E perché sei venuta da me, mamma? Hai sempre aiutato Rosa, quindi ora vai da lei a chiedere aiuto! esordì mio figlio. Carlo nemmeno si degnò di invitarmi a entrare, parlava con me sulla soglia e le sue parole erano fredde come un sorbetto alla menta, mentre lo sguardo era quello di un impiegato delle poste davanti a una raccomandata persa.
Figlio mio, davvero non fai entrare la tua mamma in casa? mi scapparono le lacrime, come daltronde ogni volta che guardo i vecchi film con Alberto Sordi.
Carlo, imperturbabile, stava già per chiudermi la porta in faccia, ma proprio in quel momento una voce familiare ruppe il silenzio.
Carlo, con chi parli? domandò Giulia, mia nuora, arrotolando per abitudine una ciocca di capelli mentre appariva nel corridoio.
Mamma? Siete voi? chiese stupita. Ma perché state lì al freddo? Su, entrate in casa, che fuori sembra uno spot dellAmaro Lucano!
Carlo alzò le spalle, fece una smorfia e se ne andò, mentre io mi spiccavo le scarpe con più entusiasmo di una signora davanti allultima offerta del supermercato. Ero quasi commossa: pensavo davvero che mia nuora mi avesse aperto solo per gentilezza, e invece aveva pure laria di essere contenta.
Non posso negarlo: davanti a mio figlio ho le mie colpe, lho capito solo col tempo. Ho due figli, Carlo e Rosa. E, come spesso succede nelle migliori serie italiane, ho passato la vita a sostenere Rosa, dimenticandomi un po (tanto) di Carlo.
Pensavo che non avesse bisogno di me, che ce la cavasse benissimo da solo, come il sugo senza dado. Mi sbagliavo: se Carlo è diventato quello che è, è proprio perché voleva dimostrare che poteva farcela senza il mio aiuto e senza i miei soldi.
Soldi che cerano eccome se cerano. Da ventanni infatti sono una emigrata, e con quei risparmi ho aiutato solo Rosa. Errore monumentale, come scambiare sale e zucchero in una ciambella: lei non solo non ha mai apprezzato, ma nel momento peggiore mi ha pure voltato le spalle.
Me ne andai in Italia quando Carlo aveva 18 anni e Rosa 16. Con me solo la valigia e la speranza, perché il marito ci aveva lasciate appena cotti, stile pasta scolata troppo presto. Mia madre badava ai ragazzi mentre io tentavo fortuna come collaboratrice domestica: era lunico modo per uscire dalla povertà.
I primi euro guadagnati li ho investiti nella casa: avevamo lacqua, i termosifoni, tutto il lusso di un piccolo paese del Sud Italia. Mia madre era finalmente felice: sembrava il Ferragosto tutto lanno.
Poi Rosa, a 19 anni, annuncia che si sposa. Secondo me era presto, ma sapete come sono i figli: se li contraddici, diventi la nemica della nazione. Lo sposo, uno del paese, si trasferisce da noi. Da qui, la guerra dei Montecchi e Capuleti nostrana: Carlo mal sopportava il cognato e, poco dopo, si fidanza con Giulia, una ragazza cresciuta in orfanotrofio, senza un soldo in tasca. Lo Stato le aveva dato una stanzetta in un residence, ed è lì che andarono a vivere.
Rosa, invece, era molto pragmatica:
Mamma, io sono rimasta a casa, quindi i soldi spettano a me.
Carlo non chiedeva nulla, non mi parlava di soldi, e a me andava. Quello che guadagnavo lo spedivo a Rosa, che li spendeva come meglio credeva. Carlo si arrangiava, portava la famiglia avanti come un vero italiano.
Poi le cose hanno preso una piega degna di una telenovela: mia madre se nè andata e subito dopo Rosa ha deciso di divorziare. Quando le ho chiesto cosa avrebbe fatto, me lo ha comunicato con il tono di chi ordina un caffè:
Vengo in Italia con te.
E così siamo partite insieme per il Bel Paese, ma la fatica a Rosa non piaceva per niente. Faceva le pulizie solo il minimo indispensabile, i suoi soldi finivano tutti tra affitti e cene veloci. Io lavoravo come domestica fissa e quindi risparmiavo su tutto. Peccato che lo stipendio, mille euro tirate come la pasta per le lasagne, finiva diritto nelle sue mani: aveva deciso che dovevamo comprare una casa in Italia.
Tornare in patria? Non ci pensava neanche. La sua brillante idea era vendere la nostra casa al paese per fare più in fretta. Così mi convinse, e ovviamente i soldi non bastarono. Arrivò a voler fare anche un mutuo, ma poi si risposò con uno che aggiunse il necessario, e si trasferirono in un mini appartamento bello stretto, quanto basta per litigare in stereo.
Io, assorbita dal lavoro, non pensavo mai al futuro. Ma il futuro, arrogante come il traffico di Roma, è arrivato lo stesso: mi sono ammalata e non potevo più lavorare. Chiesi a Rosa di vivere con lei, come avevamo tanto sognato, ma mi liquidò subito:
Qui non cè spazio, rimettiti e torna a lavorare.
Non potevo crederci. Così sono tornata ma ormai casa mia non cera più, lavevamo venduta! Rimaneva solo il terreno, quasi un ettaro a pochi passi dal paese. O lo vendevo, o dovevo costruirci qualcosa. I soldi, però? Mistero degno di Chi lha visto?.
Così ho preso coraggio e sono andata da Carlo, per chiedergli una mano a vendere la terra. Lui era ancora talmente offeso che non voleva nemmeno parlare con me. Per fortuna Giulia, la nuora preferita dItalia, non solo mi ha fatto entrare, ma mi ha anche dato una soluzione.
Mamma disse , stavamo proprio cercando un terreno. Vogliamo costruire una casa anche noi. Se vi va, iniziamo la costruzione lì, e quando sarà pronta vivrete con noi!
Carlo, allinizio, ha mugugnato più di un vecchietto al bar parlando di politica, ma alla fine lidea della moglie gli è piaciuta. A fine serata, si era già scordato di essere arrabbiato.
Giulia non mi ha fatta più uscire: mi ha dato da mangiare, mi ha fatto il letto e la mattina dopo mi ha portata dai medici per farmi controllare.
Ma perché fate tutto questo per me? le ho chiesto, commossa.
Perché una mamma non lho mai avuta. Ora invece sì, mi ha risposto col sorriso più dolce che abbia mai visto.
Così mi è andata: la figlia mi ha lasciato, e la nuora mi ha adottata. E vi dico la verità: mai avrei creduto che nella mia vita il riscatto venisse proprio dalla nuora. Ma in fondo, questa è lItalia: alla fine, una buona cena e un abbraccio sistemano tutto.






