Libro Incompiuto
Ecco, Gianna, io vado! Non scendere, eh. Rientro tardi! Preparami per domani la camicia e i pantaloni blu, mi raccomando! Ricordati la lavanderia! urlò Vittorio dallingresso, infilò il trench, si fermò a studiarsi nello specchio con aria critica, afferrò il borsalino e sbatté la porta dietro di sé.
La botta fu tale che la finestrella del corridoio vibrò tutta.
Che spifferi pensò Gianna Maria, spense lacqua, si pulì le mani sul grembiule e sbirciò dalla cucina. Tutto come sempre: il corridoio illuminato, le foto di famiglia alle pareti, carta da parati a righe allegrissime due larghe, due sottili, un azzurro tenero , il cappottino di Gianna ben appeso. E poi…
Gianna Maria aggrottò le sopracciglia.
Un pacchetto! Il marito aveva dimenticato il pacchetto, e dentro cerano i panzerotti! Gianna si era alzata prima dellalba per prepararli, con la cicoria e luovo, come piacciono tanto a Vittorio. Fatti apposta per oggi, tanto più che Vittorio aveva un sopralluogo lontano, e lì certo non si mangia bene. Il cibo di casa è sempre unaltra cosa!
Si tolse rapida il grembiule, si risistemò i capelli, e così comera abito semplice, maniche a palloncino e una macchiolina di caffè sullorlo , afferrò il pacchetto tiepido, lo tenne stretto al petto come se fosse un neonato, e filò di corsa giù dalle scale. Meno male che ebbe il buon senso di prendere le chiavi, sennò poi restava chiusa fuori, Dio non voglia! Corse giù appoggiandosi al corrimano lucido e verniciato, che scendeva serpeggiando: quarto piano, terzo, secondo
Avrebbe potuto, come fanno molte altre mogli italiane, semplicemente gridare dalla finestra quando lui usciva dal portone, ma no, gridare non le pareva elegante. Meglio portare lei il pacchetto, e intanto salutare come si deve, offrendo la guancia a Vittorio per il suo solito bacio rapido, il cenno col capo, è ora.
Correndo così si sentì il fiato corto, schizzò giù nel cortile sbattendo la porta contro il muro, manco avesse ventanni, e invece di anni ne aveva ormai quarantanove, e correre, diciamolo, non era proprio una passeggiata.
Scrutò il cortile, cercando la sagoma familiare: impermeabile color asfalto, borsalino chiaro.
Vittorio aveva una passione esagerata per i trench mai abbottonati, che si aprissero al vento come ali e per i cappelli. Ne aveva una collezione: uno per ogni stagione. Gianna li teneva puliti, li sistemava, ne comprava di nuovi, insomma: ci teneva.
Il cappello fa stile! protestava Vittorio ogni volta che il figlio Marco chiamato così per il nonno lo prendeva un po in giro. Voi giovani non potete capire, siete tutti sintetico e cuoio finto!
Ma dovè finito Vittorio?
Eccolo lì, che esce già dal portone, pronto a gettarsi nella confusione assolata della via. Se Gianna non si sbriga, lui prende lautobus e ciao…
Gianna si lanciò sullasfalto, salutando col capo le signore del cortile, sedute sulle panchine coi filati in mano e le giacche in lana. La seguivano con lo sguardo, come a godersi quel suo coraggio, quellamore di moglie esempio.
Cosa succede? chiese la signora Carmela alla schiena esile di Gianna.
Pranzo! Vittorio sè scordato i panzerotti! urlò Gianna scappando via.
Carmela annuì soddisfatta, sorridendo: i panzerotti vanno sempre bene, e anche lamore non guasta. Ottimo così!
Gianna uscì dal cancello di corsa, pronta a gridare il marito, ma Si fermò di colpo, abbassò le spalle, intristita, come se avessero spento il sole e fosse improvvisamente arrivato il buio. Sentì girare la testa e si appoggiò alla grondaia.
