Il fiocco rosso
Anna stava davanti ai fornelli, osservando il vapore che lentamente si alzava dal pentolino del farro. Non il farro lucido e di prima scelta, ma quello che al supermercato costa solo ottanta centesimi la confezione, i chicchi piccoli, leggermente amari. Mescolò con il cucchiaio, coprì con il coperchio e si appoggiò col dorso al vecchio frigorifero Ignis, che borbottò in modo familiare, quasi a darle una pacca di incoraggiamento.
Dalla finestra si vedeva Via dei Fabbri. Palazzine a cinque piani, tigli che ogni primavera riempivano i davanzali di piumini, ledicola allangolo, il fioraio. Anna abitava lì da dodici anni, e quella strada era diventata parte di lei, come un vecchio callo, come sapere che il quarto gradino della scala scricchiola sempre.
Beppe entrò in cucina senza bussare, come faceva spesso. Sapeva apparire. Alto, robusto, con una camicia grigio chiaro che Anna non gli aveva mai visto. Se ne sarebbe accorta dopo qualche istante, allinizio aveva solo sentito il profumo. Leggero, floreale, con una punta dolce nel fondo non era il suo profumo, non quello del dopobarba maschile, non lodore della pelle del sedile della sua macchina.
Allora, la mia eroina spartana? Beppe guardò dentro il pentolino e fece una smorfia bonaria. Ancora acqua e pane?
Farro, rispose Anna. Col porro.
Col porro, questa sì che è una festa. Le diede una leggera pacca sulla spalla. Resisti, manca poco e tutto si ripagherà. Vedrai che la Villa dei Limoni ci aspetta.
Anna annuì. Sapeva annuire in modo che sembrasse un sì, ma era solo stanchezza. Aveva di nuovo la testa leggera, da tre giorni, ma lievemente, come se qualcuno avesse appena inclinato la stanza. Sapeva bene che era per la dieta frugale. Ma non diceva nulla.
Hai mangiato qualcosa oggi? domandò lei.
Al lavoro avevo il menù business. Tutto ok.
Prese la tazza, versò acqua dal rubinetto, bevve in piedi, mise la tazza nel lavandino e si spostò in salotto. Anna rimase a fissarla. Poi spense il gas e iniziò a versare il farro nei piatti.
In tre anni di risparmi forzati aveva imparato alcune cose. Che invece della ricotta ora portava a casa il latte più economico, che la giacca che indossava ormai dalla quinta stagione laveva rattoppata da sola sulla manica sinistra, che il parrucchiere non lo vedeva da novembre di due anni prima. Si tagliava i capelli in bagno, davanti al piccolo specchio, cercando di non guardare troppo. A volte il risultato non era male. A volte decisamente no.
Tre anni prima, Beppe le aveva mostrato alcune foto. Una villetta nella frazione Villa dei Limoni, quaranta minuti dal centro città col treno. In mattoni, col sottotetto, i meli in giardino, un vecchio pozzo che ormai era solo decorativo. Persiane verdi. Il portico di legno. Una panchina sotto la lilla.
Guarda, disse allora, poggiando il portatile sulle sue ginocchia. Te lo immagini?
E Anna aveva guardato. Aveva sentito qualcosa di caldo dentro, non esattamente gioia, ma qualcosa di simile. Possibilità. Aveva sempre vissuto in case daffitto, tra muri e aria che non erano i suoi. E lì, sullo schermo, cerano i meli.
Serviranno circa tre anni di sacrifici, Beppe calcolò serio. Se ogni mese accantoniamo questa cifra, e tu tagli un po le tue spese…
Quanto costa?
Lui disse la cifra. Anna tacque qualche secondo.
È tanto.
È una casa. La nostra casa. Giardino, aria, silenzio. Non è mai a buon mercato.
Accettò. Non subito, ma accettò. Aprirono un conto comune. Anna ogni mese versava esattamente metà della sua pensione e ciò che guadagnava come contabile in una piccola ditta, part-time. Non era molto, ma bastava. Beppe assicurava che lui ci metteva il triplo con il suo stipendio.
Anna gli credeva.
Del resto, aveva la capacità di fidarsi. Un dono, dicono. Non era questione dingenuità, ma di abitudine a vivere. Vivere così, fidandosi, era più semplice. Non bisogna controllare tutto, e controllare stanca.
