere in pace! Non te ne importa niente?

Il tono di Silvia si fece isterico, e Martina abbracciò forte il padre, nascondendo la testa tra collo e spalla.

Dai, amore! Sono terribilmente geloso di te! sorrise appena Gianni, accarezzando la figlia. Possiamo trovare qualcosaltro da fare. Uno giro in barca, vuoi fare un po di diving? Dimmi tu.

Io voglio vedere i templi! tagliò corto Silvia, girandosi dall’altra parte. Voi non volete venire? Allora vado sola!

La scenata fu orchestrata magistralmente. Gianni poté solo alzare le spalle quando la moglie andò verso la piscina, dimenticandosi completamente di lui e della bambina.

Daltronde, a certi atteggiamenti si era abituato. Gianni e Silvia vivevano come molte altre coppie benestanti attorno a loro: lui, indaffarato e agiato, e lei, giovane, elegante, che amava essere adorata.

Nemmeno Gianni aveva capito come fosse finito tra i mariti di tendenza. Non aveva mai avuto particolare fortuna con le donne; non per laspetto, quanto piuttosto perché non sapeva come relazionarsi con loro, al di fuori dellambito lavorativo. Con colleghe e socie daffari niente problemi: galante, simpatico, spiritoso. Ma appena una donna gli piaceva davvero, si impappinava completamente. Era stato così difficile che col tempo aveva quasi smesso di sperare in una vita privata felice. Si dedicava al lavoro e alle visite alla madre, che viveva fuori città, persuaso che forse il destino gli avesse riservato la solitudine.

Qualche rara scappatella per la salute, come diceva mamma Caterina, era tutto ciò che rompeva la monotonia.

E tutto sarebbe rimasto uguale, se sua madre Caterina Ricci non avesse deciso che era arrivato il momento di vedere il proprio figlio con una famiglia.

Gianni! Ti ho osservato abbastanza. Da solo non ti sposerai mai. Serve una mediatrice.

Chi? Gianni, che stava sorseggiando una tazza di tè con la marmellata di fichi nella veranda della villa dove viveva la madre, si strozzò dal ridere, rovesciandosi metà sul vestito nuovo.

Peccato per labito… sospirò la madre, scrutandolo con occhi amorevoli. Gianni, sei una brava persona, intelligente, educato, un uomo riuscito, ma a parte me questo cosa porta? Niente, e non va bene. Sei arrivato dove tanti sognano senza mai conquistare la vera felicità. Lo vedo dagli occhi quando guardi i figli di tua cugina Loredana. Sai, lei non sarà un fulmine di guerra, ma come mamma è straordinaria. E io amo quei bambini… ma sogno di coccolare i miei nipoti. Sogno di vederti stringere tra le braccia tuo figlio. Solo allora capirai davvero il senso della vita. Lo sapevo io, lo sapeva tuo padre. Tutto questo, la casa, la campagna… sono cose effimere, prima o poi svaniranno. Solo la vita è eterna. Lì ci sono sentimenti, memoria, amore. La vita, capisci?

Mamma, ti capisco. Ma una mediatrice?

Esatto! Tu non sapresti mai trovarti una moglie! Non ne sei capace! Scusami se sono dura, ma non ho mai addolcito le cose con te. È un mio errore se non ti ho insegnato larte del corteggiamento, ma ora devo rimediare. E siccome anchio di queste cose capisco poco, ci affidiamo ai professionisti. Prendi un foglio e scrivi.

Scrivo cosa?

Tutto quello che vuoi in una moglie! Descrivi la donna ideale.

Dai mamma, ma che dici!

Sul serio! Anzi, vado io. Dimmi il colore degli occhi, per esempio.

Quella sera parlarono fino a tardi. Gianni rispondeva alle domande meccanicamente, eppure pian piano tutto quello che non sapeva confessare nemmeno a sé stesso prese forma sulla carta. Quando finì di leggere, rimase stupito: Una così non esiste.

Vedremo! tagliò corto mamma Caterina.

Alla fine la mediatrice gli trovò Silvia, esattamente come aveva descritto: fisico perfetto, occhi, capelli, tutto. Ma ciò che stava dietro le apparenze emerse solo con il matrimonio.

