La notizia che era nata una figlia arrivò a Tommaso Venturi mentre si trovava allufficio del consorzio forestale, proprio il giorno della consegna delle paghe. Gli uomini, ritirate le lire, si disperdevano via nelle strade polverose, ciascuno con i secchi vuoti di nafta; lui invece era rimasto davanti al portone, le banconote stropicciate strette tra le dita.
Ma guarda che disgrazia, borbottò Tommaso tra i denti e sputò amaro tra la segatura. Lavevo detto a mia moglie: Fammi un maschio. No, ci voleva proprio, rifilarmi una femmina.
Dentro di lui lamarezza ribolliva, collera e delusione verso la moglie, Agnese. Bolliva così tanto che non aveva minimamente voglia di rientrare nella loro casa vuota, senza neanche una voce di donna tra le mura. Mentre Agnese, con la neonata, lottava tra lenzuola dospedale, Tommaso raccolse poche cose in una sacca di tela, ci infilò una camicia pulita e un pezzo di pane, e si mise in cammino verso la casa materna, nellaltro borgo sulla riva opposta del fiume Adda, a venti chilometri dalla sua casa.
Quando, dopo due settimane, Agnese tornò allabitazione ormai orfana di voci, entrò, osservò la stanza in ordine insolito (segno che Tommaso, prima di andare, aveva ripulito tutto), posò sul letto il fagottino ben avvolto e vi si sedette affianco, abbandonando il viso sulle mani. Le spalle le tremavano in singhiozzi silenziosi. La figlioletta, un batuffolo piccino con le pieghe della nuca strane e buffe, dormiva quieta e di tanto in tanto schioccava le labbra tra i sogni. Agnese la guardò con amarezza: E chi avrebbe mai detto che tu, piccola mia, saresti stata per me segno di separazione?
Tommaso era un uomo alto, robusto, la mascella pesante e il carattere ruvido che in paese chiamavano «testa dura». Non sopportava repliche, una parola di troppo era subito presa come offesa personale. Gli si era incistata lidea serviva un figlio, un erede. Lui stesso era lultimo, dopo due sorelle, e credeva che la famiglia Venturi poggiasse ormai sulle sue larghe spalle. Ed ecco: una femmina. Solo una zavorra inutile.
La madre di Tommaso tentava la strada della mediazione, andava a parlargli più volte, ma lui restava fermo: Finché sta ragazzina non se ne va via di casa, non torno. Così, venti chilometri divennero un abisso invalicabile per Agnese.
Appena si riprese dal parto, si rimise al lavoro. Nel 57 di maternità non si parlava: si vigilava lorto, si andava in stalla, si portava al pascolo. Per compiacere il marito, nella segreta speranza di toccare il suo cuore, chiamò la figlia Alessandra almeno un nome forte, con suono maschile. La piccola cresceva robusta, calma: niente pianti, niente capricci. A sei mesi si teneva già salda alle sponde della culla, a un anno non si fermava più col cavallino di legno che il vicino le aveva costruito. Precoce nellandare e nel parlare: a poco più di un anno spigliatissima, correva per la casa come una furia, Come un folletto, diceva la nonna, impossibile starle dietro.
Allasilo, Ale subito spiccò come la più intraprendente. Pronta e forte, difficilmente qualcuno le si parava davanti, maschietti compresi. A tre anni già zittiva un vicino di cinque che voleva portarle via il secchiello. Il suo carattere era saldo: non andava in braccio a chiunque, non dava retta a tutti. Scorrazzava per il cortile con una camiciola rattoppata, un rametto di salice in mano a scacciare mucche straniere dallorto. Da dove venisse tanto coraggio nessuno sapeva.
Tommaso, intanto, aveva trovato consolazione. Si era legato a una vedova, Claudia Melani, con già due figli. Allinizio frequentava solo per compagnia, ma Claudia donna furba e formosa sapeva come agganciarlo. E lo prese: gli fu piaciuta la sua aria accomodante, il corpo morbido, i sospiri ammirati.
Tommè, ti faccio il figlio che vuoi, sussurrava languida.
Dammi un maschio! brontolava Tommaso, ma già meno aspro.