Il primo inverno passarono quasi facilmente. Anna mangiava semplice, si vestiva modesta, ma sembrava quasi un gioco. Come da piccoli, quando non cerano soldi per il gelato e ti inventavi qualcosa di alternativo, che poi sembrava più speciale. Preparava minestre con ciò che costava meno, seguiva le ricette di cucina economica, risparmiava ancora di più se trovava le offerte. Era quasi divertente, allora.
Il secondo anno fu più duro. Il fisico iniziò a lanciare segnali. Non forti, ma chiari a modo loro. Gambe deboli. Sonnolenza che non passava col sonno. A volte, sullautobus, si ritrovava senza sapere dove fosse diretta, fissava il finestrino e non pensava a nulla. Dal medico non andava; non cera da spendere, e nella mutua di quartiere nemmeno aveva le forze di mettersi in fila.
Sarebbe il caso di fare qualche analisi, disse una volta a Beppe.
A pagamento?
Be, lì almeno niente code.
Anna, siamo al punto che anche cento euro fanno la differenza. Ogni mese conta, proviamo con la mutua…
Alla fine ci andò. Prese appuntamento, fece la fila, ricetta per le analisi del sangue. Emoglobina al limite minimo. Non pericoloso, ma nemmeno da gioire. Il medico disse: più carne rossa, cibi ricchi di ferro, vitamine.
Anna comprò le vitamine più economiche. Più carne rossa, impossibile col suo budget.
Al terzo anno smise di pesarsi. Lo specchio del bagno diceva già abbastanza. Il volto era più scavato, appena giallognolo sotto gli occhi, i capelli smorti. Al mercato dellusato in Via della Pineta trovò un cappotto blu scuro quasi senza difetti. Lo prese. La commessa, una donna di mezza età dai capelli tinti di rosso, le disse:
Bel cappotto. Ce lo farà per anni.
Lo so, rispose Anna.
Qui sappiamo come si va avanti, disse lei, sorridendo serio.
Anna tornò a casa. Sulla vetrina di un negozio viste il suo riflesso. Si fermò un attimo, poi andò avanti.
Beppe continuava a incoraggiarla. Sapeva farlo bene. Dava lidea che ci fosse qualcosa di buono davanti, che bastava solo aspettare ancora un po e avrebbero raccolto. Ancora poco lo ripeteva così spesso che quelle parole diventarono una specie di musica di sottofondo per Anna. Si sentono, ma non ci si fa caso.
Sei forte, le diceva quando la vedeva cenare col piatto povero. Una vera spartana. Ti ammiro.
Anna sorrideva. Un sorriso vero, ma non felice. I muscoli del viso sapevano cosa fare in quei momenti.
A volte sentiva la figlia. La figlia abitava lontano, con marito e due bambini, chiamava di rado. Era presa dalla sua vita. Anna non si lamentava, non ne era capace, non lo voleva.
Come stai, mamma?
Sto bene. Mettiamo da parte per la casa.
State ancora risparmiando?
Siamo quasi vicini, manca poco.
Brave!
Poi si finiva a parlare dei bambini, del tempo, di cose di ogni giorno. Anna metteva giù la cornetta e tornava in cucina.
Quellautunno, il terzo dei loro sacrifici, Anna si accorse che gli odori si facevano più intensi. Pensò che il fisico, ricevendo meno nutrimento, acuisse i sensi come una bestia che ha fame. Notava i profumi dove prima non ci faceva caso.
Il profumo di quella camicia di Beppe lo sentì per la prima volta a ottobre. Proprio lì, in cucina, mescolando il farro. Poi pensò di essersi sbagliata, magari qualcuno nellautobus vicino aveva quel profumo. Può succedere.
La seconda volta in novembre. Beppe arrivò tardi, allegro, con le guance in salute, disse che si era attardato per una riunione. Anna lo aiutò a togliersi il cappotto. Da lì veniva il profumo. Sempre quello: floreale, dolce, caldo. Un nome inventato, Grazia. Anna non sapeva nulla di Grazia, solo che era un profumo da donna, costoso, e non era suo.
Sei stanco? chiese lei.
Un incubo, tre ore di riunione, sbadigliò, si stirò, andò in bagno.
