Scopri la verità da sola

Fai da sola.

Matteo, la macchina si è fermata. Proprio in via Roma. Il telefono è quasi scarico, sto chiamando da un altro.

Stringeva il ricevitore con entrambe le mani. Le dita, protette da sottili guanti di pelle, non si flettevano più bene. La bufera trascinava i fiocchi lungo il marciapiede, riempiva di neve le vetrine, accecava gli occhi. Francesca stava davanti a una porta sconosciuta, davanti a un salone di bellezza il cui proprietario, uscito per fumare, vedendola nel suo cappotto elegante e il viso smarrito, le aveva passato il telefono in silenzio.

Matteo, mi senti?

Ti sento, la voce del marito era piatta, impersonale, come se dettasse istruzioni a una segretaria. Sono in riunione.

Capisco, ma ho bisogno di aiuto. Un carro attrezzi, oppure dimmi a chi chiamare. Il telefono è morto, non riesco a trovare il numero.

Pausa. Cortissima, tre secondi appena. E in quei tre secondi cera tutto: il modo in cui guardava altrove, lespressione contrariata, lansia di chi pensa solo a concludere la conversazione in fretta.

Francesca, non posso adesso. Fai da sola. Sei adulta ormai.

Tono di fine chiamata.

Lei rimase ancora qualche istante con la cornetta allorecchio, poi abbassò la mano. La parrucchiera era lì accanto, faceva finta di osservare la neve. Una donnina sui cinquanta, camice blu sopra il maglione, una sigaretta rimasta spenta tra le dita.

Grazie, disse Francesca, restituendo il telefono.

Hai chiamato?

Sì.

Si fece di nuovo strada verso il marciapiede. La neve si infilava subito sotto il bavero, nelle maniche, tra la sciarpa e lorecchio. Il cappotto, un ottimo taglio di cashmere, non poteva nulla contro la tramontana. Francesca si arrestò a riflettere. Lauto era poco lontano, bloccata. Non aveva chiamato ancora il soccorso. Il telefono era morto. Tornare a casa a piedi ci sarebbero voluti quaranta minuti, anche in buona stagione. La fermata dellautobus era appena dietro langolo.

Ci si diresse.

Dentro si fece silenzio. Non era rabbia, né amarezza: era la consapevolezza, sottile e ormai familiare, di non poter contare davvero su nessuno. Un sentimento antico, che si era formato piano negli anni, strato dopo strato, come il calcare nella teiera: ti accorgi che lacqua non sa più di niente solo quando ormai non puoi rimuoverlo.

Lei e Matteo convivevano da nove anni. I primi due erano stati diversi. Poi la carriera, i progetti, i viaggi di lui. Poi il silenzio a cena, poi la cena stessa era scomparsa, lasciando posto a panini e avanzi consumati in orari diversi. Francesca lavorava per conto proprio, in un piccolo studio di architettura; disegnava planimetrie, andava saltuariamente ai cantieri. Il suo guadagno era indipendente, e Matteo lo proclamava volentieri: Mia moglie è autonoma. Autonoma. Fai da sola.

La pensilina era riparata, quel poco che bastava. Si strinse nellangolo, lontano dalla corrente. Cerano pochi altri: due studenti con zaini, un anziano nel suo cappotto di panno pesante, una donna col carrello pieno al punto da non chiudersi la zip.

Francesca fissava la strada. I fiocchi di neve cadevano orizzontali. Il lampione dondolava su di loro, proiettando ombre tremolanti. Da qualche parte nel bianco, il traffico brontolava vago.

Fu allora che la vide.

Prima ancora della donna, notò il cappotto. Perché quel montone lo conosceva. Ricordava il taglio a metà polpaccio, lorlo scampanato, il collo alto con tre bottoni di legno scuro, lavorazione artigianale. La pelliccia era particolare, un marrone intenso punteggiato di riflessi rossastri, fitta ma leggera, come un tessuto pregiato e vivo. Veniva da una bottega di Firenze, da una pellicceria piccola, dove gli abiti nascono solo su ordinazione, mai in vetrina.