Il tempo passava e Claudia, però, di gravidanza niente. Forse provava, ma il destino girava altrove. Tommaso si rabbuiava: era il secondo anno che la frequentava, inutilmente. Crescere figli degli altri non era un affare, lui voleva il suo sangue.
E così arrivarono anche a quel paese voci: Ma lo sai che la figlia sua, Alessandra, è proprio un maschiaccio? Forte, sveglia, giusta. Mica solite femminucce!
La madre tornò allassalto: Vai, almeno guardala quella bimba. Il sangue non è acqua. E fu il caso, un giorno, di scoprire tra le cose di Claudia strani sacchetti derbe e radici. Non sarà stregoneria?, pensò, e prese la decisione.
Raccolse la roba, chiuse la porta con violenza che tremò tutta la casa, e se ne tornò alle sue radici. Claudia urlava che quelle erbe servivano alla salute, ma lui non ascoltava più.
Quattro anni dopo, passò infine la soglia della sua vecchia casa. Vide la figlia per la prima volta: minuta, spettinata, la veste scolorita, era ferma in mezzo alla saletta e lo fissava con uno sguardo deciso, diffidente. Una sconosciuta. Alla caramella che estraeva dalla tasca Tommaso, però, non si avvicinò.
Guarda un po, mormorò tra sé, sentendosi in soggezione sotto quello sguardo severo da bambina. Chissà quante ne avrà sentite disse ad Agnese con rancore.
Agnese però rifulgeva di felicità per il ritorno:
Dai Tommè! Sempre bene di te si parlava. Desideravo che tornassi, non siamo mica estranei.
Agnese, nonostante durezza e a volte vera crudeltà, continuava ad amare quelluomo. Era un uomo di poche parole, sempre severo, che il suo malumore lo sfogava spesso picchiando il tavolo e a volte, anche peggio, alzando le mani.
Alessandra aveva già cinque anni. Capiva molte cose. Appena il padre guardava male la madre, lei subito si raggomitolava, col pugnetto alto:
Uh, che brutta faccia! Ora ti sistemo io!
Pugnetto infantile, ma Tommaso si irritava nel veder in quella ragazzina il coraggio che lui rinnegava.
Solo con la nascita di un figlio maschio si quietò un poco. Lo chiamarono Paolo, e da subito toccò ad Alessandra badare al fratello: lo portava in spalla, lo nutriva mentre la mamma era al lavoro, gli cambiava i pannolini, lo guidava nei primi passi.
Tommaso era contento, ma in modo cupo e silenzioso. Continuava comunque col suo brutto carattere; Agnese, sempre muta, subiva solo che non menasse le mani.
Alessandra, ormai sette anni, era daltro stampo: batteva il piede, minacciava col pugnetto:
Ti denuncio al maresciallo, guarda!
Tommaso scattava inviperito:
Ma guarda questa! A chi vuoi mettere paura, mocciosetta?
Le corse una volta dietro col bastone, per darle una lezione. Lei resse tutto in silenzio, stringendo il bordo del grembiule tra i denti. Tommaso credette di averla domata. Ma il giorno seguente la mocciosetta si presentò davvero con il maresciallo.
Agnese quasi svenne per lo stupore:
Ma maresciallo, dai non si può più neanche rimproverare un figlio? Tommaso lavora, non beve, porta i soldi a casa
Il maresciallo, Giovanni Bernasconi, si tolse il berretto, si asciugò la fronte calva:
Signora Agnese, stia attenta. Queste cose arrivano anche in Comune. Unaltra volta, potrebbero essere guai seri. Per ora, va con un avvertimento.
Tommaso taceva, a capo chino, facendo finta di vergognarsi.
Da allora fu più guardingo con Alessandra. Non per paura solo stava in allerta. A volte però la fissava brusco:
Animale selvatico, biascicava socchiudendo i denti.
Agnese, illudendosi che la tempesta fosse passata, rimase nuovamente incinta: nacque una seconda figlia, Natalia. Tommaso non se ne curò mai. Dapprima Agnese laccudiva, poi lasciò tutto sulle spalle di Alessandra:
Ormai sei pratica, badale tu: cambiagli i pannolini.
Appena tornava da scuola, Alessandra faceva i compiti in fretta, mangiava qualcosa e stava dietro la sorellina fino a sera. Alle pulizie ci pensava lei, ai panni anche. Tommaso, visto che la figlia maggiore era dinuovo la colonna della casa, taceva; né urlava, né rimproverava e, dopo la storia del maresciallo, non alzava più le mani.
