Il matrimonio era tra una settimana quando lei mi disse che non voleva più sposarsi: tutto già pagat…

Il matrimonio doveva essere tra una settimana quando lei mi ha detto che non voleva più sposarsi. Avete presente? Tutto già pagato: la villa sulle colline, i documenti firmati, le fedi doro scelte con cura persino metà del pranzo di famiglia era già stata saldata. Per mesi ero andato avanti come un organizzatore di eventi con la cravatta troppo stretta.

Durante tutta la nostra relazione ero convinto di fare la cosa giusta. Lavoravo a tempo pieno e, senza battere ciglio, ogni mese mettevo via circa il 20% dello stipendio solo per lei parrucchiere, estetista, smalto rosso o qualsiasi altra passione le saltasse in testa. Non che lei stesse a casa ad aspettare il principe: aveva il suo lavoro e si gestiva i suoi euro come meglio credeva. Ma io pagavo volentieri, un po per senso del dovere da italiano allantica, un po perché, diciamolo, mi piaceva farle sentire speciale. Bollette mai chieste. Uscite, ristoranti, cinema, weekend a Firenze o al Lago di Garda: tutto a mio carico, come nelle migliori canzoni di Baglioni.

Un anno prima delle nozze mi ero anche superato: avevo proposto di portare tutta la sua famiglia al mare. Tutti: genitori, fratelli, nipotini, pure due cugini che nemmeno lei vedeva da anni. Eravamo una comitiva degna delle gite parrocchiali. Per farcela avevo lavorato anche i sabati e le domeniche, avevo detto addio ai miei capricci (di scarpe ne parleremo in unaltra vita) e risparmiato ogni euro. Quando finalmente siamo andati, ho pagato lalbergo, il viaggio, la cena di pesce, pure gelato e ombrelloni. Lei era raggiante, la sua famiglia pure. Nessuno immaginava che, per lei, tutto questo non significasse poi molto.

Quando mi ha detto che voleva lasciarmi, si è messa lì col tono di chi ti spiega perché la carbonara non si fa con la panna: Sei troppo. Vuoi troppa attenzione, troppo affetto, troppe coccole. Vuoi abbracciarmi, scrivermi messaggi, sapere come sto. Io non sono così, non lo sono mai stata. Mi sento soffocare, mi chiedi cose che io non posso darti.

E poi, colpo di scena degno di una soap di Rai Uno: mi confessa che, in realtà, non ha mai voluto sposarsi. Ha detto sì perché io insistevo, perché avevo coinvolto i suoi, perché davanti a tutti nel ristorante non sapeva dire di no. Io pensavo fosse un grande gesto romantico da film italiano anni 60; per lei, una trappola con lanello.

Cinque giorni prima del matrimonio civile, quando ormai tutto era fatto e finito, ha trovato il coraggio di dirmelo. Mi ha spiegato che si sentiva come se le avessi imposto una vita che non voleva, che avevo fatto persino troppo per lei, e questo la faceva sentire a disagio, costretta, legata mani e piedi. Ha preferito andare via piuttosto che fingere un sì che non sentiva suo.

Dopo quel discorso, ha preso la sua valigia colorata (comprata sempre da me, ovviamente) e se nè andata. Niente urla, niente lacrime, niente tentativi di aggiustare. Sono rimasti solo i contratti, le ricevute già pagate, i regali già impacchettati e un matrimonio annullato. Lei non ha più cambiato idea, fine della storia.

Quella è stata la settimana in cui ho capito che fare luomo che paga tutto, risolve tutto, e cè sempre non è la formula magica perché qualcuno resti davvero con te. E forse è meglio così: almeno tutte le settimane lavorate in più me le riprendo io in ferie.

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