Nel remoto 1943, tra le colline dell’Emilia, lei portava il lutto per il marito disperso al fronte con tale grazia che tutte le vicine consumavano i denti dallinvidia. Il suo nuovo corteggiatore sembrava troppo perfetto per essere vero, e tutti aspettavano che la maschera cascasse. Cadde sì, ma non la sua: la maschera saltò giù dal volto della figlia ormai grande, quando questa tentò di riprendersi ciò che aveva perso.
La vita a Casalvecchio, placida e avvolta nei vapori del mattino e nelle brezzoline serali, scorreva secondo regole tanto lente quanto inscalfibili. Tra gli abitanti, rispetto solido come una botte di quercia se lera guadagnato Assunta Bellini. Non la rispettavano a gran voce, ma nessuno apriva bocca per contraddirla: donna di parola e di nervo, da zappa e da grembiule. Aveva sposato Mario Bellini appena raggiunti i diciottanni, e nel 37 aveva dato alla luce Mariella; lanno dopo arrivò anche Lucia.
La vita matrimoniale non fu affatto una tarantella. Il bicchiere amaro era spesso ospite in casa loro, e il carattere di Mario si scioglieva davanti a lui come burro al sole. Lasciarlo e scappare? Macché, manco le veniva in mente: né i genitori contadini lavrebbero capita, né i paesani. Che sarà mai un marito bevone? Non si lascia una famiglia per queste cose! Cè chi tira avanti da sola lavoro, figli, orto, tutto sulle spalle. Almeno Mario era un pilastro un po storto, ma pur sempre pilastro. Assunta non si lamentava: portava tutto con una dignità ereditata dalle bisnonne; lorto era modello, la casa brillava, nessuna parola cattiva sul marito le scappava in pubblico.
E sembrava che pure Mario la stimasse: mai uno schiaffo, sempre parole rispettose con gli amici.
Tu sì che sei fortunata, Sùn, sospirava la vicina, la zia Genoveffa il tuo Mario ti tratta come una reliquia preziosa! Niente urla, niente parole storte. Non come certi nostri che ruggiscono come orsi in tana.
Assunta annuiva senza però convincersi. Le avevano insegnato una regola semplice: scelta la strada, si va avanti senza voltarsi. Si gode di quel che si ha. Lei si accontentava dei pochi gesti affettuosi, e di notte, quando il marito odorava di vino come unosteria dopo mezzanotte, serrava i denti e fissava il soffitto, ascoltando le figlie respirare piano nella stanza accanto. E una tristezza silenziosa e vischiosa la infilava fino alla gola.
Nel 41 scoppiò la guerra; si salutavano i mariti in gruppo canti, pianti, abbracci e Assunta, vergognandosi anche solo di pensarlo, non provò quello sgomento travolgente che le circostanze sembravano richiedere. In casa faceva già tutto lei: madre, padre, pure contadina. Per Mario, fiaccato dal vino, restava solo un vuoto profondo e arido dove nemmeno le lacrime riuscivano a germogliare.
Ma non era fatta di sasso, dopotutto: cinque anni insieme erano sempre cinque anni. E due figlie dal suo sangue. Anche per questo, quando nel 43 il postino bussò con quel biglietto che gelava più del Ghiacciaio del Gran Paradiso il cuore non le si spezzò ma si coprì dun velo sottile e resistente come il vetro della lavandaia. Pianse tutta la notte, con la faccia affondata nel cuscino per non svegliare le bimbe. Poi, allalba, ruppe il silenzio la vita: forni da accendere, galline da sfamare, Mariella da portare a scuola. Il dolore poteva aspettare dietro luscio.
Non sembra nemmeno che lo amassi, sussurrò una volta la vicina, la Lucia il tuo dolore è silenzioso, ma tenace. Ormai sorridi pure tra la gente.
A che serve mostrare le lacrime agli altri? rispose pacata Assunta, lanciando lo sguardo verso i campi dautunno. Devo tirare su le figlie e tenere in piedi la casa. Si dice che in città manchi il pane. Verranno qui a scambiare finché resta qualcosa. Il dolore è roba privata, si tiene dentro, non si regala al pubblico.