Crebbe così Alessandra fino alla terza media. Quando la finì, annunciò che sarebbe andata in città a studiare. Tommaso divenne paonazzo, i capelli rossicci sembravano drizzarsi.
E che mangerai? Ti piazzi sulle nostre spalle? Che abbiamo fatto finora, eh?
Alessandra aveva quindici anni: robusta, forte, pugni saldi da tenere a bada qualunque ragazzo. Anche gli altri la rispettavano. Il prof di ginnastica le aveva detto:
Alessandra, dovresti fare lotta: spacchi tutti!
Non minteressa, rispondeva secca.
Rivolgendosi a Tommaso, lo guardò dritto:
Ho detto che vado. Punto.
Non mi prendere in giro! minacciò lui. E soldi, non te ne do!
Non li voglio. Ma almeno dai da mangiare ai più piccoli, papà
Lui impugnò la cintura, andò su di lei. Ma la ragazza, rapida, afferrò il tirapane.
Prova solo! Ti rompo le ossa!
Agnese intervenne, piangendo e trattenendo Tommaso; lui, a guardare la figlia così decisa, mollò la presa e uscì a imprecare.
Vai pure, disse piano Agnese, asciugandosi le lacrime. Fai come puoi coi libri. Va
Ma tu divorzia! sbottò Alessandra.
Ma che dici! Che parola è mai questa?
Perché continui a farti trattare così?
Così si vive qui, si litigia e poi si fa pace. Almeno i soldi li porta, e i figli hanno il padre
Viva tu come vuoi. Ma se torno, non sarà per implorare nessuno.
Dopo la partenza, Tommaso si fece più mite. Con i piccoli era meno brusco, con Agnese più civile. Di Alessandra pareva dimenticarsi; i fratelli cominciarono a legarsi di più a lui, scordando il tempo in cui la sorella li cresciuta.
Il nostro papà è bravo! annunciò un giorno Natalia. E tu sei cattiva! e mostrava la lingua alla sorella.
Va bene, sorrideva Alessandra. Vivete pure col papà. Vediamo se saprà ricompensarvi.
Finite le medie, partì. In una borsa poco più di un cambio e del cibo che la mamma, di nascosto dal marito, aveva preparato, nascondendo qualche banconota sgualcita.
Prendi, sussurrò, stringendole la mano con i soldi. Sono miei, messi da parte piano piano.
Alessandra la guardò: non era ancora vecchia, ma il viso era scavato, le spalle curve, gli occhi tristi.
Mamma, quanto vuoi resistere così? Lasciatelo!
Ma dove vado? In paese vivono così tutte. Si litiga e si fa pace Tommaso lavora, i soldi li porta. E poi cosa direbbe la gente…
Guarda bene, la ammonì Alessandra. Se ti maltratta, scrivimi. Gli faccio vedere chi sono.
Ma che dici? Prima il maresciallo, poi col tirapane E gli altri possono far tutto?
Lui comanda, tu servi. Ti sembra giusto vivere così?
Così si fa.
Io però non torno a chiedere niente a nessuno. Se al tecnico non mi prendono, comunque non torno. Grazie dei soldi. Non mi dimentico chi mi ha dato una mano.
Torna, figlia, se puoi. Tommaso, si sa, si calma presto Io intanto ti tengo da parte frutta e verdura
Verrò ad aiutarti.
La città accoglieva Alessandra tra il frastuono, il traffico e il profumo di benzina. Scelse lIstituto Tecnico Industriale: la attiravano le macchine e i rumori potenti che da piccola sentiva nellofficina del paese. Superò gli esami con facilità grazie alla naturale intelligenza e alla preparazione scolastica.
La sistemarono in un convitto. Conobbe lì la coinquilina, Valeria: allegra, ricciuta, perfetta opposta di lei. Valeria frequentava per trovare marito più che per laurearsi.
Ale, hai visto che ragazzi girano qui? Soprattutto Gianluca… Dicono che il padre sia direttore.
E a me non interessa, replicava Alessandra, immersa nei libri. Sono venuta a studiare.