Gianni capì subito che quellunione era un accordo. Ben presto realizzò che nella sua cerchia molte coppie vivevano relazioni simili. Silvia non aveva nessuna intenzione di stare a casa a cucinare. Era impegnata solo con se stessa. In casa avevano camere separate; lei sosteneva che il russare di Gianni le impediva di dormire, anche se lui non sapeva nemmeno se fosse vero. Ma per la donna che rappresentava tutto per lui, Gianni avrebbe fatto qualsiasi sacrificio.

Silvia non voleva figli. Sapeva che la figlia sarebbe stata parte dellaccordo e allora chiese solo una proroga.

Sono giovane, Gianni! Voglio vedere il mondo prima di sistemarmi. Me lo permetti, vero?

Lui accettò. Viaggiarono molto, frequentarono amici, tirando avanti quasi sopportandosi.

E poi arrivò Martina. Per un po’ trovarono una tregua. Gianni era felicissimo e correva a casa ogni sera per stringere la figlia tra le braccia. Ma Silvia come madre era mediocre.

Non allatterò! Poi dovrei farmi operare per sistemare il seno? No, grazie! Trova una balia o diamole il latte artificiale. Sai quanti sono cresciuti così? Tua madre stessa ha detto che tu non hai mai preso il latte vero, e guarda che uomo sei!

Né la madre di Silvia né Gianni riuscirono a convincerla. Martina cresceva serena con il biberon, Gianni cercava una tata.

Sto impazzendo! si lamentava Silvia. Stare in casa h24 con una bimba che strilla non è vita. Tu sei fuori tutto il giorno, hai persone da vedere… io sono sola! Divento depressa!

Quando la suocera, Anna, venne a sapere della ricerca della tata, si oppose.

Perché? Tua madre lavora, io invece posso occuparmi di Martina. Perché prendere una sconosciuta?

Gianni accettò felice. E fu la prima volta che litigò davvero con Silvia.

Perché tua madre qui? Verrà a insegnarmi come vivere? Ma ti prendi gioco di me? Dicevi di aiutarmi e invece…

Amo sia te che mia figlia! Tu nemmeno le ti avvicini! Meglio che abbia almeno una persona che la ami oltre a me!

In effetti Silvia si occupava poco della figlia. Sì, aveva sempre indumenti e giochi bellissimi e la cameretta era elegante, da mostrare alle amiche, ma era solo una scenografia. Martina dormiva da sempre nella stanza del padre.

Io amo mia figlia, a modo mio! questa fu una delle poche volte in cui Silvia pianse davanti al marito, ma Gianni non la compatì.

Tua madre resterà. Bada tu a tua figlia e le cose cambieranno. Fino ad allora, decidiamo così.

Silvia alla fine accettò. Anna si trasferì a casa loro e per Martina divenne la seconda persona più importante dopo il papà. Alla mamma si concedeva quei dieci minuti di rito in braccio, giusto per le foto con le ospiti, poi correva dal papà o dalla nonna, con la certezza di essere davvero amata.

Così passavano i giorni. Martina cresceva. Prima danza classica, poi asilo privato, dove la portava Anna ogni mattina. Viaggiava spesso con i genitori, sempre con la certezza che almeno uno la voleva con sé.

Questo viaggio fu come gli altri, fino a che Martina cominciò ad avere la febbre e a lamentarsi di mal di testa.

Ecco! Vacanza rovinata! Silvia camminava avanti e indietro in attesa del medico chiamato da Gianni.

Di cosa parli, Silvia? Tua figlia sta male!

È solo un raffreddore. Le avevo detto di non mangiare gelato! Ma tu, sempre a viziarla! Ora sono guai! sbuffò Silvia Padre dellanno! E adesso che si fa?

Aspettiamo il medico.

Il tono di Gianni fu così fermo che Silvia si zittì.

Va bene…

Il medico esaminò Martina e non trovò nulla di grave.

Stanchezza. Riposo e sonno. Andrà tutto bene.

Gianni però, appena il medico lasciò la stanza, ordinò a Silvia di preparare le valigie.

Torniamo a casa.

Perché? Ma il medico ha detto che non è nulla! quasi in lacrime.

La sua non è parola di vangelo. Non mi piace quello che ha Martina. Un mal di testa così a cinque anni non è normale. Si parte e basta.