E che ostacolo pone il lavoro al dolore? ribatté la vicina.
Beh, ora con voce più dura, Assunta bisogna pensare a piantare un doppio raccolto di patate, salvare le rape, magari prendere un secondo maiale, e quello mangia. Il tetto perde, urge sistemarlo se vogliamo superare linverno. Quando sarà tutto in ordine, allora ci sarà tempo per la malinconia. Ora non ce nè.
La Lucia scosse il capo, poco convinta. Ma come si fa a biasimarla, questa donna-che-non-crolla? Assunta non faceva male a nessuno, aiutava i genitori, cresceva le figlie con mano ferma e cuore discreto. Le bambine crescevano educate, laboriose, simpatiche.
Assunta lavorava in posta: le sue mani toccavano tutte le gioie e i dolori del circondario. Durante la guerra quasi solo lettere triangolari chi le scriveva, chi le piangeva; qualche pacco magro di dolci secchi. Dal 45, invece, ricomparvero gli uomini; e pettegolezzi ne fiorirono come primule: i pretendenti facevano la corte alla vedova Bellini, e con un ardore che neanche le giovinette potevano vantare.
Pare che il falegname Armando Bianchi ti tenga docchio, sibila una mattina la Lucia sedendosi sulla panchina della posta. Tutti quegli invii, pacchi di biscotti sono solo scuse per veder te.
Chissà quanto miele e noci spedisce lontano per trovare sempre nuove scuse, sorrideva Assunta, legando con lo spago il fascio di giornali. Fantasie, Lucia.
Niente affatto! la vicina si scalda. Sua zia stessa lha detto: Il mio Armando la custodisce come una rosa di maggio, non osa nemmeno parlarle.
Ma perché uno così timido lo dovrei volere? scosse la testa Assunta. Su, non ne ho il tempo.
Ci provavano anche altri: la figlia di Don Arturo, tornato zoppo dal fronte, continuava a voler presentare il padre, ma Assunta sfumava con un sorriso mite.
Che aspetti, Sùn? borbottava la Lucia Le ragazze vogliono sposarsi subito, di uomini ne sono pochi. Le vedove sognano un abbraccio maschile. E tu, stai lì come una regina.
Non aspetto nulla, replicava Assunta con voce stanca e consapevole. Non mi serve un uomo solo per occupare una sedia. Basta così: già fatta la mia parte. Né gioia, né aiuto; solo fatica in più.
Pensa alle tue figlie, insisteva lamica. Crescono senza una mano paterna.
Penso a loro in ogni momento, seccò Assunta. I maschi di oggi cercano chi li accudisca, mica da accudire. E qui sarebbero in tre a tirare una sola coperta. Non sono nata per lavare calzoni a nessuno o dire grazie per una minestra annacquata.
Eh vi private della felicità, tu e le tue figlie, sospirò Lucia alzandosi.
Assunta la osservò allontanarsi. Non era come quelle che qualsiasi portatore di pantaloni lo prendevano come un miracolo. Forse la prima esperienza infelice le bastava, o forse tutto ciò che un uomo di campagna poteva offrire sistemare il tetto, spaccare la legna lei lo faceva uguale, e per il resto cera sempre il bracciante da pagare. La libertà, anche se un po amara, era comunque oro colato.
1948.
Mariella stava per compiere dodici anni, Lucia undici. Studiosette, negli aiuti di casa erano instancabili. Ormai abituate allaffetto contenuto e alle carezze di Assunta, che preferiva maglioni caldi e lenzuola ben tirate alle smancerie. Un altro tipo di mamma non le sarebbe andato bene.
Poi, nella loro vita, come un raggio di sole dopo una settimana uggiosa, arrivò zio Silvano. Allinizio le ragazze notarono solo un cambiamento: la mamma canticchiava lavorando, sorrideva più a lungo, si mostrava più paziente e ogni tanto le abbracciava senza motivo. Qualcosa di dolce e inspiegabilmente gioioso aleggiava in casa.
