Mamma finalmente è andata in pensione. Sono già passati un paio d’anni. «Sono esausta, – dice. – La salute è a pezzi. Il lavoro era stressante, l’ambiente in ufficio tossico, e l’età avanza. Ora voglio vivere per me stessa, basta con tutto il resto».

La mamma finalmente era andata in pensione. Ormai erano passati già un paio danni. Sono stanca, diceva. La salute non è più quella di una volta. Il lavoro troppo stressante, lambiente tossico, e letà si fa sentire. Ora voglio vivere per me stessa, non per tutto il resto.

In verità, nessuno aveva mai osato contraddirla. Mamma era fatta così: è impossibile perfino immaginarlo, di discutere con lei.

Così la mamma si era trasferita nella casa di campagna, fuori Firenze, e aveva cominciato a godersi davvero la vita: coltivava rose e pomodori, fumava sul terrazzo, sorseggiava caffè. A volte con un goccio di grappa, altre con un libro tra le mani. Rimetteva ordine, si rilassava lontano dallambiente di lavoro, ricordava quegli anni con una specie di brivido e ringraziava il cielo che i nipoti ormai fossero grandi nessuno più da portarle per trascorrere lestate intera nella sua casa.

Ogni tanto, poi, ci trasmetteva un consiglio strategico, quasi fosse una massima di famiglia:
Andate in pensione solo quando i vostri nipoti avranno finito luniversità. È fondamentale. Così loro sono già indipendenti, e voi pensionati non ve li trovate sulle spalle. Per i pronipoti, ormai sarete anziani: toccherà ai vostri figli o ai loro figli. Quella non è più una vostra faccenda.

Insomma, da lei andava tutto liscio: piccoli negozi a portata di mano, alimentari, internet veloce, un roseto sotto la finestra, aria pulita, vicini tranquilli, vita senza affanni. Eppure, dopo un po, le giornate cominciarono a sembrarle un po noiose. Così decise di darsi un diversivo: cementare alcuni metri quadri del grande cortile.

Bisognava sistemare il parcheggio. Secondo lei, infatti, il parcheggio aveva un aspetto poco dignitoso. Bisogna darsi da fare, diceva: non cè motivo di aspettare miracoli dalla natura, che già ci ha dato linternet. Così, navigando sul web, mamma si trovò una squadra di operai pronti a tutto. Dietro compenso, si capisce.

Arrivò quindi il gran giorno. Arrivarono in cinque, capeggiati dal capo squadra, Alessandro, che la mamma chiamava semplicemente Sandro, anche se era un omone grande e grosso. Tutto partì alla grande, due betoniere già in posizione, pronte. Ma qualcosa iniziò a stonare: mamma osservava tutto.

A Sandro, evidentemente, venne la tentazione: donna sola, ormai anziana, di certo incapace secondo lui di capire i lavori da uomini. E allora perché non guadagnarci qualcosa di più? Tirar su un po di extra da nonna, visto che è facile.

Alzò la voce:
Così non si può fare qui tutto storto, qui non va. Dovrai pagare il doppio, altrimenti raccogliamo tutto e ce ne andiamo. Cercatene altri.

Mamma lo ascoltò. Annunciò con una finta aria di comprensione: Cinquanta mila euro volete? E se invece fosse venticinque mila? Poi, con il sorriso, aggiunse:
Facciamo così. Scommettiamo?
Su cosa? chiese Sandro, con occhi avidi.
Su questi cinquanta. Vediamo se riesco con la tua squadra a far fare il lavoro al meglio, non in una giornata ma in tre ore. Se ci riesco, mi dai cinquanta mila. Se no, te li do io a te. Ci stai?

Francamente, fossi stata in Sandro ci avrei pensato cento volte. Ma la sua sicurezza e la voglia di guadagnare erano più forti del buon senso. Accettò.

Mentre Sandro si sedeva in terrazza con il caffè aspettandosi il disastro, mamma la signora Lucia Marchetti indossò stivali di gomma e si mise in moto come un fulmine.

In cinque minuti aveva già posizionato gli operai ognuno al proprio posto: nemmeno loro capirono subito come, allimprovviso, fossero diventati una squadra efficiente. Indicò a ciascuno cosa fare, dove portare i materiali, come livellare, dove accelerare e dove non sbagliare una virgola. Anche ai betontieri spiegò tutto: quando scaricare il cemento, come versarlo, come evitare sprechi. Ottimizzò ogni gesto, ogni pausa ridotta allosso.

Insomma, una dea del cemento.

Quello che i ragazzi volevano trascinare per tutto il giorno, lei lo risolse in poco più di due ore. Lavoro perfetto, preciso, degno di un ingegnere. Nemmeno una sbavatura.

In principio Sandro sorrideva, sicuro che avrebbe visto una disfatta. Poi smise di sorridere. Infine diventò pallido: si rese conto della scommessa, della promessa, del debito.

Per un momento restò senza parole. Sembrava avesse appena scoperto che il mondo vero non sempre corrisponde a quello che si immagina.

Aspetti riuscì a balbettare. Mi dica comè possibile? È non è normale!

Succede, rispose calma Lucia Marchetti, scuotendo la polvere dalle mani guantate. Quando siete arrivati, avete visto lo svincolo grande fuori città, su tre livelli?

Sì balbettò Sandro.

E ci siete passati sopra?

Eh certo

Ecco. Lho costruito io.

A quel punto, si racconta, Sandro capì che quel soffio di zucchero, come la chiamava lui, era semplicemente una donna che aveva passato tutta la vita dove i deboli resistono poco. E che discutere con certi tipi costa davvero caro.

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Mamma finalmente è andata in pensione. Sono già passati un paio d’anni. «Sono esausta, – dice. – La salute è a pezzi. Il lavoro era stressante, l’ambiente in ufficio tossico, e l’età avanza. Ora voglio vivere per me stessa, basta con tutto il resto».