Sciocca! ridacchiava Valeria. La nostra amica Silvia già esce con uno del terzo anno. Dice che appena finisce la scuola si sposa. E tu solo libri!
Io il tempo per cercar fidanzati non ce lho, Valeria. Devo mantenermi.
Alessandra trovò posto come donna delle pulizie in una fabbrica tessile: la sera strofinava pavimenti. Poco, ma bastava per vivere, senza pesare sulla madre.
Valeria sospirava:
Ma come fai a fare tutto? Studio, lavoro, mi aiuti pure in meccanica! Sei dacciaio!
Sono solo abituata, sorrideva Alessandra.
Quando arrivò il nuovo prof di meccanica, Andrea Lippi, lo notarono subito. Giovane, ben vestito, occhiali sottili, capelli scuri pettinati allindietro. In classe, molti erano più grandi e robusti di lui, sembrava quasi indifeso.
Salve, iniziò piano. Mi chiamo Andrea Lippi
Andreino, rise qualcuno in fondo. Bel tipo
Scoppiarono le risate. Il professore arrossì, si sistemò gli occhiali e provò a riprendere la lezione, ma nessuno ascoltava.
Valeria punzecchiò Alessandra:
Ale, guarda che carino è come si farà ascoltare, poverino?
Alessandra osservava, sentiva improvviso dispiacere per quelluomo: si impegnava e riceveva solo scherno.
Basta! disse ad alta voce, alzandosi di colpo. Silenzio!
Si fece silenzio. Tutti la guardarono.
Ragazzi, o vi state zitti o ve ne andate. Ho bisogno di studiare, non di perdere anni a parlare. Chi ha soldi per pagare un altro anno qui?
Si sedette. Nessuno osò più disturbare: di Alessandra Venturi si fidavano tutti.
Incrociò lo sguardo del professore: cera gratitudine nei suoi occhi.
Dopo quella lezione Valeria la punzecchiava:
Hai visto come ti guardava? Forse si è innamorato!
Smettila, Valeria, rideva Alessandra, lui è sposato.
E allora? Magari non è felice in casa.
Lascia perdere.
Ma, mentre scacciava lidea, ogni tanto rivedeva quello sguardo calmo e attento, si ricordava il modo in cui aggiustava gli occhiali prima di parlare.
Anche Andrea teneva a mente quella ragazza dagli occhi profondi e decisi. Capo classe, bravissima, ma con una forza silenziosa che lo colpiva.
A casa tornava poco, solo nei periodi di raccolta o nelle feste. Paolo e Natalia crescevano, il primo sognava la patente, la seconda si dava da fare in casa. Con il padre i rapporti restavano freddi: Alessandra era riservata, aiutava solo se chiamata. Portava regali e soldi quando poteva.
Sei diventata cittadina, brontolava Tommaso. Guarda che eleganza. Riconosci ancora i tuoi?
Sempre, papà, rispondeva liscia. Non ti preoccupare.
Al quarto anno, Valeria finalmente si sposò con Gianluca, proprio quello con il padre direttore. Matrimonio rumoroso, fisarmonica, parenti a urla di evviva gli sposi. Alessandra era la testimone e osservava la gioia dellamica pensando: E io? Lavoro, magari una figlia, o nulla di tutto questo?
Tanti uomini ma nessuno affidabile. O bevono o sono sposati, o non mi piacciono. Ricordava il padre e il suo grigiore. Meglio sola che vivere come mamma pensava.
Poi la vita portò la sorpresa.
Vittorio Riva, studente dellistituto parallelo. Alto, tranquillo, quasi flemmatico. La osservava da tempo in silenzio, poi una sera di ballo (trascinata da Valeria), si fece avanti.
Balliamo?
Alessandra sorpresa, non lo aveva quasi notato. Ma lui, goffo, teneva la mano decisa.
Perché no, sorrise lei.
Da quel giorno iniziarono a frequentarsi. Vittorio era lopposto del padre: gentile, silenzioso, niente vizî. Lavorava al mulino come meccanico. La guardava con tanta dedizione che Alessandra si scioglieva.
Sposami, propose lui dopo tre mesi.
Lei rimase in silenzio, poi chiese:
Non mi lascerai mai, come papà fece con mamma?
Mai, promise.
Le credette.