Matteo glielaveva regalato un anno e mezzo prima.

Quella sera avevano appena litigato, grosso: porte sbattute, parole che non si recuperano più. Francesca pensava ormai fosse finita. Invece era comparso con una scatola, nastro bordeaux. Non sapeva regalare con grazia, restava in disparte a fissare la finestra mentre lei scartava. Ma il cappotto era autentico: bello, caldo, confezionato con cura e rispetto per chi lavrebbe indossato. Francesca si sentì rincuorata. Ecco, lui ricorda ancora, aveva pensato. Non è tutto perso. Qualcosa vive ancora sotto la corazza.

Finché non glielo rubarono, sei mesi dopo, direttamente dalla macchina nel parcheggio del centro commerciale. Si era distratta, la borsa lasciata dietro, la chiave dentro. Un attimo, dieci minuti. Tornata, niente vetri rotti, niente segni di scasso; solo la portiera mal chiusa, la borsa sparita, con dentro portafoglio, documenti, il telefono di riserva, il famoso cappotto che aveva tolto prima di entrare perché dentro faceva sempre troppo caldo.

Matteo allora disse solo: Dovevi stare più attenta alle tue cose. Fine.

E così, ecco quel cappotto davanti a lei, alla fermata, a gennaio, nella bufera.

Indossato da una sconosciuta.

La giovane avrà avuto ventotto anni al massimo, piccola ma robusta. Viso semplice, senza trucco, guance arrossate dal freddo e capelli nascosti da un berretto di lana bianco rigato dazzurro. Mani in guanti sintetici, scarpe logore ai talloni. Quel cappotto era tutto ciò che di prezioso aveva addosso.

Francesca osservava incredula: Forse mi sbaglio, ne esistono di simili… Si concentrò sui dettagli: i tre bottoni di legno. Il terzo più chiaro, sostituito in bottega perché il precedente si era graffiato; stessa differenza di tonalità di cinque centimetri. Francesca lo riconosceva: lo vedeva ogni mattina nello specchio, quando indossava quel montone.

Era quello, senza alcun dubbio.

Da dove viene questo cappotto? chiese.

La giovane si voltò, sorpresa appena.

Come?

Il cappotto. Francesca fece un passo avanti. Voglio sapere da dove viene.

È il mio cappotto.

No, rispose Francesca con tono più saldo di quello che si aspettava. È il mio. Me lhanno rubato un anno fa. Puoi spiegare come sia finito sulle tue spalle?

La sconosciuta la fissava. Lanziano guardò da un’altra parte. Gli studenti si disinteressarono platealmente.

Ti sbagli, disse la giovane, senza tremore. Lho comprato io.

Dove?

Al mercato. Al mercatino dellusato.

Quale mercato?

Quello di Porta Portese.

E non ti è sembrato strano che un capo simile venisse venduto lì a poco prezzo?

Sul suo volto le passò unombra. Non paura: piuttosto la tensione di chi lotta per mantenere la calma, quando qualcuno lo provoca.

Ho pagato ciò che chiedevano. Un acquisto legittimo.

Un acquisto legittimo di merce rubata, replicò Francesca.

Le due donne si fronteggiavano, la neve infuriava di lato sotto la tettoia. La giovane reggeva una busta del supermercato sotto il braccio.

Senti, disse dopo una pausa. Capisco il tuo dispiacere. Ma qui non posso provarti niente, e neppure tu puoi provarmi nulla.

Ma posso chiamare i carabinieri.

Chiama pure, la sua voce era stanca, come rassegnata agli eventi peggiori. Questo smosse qualcosa in Francesca.

Dalla busta spuntava un berretto infantile, piccolo, con il pon pon.

Hai un bambino? chiese Francesca.

Sì.

Quanti anni?