Anna ripose il cappotto. Rimase qualche secondo davanti allappendiabiti. Poi andò a scaldare la cena.
Era una donna che sapeva non pensare a ciò che non voleva. Talento anche questo. Devi andare avanti col pensiero, deviarlo, come lacqua su un sentiero. Non per codardia, ma per paura di ciò che sarebbe successo se, invece, pensassi davvero. Non paura di litigi, ma di dover fare qualcosa.
Il conto comune si riempiva ogni mese. Beppe le mostrava gli estratti conto. Anna guardava le cifre e sentiva qualcosa simile alla speranza. Crescevano, lentamente, ma crescevano.
Vedi? faceva lui indicando lo schermo. Ormai ci siamo. In primavera pensiamo al primo passo.
Quale primo passo?
Parliamo coi proprietari della casa. Vediamo che dicono. Sono tipi particolari…
Anna annuiva. Non si occupava dei dettagli, quello era affar suo. Lui gestiva lamministrazione, lei i risparmi. Così avevano deciso.
A dicembre Beppe usciva più spesso. Cene di lavoro, diceva. Dicembre è così, devi starci, altrimenti perdi i contatti. Anna capiva. Anna capiva sempre tutto.
Un giorno, a metà dicembre, rientrò alle una di notte. Sembrava in forma, non come uno che avesse passato la serata tra vino e brindisi. Aveva laria rilassata. Occhi chiari, movimenti leggeri, la voce stabile. Guance rosate, ma non da tavolata: da aria fresca, anche se fuori non faceva freddo.
Seratona? chiese lei.
Eh, così va il mestiere. Ma nella Villa, invece… pace, basta feste.
Le diede un bacio sulla tempia e andò a dormire. Anna rimase a lungo in cucina. LIgnis borbottava. Fuori nevicava.
A gennaio trovò uno scontrino.
Per caso, come le cose che contano. Doveva pulire la giacca nuova di Beppe, quella indossata a Capodanno. Appesa sulla sedia in camera. Anna prese la spazzola e ripassò le spalle, controllò le tasche. Solo abitudine.
Nella tasca sinistra, un rettangolino bianco.
Lo prese. Lesse.
Ristorante Ostriche in via Olmo. Data: ventotto dicembre. Cifra.
Anna fissò limporto a lungo, più volte, per essere sicura. Poi abbassò il foglietto e guardò in strada. Sulla via dei Fabbri, una donna passeggiava con un cane. Il cane tirava. La donna si lasciava portare.
Limporto dello scontrino equivaleva allintero loro budget mensile della spesa. Quel budget che Anna faceva durare con i cereali, la pasta in offerta, il tè scadente, lolio economico. Quello che misurava a grammi, per arrivare al mese successivo.
Rimise lo scontrino al suo posto, appese la giacca nellarmadio, tornò in cucina.
LIgnis brontolò.
Anna si versò un bicchier dacqua. Bevve. Mise giù il bicchiere. Lo riprese. Di nuovo.
Beppe era al lavoro. Anna lavorava da casa, con i documenti della piccola ditta. Quel giorno non cerano pratiche, era sola.
Pensava a chi mangia ostriche in via Olmo a dicembre. Lei non cera mai stata. Sapeva solo dalla pubblicità: sedie bianche, sala elegante. Un posto che non era per lei.
Il ventotto dicembre, Beppe le aveva detto che andava dallamico Guido, ritrovo di vecchi compagni di università. Era tornato alle dieci, senza odore di vino, ma con un profumo appena percepibile. Floreale, dolciastro.
Anna non arrivò a conclusioni precipitate. Sapeva tenere le idee a distanza. Forse era andato da solo. Forse era una cena di lavoro.
Ma la sera, quando Beppe tornò, lo guardò diversamente. Non ostile, non inquisitorio. Solo: lo guardò.
Comè andata oggi? chiese lui togliendosi le scarpe.
Tutto bene, rispose. Hai mangiato?
Qualcosa in ufficio.
Ho riscaldato la minestra.
Perfetto.
Sedette al tavolo, mangiava guardando il telefono, scorreva qualcosa. Anna, davanti a lui con la tazza del tè, osservava. Un uomo tranquillo. O bravissimo a sembrare tale.
Beppe, disse piano.
Sì?