Si sposarono in sordina, subito dopo il diploma. Valeria fu testimone. Andarono a vivere in un piccolo alloggio del Comune: Alessandra lavorava come tecnica in fabbrica. Dopo un anno nacque Stella.
Lo stare insieme però durò poco. Vittorio, dopo la nascita della figlia, cambiò: la calma divenne lassismo, la tranquillità egoismo. Stava sempre fuori casa, i soldi correvano via. Quando Alessandra tentava di parlare, lui ribatteva:
Cosa sono, uno schiavo? Ho diritto anche io a vivere!
Le tornavano alla mente le parole della madre: Così si vive. Rabbiosa, decise:
O cambi, o divorzio.
Vittorio rise ubriaco:
Dove vai, con una bambina piccola?
Vedremo, rispose lei, e allindomani chiese il divorzio.
Valeria rimase sconvolta:
Sei pazza? Come farai da sola?
E tu che credevi? replicava serena. Non morirò certo di fame.
E davvero non morì. Lavorava, metteva Stella allasilo, vivevano con poco, ma senza stenti. Lex marito pagava gli alimenti saltuariamente.
Paolo, il fratello, arrivò in città due anni dopo. Si iscrisse a scuola guida, viveva dalla sorella. Era ammirato: un appartamento tutto suo, acqua corrente, gas, e Alessandra che si occupava di tutto.
Sembri una macchina, Ale; mai stanca?
Se non ci si aiuta da soli, chi ti aiuta?
Paolo pensava: Chissà se avrò mai una moglie così forte e buona.
Anche Valeria divorziò: il marito si era rivelato un mammone e donnaiolo. Piangeva nella cucina di Alessandra:
Hai avuto ragione tu. Laffidabilità non sono i soldi: è la persona. Magari avessi avuto uno come il nostro Andrea Lippi
Andrea Lippi?! fece eco Alessandra.
Sì! Te lo ricordi? Lho rivisto, è divorziato. Vive da solo, molto interessante Valeria sorrideva maliziosa.
Alessandra non pensava a lui da anni, ma quel nome le regalò un brivido caldo.
Si rincontrarono per caso, una sera dautunno, al bar La Vetrina. Alessandra, rientrando dal lavoro, prese un tè. Pochi clienti. Ad un tavolo, chino su un libro, un uomo.
Alessandra?
Alzò gli occhi: era lui, Andrea Lippi, con qualche filo dargento nei capelli, ma lo stesso sguardo gentile.
Buonasera, mormorò.
Solo Andrea, sorrise. Posso sedermi?
Certo.
Iniziarono a parlare, a raccontarsi: il divorzio, la figlia, il lavoro. Lui raccontò del figlio, della casa che stava costruendo in periferia. Tra una parola e laltra, scoprivano di essersi sempre capiti, uno specchio sincero luno per laltra.
La accompagnò a casa. Lentamente, in silenzio. Al portone le prese la mano:
Ti telefono?
Sì, rispose piano.
E lo fece davvero.
La domenica dopo, Andrea la invitò nella sua nuova casa: voleva mostrarle i progressi. Alessandra lasciò Stella da Valeria e lo raggiunse.
Il quartiere era periferico, nuovo. La casa ancora in costruzione, ma ordinata. Nellaria profumo di legno fresco. Fecero merenda insieme nella casetta provvisoria con la stufa. Andrea esponeva sogni e progetti; lei ascoltava, piena finalmente di quiete.
Improvviso un motore ruggì fuori dal cancello. Due uomini saltarono giù da un furgone e si avvicinarono sfrontati.
Ehi, padrone! Vieni a parlare un attimo! urlò il più grosso.
Che volete?
Il ferro vecchio! intervenne laltro. Vendici quattro tubi, va!
No. Andatevene.
Occhialuto presuntuoso! il più magro sfoderò un coltellaccio. Ti conviene ragionare!
In quellattimo Alessandra uscì armata dascia:
Levatevi subito! Fuori dalle gambe!
I due rimasero senza parole, tanta decisione aveva nei movimenti. Esitarono, scambiarono occhiate, poi se la diedero a gambe.
Andrea era pallido, non spaventato ma ammirato.
Alessandra sei matta?
Volevo difenderti, rispose posando lascia. Non potevo lasciarti solo.
Lui la abbracciò forte.
Nessuno ti farà mai male, sussurrò lei.
