A chi puoi servire tu, con un figlio sulle spalle?

A chi puoi servire con un “fardello”

Sei sicura, figlia mia?

Caterina posò la sua mano su quella della mamma e sorrise con dolcezza.

Mamma, lo amo. E lui ama me. Ci sposeremo, e andrà tutto bene. Saremo una famiglia, capisci?

Il padre allontanò il piatto di pasta in brodo che aveva lasciato quasi pieno e fissò cupamente la finestra. Il suo silenzio durò pochi istanti, ma a Caterina parvero infiniti.

Hai solo diciannove anni disse infine, il volto serio. Dovresti pensare agli studi, a una professione. Non ai matrimoni.
Papà, ce la farò. Caterina cercava di parlare tranquilla, anche se dentro tremava dal desiderio di convincerli. Marco lavora, io studio. Non chiediamo il vostro aiuto. Vogliamo solo stare insieme. Vogliamo essere una famiglia.

Il padre scosse la testa, tacendo.

Non approvavano, lo vedeva da come il padre stringeva le labbra e da come la mamma sistemava nervosamente la tovaglia. Però non si opponevano neppure, forse ricordando se stessi alla sua età. Forse sapevano che i divieti avrebbero solo spinto Caterina a farsi valere ancora di più.

La sposalizio si fece a maggio, modesto ma così caloroso che ancora oggi Caterina lo ricorda con tenerezza. Niente pranzo in villa con duecento invitati, niente macchine di lusso, niente lanci di colombi. Ma la felicità, quella sì, cera.

La loro luna di miele fu una settimana a Rimini. Marco non poteva permettersi più giorni di ferie e nemmeno il portafoglio consentiva di più. Ma quella settimana restò per Caterina una piccola bolla incantata, separata dalla realtà. Si svegliavano tardi, facevano colazione sul minuscolo balconcino della stanza, guardando il mare, passeggiavano sul lungomare fino a notte, mangiavano piadine e si baciavano come se il mondo stesse finendo.

Poi arrivò la vita vera. Quella senza poesia, fatta di una piccola casa in affitto vicino Trastevere, con le finestre che perdevano aria dinverno e i vicini rumorosi sopra la testa. Marco usciva a lavorare alle sette del mattino, Caterina correva alluniversità; la sera si incontravano stanchi, scaldavano qualcosa per cena e crollavano nel sonno dopo poche parole.

Eppure quella stanchezza aveva qualcosa di giusto. Aveva sapore di realtà.

Dopo sei mesi i genitori chiamarono, chiedendo loro di andare a trovarli la domenica. Caterina temeva il peggio, fantasticando su notizie terribili o ridicole. Ma la accorsero in cucina insieme a Marco, servirono una tazza di tè bollente e spinsero silenziosi un plico verso lei.

Questo è per voi disse il padre, con lo sguardo altrove. Per la casa. Anche se è piccola, almeno sarà vostra. Basta buttare soldi in affitto.

Caterina guardava la busta e non riusciva a prenderla. Un nodo alla gola, e le lacrime che le pungevano gli occhi.

Papà… tentennò, ma lui agitò una mano come fosse una sciocchezza.
Prendi, non fare storie. Consideralo il vero regalo di matrimonio. Anche se in ritardo.

Trovarono un bilocale dopo un mese. Ventiotto metri quadri in una palazzina popolare al terzo piano. Finestre sul cortile, cucina minuscola, bagno stretto. Per altri era un niente. Per Caterina era un universo intero, che arredava con una gioia feroce. Da sola sceglieva i colori alle pareti, trattava con gli artigiani, sistemava tende e disponeva le piantine prese al mercato.

Un anno dopo, al terzo anno di università, Caterina fu colta da uno strano malessere. Pensava fosse indigestione, poi stanchezza da esami. Comprò un test per escludere lovvio.

Le due lineette apparvero decise, senza dubbi.

Sedeva sul bordo della vasca, fissando quel pezzetto di plastica che aveva appena ribaltato la sua vita. Terzo anno. La laurea tra due. Proprio ora che stavano iniziando a camminare da soli Come poteva succedere?

Marco tornò da lavoro e capì subito che cera qualcosa. Caterina senza parola gli porse il test.

Lui fissò quelle due linee a lungo, in un silenzio sospeso, poi alzò lo sguardo, uno sguardo che ancora oggi le toglie il fiato.

Lo teniamo disse piano, ma fermo.
Marco, sono al terzo anno. Come faccio
Lo teniamo ripeté stringendole le mani. Fai la pausa dagli studi. Io lavorerò di più. Ce la faremo. È il nostro bambino.