Silvano era venuto da un paese vicino per aiutare la nonna. Sapeva che alla posta di Assunta serviva una mano per riparare il portico e si offrì di sistemarlo.
Assunta era abituata agli uomini a cui dovevi spiegare tutto: altrimenti, disastri! Non era la prima volta che arruolava aiutanti, ma questi sempre sbuffavano alle sue istruzioni.
Ho capito, padrona, disse Silvano con gli occhi che brillavano. Ce la faccio, continua pure le tue cose.
Se lascio fare a te, mi ritrovo il portico per terra, borbottò Assunta, ma già col sorriso agli angoli della bocca.
Come vuoi, ma con te accanto il lavoro è più divertente. E poi chi non lavora meglio con una bellezza davanti?
Assunta si colorò come un tramonto dagosto. Vide come metteva le assi con precisione, il martello in mano sicuro, e andò via: consigli non ce nerano, faceva tutto a puntino.
Dai, controlla se ti va bene disse Silvano. Il portico era saldo, nemmeno uno scricchiolio, roba da premio.
Assunta aveva le lire in mano, pronta a pagare.
Senti, padrona, sorrise lui che ne dici di un bicchiere di vino e due chiacchiere invece di queste banconote?
Prendi questi soldi e non fare il furbo, quasi sussurrò lei, ma la voce era già dolce. Però il vino lo prendo volentieri, magari ti si è seccata la gola.
Sedettero a parlare di tetti scassati, dellinverno in arrivo e di come trovare le migliori tegole. Silvano non allungava il conto, non minimizzava le sue fatiche, anzi si diceva stupito di come facesse tutto da sola. Più tardi arrivò Mariella da scuola e salutò discretamente; Lucia invece, vedendo lo sconosciuto, drizzò le antenne.
Io sono Lucia!
Silvano, piacere mio.
Attaccarono subito a conversare: lei sul suo erbario scolastico, lui sulle foglie rare che crescono solo al parco di Parma. Lei sulla gatta Briciola, regina dei topi, lui sul suo cane Lupo, che una volta aveva catturato un fagiano.
Silvano tornò spesso. Con Lucia andava subito daccordo, poi anche Mariella si lasciò coinvolgere parlando di libri. Assunta, sorpresa, non doveva mai ringraziarlo troppo: lavorava veloce, faceva battute. Un giorno tornò senza scuse, solo un mazzetto di margherite e papaveri.
Le ferie sono finite, disse, porgendo i fiori devo ripartire. Sono stato proprio bene qui, Assunta.
Quandè che torni? chiese lei, con la gola stretta.
Chissà fra sei mesi, un anno Addio. Saluta le ragazze per me.
Lei annuì, incapace di parlare, e richiusa la porta, ci si appoggiò dietro sentendo la lacrima ribelle che le bruciava la guancia. La solitudine, da vecchia compagna, ora la investiva come un burrone gelido e senza sponde.
La mamma è diventata un po diversa, osservò Mariella alla sorella più buona, ma pure più triste.
Me ne sono accorta anchio, sussurrò Lucia ieri ho buttato per sbaglio la minestra e non mi ha neanche sgridata: ha solo sospirato e pulito.
Assunta stessa non capiva cosa avesse dentro. Prima viveva e tirava avanti, ora quella nostalgia dolce e amara la corrodeva da dentro.
Poi, in paese, morì la nonna di Silvano. Così, ai funerali, lui ricomparve. Assunta lo aspettava, tra speranza e timore. E lui venne.
Non posso più fare così, le disse, guardandola fisso e con le mani che quasi le sfioravano o vieni da me tu, o vengo io da te.