Vittorio era lì, di lato alla fermata del bus, col braccio infilato in quello di una giovane tutta curve. Lei rideva, faceva la civetta, e lui la guardava dallalto con quegli occhioni da finto svampito. Poi quella, di colpo, lo respinse seccata, lo guardò con disprezzo, e lui Lui si chinò tutto umiliato, le afferrò la mano, provò pure a baciarla. Ma la signorina si scostò con una smorfia, manco gli avesse mollato uno schiaffo. Vittorio si raddrizzò, forse furibondo così pensò Gianna , ma dopo un attimo tornò a scodinzolare, le accarezzò la schiena, frugò in tasca e le offrì una caramella. Quella ridacchiò, tutta finta, aprì la boccuccia: Dai, offrimi pure.
A Gianna venne la nausea. Santo cielo! Vittorio, uomo rispettabile, quasi anziano, che si umilia così davanti a una ragazzina! Ma non si vergogna?
Quella vestiva un abito estivo, blu a pois bianchi tanto piccoli che sembravano pure troppi , capelli acconciati con un nastro in tinta, sandaletti ai piedi.
Lo sguardo di Gianna vagava sul corpo di lei, e ormai non sapeva più cosa farne, di quei panzerotti stupidi e della vita intera…
Arrivò il bus, la folla ci si rovesciò dentro. Vittorio aiutò la signorina pois a salire, le porte si chiusero.
Quando il bus si fu mosso appena, Gianna ebbe la sensazione che il marito la guardasse, proprio lei, Gianna. Si sentì improvvisamente sciocca nel suo vestito da casa, tra ciabatte consunte e quel sacchetto di panzerotti che le pesava in mano.
Gianna Maria si girò di scatto, tornò indietro, attraversò il cortile tra le chiacchiere delle vicine sbottonate ormai nelle canotte, evitando per un soffio la signora Carmela vicino alla peonia.
E allora, Gianna? Niente da fare? domandò Carmela, togliendo la sigaretta di bocca e indicando il pacchetto.
Aveva detto apposta il pentolino, per sentirsi con la coscienza in regola: a lei, sotto sotto, non piaceva proprio che Gianna si prodigasse tanto per il marito; troppo zucchero, troppo latte caldo, troppo.
Eh, niente da fare, sospirò Gianna distratta.
Peccato. Andranno sprecati, eh? riprese Carmela. Ti mando Pasquale. Sei in casa oggi?
Gianna fece un cenno poco convinto.
Bene, almeno lui ne mangia. Io i panzerotti li odio, e accendere il forno men che meno. Aspetta e vedrai.
Dimprovviso Carmela si raddrizzò, strinse gli occhi e si mise a urlare contro un trattore che entrava nel cortile.
Fuori! Uscite, bestie! Non mi rovinate di nuovo le petunie che ho piantato! Dai, gira, gira la bestiaccia! si arrabbiava con lautista, ma Gianna ormai non la ascoltava più.
Tornò dentro, affondando nella frescura dellandrone. I suoi passi piccoli risuonavano sulle scale di marmo; un singhiozzo si confuse con il cigolio delle porte, e in casa calò il silenzio.
Basta. Questo era un BASTA. Fine della famiglia, fine del calduccio, fine della fiducia, fine del credere nelle persone. Anzi, persone è un termine troppo ampio. Il marito, lui sì, era una certezza: quellunico a cui la Gianna era stata affidata come dono prezioso, a cui spettava proteggerla e amarla. E adesso? E mo come si fa?
Gianna crollò sulla sedia dellingresso, i panzerotti rotolarono fuori dal sacchetto. Il gatto Ciro si avvicinò, le si strofinò sulle gambe e si mise a miagolare, reclamando cibo. Ma Gianna non sentiva, non vedeva. Era ancora là fuori, davanti alla grondaia, a fissare il vestito a pois blu e la sua padrona. E Vittorio. Piangeva lacrime amare, così amare che quasi ci trovava gusto: non più la schiena dritta, non più la moglie perfetta. Per una volta, si abbandonava a compatirsi, caricando il dolore come una coperta calda…
Quanto tempo restò lì? Non si sa, finché qualcuno non spinse la porta. Ciro scattò via, agile e fifone.