Sai se da Ostriche in via Olmo si paga caro?
Alzò appena gli occhi. Un attimo.
Boh? Non ci sono mai stato.
Ah, fece lei. Ho visto la pubblicità, così, curiosità.
Tornò al telefono.
Anna sorseggiò in silenzio.
Febbraio fu gelido e quieto. Anna camminava col suo cappotto blu del mercatino, stringeva la tazza per scaldarsi, gelava sullautobus. I giramenti di testa peggiorarono. Prenotò nuovamente in ambulatorio, attese, il medico confermò: sempre al limite, alimentazione migliore, vitamine.
Prendo già vitamine, disse Anna.
Quali?
Anna rispose. Il medico tacque.
Sono le più semplici. Vanno bene, se non si può fare altro…
Non posso, tagliò Anna.
Non insistette.
Beppe, quel febbraio, era particolarmente vivace. Comprava cose nuove. Anna lo notava: una cintura, scarpe diverse, inutilmente belle. Scarpe color cuoio, con cuciture fini. Belle. Care.
Nuove? domandò fissando le scarpe.
Era in sconto. Le vecchie erano ormai a pezzi.
In sconto, ripeté.
Non le ho certo prese in boutique.
Anna annuì.
A inizio marzo, vide una notifica sul telefono di lui. Era sul tavolo, lo schermo si illuminò solo. Beppe era in bagno. Anna seduta, il libro in mano senza leggerlo.
Concessionario: AutoRoma.
Testo: La tua Lancia Kappa è pronta. Confezionamento con fiocco rosso secondo richiesta. Ti aspettiamo per il ritiro.
Lasciò il libro.
Lancia Kappa la conosceva. Grande fuoristrada, la vedeva per strada. Auto costosa. Decisamente fuori dalla loro portata.
Confezionamento con fiocco rosso lo capì più tardi, di notte, mentre Beppe dormiva accanto. In concessionaria lo fanno: quando regali unauto, la ornano col fiocco grande. In tv, è la pubblicità: Fai un regalo speciale.
Anna fissava il soffitto, scura la stanza. Beppe respirava regolare. Fuori ogni tanto passava una macchina.
Pensava al farro col porro.
Alle vitamine da quattro euro la confezione.
Al cappotto del mercatino.
Al parrucchiere dimenticato.
Al conto comune.
Poi smise di pensare. Rimase solo a sentire il respiro di Beppe.
Il giorno dopo chiamò la banca. Controllò il saldo.
Anna rimase in silenzio un attimo. Poi ringraziò e lasciò cadere la cornetta.
Era la metà di quanto sarebbe dovuto essere.
Due anni di sacrifici, dimezzati.
Sedette al tavolo di cucina, lo sguardo sulla tovaglia a fiori, un alone di caffè che strofinava da mesi, impossibile da togliere. Solo una macchia. Nulla di più.
Anna! gridò Beppe dal salotto. Il tè bolle?
Metto adesso, rispose lei.
Si alzò. Riempì il bollitore. Mise sul fuoco.
La debolezza alle gambe era oggi più forte.
Non iniziò subito a seguirlo. La parola spiare non le piaceva, la trovava una sconfitta. Ma un giovedì, quando lui disse che avrebbe incontrato dei partner dopo il lavoro, Anna uscì mezzora dopo. Solo per camminare, si ripeteva.
La macchina di lui, vecchia, grigia, parcheggiata al centro commerciale su via Garibaldi, non davanti allufficio né a un ristorante. Anna la vide camminando. Si fermò, attese, poi entrò nel centro.
Lo trovò al reparto gioielleria, secondo piano. Parlava con una donna, giovane, trentacinque anni o poco più. Capelli chiari raccolti, cappotto color panna. Stavano vicini, come due che già si conoscono bene.
Anna rimase dietro una colonna, facendo finta di scrivere al telefono.
Beppe parlava, lei rideva. Il commesso tirò fuori qualcosa dalla vetrina, appoggiò su un vassoietto: un bracciale o una collanina. Beppe annuì, pagò con carta.
La donna prese la bustina, si aggiustò il cappotto, e uscirono insieme.
Anna restò dietro la colonna.
Intorno la gente andava, chi con i figli, chi al telefono. La filodiffusione suonava, sapeva di panino caldo dal bar.