Silvano per due anni andò e venne: ferie e domeniche. Assunta lo andò a trovare tre volte, scoprì che una moglie, ce laveva pure lui prima della guerra. Tornando vivo dal fronte aveva trovato casa vuota: la moglie era fuggita con un direttore di fabbrica. Nessun rancore; così è la guerra, diceva. Niente figli, e dopo il fronte neanche speranze. Per questo con Mariella e Lucia si era legato così: riversava tutto un amore paterno tenuto a lungo in riserva.
Dal paese non si esce facile, il documento è in Comune, sospirava Assunta Trasferisciti tu. Qui al caseificio cercano proprio un camionista per trasportare il latte.
E Silvano si trasferì. E Assunta fiorì come una rosa tardiva, rara ma ancora più bella. Era sostegno, rifugio, sorriso; negli anni, Mariella finì le scuole e pensò di andare a Modena, allistituto per infermiere.
Forse dovrei trattenerla, è ancora piccola si agitava Assunta.
Lasciala andare la rasserenava Silvano È giudiziosa, una professione non si perde mai. Se vuole tornare, tornerà. Ha già la sua strada.
E Assunta, fidandosi di lui, lasciò andare la figlia.
Mariella studiava bene, tornava raramente. Destate dopo il primo anno rientrò trafelata e in lacrime.
Sono… incinta mormorò, nascondendosi il volto.
Assunta sgranò gli occhi: la figlia secca e pallida, sotto il maglione spuntava una curva innegabile. Era pronta a sgridarla, ma Silvano le toccò piano il gomito.
Stai qui, le disse. Si avvicinò alla figliastra, le diede un bicchier dacqua, sedette vicino. Non sono mai stato padre, ma a quanto pare ora farò il nonno, scherzò teneramente. Ma perché piangi così forte, bimba mia? E il papà, chi sarà?
Nessuno! singhiozzò. Lui… ha detto che non è affar suo.
Venne fuori tutta una storia storta: un soldato, corteggiamenti, cinema, gelato. Ma appena si seppe papà, sparì come acqua sul fuoco.
Da un gelato e un film non nascono bimbi, eh sibilò tra i denti Assunta, stringendo i pugni.
Aspetta, la fermò ancora Silvano. Le prese la mano. È andata così, ormai. Ma vedrai che questo piccolo sarà la nostra gioia. Magari il soldato rinsavisce e diventa papà di Giulio.
Giulio chi? fece Mariella con gli occhi rossi e gonfi.
Quello che nascerà, assicurò Silvano, così serio e buffo allo stesso tempo che la ragazza, tra le lacrime, finì per sorridere. Anche Assunta non resse e accennò una smorfia di sorriso.
E se sarà una bimba?
A me pare tanto maschio Ma se mi sbaglio, scegli tu il nome più bello.
Quella dolcezza sciolse la disperazione. La vita riprese il suo corso. Assunta iniziò a ricamare bavette e scarpine; si stabilì che Mariella si sarebbe presa una pausa dagli studi, avrebbe partorito in casa e poi, col tempo, sarebbe tornata al corso. Chi col neonato?
Ci pensiamo noi, assicurò Silvano.
Mariella guardò il patrigno con una riconoscenza tanto profonda che ad Assunta si strinse il cuore di calda inquietudine. Una speranza nuova si accese.
Passami il nostro Giulio, canticchiava Silvano cullando il neonato urlante. Era nata una femmina, la chiamarono Caterina. Ma Silvano, dopo aver tanto fantasticato su Giulio, non si convertì. Presto tutti in casa la chiamavano Cate, Giulio e anche Ciccina.
Ma non è Giulio, è Caterina! protestava Assunta, ma gli occhi le ridevano.
Se lho battezzata Giulio, allora Giulio resta, ribatteva Silvano, dondolando la piccola e intonando ninnenanne mai sentite.
Assunta lo osservava, il cuore stretto da una felicità quasi titanica. Si arrabbiava con la figlia quando questa si allontanava dalla neonato, ma la rabbia passava subito vedendo il big man Silvano muoversi con tenerezza e orgoglio.
Non essere troppo dura con lei, la tranquillizzava Silvano. Ci ha regalato un miracolo. Ormai senza la nostra Giulietta nemmeno mi vedo più.
