Hai preso il pane?
Mi guardò come se gli avessi appena rivolto una domanda in una lingua sconosciuta. Non con incomprensione, no. Piuttosto, con una pausa. Una lunga, scomoda pausa che non aveva nulla a che fare con la nostra vita di sempre.
Quale pane, disse infine. Non chiese, proprio disse. Senza tono interrogativo.
Quello normale. Il pane grigio del Pini, lo prendi sempre lì.
Appoggiò la borsa a terra, si guardò intorno in cucina come se ci entrasse per la prima volta.
Non sono passato dal panificio.
Annuii e mi girai verso i fornelli. Niente di che, mi dissi. È solo stanco. Una settimana fuori, congresso a Modena, hotel impersonale, cibo che non è come a casa, aria diversa. Certo che è stanco.
Ma il pane lo prendeva sempre. Da diciassette anni, ogni volta che tornava da un viaggio, anche breve, si fermava sempre al Pini allangolo tra via del Pioppo e porta a casa il pane grigio. Non era una promessa o una necessità: era solo parte del suo modo di tornare a casa.
Mescolai il minestrone senza dire altro.
Si chiama Giovanni. Gianni. Io ho cinquantotto anni, lui sessantuno. Viviamo a Parma, in un appartamento di due stanze al quarto piano, lo abbiamo comprato nel novantanove quando la nostra figlia Chiara era piccola. Chiara ormai è grande, vive a Milano, chiama la domenica. Io lavoro nella biblioteca scolastica, Gianni da tre anni è in pensione, ma tiene qualche lezione di serate tecniche sugli standard edilizi in un istituto. Viviamo tranquilli, con ritmi decisi, quasi mai litighiamo. Questo bisogna capirlo. Non cera nulla, nulla che spiegasse cosa fosse accaduto dopo il suo ritorno.
A cena silenzio. Mangiava composto, fissava il piatto. Pensavo avrebbe alzato lo sguardo per raccontare del viaggio, dei colleghi, dellascensore dellhotel che non funzionava, di quanto aveva voglia di un vero minestrone. Raccontava sempre qualcosa alla prima cena da rientro.
Modena comera? chiesi.
Niente di che.
Il congresso è andato bene?
Sì.
Appoggiai il cucchiaio.
Tutto bene, Gianni?
Mi guardò. Gli occhi normali, grigi, appena stanchi.
Tutto bene. Solo stanchezza.
Sgombravo la tavola. Andò in soggiorno, si sdraiò col cellulare, come se fosse tutto a posto, come se niente fosse successo. Solo che il pane non cera. E neanche la conversazione. E qualcosa che non sapevo nemmeno definire.
La prima notte diedi la colpa alla stanchezza. Anche la seconda.
Al terzo giorno, venerdì, vidi la prima cosa veramente strana.
Stavo bevendo caffè alla finestra, guardando il cortile. Uscì dal bagno, passò in cucina e si versò dellacqua. Poi prese dal ripiano la scatola dellorzo perlato, la aprì, la annusò e la richiuse. Non dissi nulla. Ma Gianni non mangiava mai orzo. Detestava lorzo. Fin dai primi tempi, scherzando, diceva che era il cibo più noioso al mondo, inventato da gente senza fantasia. Ridevamo insieme. Gli preparavo riso, farro, polenta, qualsiasi cosa, ma orzo no.
Eppure, prese e annusò. Come se volesse provarlo.
Hai voglia di orzo? chiesi, cercando di non mettere nulla nella voce.
No, rispose e tornò in camera.
Rimasi a fissare a lungo quella scatola.
Sabato mi chiamò Chiara.
Papà è tornato?
Si, mercoledì.
E come sta?
Esitai un secondo. Appena.
Stanco dal viaggio. Tutto bene.
Allora, a ottobre passo io e Luca, va bene? Abbiamo le ferie.
Certo, mi farà piacere.
Non le dissi nulla. Cosa potevo raccontare, dopotutto? Che papà non ha preso il pane e ha annusato lorzo? Non sembra nulla, proprio nulla.
Ma già sapevo che qualcosa non andava. Non con la testa, non con la logica; con quella parte che vibra nello stomaco o sotto le costole e parla senza spiegare.
Domenica proposi una passeggiata. A volte andavamo al Parco Ducale, non ogni volta, ma spesso. Gli piaceva la panchina vicina al laghetto, prendeva due bicchieri di chinotto dal chioschetto, se era aperto, si lamentava per la schiena, io gli dicevo che doveva fare ginnastica, lui scuoteva la mano e ridevamo. Un nostro piccolo rito, come tanti.