Cinque. È allasilo. Pausa. Senti, qui fa troppo freddo, cè una pasticceria lì davanti. Entriamo a parlare. Se vuoi chiamare i carabinieri, fallo da dentro.

Francesca guardò linsegna della piccola pasticceria: La Dolcevita. Un nome che, in quel momento, le parve unancora di conforto.

Entrarono.

Il locale era piccolo, otto tavoli, panche di legno sotto la finestra e gerani impolverati sul davanzale. Profumava di cannella e pane appena sfornato. Un sottofondo musicale appena percepibile. Pochi clienti: una coppia anziana in fondo, un uomo con il computer.

Si sedettero davanti al vetro, la neve cancellava la vista fuori.

La giovane tolse il berretto. I capelli, scuri e leggermente mossi, erano raccolti in uno chignon. Le mani, posate sul tavolo, mostravano dita grosse, unghie rotte, screpolature sulle giunture: mani di chi lavora sul serio, mica alla scrivania.

Arrivò la cameriera. Francesca ordinò un caffè, la ragazza del tè e una treccina alluvetta.

Per un po stettero zitte. Poi Francesca chiese:

Il tuo nome?

Nunzia.

Francesca. Raccontami del mercato.

Nunzia strinse la tazza con entrambe le mani per scaldarsi.

Sono arrivata a Firenze in settembre. Cercavo lavoro e una stanza: soldi pochissimi, solo qualcosa risparmiato. Parlava calma, senza autocommiserazione. Ho trovato posto in ospedale, come collaboratrice alle pulizie. Una stanza minuscola, ma decente. Il piccolo allasilo, con fatica.

Il piccolo è tuo figlio?

Sì. Mattia.

Suo padre?

Alzò lo sguardo, deciso.

Non ci vediamo più.

Francesca annuì, senza insistere.

Racconta del cappotto.

Era novembre. Passavo per Porta Portese. Un misto di banchetti: roba nuova, vecchia, mediatori. Di solito non mi fermo, so che sono cose non per me. Ma ho visto quel cappotto. Lho toccato: vera pelliccia, lo senti subito. Si fermò. Ho chiesto il prezzo: centocinquanta euro. Mi è subito sembrato assurdo. Una cosa simile costa infinitamente di più. Ma non ho chiesto altro. Lo sapevo bene il motivo.

E hai comprato lo stesso.

Sì. Mi guardò negli occhi. So che potrà sembrarti brutto, ma non avevo proprio nulla di caldo. Il mio giubbotto era autunnale, niente altro. Qui linverno è duro, e col piccolo, coi turni notturni, il freddo è tanto. Così lho preso.

Poi ti sei pentita?

Un po sì. Ma prima ero solo contenta di non morire di freddo.

Francesca sorseggiava il caffè. Cera qualcosa che aveva cambiato direzione alla conversazione, un dettaglio sfuggente.

Lavori allospedale in quale reparto?

Solamente da ottobre. Seconda Chirurgia. Pensavo di restare poco, in attesa di trovare di meglio; ma il personale è gentile e lasilo è vicino.

Fai i turni?

Certo, anche la notte. Mattia lo tiene una signora anziana, Livia, molto cara. Lui ci si trova bene.

Francesca ascoltava e pensava quanto storia simile fosse comune: una donna col bambino, in una città nuova, un lavoro duro e precario. Ma qualcosa nel modo in cui Nunzia raccontava, senza piagnistei, come semplice cronaca di una vita che va affrontata, le rimaneva addosso.

Da dove vieni?

Da Montevarchi. Duecento chilometri. Paese piccolo, niente di speciale. Cerano tre fabbriche, ora ne sono rimaste due.

Perché sei partita?

Locchiata era diretta, sincera.

Non potevo restare.

Francesca sapeva ascoltare anche quando nessuno parlava. Era il suo mestiere, in fondo, percepire i vuoti quanto le linee. I non detti comunicano parecchio.

Mattia conosce suo padre?