A volte mi sembra sussurrava Assunta al suo compagno, stringendosi a lui che sia nostra figlia, non nostra nipote.
È così per me, confidava lui. Mi ero rassegnato allidea di non averne. E invece
Mariella partì per laurearsi quando la piccola aveva otto mesi. Assunta prese turni flessibili, Silvano adeguò i suoi orari. I nonni, instancabili, accudivano la bimba come una benedizione. Silvano era una balia nata: la fasciava come uninfermiera, sapeva calmarla in modo incredibile.
Mamma, ma tu con noi piccole eri così? chiese Lucia, guardando la madre sorridere alla bimba.
No, rispose sincera Assunta. Allora la vita era dura: tutta fatica, mi ero indurita. Ora ora, con lui, guardò dove Silvano aggiustava un nido di rondini mi sembra di rinascere. Con lei, mi riscopro mamma.
Lucia non si ingelosì; anzi, adorava la nipotina. Non capiva solo una cosa: come potesse la sorella separarsi con tanta facilità da quella piccola meraviglia.
Gli anni scorrevano. Caterina cresceva tra mille cure e sorrisi. Sapeva che la mamma era Mariella, lontana in città, sempre al lavoro. Ma per Caterina, il mondo era tutto lì: nellabbraccio del nonno Silvano, nel rifugio di nonna Sùn.
Quando Mariella tentò di riportarsi la figlia prima dellinizio della scuola, poi con la nascita dei gemelli dal nuovo marito, per avere una piccola aiutante trovò un muro. Assunta, per la prima volta, le disse tutto ciò che aveva dentro. Silvano la spalleggiò deciso: «Per la nipote posso lottare anche con un leone».
Mariella mollò. E Caterina, con grande dispiacere della madre, non pianse nemmeno.
Dove stanno le radici.
Caterina finì le scuole a Casalvecchio e si iscrisse alluniversità. La vita la separava sempre più dalla madre, ma non nutriva rancore. Aveva imparato a custodire ciò che vale.
E cosa aveva? Una casa vecchia, ma solida, dove il profumo di pane e di mele restava tra i muri. Una nonna, dalle mani segnate come rami dulivo, sempre pronte e calde. Un nonno che, anche canuto, la chiamava la mia Giulia adorata.
Tornava ogni estate, e pareva che il tempo a Casalvecchio fosse più denso, quasi gluinoso. Aiutava nellorto, si sedeva sul portico restaurato da Silvano, ascoltando storie di un tempo. Li vedeva scambiarsi quegli sguardi colmi di complicità, gioia silenziosa, e tutto il loro passato.
Una sera, al tramonto, domandò:
Nonno, non ti è mai pesato lasciare la città per venire in questa landa sperduta?
Silvano abbracciò la moglie e strinse le spalle forti.
Sperduta? Ma va, Giulia Io qui sono tornato a casa. Le radici non sono dove nasci: sono dove ti accoglie il cuore, dove ti aspettano anche prima di saperlo.
Assunta poggiò la mano sulla sua, sorridendo con quella luce rara che faceva dimenticare ogni sua austerità.
E una pianta, aggiunse guardando un enorme girasole che si protendeva al sole morente può trovare il cielo anche dautunno, se ha pazienza. Anche se sembra che il suo tempo sia passato.
Caterina li guardava ormai ununità, più che una coppia e capiva che il vero patrimonio che le avevano lasciato non era la terra né la casa, ma quella forza tranquilla: lamore che non ha età, la pazienza che conosce attendere, e una casa che si costruisce di perdono e fedeltà, non di mattoni.
E sapeva che, ovunque la portasse la vita, le sue radici sarebbero sempre lì, sotto quel cielo, accanto a quei due vecchi girasoli che avevano trovato luno nellaltra il proprio sole, anche se ormai era autunno. E questa forza, lo sapeva bene, è la base più solida che un essere umano possa desiderare su questa terra.