La porta non era chiusa a chiave: nella fessura spuntò la testona di Pasquale, marito di Carmela. Naso importante, guance segnate, labbra piene, ricci unticci, collo rosso: nulla di raffinato in lui, anzi, in quel condominio costava anche solo salutarlo di buon cuore. Ma Pasquale era dei nostri un intellettuale, solo un po svitato, come diceva sempre Vittorio.
Lui è un artista, Gianna, scuoteva le mani direttore di galleria! Un attimo geniale, un attimo folle. Se no, che artista sarebbe?
Gianna si asciugò il viso, guardò in su, quegli occhi chiari e grandi davanti a lei. Pensò che, se non avesse fatto lartista, quel viso sarebbe finito a reggere la parrocchia in qualche chiesa minuscola.
Pasquale, è lei? chiese confusa.
E chi vuoi che sia? rispose con naturalezza Pasquale, squadrandosi Sì, Gianna, sono io. Carmela mi ha detto dei panzerotti avanzati. Sai, in casa siam coi lavori in cucina… mia moglie sta cambiando tutti i mobili… sospirò. Da giorni non mangio come si deve, mi tocca la mensa. E anche lì, tutta roba insipida…
E parve vacillare, i ricci tremavano mentre il suo corpaccione si infilava nellingresso, fermo in un rettangolo di sole giallo miele.
Aspetta, che tolgo le scarpe, si agitò Pasquale, parlandole mezzo in dialetto, Sono tutte bagnate, ho pestato una pozzanghera. Pure le calze devo levare, ecco! giustificò, accennando ai piedi. Gianna abbassò lo sguardo con educazione: piedi grandi, calze da supermercato, con la riga allelastico, anche carine. Solo che… proprio sullalluce cera un bel buco.
Gianna, senza nemmeno accorgersene, stava già portando le scarpe in balcone ad asciugare.
Lasciale lì! sbraitò Pasquale, così Gianna si bloccò titubante.
Ma come, sono bagnate, rischia di prendersi un malanno… sussurrò.
Il mio corpo è il mio, Gianna! Lasciale dove sono! schermì Pasquale, ma intanto la scrutava furbo, scompigliando i ricci.
Ma Gianna le lasciò proprio lì, in bella vista, e cacciò via Ciro. Intanto, Pasquale aveva già invaso la cucina, frugava, sbuffava.
Gianna! Hostess! Un tè, dai! Non bevo un buon tè da secoli, scuro come il miele di castagno, con un filo di limone. Fallo, va’, che oggi sono distrutto… E allungò i piedoni nel corridoio, tanto che Gianna quasi inciampava per passare.
Sì, arrivo… mormorò, attaccò il bollitore sul fornello quasi in automatico. Nella testa, una tormenta. Vittorio Come aveva potuto lasciare la piazza e andare con unaltra proprio sotto casa?
No, ma figurati! Un malinteso, sicuramente! Magari sono colleghi, capita… si disse sola, con la voce di sua mamma. Torna, accoglilo bene, e vedrai che si dimentica quella lì!
Pasquale però si fece serio.
Ma dove vai a servirmi quellacqua dei giorni scorsi? Ne voglio di fresco, altolà! E butta via quella brodaglia lì! afferrò il servizio buono, lo annusò, fece la smorfia No, no, cara, si butta! Solo freschissimo!
Davvero? Ma guarda che è buona, appena fatta questa mattina! si piccò Gianna, poi sospirò e annuì.
Tanto preparare un tè nuovo era il minimo. Ma Vittorio come poteva convivere ancora così con lui?
Il bollitore fischiò, il profumo del tè indiano, con lelefante si spargeva in cucina: leggermente amaro, un pochino acidulo.