Andiamo al parco? dissi.
Staccò gli occhi dal telefono.
Che parco?
Il Ducale. È una bella giornata.
Pensò. Che era strano, perché di solito diceva va bene o aspetta solo la giacca. Non cera nulla su cui riflettere.
Daccordo, disse.
Camminavamo senza parlare. Non forzai la conversazione, solo osservavo. Guardava in giro calmo, senza particolare interesse né rilassatezza da passeggiata domenicale. Come uno che cammina in un posto nuovo e cerca di memorizzare la strada.
Allingresso del parco cè sempre un signore anziano col suo cane, uno spaniel rosso, tondo, grassottello.
Guarda, Bice, dissi, come chiamavamo tutti gli spaniel cicciotti dal tempo in cui, otto anni fa, la nostra vicina, la signora Giovanna, aveva un cane uguale, stessa razza, stesso nome. Era la nostra parola, la nostra battuta.
Guardò il cane. Nessuna reazione.
Bice, ripetei a voce più bassa.
Bel cane, rispose. Cortese. Neutro.
Mi fermai poco dopo, accanto a un cespuglio di rosa canina. Finsi dosservare le bacche. Mi batteva il cuore più forte del dovuto per una passeggiata tranquilla.
Non si ricordava Bice. O forse faceva finta? Ma perché mai?
Al laghetto il chioschetto del chinotto non cera, lavranno tolto con la bella stagione passata. Gianni si sedette sulla panchina, fissando lacqua.
Si sta bene, disse.
Veniamo qui spesso.
Ah sì?
Mi voltai verso di lui.
Gianni, saranno almeno dieci anni che veniamo qui.
Annui. Sereno, senza disagio.
Sì, dico solo che si sta bene.
Qualcosa dentro di me si strinse e non si rilassò più davvero. Non trovai subito una spiegazione, la notte, mentre ascoltavo il suo respiro ordinato. Non aveva detto certo che mi ricordo: aveva detto sì nello stesso modo in cui si concorda su uninformazione nuova, mai sentita.
La notte non dormii a lungo. Pensavo a come si chiamasse quella cosa, quando una persona resta lì ma qualcosa dentro di lui si è perso. In psicologia esiste qualcosa di simile; ho letto: dopo uno stress, un trauma forte. Sembra quasi che ti cambian la persona. Ha un nome medico che non ricordo. Ma non cera stato alcun trauma, che io sapessi. Congresso a Modena. Una settimana. Non è ragione sufficiente per cambiare persona.
Alle tre mi alzai, bevvi acqua, rimasi alla finestra. Il cortile vuoto, il lampione che trillava. Pensai: va bene, aspettiamo. Magari è successo qualcosa e non lo dice. Una litigata, un malore, o solo una pesantezza addosso. Succede. Soprattutto dopo i sessanta: la vita ha già chiesto tanto, e davanti nemmeno si sa quanto ci resti.
Rientrai a letto. Lui dormiva di fianco, verso il muro. Gli appoggiai la mano sulla schiena, leggere come sempre. Non si spostò.
Lunedì chiamai la mia amica Nina. Siamo amiche dai tempi delluniversità, lei abita allaltro capo della città, lavora allaccettazione del poliambulatorio. Nina è schietta, senza tanti giri di parole, per questo le voglio bene.
Nina, posso venire da te?
È successo qualcosa?
Non lo so. Forse niente. Ho solo bisogno di parlare.
Vieni per le cinque, ti aspetto.
A casa di Nina cè sempre tepore e odore di torta, anche se non cucina niente. Ci sedemmo in cucina, fece il tè. Raccontai tutto. Il pane, lorzo, Bice, il sì al laghetto.
Nina ascoltò attenta, senza interrompere. Poi stette zitta un attimo.
Anna, può essere solo un po di depressione. O linizio di qualcosa con la memoria. Tutti invecchiamo.
Nina, ha solo sessantuno anni.
Anche a Piero, il marito di Carla del quinto piano, è successo a sessantadue.
Ma Gianni non è mai stato smemorato. Teneva a mente tutto: date, nomi, ricorrenze.
Tutto cambia, prima o poi.
Guardavo la tazza.
Non è smemoratezza. Mi guarda in modo normale, tutto va bene. Ma a volte mi sembra guardi come uno che incontra una sconosciuta e vuole essere gentile.