Lha visto questa estate. Pausa. Lì, a Montevarchi, ha visto cose fuori posto per un bambino. Non ho voluto che pensasse fosse normale.

Poi il silenzio. La bufera fuori, il vetro appannato, solo le sagome delle case oltre la nebbia.

Senti, Nunzia prese coraggio. Se davvero è tuo, lascio il cappotto. Non ho ricevuta, nemmeno il mediatore ovviamente. Se vuoi denunciare, racconto tutto.

E tu domani che metti?

Il giubbotto. Fino a che trovo qualcosa daltro.

Quello autunnale?

Sì. Non ne ho altri.

Francesca la fissava. Guardò il cappotto su cui Nunzia aveva appoggiato con cura. La pelliccia era ancora in ottime condizioni anzi meglio di come la teneva lei. Nessuna chiazza, ben spazzolata.

Ci tieni, vero?

Molto. Una cosa del genere si rispetta.

Come lo pulisci?

Ho comprato una spazzola da pelliccia, e delle sfere di cedro per larmadio, contro le tarme. Quasi sottovoce: In vita mia non ho mai avuto niente di così bello.

Ti dona?

La domanda le uscì spontanea. Nunzia non si sorprese, ci pensò.

Sì. Non solo perché tiene caldo. Quando arrivo con il cappotto sul lavoro, la gente mi parla in modo diverso. Non meglio, non peggio. Solo come a unuguale, a cui va riconosciuto rispetto.

Francesca posò la tazzina.

Ti capisco, disse. E lo pensava davvero.

Nunzia socchiuse gli occhi. Non con ostilità; come chi affronta una conversazione inattesa.

Tu lavori? chiese Nunzia piano.

Sì, architetto.

Tuo studio?

Un piccolo studio, cinque persone.

Ti piace?

Ci pensò. Da quanto non se lo domandava davvero? Il lavoro lo faceva e basta, coscienziosa, precisa, attenta. Ma piacere?

Sì. Credo che sia la cosa che ancora mi piace sinceramente.

Nunzia annuì con complicità.

Nemmeno la mia è una festa, ammise. Infermiera delle pulizie in chirurgia, puoi immaginare. Però lavorare con gente decente vuol dire tanto.

Sì. È tanto.

Si sentì uno scricchiolio dalla porta, magari il vento. La coppia anziana si preparava ad andarsene, luomo col computer chiamò un secondo caffè.

Raccontami di Mattia, chiese Francesca, senza ragione, solo per ascoltare qualcosa di vivo.

Nunzia sorrise, quasi divertita.

Un chiacchierone. Le maestre si lamentano, non lascia spazio agli altri. Ma io sono contenta. Vuol dire che non si chiude, non si nasconde.

Prima non era così?

Nunzia abbassò gli occhi.

Nellultimo anno a Montevarchi parlava poco. Si metteva con le macchinine e non diceva nulla anche per unora. Pausa. Adesso racconta tutto. Ieri mi spiegava perché il cane scodinzola e il gatto no. Non sapevo rispondere, ha preso il tablet e mi ha trovato la risposta. Era orgoglioso.

Quanto tempo che siete qui?

Quattro mesi.

E già così diverso.

I bambini sono rapidi. Siamo noi adulti che ci mettiamo tempo a ritrovarci.

Francesca restò in silenzio. Quattro mesi prima, in settembre, era in ufficio a discutere una normale pratica, progetto per la cucina open space di una giovane famiglia. Ricordava distintamente: nulla di particolare. Lavoro, rientri solitari, cene ormai rare, conversazioni con Matteo sui bollettini della luce o su chi doveva chiamare lidraulico. A volte uscivano insieme a qualche evento, lui parlava con chi serviva, lei sorrideva a lato. Ha imparato a sorridere nei momenti giusti.

Ma non ricordava lultima volta che aveva sorriso come Nunzia raccontando di Mattia.

Quando hai indossato il cappotto la prima volta, cosa hai provato?

Nunzia si prese il tempo.