Anna attese. Poi lentamente uscì.
Fuori sedette su una panchina. Era marzo, il terreno ancora umido ma la seduta asciutta. Guardava la strada: macchine, passanti, una pozzanghera.
Nessuna lacrima. Dentro qualcosa di fitto, massiccio, silenzioso. Non il vuoto, né dolore. Più solido e calmo.
Poi si alzò e andò a casa.
Nei giorni seguenti fu sé stessa. Minestrone, qualche pratica in telelavoro, tv. Beppe come sempre: allegro, incoraggiante, a volte distante. Parlava della villetta. Che in primavera sarebbero andati a vedere la casa.
Secondo me riusciamo a concordare il pagamento a rate. Così possiamo anticipare, disse una sera.
Il pagamento a rate, ripeté Anna.
Sì. Parte subito, parte dopo.
A quanto siamo messi adesso? chiese lei come per caso.
Eh, con gli ultimi versamenti credo stiamo bene. Ma dovrei controllare…
Controlla, va.
Dopo, e si lanciò sulla telecronaca della partita.
Anna andò in cucina.
Sirivide la figlia quella sera.
Mamma, tutto bene? Hai una voce strana.
Sto solo stanca.
Ancora risparmi?
Sì.
Ma davvero vi serve una casetta? Non vi conveniva un appartamento normale, qui vicino? Perché questa Villa dei Limoni?
È un sogno di Beppe.
E tu?
Anna esitò.
Anchio. Ci sono i meli. La lilla…
Ah, mamma… la figlia fece una risatina tenera, quella dei figli che considerano i genitori un po ingenui.
Tutto ok, disse Anna. Tu semmai?
La conversazione scivolò ai bambini e alle faccende sue. Anna ascoltava, rispondeva. Dopo rimase lì col telefono in mano e pensò ai meli. Se erano reali. Se la lilla ci fosse mai stata. O solo una foto da internet, scelta perché lui sapeva che i meli e la lilla per lei significavano qualcosa.
Non un pensiero, ma unimpressione, come uno schizzo di acqua gelida sulle ginocchia.
Dopo tre giorni chiamò AutoRoma. Così, solo per chiedere di una Lancia Kappa nuova.
Macchina stupenda, disse la ragazza al telefono, ne abbiamo appena consegnata una con fiocco rosso, bellissima. Un regalo di un uomo a una donna. Commovente…
Un regalo, disse Anna.
Sì, col fiocco grande. Cliente esigente, massimo livello.
Ho capito, grazie.
Chiuse. Mise su il tè. Aspettò lebollizione.
Dentro era come prima: solido e calmo.
Poi aprì il portatile e guardò i movimenti sul conto comune. Entrò lei stessa: allinizio avevano impostato entrambe il codice.
Scorse le operazioni. Versamenti: i suoi, regolari, puntuali come un orologio. I suoi, meno frequenti, a volte dimezzati. Poi prelievi. Regolari, di varia entità e motivo.
Anna prese il quaderno dei conti, quello dove segnava tutte le spese, centesimo per centesimo. Aprì una nuova pagina. Si mise a scrivere.
Contò a lungo. Due ore. LIgnis ronzava. Fuori era notte.
Allultima riga chiuse il quaderno. Guardò la copertina. Poi si versò un bicchiere dacqua.
Tutto era chiaro. Non subito, ma si componeva. Tre anni di risparmi: ogni mese. Tre anni di cibi scadenti, di cappotti di seconda mano, niente medico, tagli di capelli in bagno. Tre anni a farsi piccola, magra, muta per rientrare nel budget.
E i soldi sparivano. Non tutti, ma una parte regolare. E in gioielleria cera la donna col cappotto color panna, e Beppe che pagava con la sua carta come se fosse la cosa più naturale del mondo.
E in concessionaria cera il fiocco rosso.
E quello scontrino da Ostriche in via Olmo, pari ad un mese intero di mangiare.
E la camicia profumava di Grazia.
Anna chiuse il portatile e tornò in salotto. Beppe davanti al tg.
Fame? domandò lei.
No, grazie, è tardi.
Va bene.
Andò a letto. Guardò il soffitto. Beppe dopo poco la raggiunse, le si stese accanto e dopo pochi minuti russava.
