«Caty, andresti a prendere il pane al panificio?»: lo sguardo annebbiato di una signora di quarantacinque anni non riesce più a mettere a fuoco la figura esile della bambina di sette anni

Giulietta, andresti al panificio a prendere un po di pane? La voce incerta di mia madre, ormai quasi irriconoscibile dopo anni di fatiche e amarezza, chiamava dalla cucina, senza neppure riuscire a mettermi a fuoco con lo sguardo. Avevo solo sette anni, ma sentire la parola pane mi faceva deglutire per la fame.

Certo, mamma

Senza protestare, aspettavo i soldi, quelli con cui la signora Rosetta, lanziana panettiera del piccolo alimentari sempre aperto giù in piazza, tra un sospiro e laltro, mi cedeva una micchetta calda, e a volte infilava anche una tavoletta di cioccolato al latte o una manciata di caramelle nel mio palmo affamato.

Povera bimba che tesoro cresce con certi genitori si lamentava la signora Rosetta sorseggiando il suo caffè solubile.

Io, cercando di non lasciarmi conquistare dal profumo inebriante della crosta dorata, correvo a casa il più in fretta possibile. Se mi comportavo bene, mamma mi spezzava sempre un pezzetto di crosta e sopra ci metteva due o tre filetti di acciuga sottolio che colavano il loro olio dolciastro nel pane. Io gustavo il mio premio con lentezza, masticando piano, trattenendo quel piccolo lusso. Dallodore di alcol in casa capivo che sarebbero arrivati ospiti: la cena era praticamente tutta lì, non ci sarebbe stato altro. Non restava che sgattaiolare fuori senza farsi vedere, altrimenti le botte non mancavano mai. Lo scorso mese papà mi aveva tirato uno schiaffone così forte che la testa mi aveva fatto male per due giorni e il sangue era uscito dal naso più volte.

Quando uscii dal portone, mi avanzava ancora un quarto di pane e una filetto intero. Fuori era quieto, il clima già tiepido di primavera, le strade quasi vuote. Da qualche finestra arrivava una musica allegra e nel mio taschino due cioccolatini attendevano il momento giusto. Ero felice così, era una sera in cui si poteva passeggiare senza sentire freddo, e in caso di bisogno, sapevo che la signora Rosetta mi avrebbe accolta con un bicchierino di latte e biscotti. Camminavo piano sotto le luci dorate delle lanterne, osservando le finestre, sognando unamica con cui chiacchierare, condividere sogni e pensieri o semplicemente passeggiare in silenzio quando a casa non ci si poteva stare.

Ma un lamento si levò dai cespugli vicino ai bidoni dellimmondizia; mi avvicinai cauta e scostai un cumulo di stracci sudici. Dentro una scatola di scarpe disfatta stava rannicchiato un minuscolo gattino tigrato, che miagolava piano. Allungai la mano e lui subito, attirato dal profumo di acciughe, iniziò a leccarmi le dita con la lingua ruvida, facendomi ridere.

Sei affamato anche tu, eh? Guarda qui cosa ho per te! gli deposi il filetto accanto al musino, inghiottendo in un boccone il pane rimasto.

Lui si gettò con voracità sulla preda, mangiando di gusto e sibilando se provavo ad accarezzarlo.

Piano, campione, non avere fretta o ti farà male la pancia. Guarda che ne so qualcosa, sorrisi a quel nuovo amico. Ti piacerebbe venire con me? Ti chiamerò Tigrotto, e ti dividerò sempre il mio pranzo dissi prendendo in braccio la bestiola leggera come una piuma e infilandola nel mio giubbotto.

Le lanterne gialle brillavano come miele primaverile sul marciapiede lungo cui camminavo, chiacchierando con Tigrotto che faceva capolino tra i bottoni del mio giubbotto.

***
A casa regnava un silenzio spoglio: solo bottiglie vuote, piatti sporchi e un posacenere che traboccava. Il vecchio scaldabagno borbottava, lorologio ticchettava indifferente. Mi sedetti e appoggiai Tigrotto sul tavolo; lui annusò il bicchiere vuoto.

No, Tigrotto! Quella roba è veleno. Non fare come loro, se no non potremo essere amici lo stringevo forte al volto. Lui si abbandonò tra le mie braccia, facendo le fusa, con le zampette sul mio naso, come a rassicurarmi: Non avere paura, sono con te.

Quella notte dormii serena. Sognai cose dolci come gelato alla banana e crostatine di amarene. Tigrotto dormiva accucciato accanto a me, mi cullava coi suoi ronron felici.

La mattina dopo, però, papà trovò il gattino e urlò furioso che una bestia del genere da noi non ci doveva stare. Mamma, con la testa fasciata in uno straccio bagnato, la voce roca per il fumo, mi chiese solo di portare il gatto lontano dai guai.

In lacrime, mi sedetti per strada tenendo Tigrotto stretto sul cuore. Non sapevo dove portarlo, ma lasciarlo nellimmondizia mi sembrava impossibile. Piangendo, andai dalla signora Rosetta e le raccontai confusamente tutto. Implorai che tenesse Tigrotto, promettendo che lo avrei visitato ogni giorno, portandogli da mangiare. Le donne di cuore non seppero dirmi di no: il gattino rimase nel retrobottega, su una vecchia maglia infeltrita e una bacinella tagliata per lacqua.

Per tutta la primavera e lestate passai ogni giorno da Tigrotto, portandogli fettine di pane, per cui a casa ricevevo spesso schiaffi. Ma che importava, quando avevo un vero amico a cui raccontare tutto, ogni segreto, ogni fantasia? Tigrotto si acciambellava sulle mie ginocchia magre e ascoltava tutto, socchiudendo i suoi occhi color melanzana. La signora Rosetta, una volta, guardandolo meglio esclamò:

Mamma mia, Tigrotto ha degli occhi incredibili! Sembra che dentro ci sia un mare di saggezza, guarda anche tu, Maria!