Sarà banale, ma… ho sentito di avercela fatta. Avevo preso mio figlio e ero partita con niente, in una città nuova, senza nessuno, risparmi a zero. Dopo quattro mesi cerano una stanza, un lavoro, la scuola per Mattia… e quel cappotto lì. Come una conferma che niente era stato invano. Che non ero piegata.

Francesca capiva.

Così bene che le venne un nodo in gola. Non era pietà, sarebbe stato irrispettoso. Era qualcosa di diverso: riconoscersi nelle parole di una sconosciuta, là dove bruciava a lungo e lei non aveva mai voluto guardare.

Perché anche lei, un tempo, quello stesso cappotto lo aveva sentito come una conquista.

Ricordava il giorno preciso, non la sera del regalo ma una mattina, dopo una settimana: se lera messo davanti allo specchio e aveva sentito che qualcosa poteva ancora salvare. Che cera qualcosa di caldo, di vero. Che il cappotto era un segnale.

Ma il segnale era ingannevole.

Dopo due settimane, Matteo era di nuovo sempre in riunione, poi in trasferta, poi aveva ospiti da trattenere nel modo giusto. Il cappotto restava nellarmadio, la vita scorreva invariata. E Francesca capiva che quello, più che un gesto daffetto, era stato un modo per chiudere il discorso. Ho fatto qualcosa, basta così.

Quando sparì, pianse una sera intera e poi fece finta di dimenticare.

No. Non dimenticò affatto. Ma si impose di farlo, che era più semplice.

Nunzia, domani hai qualcosa di caldo da indossare?

Il giubbotto.

Ma non è caldo.

Ci sono abituata.

Francesca guardò ancora il cappotto. Era lì, lucido sotto la luce del locale, i suoi bottoni di legno, quello più chiaro, la pelliccia curata, dignitosa.

Pensò. Non troppo a lungo.

Perché trattenere quel cappotto? Era davvero necessario? Tracciò una lista mentale come per un progetto: ho davvero bisogno di questa cosa? No, perché ho altro per coprirmi, non mi manca nulla. Era solo una questione di principio? Aveva ragione? Sì, formalmente. Nunzia aveva acquistato un bene rubato, inconsapevolmente, questione spinosa. Polizia, denuncia, richieste. Ne avrebbe avuto diritto.

Ma.

Le tornò in mente la voce di Matteo, la sua freddezza, il Fai da sola. Sei adulta.

Si ricordò di lei stessa nella neve, con il telefono prestato, senza nessuno da chiamare. Del sorriso vero di Nunzia parlando del figlio. Del viso riflesso allo specchio, tanto tempo prima, col caldo su misura che credeva un segno.

Il calore non era nel cappotto.

Nunzia, tienilo, disse Francesca.

Cosa?

Il cappotto. Tienilo. È tuo.

Sei seria?

Sì. Non è questione di pietà. Semplicemente, a te serve più che a me. Sono due cose diverse.

Nunzia restò qualche secondo sorpresa; poi:

Non posso accettare così.

Lo hai già pagato. Centocinquanta euro non sono spiccioli se si arriva senza niente in una nuova città. Non sminuire i tuoi sforzi.

Nunzia abbassò lo sguardo. Poi:

Perché?

Perché per me quel cappotto rappresentava qualcosa che si è rivelato effimero. Per te è stato qualcosa che ti sei conquistata. Pesa di più nella tua storia. Che resti dove pesa di più.

Nunzia ci pensò, annuì lentamente.

Grazie.

Nientaltro, nessuna enfasi.

Rimasero lì ancora un po. Ordinarono un altro caffè e un altro tè. Poi parlarono del lavoro vero: della chirurgia, delle differenze tra i reparti. Francesca le spiegava come la luce, i muri, lo spazio, plasmino la vita delle persone molto più di quanto si pensi.

Da noi ci sono corridoi bui, finestre piccole, disse Nunzia.

Pessimo, le persone si incupiscono, anchio lo vedo.