Anna non dormiva. Pensava, ma non a lui. A se stessa. A quando, lultima volta, aveva pensato a sé come a una persona che meritasse qualcosa di buono. Non medicine, non una giacca calda. Proprio qualcosa di desiderato.
Un buon caffè. Anna lo amava. Vero, macinato, forte. Da tempo solo solubile, nelle bustine da otto grammi.
Un pezzo di taleggio stagionato. Laveva mangiato lultima volta cinque anni prima, prima dei sacrifici. Le piaceva con pane e uva, per sentirsi in festa.
Ostriche: solo una volta, anni addietro, da giovane al mare. Indimenticabili.
Anna si rannicchiò su un fianco.
La decisione non la prese quella notte. Venne piano, come il pane cotto lentamente nel forno basso. Al mattino quando si alzò, cera già: chiara e tranquilla.
Per i giorni seguenti condusse la solita vita. Cucinava, lavorava, parlava con Beppe. Lui non notò nulla. O faceva finta, ma non importava.
Uno di quei giorni lo seguì di nuovo, fino in fondo. Non serviva, ma voleva vedere. Toccare con mano.
Sapeva che il giovedì spesso si fermava fuori. Mise il vecchio cappotto grigio, quello di prima dei mercatini, e lo seguì.
Lui incontrò la solita donna. Capelli chiari, curata. Si videro fuori dal bar di Via Dante, poi si spostarono insieme. Anna li seguiva a distanza. Era calma.
Entrarono in un piccolo parco. Pochi in giro. Anna, nascosta tra gli alberi, li vide: Beppe tirò fuori pacco, la donna lo scartò. Si avvicinarono. Si prese sulle spalle di lei. Si baciarono.
Anna osservò.
Poi si guardò le mani. Nei guanti un po sgualciti, le dita leggermente arrossate dal freddo.
Rimase lì un poco. Poi tornò a casa.
Sullautobus guardò fuori. Città grigia, bagnata. Pozzanghere. Alberi nudi. Lampioni accesi lentamente, uno a uno.
A casa andò dritta in camera. Tirò fuori la valigia grande, mai usata. Iniziò a preparare le sue cose. Solo le sue. Solo ciò che era proprio suo.
Sistemava con metodo, senza fretta. Biancheria, qualche maglione. Documenti. Tessera sanitaria, pensione, libretta di risparmio: quei pochi soldi da parte, solo suoi, messi insieme poco a poco, quasi senza confessarsi che erano nascosti.
Telefono, carica batterie, libro non ancora finito.
Il cappotto blu lo lasciò sulla gruccia in ingresso; prese invece il vecchio giacchettone bordeaux, elegante, usato solo in occasioni rare. Un po stretto, ma faceva tutta unaltra figura.
Poi scrisse un foglietto: Grazie per lo scontrino delle Ostriche e il fiocco rosso. Spero ti siano piaciute.
Niente altro. Piega il foglio, scrive Beppe e lo appoggia sulla tovaglia fiorita, accanto alla macchia di caffè.
Prende la valigia.
LIgnis brontola come sempre, impassibile.
Beh, sussurra Anna, ciao.
Chiuse la porta. Lasciò la chiave sotto lo zerbino. Non per un patto, solo perché non voleva portarla.
Fuori su Via dei Fabbri la vita proseguiva. Gente di ritorno dal lavoro. Un cane che strattonava il guinzaglio. Il fioraio con le luci accese.
Anna rimase un attimo. Poi si incamminò.
Sapeva dove andare.
Il supermercato grande era a due isolati. Galleria del Gusto, si chiamava. Anna ci passava davanti ogni settimana, senza entrare: troppo caro. Fregi, luci belle, frutta ordinata. Un posto per chi poteva scegliere il cibo con il piacere, non solo per prezzo.
Entrò.
Dentro sapeva di buon caffè e pane caldo. Musica dolce. Luci morbide. Gli scaffali ordinati, davvero belli.
Anna prese il cestino. Attese.
Poi iniziò a percorrere i corridoi.
Reparto pesce. Subito. Vassoi col ghiaccio, filetti brillanti. Tonno. Vero tonno rosso, scuro, dalle fibre regolari. Guardò per pochi istanti. Poi chiese al commesso:
Quel pezzo, per favore.
Questo qui?