Piangeva Caterina, affondando il viso sulla sua spalla. Di paura, di incertezza, di ormoni forse. Ma anche di una felicità che cresceva sotto la cenere, come erba tra le fessure.

Laspettativa dagli studi fu ottenuta in poco tempo.

Lorenzo nacque a marzo, quando fuori percorrevano ancora auto tra resti di neve sporca, ma lodore di primavera era già nellaria. Tre chili e duecento, cinquantuno centimetri.

Caterina guardava quel piccolo fagotto tra le sue braccia, il viso rugoso e arrossato, e non riusciva a credere fosse realtà. Suo figlio. Suo e di Marco.

Era una felicità così enorme che pareva volerle rompere il petto.

Ma il tempo cambiò tutto, silenziosamente, come le prime brinate: ieri faceva ancora caldo, oggi esce il fiato a ogni parola.

Marco cominciò a tornare più tardi. Prima mezzora, poi unora, poi Caterina smise di contare. Entrava, gettava la giacca senza neanche guardare Lorenzo. Un tempo era la prima cosa che prendeva in braccio, coprendo il piccolo di baci e facendo rumorini buffi sulla pancia. Ora, come se Lorenzo non esistesse.

Potresti almeno salutare tuo figlio una sera Caterina non resistette.

Marco fece una smorfia, come se lei avesse detto una sciocchezza.

Sta dormendo. Perché dovrei svegliarlo?

Ma Lorenzo non dormiva. Guardava il padre con grandi occhi scuri, così uguali ai suoi. Marco li evitava, forse non voleva vedere.

Poi iniziarono i commenti. Prima accennati, quasi non voluti, e Caterina pensava di essersi sbagliata, di aver inteso male.

Esci vestita così? le chiese una mattina, scrutandola dalla testa ai piedi.

Lei si guardò un paio di jeans normali, un maglione, nulla di che.

Cosa cè che non va?
Niente, mi pare lasciando a metà la frase, abbastanza perché la smorfia bastasse.

Giorno dopo giorno le cose peggiorarono. Ormai non si nascondeva nemmeno più dietro le mezze frasi.

Ma ti sei guardata allo specchio? le sputò una sera, mentre Caterina si cambiava per dormire. Ti sei ingrassata, sciupata. Sembri una di cinquantanni, non una di ventidue.

Quelle parole le tolsero il fiato, la lasciarono senza respiro. Sì, era aumentata di peso dopo il parto, non era ancora tornata quella di prima, ma come si poteva parlarle così?

Marco, ho appena partorito il suo sussurro le sembrò deriso da sé stessa.
Un anno fa, lhai partorito! Un anno! Le altre dopo tre mesi sono già in forma, e tu

Non concluse, agitando la mano e uscendo. Lorenzo cominciò a piangere, svegliato dalle urla.

Fai stare zitto quel bambino! tuonò Marco dalla cucina. Sempre a urlare, qui non si riesce a dormire!

Caterina prese il figlio, lo strinse forte, affondando il naso nei suoi capelli morbidi. Le lacrime le scendevano sulle guance e cadevano sul capo del piccolo. Lui si calmò, cullato dallabbraccio, ma lei restò lì, al buio, ad ondeggiare lui e sé stessa.

Non aveva con chi parlare. O meglio, i genitori cerano. Ma ogni volta che Caterina prendeva il telefono per chiamare la mamma, davanti agli occhi le appariva il volto del padre: Hai diciannove anni. Devi pensare agli studi. Lavevano avvertita. Lavevano detto. E lei non aveva ascoltato, convinta che lamore superasse tutto.

E ora? Doveva tornare da loro, con la coda tra le gambe, ammettere che avevano ragione loro e lei era solo una stupida sognatrice che si era rovinata la vita? Immaginava le lacrime della madre, il silenzio pesante del padre, e ogni volta lasciava stare. Aveva voluto il minestrone, ora doveva finirlo tutta da sola.

Un giorno, Caterina portò Lorenzo al parco come sempre. Fece il solito giro, raggiunse una panchina nel piccolo giardinetto sotto i tigli che perdevano le foglie. Solo quando cercò nella borsa le merendine per Lorenzo si accorse di averle dimenticate.

Dovette tornare indietro.

Aprì la porta con le chiavi, pensando di prendere al volo lo yogurt e tornare fuori. Ma nellingresso cerano scarpe sconosciute da donna, lucide, col tacco, rosse.

I piedi le andarono da soli verso la camera da letto come se la mente urlasse di fermarsi, di andarsene, di non vedere.

La porta era socchiusa.