Nina spezzò un pezzo di torta.
Hai dormito?
Poco.
Ecco. Ti stai logorando. Tornerà tutto normale. Fagli passare una settimana.
Annuii. Magari ha ragione lei.
Ma tornando a casa pensavo ancora al gesto con lorzo. Così piccolo, così senza peso. Eppure, così estraneo a lui che ancora lo sentivo in gola.
Arrivato a casa, era lì. Seduto in cucina con dei fogli, scriveva qualcosa. Misi a bollire il tè, sistemai la spesa. Non alzò lo sguardo.
Ero da Nina.
Mh.
Ti ho portato la torta.
Sollevò gli occhi, la guardò.
Di cosa è?
Di cavolo. La tua preferita.
Non mi piace molto il cavolo.
Posai il sacchetto, piano, lentissima.
Gianni.
Sì?
Da bambino la adoravi, la torta di cavolo. Me lo hai detto tu, tua mamma la faceva sempre.
Mi guardò fisso.
Mia madre la faceva alle mele.
Silenzio.
Sua mamma si chiamava Maria Teresa, è morta dodici anni fa. La conoscevo molto bene. La vedevo cucinare ogni volta, tanti anni fa. Faceva torta di cavolo e uova. Era il suo cavallo di battaglia. Ne andava fiera.
Gianni, Maria Teresa la faceva col cavolo, dissi piano. Me lo ricordo.
Be, magari anche col cavolo. Era tanto tempo fa, rispose scrollando le spalle, tornando alle carte.
Andai in soggiorno. Mi misi alla finestra. Guardavo la strada, le macchine, la solita strada autunnale.
Maria Teresa faceva la torta di cavolo. Ricordo il profumo, la cucina piccola, la cerata a fiori sul tavolo. Era un racconto ricorrente suo. Amava ricordare quei dettagli.
Presi il cellulare e chiamai sua sorella. Valeria, vive a Brescia, con Gianni non è mai stata legatissima, ma ci sentiamo. Chiamai.
Annina! sempre allegra, calda. Tutto bene da voi?
Tutto bene. Volevo chiederti una cosa: ti ricordi la torta che faceva vostra mamma?
Attimo di silenzio.
Eh, certo, quella di cavolo e uova. Perché?
Così, cercavo la ricetta. Grazie.
Riposi il telefono. Gambe di ovatta. Sciocco: gambe molli per una torta di cavolo, assurdo. Ma restavo immobile.
Forse memoria. Forse problemi neurologici. Bisogna portarlo dal medico. Bisogna parlargli.
A cena chiesi:
Gianni, mal di testa ultimamente?
No.
Dormi bene?
Sì.
Non vuoi fare una visita?
Appoggiò la forchetta.
Perché?
Solo per precauzione. Pressione, controllo.
La misuro io. Va bene.
Mi preoccupo, tutto qui.
Guardò a lungo.
Pensi che abbia qualcosa che non va?
Mi preoccupo, solo questo.
Anna, sto bene. Basta.
Riprese la forchetta. Quando chiudeva così, la discussione non proseguiva mai. Sapeva chiudere la porta del discorso senza alzare la voce, solo segnando il confine. Di solito mi bastava.
Ma ora lo guardavo mangiare, la postura, i dettagli: tiene la forchetta nella destra, bene, è destrimano. Sempre stato così. Forse la schiena meno diritta. O sono io?
Sistemai i piatti, poi andai in bagno. Davanti allo specchio. Vedevo una donna stanca, i capelli corti, grigi, le rughe agli occhi che Gianni chiamava di chi ride tanto. Pensai: stai esagerando, Anna, non ricordi più nemmeno tu come tiene la forchetta. Ti sei spaventata. Capita. Le persone cambiano, dopo cose che non vediamo.
Mi lavai e mi misi a letto.
Nel cuore della notte mi svegliò il silenzio. Nessun suono, nessuno accanto. Allungai la mano: il suo posto, freddo.
Mi alzai. In cucina la luce era accesa. Era al tavolo, scriveva in un blocchetto. Scriveva a mano, cosa già strana, perché non usava mai la penna, da anni ormai.
Gianni?
Alzò lo sguardo. Tranquillo, non sorpreso, quasi come aspettasse.
Non dormo, disse.
Che scrivi?
Pensieri.
Posso vedere?
Pausa.
Sono cose private.
Lo fissai. Restò calmo.
Mai aveva risposto così. In diciassette anni potevo chiedergli qualunque cosa. Certo, i nostri spazi li aveva, ma mai con questa intonazione.