O così sì! Ma Gianna, la tazza la voglio bella, quella in porcellana blu cobalto, con la reticella dorata. Da sempre bevo nel servizio buono. Su, porta quella lì, dai! E i panzerotti. Mettimeli sul vassoio, ma non su quello sbeccato! Voglio quello elegante. Nel frattempo, ti do i miei calzini: mettiti a cucirli, Carmela non ne vuole sapere, solo mobili e mobili e a me sta roba qui mi fa male il dito! e si piegò di lato, a mo di comico.
Gianna Maria, persona seria e stimata, ex insegnante, ormai dedita solo alla casa, guardava i calzini con malcelato fastidio. Ma già le mani le andavano a cercare ago e filo.
A quel punto, Pasquale sbatté il pugno sul tavolo, si fece enorme, una montagna scarmigliata e calda.
Ma che fai, Gianna Maria? Ma davvero ti lasci tirare in giro così? Devi farti valere! Tu sei padrona di questa casa, non puoi lasciarmi comandare! Pazzesco! Carmela me lo diceva, ma io non ci credevo tho sempre conosciuta diversa, Gianna! Camminavi, ti seguivano le rondini… Ora invece sembra che ti abbiano usata per fregare il pavimento!
Si agitava, e tutto in cucina tremava. Tazze, teiera, panzerotti traballavano.
Ma dimmi, perché sei venuto qui? Per dirmi questo? Io non voglio sentire! Vittorio era alla fermata con quella! Li ho visti! Correvo solo per dargli i panzerotti e invece… E Gianna si sciolse in lacrime, singhiozzando sulla tovaglia.
Poi tutto tacque. Le tende si fermarono, lorologio si bloccò. Pure i clacson in strada sembravano lontanissimi.
Pasquale sospirò: Ed è per questo che quello sè trovato la tipa nuova. Pensa come sei cambiata! Gli studenti ti correvano dietro, tu dritta come un palo, inscalfibile. Solo a guardarti veniva un caldo… Io stesso, ti confesso, per poco non tradivo la Carmela. Ma adesso? Insegui tuo marito come una mamma pollastra con il pulcino. Vittorio la copertina, il cappellino, non andare a comprare le zucchine che vado io! la imitò Pasquale.
Allinizio Gianna si offese, poi scoppiò a ridere. Perché, in effetti, la voce di Pasquale era proprio la sua.
Sono proprio una chioccia, eh? Sì, non rispondere, so tutto. Ma a me piace occuparmi degli altri! Mi viene spontaneo…
E a forza di curare lui, lhai trasformato in un brodo vegetale! I maschi vogliono passione, mica solo calzini puliti! Dacci un po meno ospitalità, Gianna Maria! Marco se nè andato e tu scarichi su Vittorio la voglia di far la madre. Così lui cerca energia altrove! Capisci?
Gianna non capiva più nulla. Lei aveva lasciato la scuola per star dietro alla famiglia, niente più correzioni di compiti, niente stress, solo casa e ordine. Gli ultimi alunni privati li aveva lasciati perché Vittorio, con una polmonite, non sopportava più quel via vai. Poi anche la pittura era finita in solaio, perché a Vittorio lolio di lino faceva venire il mal di testa. Tele via, pennelli via, olio nella spazzatura.
E così, ti sei annullata, Gianna Maria! rise alla sua immagine riflessa nel mobile della sala.
Manicure? Quando mai, tra minestroni e polpette?
Vestiti nuovi? Tanto non escono da nessuna parte…
Tacchi? Ma dove vai così? Hai già le vene come un prato di lumache! sbuffò una volta Vittorio, e addio tacchi.
Le amiche ormai rare, Marco si faceva vivo una volta al mese, giusto per il pranzo e i soliti pacchetti.
Fine. Basta. End of story.
Dai, Gianna, non abbatterti! Torna a vivere che sei ancora giovane, cavolo! Sei ancora una rosa, una giglietta! Risolleva la testa, o tuo marito continuerà a scorrazzare per i bus con le ragazzine! concluse solenne Pasquale, batté il dito sul tavolo e disse E i tuoi panzerotti, Gianna, sono da urlo! Ai miei tempi ti avrei fatto la corte! Ma sul serio!