Gli esami approfonditi a Milano diedero ragione a Gianni. La vita si fermò, per un momento tutto rimase in sospeso.

Una clinica, poi unaltra, poi una terza. Martina non peggiorava, ma nemmeno migliorava. Gianni affidò il lavoro ai collaboratori e stava in ospedale notte e giorno, tornando a casa solo per lavarsi e cambiarsi. Anche Silvia era in ospedale, ma presto i medici capirono che quella bella donna sapeva poco o nulla della figlia, e per ogni cosa si rivolgevano a Gianni.

Il punto era, però, che Silvia non si preoccupava veramente. Sapeva che i medici facevano il massimo e sentiva che la situazione le sfuggiva di mano. Ciò che le mancava era la libertà, la sua vita di prima. Tutti quei giorni tra pareti bianche e odore di disinfettante per lei erano una prigione, anche se la figlia era nella clinica migliore che Gianni potesse permettersi.

La pazienza di Silvia finì quando seppe che Gianni aveva messo in vendita la loro villa.

Perché, Gianni?! Ti mancano i soldi?

Sì.

Risposta semplice, sicura, che destabilizzò Silvia.

Ma come?! Avevi tanti soldi!

Avevo, sì. Ma, sai, curare nostra figlia costa. Martina ha bisogno di una grossa operazione. Qui non se ne occupano, quindi dobbiamo andare in una struttura allestero. Questo richiede denaro. Venderò tutto, la casa, lazienda, se necessario. Farò tutto per vederla guarire.

E io? Cosa ne sarà di me?

E tu? Vedi, Silvia, ti do la tua libertà. Potrai vivere come preferisci. Ti lascio abbastanza soldi, la macchina, lappartamento in città. Lunico obbligo: vieni a trovare Martina almeno due volte a settimana e, quando andremo in clinica, verrai con noi. Sei la madre, ti serve. Sii almeno partecipe, anche solo di facciata! Mostrale che conta per te, almeno per una volta!

Gianni per la prima volta perse la pazienza. Aveva paura, una paura viscerale, che gli toglieva il fiato. Tutto ciò che contava per lui era lì, in una stanza dospedale, e il solo legame con Silvia era la loro figlia.

Basta. Vai a lavarti il viso. Non spaventare Martina. Deve essere serena, capito? Avrai tutto, ma ora devi fare la tua parte. Muoviti, Silvia, non farmelo ripetere.

In quelluomo, piccolo e buffo allapparenza, Silvia aveva sempre visto poco. Ma in quellistante le parve che Gianni fosse cresciuto, che si fosse fatto imponente e fermo come una montagna, sicuro che nessuno avrebbe potuto superarlo. E per quelli che stavano dietro a quella montagna non cera nulla da temere.

Silvia si voltò e uscì, lasciando la scena. Gianni entrò nella stanza: la piccola testa ramata si alzò appena dal cuscino.

Papà

Anna, seduta con loro, si alzò e uscì in corridoio, tenendo tra le mani il libro che stava leggendo alla bimba.

Gianni, se vuoi che resti

Ma ci mancherebbe, Anna. Gianni la abbracciò. Grazie di tutto! Non so come avrei fatto senza di te.

Mi vergogno tanto… È colpa mia, non ho saputo crescerla meglio, Silvia. Era sempre così sveglia, dolce, diceva sempre la cosa giusta. Ma ora non la riconosco, o forse sono stata cieca. Quando lho persa?

Sapessi dove si cade, metteresti la paglia… Nemmeno io mi sento perfetto. Ma non voglio sbagliare anche con Martina. Come si fa a non perderla?

Si prepara la paglia per tempo, Gianni caro Anna si asciugò le lacrime. Forza, non possiamo lasciare andare tutto a rotoli. Martina ci osserverà e darà spettacolo se ci vede giù di morale. Ha chiesto il gelato, non lha mangiato a pranzo. Portaglielo, magari si rallegra. E Gianni, ti prego, abbi pazienza con Silvia. Daile tempo. Io voglio credere che cambierà…

Loperazione di Martina arrivò dopo pochi mesi. Caterina lasciò il lavoro e partì col figlio e la nipote per star loro accanto.

Dopo circa sei mesi Martina tornò a casa con il padre e le nonne. Silvia, invece, rimase in Francia.