Va bene, dissi, e tornai a dormire.
Sentii che scriveva ancora, spense silenzioso, rientrò. Poi dormì, ma non subito.
Al mattino sul tavolo il blocchetto non cera.
Lo cercai. Non so perché, ma cercai. Controllai i cassetti della cucina, niente. Nel suo comodino (mai fatto prima), quasi vuoto: occhiali vecchi, una moneta, biglietti. Blocco sparito.
Lo portò con sé.
Andai a lavorare. In biblioteca cè sempre quiete, odore di carta vecchia, e questo consola. Sistemavo i libri, rispondevo alle domande di Lisa, la nuova ragazza, la aiutavo con gli archivi. Un giorno normale.
In pausa pranzo pensavo a come ci si accorge che una persona è cambiata. Non solo in piccolo o per letà, ma davvero, nella sostanza. Cosè, quando conosci una persona da diciassette anni, ne conosci la risata, le paure, i gusti, e poi qualcosa in lui si sposta, e non sai dove.
Si chiama sostituzione psicologica, mi tornò il termine. Letto da qualche parte. Quando ti sembra che la persona cara sia stata cambiata da un estraneo. A volte è sintomo di un problema medico, o magari solo la vita. Le crisi del dopocinquantanni non sono rare: i figli vanno via, il lavoro è finito o quasi, resti in due e ti chiedi: chi ho davanti a me?
Ma io conoscevo Gianni. Su questo ero sicura.
A sera fu a casa prima di me. Lo trovai in cucina, fissava la finestra.
Che stai facendo, Gianni?
Guardo.
Cosa?
Guardo e basta.
Da lui era strano. Non stava mai fermo a guardare, era uno pratico, che se restava fermo pensava ad alta voce, oppure scarabocchiava. Così, no.
Comè andata oggi?
Bene. Lezioni solite.
Gli studenti?
Sì, quelli.
Prelevai il pollo dal frigo, iniziai a prepararlo.
Gianni, raccontami qualcosa di Modena, dissi senza voltarmi.
Cosa?
Qualsiasi cosa. Dove hai alloggiato, che hai visto. Sei stato via una settimana.
Una pausa.
In albergo. Ordinario. Il congresso era nella sala del politecnico. Siamo andati a vedere un nuovo cantiere come esempio. Tutto lì.
Cerano colleghi conosciuti?
Sì.
Chi?
Non rispondeva. Mi girai. Guardava altrove.
Del nostro istituto, due. E di altre città.
Cera Romano Galli? (Romano Galli, responsabile. Lavorava con lui da tre anni. Andavano a pesca assieme ogni estate.)
Romano? No, stavolta niente.
Eppure di solito va sempre.
Non questa volta.
Mi girai a cucinare. Va bene, magari non cera.
Ma la notte, quando Gianni dormiva, scrissi un messaggio a Marta, moglie di Romano. Non siamo amiche, ma ho il numero. Gentile: Ciao Marta, come sta Romano, tutto bene rientrato da Modena?
Rispose in pochi minuti: Tutto bene Anna, Romano a Modena? No, non cè stato, questanno non lhanno invitato. Perché?
Nulla, ho sbagliato io, replicai rapida.
Riposi il telefono. Gianni non sa se Romano era in viaggio. Il suo collega, lamico di pesca.
O lo sa e mente. Ma perché?
Frullai con la testa mille ipotesi. Forse lite, forse un fatto personale, magari nega per vergogna o per privacy. O non è stato a Modena affatto. Magari la settimana lha passata altrove.
Stop. Sto esagerando. È la paranoia che cresce.
Eppure, il pensiero restava.
Mercoledì proposi di comprare tende nuove: Andiamo da Casa Perfetta, è da un po che manchiamo. Gianni di solito si stancava tantissimo in quel negozio, insisteva prendi quelle che vuoi, poi si finiva in un bar allangolo, prendendo panzerotti: un nostro rito.
Andiamo oggi?
Dove?
Da Casa Perfetta. Serve cambiare le tende.
Queste vanno ancora bene.
Sono vecchie.
Scrollò le spalle.
Va bene.
Ci andammo. Io allungai la scelta, girando tra i tessuti, chiedendo pareri. Lui rispondeva distratto. Poi:
Prendiamo panzerotti dopo?
Dove?
Nel bar qui accanto, sempre quello.
Non lo conosco.
Sorrisi. Di proposito.
Te lo ricordo io.