Ma nessuno rifà niente, costa troppo.

Già, è così.

La bufera non si calmava. Era passato almeno unora. Francesca di solito teneva docchio lorologio, seguiva lagenda come il Vangelo, ma lì il tempo non esisteva.

Devo andare a prendere Mattia, chiudono tra poco.

Si alzarono. Nunzia indossò il cappotto. Poi, già col bottone in mano, guardò Francesca:

Tu come rientri? La macchina?

Sì, ma chiamerò il soccorso da qualche telefono, o chiederò di ricaricare il mio in un taxi.

Se vuoi usa il mio, tanto ho ancora batteria.

Francesca sorrise.

Non farai tardi?

Arrivo in tempo.

Chiamò il soccorso stradale e sistemò tutto. Nunzia le passò il telefono alloccorrenza.

Uscirono insieme.

La tempesta le accolse con forza, la neve in faccia. Nunzia si calò il berretto, Francesca si sistemò il bavero.

Tu dove vai?

Di là. Francesca indicò verso la macchina.

Io invece dallaltra parte… Buona fortuna.

Anche a te.

Camminarono in direzioni opposte. Francesca si voltò a guardare: la sagoma di Nunzia si allontanava, protetta nel montone. Bella davvero. Stava bene con lei.

Francesca raggiunse la macchina.

Il freddo pungeva le mani e la gola. Erano sensazioni concrete, niente poetica. Juste il freddo.

Però dentro, tutto era più calmo. Non meglio, non peggio. Solo più calmo. Come quando cessa finalmente un rumore di sottofondo e ci si accorge soltanto allora di quanto dava fastidio.

Lauto era là. Il soccorso sarebbe arrivato in quaranta minuti. Francesca si mise a aspettare, spalle al vento.

Pensava a Matteo.

Non con rabbia, quella sarebbe stata troppo accesa per ciò che provava. Era un pensiero quieto, di quelli che si affrontano perché non si può più rimandare. Nove anni insieme. Due veri. Sette anni di convivenza parallela, chiamate senza risposta, cene separate.

Cosè che mi tratteneva?

Abitudine, paura di stravolgere tutto, illusione che sia normale così per tutti, che basti ritagliarsi uno spazio personale, un hobby, invece che chiedere di più.

Ma soprattutto aspettava. Non lo ammetteva, ma aspettava che succedesse qualcosa, che tornasse quel nastro bordeaux: un altro piccolo segno. Un altro caldo.

Quel cappotto era il simbolo di quellattesa. La conferma che se il caldo cè stato, allora potrà tornare.

Ma il cappotto non cera più. E per fortuna.

Restò lì, accanto alla sua macchina in panne sotto la bufera, senza cappotto, senza telefono, e pensava a cosa avrebbe detto a Matteo più tardi. Le parole precise non le sapeva. Non era mai stata brava in quei discorsi. Ma sapeva che avrebbe parlato. Non uno scontro, non lacrime, non porte sbattute. Una conversazione tranquilla, come quando affronti un problema dopo averlo rimandato troppo.

Il carro attrezzi arrivò in trentacinque minuti. Lautista, giovane e loquace, le offrì di ricaricare il telefono accendino. Francesca ricaricò giusto per chiamare in studio.

Oggi non ci sono, avvisò Vera, la segretaria. Auto in panne. Niente di urgente, controllerò tutto stasera.

Va bene, Francesca. Tutto a posto?

Sì. Tutto a posto.

Ed era vero, stranamente.

In cabina col carro attrezzi guardava Firenze sotto la neve che iniziava a scemare. Mancava poco alla primavera, avrebbe dovuto rivedere il progetto di un centro per linfanzia, spostare le aperture per la luce. Rimandava il confronto con il cliente da settimane. Non occorreva più rimandare. Quando si vede una cosa, bisogna dirla.

Non rimandare più.

Sorrise a sé stessa.