Uscì, e Gianna rimase…
Vittorio tornò a casa tardi, un po brillo e un po spettinato. Puzzava di profumo e grappa.
La conferenza si è allungata, dalla porta passò Gianna la valigetta, facendo una smorfia per la schiena dolente. Fammi un tè. E patate, con un goccetto. Che stai lì così? Scostati che passo, eh?
Gianna la valigetta non la prese nemmeno, e gli chiese di spostarsi, perché doveva mettere via la sua.
Dove vai? Ma che succede, tesoro? chiese Vittorio, vedendo la moglie: capelli raccolti a conchiglia, orecchini, abito color sabbia, sandaletti ai piedi, e una piega sul viso nuova.
Vado via per lavoro. Te la cavi da solo. Con o senza goccetto, arrangiati, disse Gianna con unalzata di spalle.
E le patate? E la camicia? esclamò lui, quasi severo.
Lei stava quasi per cedere, andava a stirare la camicia, ma poi fece un gesto ampio con la mano.
Fai tu. O chiama quella che vuoi. A me non interessa più, Vittorio. Se state bene insieme, buon per voi. Addio!
E volò fuori casa, impacciata un attimo per la maniglia, ma già i tacchi risuonavano nella scala, labito elegante spariva nella penombra, un taxi rumoroso la portava via.
Vittorio si precipitò alluscita delle scale, chiamò, ma solo un dolore alla schiena lo piegò, le lacrime gli offuscarono la vista.
Giaaannaa rantolò
Dove sei, Gianna?… Adesso una bella pomata, una carezza, una sciarpa ruvida Solo Gianna sapeva farlo, nessuna come lei.
…Fausta? Sei tu? gemette al telefono Vittorio. Sì, lo so che non bisogna chiamare, ma Fausta, la schiena! Mi serve un massaggino E qualcosa da mangiare Non ce la faccio nemmeno ad alzarmi, Fausta! Dai, non ci sono mai stato un estraneo per te, vero?… Come? Ah Sì, sì, ho sbagliato numero Va bene, arrivederci
La cornetta rimase muta, poi solo toni a vuoto. Fausta non veniva, non massaggiava, non stirava camicie, non rispondeva nemmeno. Lei era troppo orgogliosa. Non era Gianna, no. Altro che Gianna. Disastro…
Trascinatosi in cucina, vide i panzerotti freddi sul piatto, si lasciò sfuggire un lamento. Una catastrofe, non altro. E l’aveva fatta tutta lui.
Il giorno dopo Gianna tornò, con un dottore e un mazzo di rose. Se lera comprato da sola, lo piazzava nella cristalliera. Profumava di buono e un filo di sigaretta. Sì, ogni tanto Gianna fumava, quando era troppo scossa.
Aspetti, dottore, non ancora liniezione fermò la mano con la siringa.
Il marito gemette, la schiena gli faceva male.
Cosa cè? domandò il medico.
Un attimo. Vittorio, cosa le hai promesso? Quella là non ti frequenta mica per niente, e tu sei già un po attempato! chiese Gianna china sulla faccia madida di sudore.
Ma non sono vecchio! Sono cominciò lui.
La pensione, completò il dottore. Su, che le hai promesso? Parla o io me ne vado!
Un posto, e un incarico. Ma non avrà nulla! Nulla! Ho sbagliato, Gianna, ho fatto male! Solo tu, solo tu! Perdonami! Lei non avrà niente!
Invece avrà tutto. Luomo che sei deve mantenere la parola data. Quella ragazza avrà il posto e la qualifica, così non si sentirà mortificata. E tu, Vittorio, lasci lufficio. Non so dove andrai, arrangiati! Ah, e la settimana prossima torno a lavorare. Il ferro da stiro è in dispensa, le camicie da lavare. Se non ti piace? Divorziami. Capito tutto?