Due anni di riabilitazione passarono tra speranze che andavano e venivano, fino al giorno in cui il medico sorrise stanco a Gianni: Ce lavete fatta

La vita riprese il suo corso, più sicura e intensa di prima.

Silvia tornò nella vita della figlia nel giorno del suo quindicesimo compleanno. Sempre affascinante, raffinata, sfiorò la guancia di Anna, fece un cenno a Gianni e avanzò tra gli ospiti dove i compagni di classe festeggiavano Martina.

Figlia mia

Gli occhi bleu di Martina si strinsero, scrutandola.

Mamma

Silvia tentennò, trovandosi a balbettare parole di giustificazione solo per sé.

Non correre, mamma. Fai un respiro. Adesso non è il momento. Più tardi.

Ma volevo

Lo so. Aspetta.

Martina, ti prego

Va bene. Seguimi.

Martina salutò gli amici e condusse la madre nello studio del padre. Tolse il pesante tendone, si sedette sul davanzale e scrollò le spalle.

Ti ascolto.

Santo cielo, quanto assomigli a tuo padre

Che cè, sono pesante anche io?

Non volevo dire questo.

Ma è così. Sono fatta così. Ma vuoi sapere una cosa, mamma? Quelluomo che tu hai sempre giudicato non alla tua altezza, non mi ha mai detto una sola parola cattiva su di te. Mai! Non ha portato altre donne in casa, per non disturbarmi. Non vi siete nemmeno mai divorziati. Per lui io ho sempre avuto una madre, anche se in realtà non sei mai stata presente davvero. Vuoi sapere altro?

Sì! Silvia quasi sussurrava, fissando la ragazza seduta davanti a lei. Quella non era più la bambina che ricordava. La voce squillava decisa, come quella del padre nei suoi giorni più duri, e Silvia intuì che una sola parola sbagliata e Martina sarebbe sparita per sempre dalla sua vita.

Questuomo pesante mi ha insegnato a perdonare. Diceva di non portare rancore, di lasciar andare il dolore. Non so quanto ci riesco, ma sono figlia sua, e tutto quello che faccio, lo porto a termine. Con te non so. Nei fatti, non mi servi, mamma. Ho papà, le nonne. Loro mi hanno dato tutto ciò che serve a una ragazza. Non sento il bisogno di vederti, di parlare con te. Ma per papà sono disposta a fare questo passo. Ti darò loccasione di provare a diventare una persona, mamma.

E chi sono stata finora?

Tutto e niente: una bambola, una copertina, uno spettro senza anima Sì, sono dura. Però ricordo bene in ospedale come mi addormentavo con le ninne nanne di nonna Anna mentre tenevo la mano di papà. Ricordo quando mi rasarono i capelli e lui cercava di consolarci tutti ridendo di una graziosa cuffietta rosa portata da nonna Caterina. O la mia prima a scuola, la fatica, il ballo a casa, le ovazioni delle nonne, i dipinti con nonna Caterina che ora sono appesi nello studio di papà. Loro cerano sempre. Tu no.

Ma ora sono qui

E perché mai? Per essere presente? Io non lo credo, e tu lo sai. Ma non ci penserò adesso. Stupiscimi. Se saprai mostrarmi che ho bisogno di una madre, forse ti perdonerò. Per ora Benvenuta. Accomodati. Il dolce tra unora. Io torno dagli amici. Scusa.

Martina, riassestò le tende e, uscendo, si voltò brevemente:

Che dici, mamma, sono proprio una persona difficile?

Silvia restò a guardare la figlia, aggrappata a un barlume di speranza.

Bene! Allora somiglio a papà! Che privilegio Grazie del complimento. Forse, adesso sono pronta a riflettere. Ci vediamo dopo!

Un lampo ramato sparì dietro la porta, e Silvia accostò il palmo alla finestra sui segni dei polpastrelli della figlia, mentre fuori Gianni guardava verso di loro.

La vita a volte ci mette davanti a muri che sembrano troppo alti, ma proprio allora abbiamo loccasione di scoprire, come fece Gianni, che la forza più grande è quella di chi ama senza condizioni e impara a perdonare, anche quando tutto sembrerebbe impossibile. E proprio questa lezione rende la nostra esistenza degna di essere vissuta fino in fondo.

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