E mentre le donne si stupivano dei suoi occhi profondi, Tigrotto ronfava furbo e felice.

Arrivato lautunno, Tigrotto era diventato un bellissimo micione. I clienti tentavano di portarlo a casa, ma lui non si lasciava avvicinare da nessuno che non fossi io.

Poi, un giorno, non venni per tre giorni interi. Non passai dal pane, né andai da Tigrotto. Rosetta si preoccupò, temeva mi fossi ammalata. Ma alla fine tornai, con lividi giallastri sugli zigomi e una brutta crosta sul labbro. Alle domande delle donne risposi solo: Sono caduta. Dietro il negozio, però, mi addormentai singhiozzando tra il pelo di Tigrotto. La signora Rosetta mi trovò così e mi mise su una vecchia poltrona nel retrobottega, coprendomi piano. Poi chiamò il maresciallo Romano, il vigile del quartiere, ma lui scrollò le spalle, lamentando che era difficile dimostrare i maltrattamenti e non voleva grane con quei tipi. La signora Rosetta pianse; avrebbe voluto tanto avere una figlia come me.

Tigrotto mi vegliava tutta la notte, girando inquieto intorno al divano, annusandomi piano poi sparì, svanito. Nessuno mi venne cercare. Quando mi svegliai la mattina, la signora Rosetta mi fece colazione con pane e zucchero e un tè dolce, e mi affidò a Maria, la commessa, mentre andava per una faccenda importante. Accettai felice, e lei, determinata, si avviò verso casa mia. Però, già in cortile, le sbarrò la strada il maresciallo Romano.

Dove vai, Rosetta? Qui e successo un disastro: omicidio. Meglio che non sali. Hai per caso visto Giulietta Anselmi stanotte?

Giulietta? Ma chi… chi è stato ammazzato? gli occhi di Rosetta si posarono agitati sulle finestre del palazzo.

I suoi. Stiamo cercando la bambina, non si trova.

No… no, Giulietta è da me dietro il negozio. Sta bene. Chi li ha uccisi?

Chi lo sa, forse uno degli amici si è stancato e li ha sgozzati tutti. Ascolta, puoi tenere la piccola qualche giorno da te? Così non la spediamo dritta in orfanotrofio. Non appena si fa la pratica, salta fuori qualche zia e tocca rimandarla via.

Sì sì, va bene e Rosetta sentiva il cuore che le batteva forte. Non provava un briciolo di pietà per quei due; corse felice dalla piccola.

Dopo averne parlato con Maria, decisero di non dire tutto a Giulietta. Solo che la mamma aveva dato il permesso per ospitarla per un po. Giulietta era raggiante. Posso imparare a usare la cassa? chiese subito.

Da quel giorno, Tigrotto non si fece più vedere. Giulietta lo cercò ovunque, chiamandolo vicino ai bidoni, sperando tornasse a mangiare, ma la ciotola rimaneva intatta.

La signora Rosetta coccolava Giulietta con una premura che era tutta paura di perderla. Un giorno si fece coraggio e andò ai Servizi Sociali: voleva adottare la bambina. Ma la burocrazia era spietata: troppo sola, senza marito, turni notturni. Rosetta si sentì piccola e incapace, ma tornò più volte, non si arrese. Così passarono due mesi. Giulietta si affezionò a Rosetta, imparò a cucinare uova e a leggere a fatica, cercando di rendere felice la donna che la accoglieva.

Quando scese la prima neve, era il 3 novembre e Giulietta compì 8 anni. Spense le candeline di cera su una torta di miele fatta in negozio e guardò Rosetta negli occhi:

Voglio che restiamo sempre insieme, che tu diventi la mia mamma.

Rosetta la strinse commossa:

Anchio, Giulietta mia, non sogno altro.

Qualcuno bussò alla porta. Nessun invitato era atteso. Alla porta cera un uomo distinto.

Buonasera, sono dellufficio tutela dei minori di Milano. Ho le vostre carte e sono qui per conoscervi di persona, porse la mano.

Benvenuto, entri pure, non aspettavamo nessuno disse Rosetta stupita, invitandolo in cucina.

Un po di tè? Ne ho uno ai frutti tropicali, mai assaggiato nulla di simile, disse Giulietta, servendo una tazza.

Delizioso. Questo è il tuo dolce? chiese lui sorridendo.

Sì! Ho compiuto otto anni. Lanno prossimo vado a scuola, rispose tutta fiera.

A scuola? Ottimo! Come ti trovi qui?

Bene, molto bene

Rimasero a chiacchierare a lungo, mangiando la torta e sorseggiando quel tè esotico. Giulietta, la bambina dai grandi occhi, e quelluomo gentile. Rosetta li guardava con una tenerezza mai provata: era a casa.

Devo andare disse infine luomo, prendendo una cartellina dallo zaino.

Ecco, signora Rosetta Anselmi, con questi documenti si presenta domattina in tribunale, la aiuteranno in tutto. Non si preoccupi, è solo una formalità. Così potrà finalmente portare via con sé Giulietta.

Portare via? balbettò Rosetta, senza trovare le parole. Giulietta lo abbracciò, gioiosa:

Grazie! Grazie! Grazie!

Grazie sussurrò anche Rosetta, trattenendo le lacrime.

Abbiate cura di lei, disse luomo, rivolgendole un ultimo sguardo. E negli occhi profondi, viola come quelli che solo Tigrotto aveva, Rosetta scorse ancora quel mare di affetto e di comprensione.

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