Vide abbastanza. Più che abbastanza. Una donna sconosciuta, nel suo letto, tra le sue lenzuola. E Marco, che neanche tentò di scusarsi, di nascondersi, di mentire.

Guardò Caterina con fastidio, come si guarda una mosca molesta.

Cosa volevi? chiese. Così come ti sei lasciata andare Devo rimanere fedele? Ho venticinque anni, sono un uomo nel pieno della vita, e a casa ho una moglie che non si può guardare.

Caterina si teneva allo stipite, le gambe molli. La donna a letto tirava su il lenzuolo e guardava oltre, come non le riguardasse affatto.

Fuori di qui. Non riconobbe la sua voce, bassa e roca. Fuori subito dalla mia casa.

La donna si vestiva in fretta, Marco la guardava con un sorrisetto.

Non fare scenate disse appena si richiuse la porta. Che sarà mai, succede a tutti. È normale.
Normale?!
Cosa pretendi? Pensi forse che tuo nonno non tradisse tua nonna? Mezza Italia fa così. E le mogli restano, perché con un figlio a carico, dove vai? Si mise i jeans , e tu, Caterina, a chi credi di servire, eh? Con quel fardello?

Caterina non ricorda come si sia ritrovata allingresso. Né come abbia infilato Lorenzo nella tutina, né come abbia chiamato il taxi, né come abbia dato lindirizzo dei suoi. Per tutto il tragitto guardava fuori, carezzando meccanicamente il figlio sulla schiena dentro era solo terra bruciata.

La porta la aprì la mamma. Vide la faccia della figlia e capì subito tutto. Labbracciò forte, come quando Caterina da piccola tornava a casa con le ginocchia sbucciate, in lacrime.

Mamma, io provò a dire, ma la mamma scosse la testa.
Dopo. Ci pensiamo dopo. Vieni dentro.

Il padre sbirciò dalla cucina. Guardò la figlia, guardò il nipote. La faccia era di pietra.

Cosè successo?

Caterina raccontò. Confusa, a singhiozzi, inciampando nelle parole. Dei commenti, del freddo, delle scarpe rosse. Di a chi vuoi servire con un figlio.

Il padre ascoltava in silenzio. Poi prese la giacca.

Andiamo.
Dove? chiese Caterina disorientata.
Da lui.
Papà, non serve, posso farcela
Lascia Lorenzo con tua madre. Andiamo.

Marco aprì la porta come se niente fosse.

Il padre di Caterina entrò, guardò intorno, poi si rivolse a Marco in un tono basso che fece tremare Caterina.

Senti bene. Ora prendi le tue cose e te ne vai. Da questa casa di mia figlia, che abbiamo pagato noi. Non hai più diritto qui dentro.

Marco provò a protestare, a parlare di diritti e cose condivise, ma il padre lo zittì.

Diritti? Parliamo di diritti? Parliamo di come hai trattato mia figlia. Di come lhai umiliata. Di come portavi chiunque a casa sua. Si mosse verso Marco, che fece un piccolo passo indietro. Se tra mezzora sei ancora qui, chiamo i carabinieri. E credimi, ho abbastanza euro e conoscenze per farti rimpiangere questo giorno. Ora sparisci.

Marco se ne andò. Fece la borsa e sparì senza una parola. Caterina restò a fissare la porta che si chiudeva.

Perché non sei venuta subito da noi? domandò il padre, quando restarono soli.
Credevo che mi avreste detto che era colpa mia voi lavevate detto.

Il padre si voltò e i suoi occhi si fecero lucidi tanto che un nodo risalì di nuovo al naso di Caterina.

Tu sei nostra figlia. La mia bambina. Capisci? Qui da noi puoi sempre tornare. Sempre. Qualunque cosa succeda.

Caterina si aggrappò a lui, come faceva da bambina. E pianse tanto, a lungo, fino a lavare via tutta la rabbia e il dolore degli ultimi mesi.

…Due anni dopo Caterina sedeva per terra nella stessa casa e guardava Lorenzo costruire una torre di blocchi colorati. La laurea, presa con il massimo dei voti mentre lavorava, era lì accanto. Sul telefono arrivò la notifica dellaccredito del mantenimento.

Lorenzo alzò la testa e le sorrise lo stesso sorriso di Marco ma ormai non le faceva più male.

Mamma, guarda!
Vedo, tesoro. Che bella torre hai fatto.

Il sole tramontava dietro i palazzi, tingendo la stanza di arancio. Caterina guardava il figlio e sorrideva. Alla fine, ce laveva fatta. Non come aveva sognato una volta, ma ce laveva fatta davvero.

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