Uscimmo, feci il giro, e davanti a una piccola paninoteca con linsegna gialla, dove da ventanni vendono panzerotti caldi, mi fermai.
Vedi?
Guarda il bar.
Ah, dice lui. Non ci avevo mai fatto caso.
Prendemmo i panzerotti. Mangia quieto, guarda le persone, chiede se ho freddo, normale. Tutto ordinario.
Solo una volta lancia unocchiata lunga allinsegna. Come se volesse ricordare. O memorizzare.
Gianni, chiedo piano. Ti ricordi di me?
Mi guarda, stupito.
Cosa intendi? Sei Anna, mia moglie.
Lo so, sono Anna. Intendo noi due. Il passato.
Che succede, Anna?
Niente. Solo che ultimamente sei diverso.
Tutti cambiano.
Ma tu hai detto proprio queste parole, come ho pensato io giorni fa. E hai sempre detto il contrario.
Tace. Mastica il panzerotto.
Forse cambio anchio, dice.
A casa in tram fisso il vetro. Fa paura non riconoscere chi si ha accanto. Succede. E spesso cè di mezzo qualcosa che non si dice.
La mattina, quando va a lezione, entro nel suo studio. Una stanza minuscola che chiamavamo studio ma è un angolo conquistato dopo una piccola ristrutturazione. Cè la scrivania, lo scaffale, libri, faldoni.
Non voglio frugare. Non davvero. Ma apro il cassetto.
Il blocchetto.
Lo apro. Prime pagine vuote. Poi, al centro, scritte fitte e precise. Non la sua grafia. Gianni scrive grande, confuso, io sorrido sempre che pare un medico. Questo invece piccolo, regolare, ordinato.
Leggo.
Solo elenchi. Anna. Moglie. 58 anni. Lavora in biblioteca. Figlia Chiara, Milano. Caffè, zucchero no. Vuole tendaggi nuovi. Amica Nina, poliambulatorio. Poi: Torta di cavolo, dice che mi piace. Parco Ducale la domenica. Spaniel, nome Bice, scherzo familiare. Ancora: Madre Maria Teresa, cavolo o mela? Verificare.
Mi manca laria.
Sono appunti di chi studia la vita di qualcun altro. Prende appunti, memorizza dettagli per non sbagliare.
Richiudo il blocchetto, lo rimetto. Cammino lento fino in cucina, bevo un sorso dacqua. E di nuovo.
I pensieri sono chiari, impietriti, come spesso quando la paura è troppa.
Chi è questuomo.
Vive a casa mia da una settimana. Ha il volto di Gianni, la voce di Gianni. Sa che mi chiamo Anna, che abbiamo Chiara, che bevo il caffè senza zucchero. Ma appunta tutto. Ci studia.
Chiamo in scuola che sto male, prendo un giorno di malattia. Mi siedo in poltrona, resto immobile.
Amnesia. Disturbo dissociativo, cè in psichiatria: uno perde una parte di sé e tenta di raccoglierne i pezzi. Deve essere successo qualcosa che non so. Forse a Modena. O altrove. Può succedere. Sarebbe una spiegazione plausibile.
Ma la grafia? Questa non la spiega.
Non mi sono mai preoccupata della scrittura degli altri. Ma quella di Gianni sì. La vedevo ogni settimana, sulle liste della spesa, i biglietti, auguri. Inconfondibile. Quella nel blocco era distante anni luce.
Stop. Le persone cambiano anche scrittura. Succede dopo un ictus, ma allora ci sarebbero altri sintomi, cadute, difficoltà, bisogno daiuto
Mi massaggio la faccia.
Lui rientra alle sette. Ho preparato cena, la tavola è pronta. Non so perché, ma sembra giusto così.
Sei stanca? mi chiede vedendomi. Non sei andata in biblioteca.
Mal di testa, ora passa.
Annuisce, posa la borsa, va in bagno. Una sera come sempre.
A tavola lo fissavo, riflettendo su cosa significhi la scomparsa di una persona a te cara. Non fisica. Ma interna. Una presenza svuotata, dove manca qualcosa di irripetibile.
Gianni, dico.
Mh?
Raccontami qualcosa di noi. Di come ci siamo conosciuti.
Sollevò gli occhi, senza fretta.
A cosa serve?
Solo per sentirtelo dire.
Appoggiò la forchetta, rifletté.
Tramite amici, disse. A una festa di compleanno. Avevi un vestito blu.