Sì, proprio quello.
Il commesso lo avvolse. Anna lo mise nel cestino.
Proseguì.
Ostriche. Le trovò subito, in una piccola sezione refrigerata: sei in una confezione. Le prese.
Reparto formaggi. Andava piano, scrutava. Taleggio morbido, blu, nella crosta di cera. Anna lo mise tra le mani, sorrise. E nel cestino.
Pane buono. Pane vero, ai cereali, croccante. Non il pan carré da sconto. Pane serio.
Caffè. Davanti allo scaffale rimase a lungo. Scelse: macinato, confezione blu notte. Etiopia. Mai assaggiato. Sulletichetta: Mirtilli e fondente nel retrogusto.
Alla cassa mise tutto sul nastro. Guardò. Tonno, ostriche, formaggio, pane, caffè.
La commessa passava i codici senza sollevare lo sguardo:
Ottima scelta, disse.
Grazie, rispose Anna.
Il conto non era leggero. Anna pagò col bancomat, dalla sua vecchia libretta collegata.
Raccolse la borsa.
Uscì.
Dove andare, non aveva deciso. Dalla figlia no, troppo tardi. Aveva unamica, Valentina, con cui si sentivano ogni tanto. Ma non ora. Anna andò in un piccolo albergo dallaltra parte della città. Una stanza, normale, ma buona.
Spartì la spesa sulla scrivania. Guardò.
Chiese alla portiera un coltello da ostriche. Arrivò una cortese signora, curiosa ma non indiscreta.
Se la cava? domandò.
Certo, grazie.
Anna ce la fece. Non con eleganza, ma andava bene. Aprì la prima ostrica. Guardò. Grigia, lucida, odore di mare.
Anna la mangiò.
Poi la seconda.
Poi tagliò il tonno, pane, un po di formaggio. Prese il caffè, lo preparò con la moka della stanza.
Mangiava piano. Non aveva fretta. Fuori, il traffico e le luci della città. Dentro, caldo, silenzio. Una radiolina. Solo un morbido sottofondo.
Ciò che pensava non era di Beppe, né delle bugie, né della villetta.
Pensava a quanto, quella ostrica, profumasse proprio come quellunica volta da ragazza. A quanto il tonno fosse tenero, rosso cupo, sapore che dura, resta sulla lingua. Che il taleggio blu è come ricordava, forte e soave insieme. Che il caffè sa davvero di mirtilli: non una trovata da pubblicità.
Mangiava e capiva che questa, forse, era lei.
Non una spartana. Non una donna che sopporta. Una persona che sa distinguere il gusto del mare da quello della pasta insipida. Che sa sedersi la sera nella quiete e godersi il cibo buono. Che per tre anni era rimasta in un limbo, e ora forse, sì tornava a sé.
Bevette il caffè piano, a piccoli sorsi. Il mondo fuori continuava.
Allora, mormorò Anna, piano, a se stessa, ciao.
Versò altro caffè.
Non sapeva cosa avrebbe fatto il giorno dopo. Dove sarebbe andata tra una settimana. Che tipo di conversazione avrebbe affrontato con Beppe, se mai ci fosse stata. Se avrebbe mai avuto davvero una casa tra i meli, non quella Villa dei Limoni di fantasia, ma una vera, tutta sua. Se avrebbe telefonato ora alla figlia, o il giorno dopo. Se avrebbe sofferto come non aveva fatto quel giorno.
Tutto questo non lo sapeva.
Ma in quel momento, in una cameretta dalbergo, col vassoio vuoto delle ostriche e una tazza blu di caffè etiope, sapeva una cosa sola: era Anna, ed era questo il suo gusto. La sua scelta. La sua sera.
E questo valeva qualcosa.
Prese lultimo pezzo di taleggio, lo appoggiò sul pane.
Fuori, sulla strada, si accendeva un lampione. Poi un altro. Poi tutta una fila, insieme, come se qualcuno avesse finalmente trovato linterruttore.
Anna guardava le luci e masticava il pane col formaggio. E non diceva altro, né a sé né ad alta voce. Solo era lì. Solo mangiava. Solo esisteva.
Per ora, bastava.
***
La mattina dopo si svegliò prima della sveglia. Aprì gli occhi e restò stesa a guardare il soffitto sconosciuto, bianco, con una macchia vicino alla tenda. Un soffitto di altri, ma forse non pesante. Quasi neutro.