Dopo quellepisodio, scomparvero incertezze: Andrea capì di avere accanto la compagna per cui valeva la pena ricominciare. Alessandra, dopo aver passato la vita a difendersi, si sentiva finalmente donna, tuttaltro che una «donna col grembiule e la spada», come si definiva.
Dopo un mese, Andrea la chiese in sposa.
Non sono ricco, la casa è da finire. Ma io ti amo. Amo anche Stella, saremo felici.
Alessandra si commosse, per la prima volta dopo tanti anni.
Sì, Andrea.
Festa nuziale semplice ma gioiosa. Parentì, amici e persino Agnese e Tommaso presenti. Tommaso in principio non voleva, ma Agnese lo convinse:
Dai, Tommè! Si sposa nostra figlia. Non si può mancare.
In Comune cerano fiori, sorrisi; Alessandra in abito chiaro e capelli sciolti, bellissima, raggiante. Andrea elegante, emozionato come un ragazzo. Stella, la piccola, portava le fedi e già chiamava Andrea «papà».
Tornati a casa, Andrea si avvicinò a Tommaso col bicchiere:
Grazie di essere venuto. Grazie per tua figlia.
Tommaso si alzò, guardò sua figlia e la nipotina, e allimprovviso nei suoi occhi brillò una dolcezza nuova:
Abbine cura, disse con voce roca. Ha carattere, ma è buona come la madre.
Alessandra alzò le sopracciglia sorpresa: mai una parola buona dal padre, prima.
Prometto di proteggerla, rispose Andrea serio.
Quando Agnese e Tommaso ripartirono, Alessandra strinse a sé la madre:
Venite spesso. Ora vi aspettiamo.
Agnese piangeva di gioia. Tommaso, davanti al pulmino, massaggiava la testa alla nipote:
Cresci bene, piccina. Studia.
Lo prometto, nonno, rispose seria Stella.
Alessandra e Andrea rimasero al tramonto, mano nella mano, sulle luci delicate della città.
Allora, a casa? sussurrò Andrea.
A casa, sorrise lei.
Ci avviavano nella notte luminosa, e dentro Alessandra era calma come mai prima. Avevano davanti una vita intera da costruire insieme. Lei sapeva: da ora in poi, sarebbe andato tutto bene, perché avrebbe avuto un compagno affidabile, un cuore che lamava e una casa finalmente vera.
Passarono gli anni.
La casa di Andrea, quella che rischiò lincendio, era ormai finita: su due piani, grandi finestre, veranda coperta di vite rossa, il frutteto di meli che Alessandra curava con amore.
Stella era quasi pronta per la maturità, voleva entrare in medicina. Paolo divenne autista, Natalia si sposò col figlio di un contadino, ebbe gemelli. Agnese aiutava spesso con lorto e i nipoti. Tommaso veniva sempre più spesso: sedeva in veranda con Andrea e parlava della vita, a volte portava Stella a camminare lungo lAdda. Alessandra, guardandoli dalla finestra, pensava: La vita cambia davvero: il male passa, il bene resta.
Una sera, quando il melo era ormai spoglio, seduti tutti e tre in veranda Alessandra, Andrea e Stella la figlia, allimprovviso, chiese:
Mamma, sei felice?
Alessandra guardò il marito, la figlia, la casa, il giardino illuminato dal tramonto dorato. Ripensò al passato: linfanzia difficile, le solitudini, le lacrime. E capì che nulla era stato inutile.
Sono felice, davvero, rispose semplicemente.
Andrea le passò un braccio attorno alle spalle.
Anche io, aggiunse.
Stella sorrise, scivolò fuori nel giardino. Loro rimasero, ascoltando il vento smorzarsi lieve tra i rami.
Il sole calava dietro gli alberi, e quello era solo uno dei tanti giorni che avrebbero vissuto insieme. La vita davanti era lunga e serena.
A volte il destino ci mette davanti strade dure, che sembrano senza senso. Ma la forza, lonestà e il cuore aperto alla fiducia trasformano la solitudine e lumiliazione nel dono più grande: far fiorire, dal nulla, una vera famiglia e una casa piena di luce. Bisogna credere in se stessi, non perdere mai la speranza: il rispetto e lamore vero nascono sempre dove cè coraggio.