Aspettavo. Era vero, esattamente così: era la festa di Serena Moretti il ventitré settembre novantasette. Fin qui tutto giusto.
Poi ci siamo rivisti ancora alcune volte, proseguì. E abbiamo iniziato a frequentarci.
Pausa.
Poi basta, concluse.
Lo fissai.
E poi?
Ci siamo sposati. È nata Chiara. Abbiamo comprato questa casa.
Gianni, quando mi chiesi di sposarti, dove andammo?
Anna
Dimmi dove.
Tace a lungo.
Non ricordo i dettagli, dice infine. È passato tanto tempo.
Eri tu a dire che la ricordavi minuto per minuto. Lo raccontavi sempre davanti a tutti, alla nostra festa dargento.
Silenzio.
Gianni, dove eravamo quel giorno?
Mi scruta. Silenzio, niente rabbia, né disagio. Qualcosa di diverso, come calcolo. O stanchezza.
Anna, mormora. Non so come risponderti.
È una risposta sincera?
La più sincera che ho.
Fuori pioveva. Pioggia autunnale sulla città. Sentivo lo scrosciare sottile e continuo.
Che faccio con questo, secondo te? domandai al nulla.
Non lo so, rispose. Era la verità.
Mi alzai, versai il caffè. Senza zucchero. Mi avvicinai alla finestra, guardai la strada.
Dietro, sentii che anche lui si alzava e mi raggiungeva, fermandosi a un passo.
Anna.
Sì?
Ricordo la tua voce. Dallinizio, come parli. Le sfumature. Questo lo ricordo.
Non mi voltai.
È poco.
Lo so.
La pioggia continuava. Un clacson, poi silenzio.
Ho bisogno di tempo, dissi infine.
Va bene.
Non so che succederà.
Capisco.
Mi voltai per un istante: mi guardava come se non sapesse cosa aggiungere. O sapesse, ma non osava.
Dimmi: vuoi restare qui?
Tace per alcuni secondi. La pioggia scrosciante.
Sì. Voglio restare.
Lo guardavo. Un uomo con il volto di Gianni, ma che appunta la mia vita su un blocchetto, non ricorda certi dettagli, cambia calligrafia eppure tiene la tazza in mano come Gianni.
Allora vai a comprare il pane, dissi. Quello grigio, dal Pini allangolo di via del Pioppo.
Annuisce. Prende il giubbotto. Arriva alla porta.
Anna.
Sì?
Del fiume, ce lo racconti poi?
Ci penso a lungo.
Vedremo.
La porta si chiude. Restai, tazza in mano, a sentire i suoi passi sulle scale. Quarto piano, sedici scalini. Li ho sempre contati.
Sedici.
Lo vidi dal portone: girò a destra, verso il negozio.
Tenevo la tazza e nella testa sentivo solo un silenzio che, dopo le troppe domande, non era ancora pace, ma almeno verità che resta.
Vibro il telefono. Nina.
Anna, come va?
Non lo so.
Ne avete parlato?
Sì.
E?
Fisso la finestra. Langolo della via, già vuoto.
Nina, tu potresti vivere con uno che non ricorda chi è?
Pausa.
Te lo ha detto lui?
Più o meno.
Senti, Anna, bisogna andare dal medico. Sul serio. Non risolvete in cucina.
Lo so.
Che fai ora?
Non so. È andato per il pane.
Pane?
Quello grigio. Da Pini.
Un attimo di silenzio.
Mi fai paura, Anna.
Vado, Nina. Ti chiamo poi.
Poggiavo la tazza. Era ormai tiepida, ma ancora buona.
Sedici gradini. Li conto sempre.
Dopo venti minuti il portone sbatté. Passi sulle scale. Sedici gradini.
Non mi mossi.
La chiave in serratura. Portone che si apre.
Ecco, disse dal corridoio. Quello grigio. Lultimo che cera.
Mi girai. Era lì, pane in mano, bagnato di pioggia, i capelli appiccicati.
Mettilo sul tavolo, dissi.
Posò il pane.
Ci fissammo.
Vuoi il tè? domandai.
Sì, grazie.
Misi lacqua. Si tolse la giacca, la appese. Si sedette. Io, di spalle, sentivo il suo silenzio. Non pesante. Solo silenzio.
Anna, disse piano. Poi mi racconti del fiume?
Lacqua iniziava a bollire. Piano, poi sempre più.
Restai immobile.
Non adesso, risposi infine. Più avanti, magari.
Va bene.
Lacqua era ormai sul punto.