Si alzò, si lavò, si pettinò. Uno sguardo allo specchio: un volto stanco, più scavato, con le occhiaie. Ma qualcosa in lei era cambiato. O forse sembrava a lei.
Non guardò a lungo. Si vestì, prese la valigia. Doveva telefonare a Valentina. Doveva parlare con la figlia, spiegare. Decidere dove stare per un po. Tante cose da sistemare.
Prima, però, scese giù nel piccolo bar dellalbergo e ordinò una colazione. Uova strapazzate, toast, caffè vero, non solubile.
Il caffè arrivò in un bicchiere piccolo. Lo sorseggiava con due mani, come si tiene una cosa calda e importante.
Al tavolino vicino cera una signora anziana con un libro. Non guardava nulla intorno, solo leggeva. Ogni tanto beveva dalla sua tazza.
Anna pensò che donne che leggono a colazione, sole, non sembrano mai sole davvero, ma soddisfatte. È diverso.
Le uova erano calde, con un po di prezzemolo sopra. Anna decise di mangiarle senza fretta.
Poi prese il telefono.
Scrisse a Valentina: Posso venire oggi? Ti racconto tutto.
Rispose subito: Certo Anna. Ti aspetto. Metto su il tè.
Anna rimise il telefono. Terminò il caffè.
Si alzò. Indossò il giaccone bordeaux. Prese la valigia.
Uscì.
Marzo odorava già di qualcosaltro. Non proprio primavera, ma nemmeno più inverno. Cera nellaria una promessa, sotto lasfalto la terra cominciava a segnare un piccolo movimento di risveglio silenzioso.
Anna rimase un momento sulla soglia. Poi si rimboccò il bavero e andò alla fermata.
Andava senza pensare a niente di preciso. Le gambe andavano bene, niente debolezza. La testa chiara, forse solo per quellattimo.
Passavano auto. Sul marciapiede una giovane mamma con il passeggino. Su un ramo, una cornacchia osservava il mondo, saggia e imparziale.
Anna la guardò.
E tu, che dici? mormorò.
La cornacchia non rispose. Scese a terra, beccò qualcosa e volò via, sprezzante degli umani.
Anna sorrise appena, senza gioia, solo per sé.
Arrivò lautobus. Salì, trovò un posto vicino al finestrino. Lautobus partì.
Fuori scorrevano case, negozi, alberi senza foglie, manifesti. Anna li guardava, pensando che per tre anni aveva quasi ignorato i paesaggi. Andava spenta, assorta nei conteggi, nelle ansie, nei piani che adesso sapeva non essere nemmeno suoi.
E la città non se nera accorta. Aveva continuato.
Pazienza, si recupera.
Lautobus si fermò al semaforo. Nella macchina accanto, una donna sui cinquanta cantava con la radio. Sorrise pure lei.
Anna la osservò. Poi scattò il verde.
Anna si abbandonava allo schienale. Il telefono silenzioso in tasca, nessuno messaggio, nessuna chiamata. Beppe forse non era tornato a casa. O già sì, e stava pensando. Ma non era più importante.
Ora Anna aveva altro.
Andava da Valentina, avrebbe trovato una tazza di tè, un dialogo lungo. Poi sarebbero seguiti i giorni dopo, e altri ancora. Qualcosa di difficile, lo sapeva senza illusioni. Non felicità pronta in confezione. Ma quello che cè quando si ricomincia: fatica, a volte paura, domande senza risposta.
Ma anche altro.
Ci sarà caffè allodore di mirtilli.
Ci sarà unostrica col sapore di mare.
Ci sarà uno specchio da poter guardare senza sentire dessere unestranea.
Non è tanto. Non è nulla. Ma è qualcosa.
Lautobus correva. La città fuori era grigia, viva. Anna guardava e pensava che forse sì, i meli esistono davvero. Quelli veri, non da cataloghi. E anche la lilla.
Ma non sono cose che ti regala qualcuno. Sono cose che si trovano, da soli.
Un giorno. Non ora. Ora solo autobus, finestrino, marzo che sa dinizio, non più di fine.
Per ora, basta così.
Ed è una grande cosa, in fondo.