Vittorio sbuffò, si asciugò la fronte, annuì. Il dolore alla schiena quasi gli fece vedere le stelle. Gianna non era da sola, il dottore la spalleggiava, Pasquale stava in corridoio dicendo parole di conforto, di lì a poco ci mancava solo arrivasse Carmela e lumiliazione sarebbe stata completa!
Ho capito. Fate liniezione, aguzzini! O qui ci muoio sospirò.
Gianna annuì soddisfatta. E il medico operò…
Fausta era raggiante. Anzi, quasi svolazzava. La tesi preparata in quattro giorni aveva preso un 110 e lode, posto sicuro, stipendio buono. Tutto grazie a quel dolce, sciocco vecchietto di Vittorio.
Fausta neppure lo salutava più. Occhi bassi, via di corsa. Tanto sua moglie aveva lasciato intendere che la qualifica gliela potevano anche levare. E il posto in ufficio non è eterno! Troverà sicuramente di meglio.
Vittorio si licenziò. Tutti increduli: ma come, lasci un posto così? Silenzio. Solo una volta accennò: Ho dato la parola. A chi e perché, non disse.
Alladdio, banchetto come si deve: moglie in abito elegante, bracciale di famiglia, ballarono un tango che a Fausta Vittorio non aveva mai dedicato. E il modo in cui guardava Gianna Mai uno sguardo simile aveva toccato Fausta. Ma perché? Cosa aveva questa Gianna Maria?
Aveva tutto. Era lei lossigeno di cui Vittorio aveva sempre vissuto. Finché cè aria non la noti. Quando rimani senza, capisci coshai perso. Non era questione di schiena o carezze calde. Gianna restava il libro ancora da finire, il romanzo misterioso, dolce e pungente come una fragola di luglio sotto il sole, come quando ne offriva una alla sua giovane sposa sul lungomare. E quel libro, per fortuna, non avrebbe mai finito di leggerlo.
Fausta, invece, doveva ancora crescere. O trovare il suo lettore. Vedremo cosa le riserverà la vitaQuella sera, il libro interminabile rimase aperto sul tavolo, tra le tazze da tè e i ritagli di una giornata troppo piena di verità. Fuori, le luci delle finestre brulicavano di segni di vita, e in cucina la radio trasmetteva una vecchia canzone stonata.
Gianna, seduta alla finestra, si lasciò accarezzare dal vento che portava il profumo della cicoria e un vago sentore di mare: quello dei suoi diciottanni, delle corse in spiaggia e delle speranze sempre un po troppo grandi per le mani che le stringevano. Raccolse tra le dita una fragola, la spezzò a metà: una per sé, una per il domani.
Non era un addio non lo sarebbe mai stato, con Vittorio, con la casa che aveva cucito giorno dopo giorno, con le risate dei figli andati lontano che restavano imprigionate fra le fotografie. Era solo una pagina che si voltava, lenta, e prometteva altro. Una promessa che sapeva di luce nuova e di caffè amaro, di passi sincopati sulla soglia, di sogni rimessi nel cassetto e adesso, chissà, disposti a uscire per farsi vivere davvero.
Sorrise, scostando la tenda, e vide Vittorio, al di là della stanza, alle prese con il ferro da stiro, impacciato, ma testardo, mentre Ciro osservava giudice e curioso. Non cerano più scuse. Le parole forse si erano seccate, ma bastava poco: il tintinnio del cucchiaino sulla tazza, il profumo dei panzerotti condivisi, una risata di Pasquale dalla finestra accanto come a dire che la vita scorre, sorprende, ma non finisce mai di inventare.
Gianna chiuse il libro incompiuto in un cassetto, si passò una mano fra i capelli e decise: domani avrebbe comprato una tela, magari anche i tacchi nuovi. E, per la prima volta dopo tanto tempo, spalancò la finestra, respirò forte e lasciò entrare tutto il futuro che cera.
Non era una fine. Era, finalmente, un nuovo inizio.