Al centro assistenza lasciò la vettura, poi taxi fino a casa. Dalla finestra del taxi guardava i fiocchi che ora scendevano davvero, lenti, verticali.

Casa era vuota. Matteo ovviamente ancora fuori. Francesca si tolse le scarpe, appese il cappotto, accese il bollitore in cucina. Restò alla finestra.

Fuori la neve cadeva fitta. Bianco dappertutto.

Pensava a Nunzia. A lei che rincasava col piccolo, che ascoltava racconti di animali per la strada. Al calore di una stanza in affitto che, quella sera, era casa.

Le venne in mente che non aveva chiesto il numero, ma non era importante. Un incontro inatteso, nato fra la neve, non richiede seguito. Resta e basta.

Qualcosa di quellincontro sarebbe rimasto. Non il cappotto, ma altro. Qualcosa che Francesca avrebbe portato con sé.

Quando Matteo rientrò, lei gli avrebbe detto che dovevano parlare. Sul serio. Non di faccende pratiche, ma di loro due. Lui si sarebbe irrigidito, avrebbe accampato stanchezza. Lei avrebbe spiegato che no, non si poteva più rimandare. Avrebbe parlato chiaro.

E poi? Non sapeva come sarebbe andata. I discorsi veri raramente vanno come li immagini. Ma di certo avrebbe detto ciò che sentiva, per la prima volta senza accuse né pianti: ecco come la vedo io, ecco cosa provo.

E quello che voleva non era granché: non oggetti costosi, non eventi mondani, non complicità solo domestica. Solo che qualcuno rispondesse al telefono. Che la voce allaltro capo del filo fosse di chi ci tiene ancora. Qualcuno a cui poter raccontare qualcosa la sera, e che ascolti davvero.

Forse è ancora possibile. Forse no. Ma almeno non avrebbe fatto finta di niente.

Seduta al tavolo con il tè, guardava la neve. Cadeva piano, senza più furia.

Da qualche parte, Nunzia portava Mattia per mano, ascoltava storie di code di cani. La macchina stava in officina, il giorno dopo sarebbe tornata a posto. Da qualche parte, la solita riunione di Matteo non finiva mai.

Lì dentro invece, era silenzio. Il tè ancora caldo. E la neve dietro i vetri.

Pensò improvvisamente: In primavera devo fare qualcosa di nuovo. Niente rivoluzioni, qualcosa solo suo. Forse un corso di acquerello, ci pensava da tempo. O forse cambiare il progetto del centro bambini non solo nella pianta, ma proprio nellanima. Discuterne col cliente: non solo luce, ma spazio vero per i futuri bambini. Era un buon lavoro. E voleva svolgerlo bene, non a metà.

Era ormai buio. La neve sintravedeva solo nel cerchio del lampione.

Francesca bevve lultimo sorso di tè, lavò la tazza.

Poi si fermò in ingresso, guardò la gruccia: il cappotto in cashmere era lì. Un bel capo, caldo.

Spense la luce, andò in camera.

Aspettare.

No. Non aspettare: esserci. Per ora bastava.

***

Qualche settimana dopo, in febbraio, col freddo meno duro, attraversò Piazza della Signoria e notò una donna con un cappotto simile sullaltro lato. Il cuore ebbe un tuffo, ma era un altro. Solo un cappotto analogo.

Proseguì. Aveva una riunione sul progetto per il centro infanzia. Dentro una cartellina, tutti i nuovi disegni, rifatti da zero. Aveva trovato il modo per portare luce in sala giochi e aprire lo spazio. Sapeva che il cliente avrebbe protestato, ma avrebbe spiegato. Quella ormai era una sua forza.

La neve si scioglieva appena lungo i marciapiedi. Febbraio, quasi marzo.

Pensava che capita così: incontri una donna una sola volta, per caso, e niente di quello che ti dice è un consiglio. Solo racconta. E tu ascolti, e finalmente alle cose dai nome.

Tutto qua. Non serve altro.

A volte, basta quello.

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