La vicina ha trasformato il pianerottolo davanti alla mia porta in una “sala fumatori”. Ho risolto la questione in modo deciso — e lei non si aspettava come sarebbe andata a finire.

La vicina aveva trasformato langolo davanti alla mia porta in una sala fumatori improvvisata. Ho risolto la questione in modo deciso e lei non si aspettava affatto questo finale.

E dove sta scritto che quest’aria è tutta tua? La tromba delle scale è zona comune, capito? Se voglio fumo, fumo. Se voglio sputo, sputo. Imparati le leggi, signora!

Chiara, la figlia ventenne della signora Maria, espirò un denso vortice di fumo al gusto fragola proprio in faccia a Livia Antonietta. Accanto a lei, due ragazzi sghignazzavano sguaiati e pigramente gettavano semi di zucca dal davanzale dellascensore. Il pavimento portava i segni: mozziconi schiacciati, lattine appiccicose di Red Bull scaduto e bucce.

Livia Antonietta, capo contabile storica del Pastificio Romano, né tossì né agitò le mani, come forse si aspettavano quei ragazzi. Si sistemò appena gli occhiali e guardò la giovane Chiara con unespressione severa, uno sguardo così glaciale che perfino i direttori si sentivano sudare durante i controlli di magazzino.

Zona comune, certo ribatté con voce tagliente , perciò qui non si fuma, non si sputa e non si fa sporcizia. Hai cinque minuti per raccogliere tutto. Poi la cosa cambia, bambina.

Eh, che paura! sogghignò Chiara, lasciando cadere apposta cenere sul pavimento appena lavato dalla portinaia. Vai a prenderti un moment fuori, non scoppiare per la pressione. Lo dici a mia madre? È stata lei a darmi il permesso, così almeno la casa non si impregna di fumo.

I ragazzi schiamazzarono. Livia chiuse la porta con forza, tagliando fuori i rumori del palazzo.

Nel corridoio il profumo di patate al forno e legno vecchio cercava di resistere, ma ormai la puzza di sigaretta lo travolgeva anche sotto la porta. In cucina sedeva piegato sul tavolo Francesco.

Francesco, trentadue anni, ne dimostrava il doppio per la stempiatura precoce e la postura curva. Nipote del marito defunto di Livia, viveva con lei da dieci anni: buono, silenzioso, con un leggero balbettio e un lavoro da orologiaio in una bottega dove il tempo sembrava essersi fermato. Per i vicini era lo svitato, bersaglio facile per le prese in giro.

L-Livia, sono ancora là fuori? domandò Francesco, infossando la testa tra le spalle sentendo il frastuono nel pianerottolo.

Mangia, questa non è roba che ti riguarda, troncò lei mentre gli metteva altra patata nel piatto. Ma dentro Livia bolliva.

Più tardi Livia salì al piano di Maria. La vicina aprì la porta col viso coperto di maschera e il cellulare incollato allorecchio.

Maria, tua figlia sta facendo il delirio davanti alla mia porta. Il fumo entra in casa, la musica fino a notte. Chiedo che tu intervenga.

Maria roteò gli occhi, senza nemmeno staccare il telefono.

Livia, su, ora non esageriamo! Sono ragazzi! Dove vuoi che vadano? Fa freddo. Non stanno mica trafficando droga, si fanno due chiacchiere. Sii clemente, tu figli non ne hai e si vede che ti urta. E Francesco tuo, poi, pare proprio un povero diavolo: che gliene frega?

La bastonata fu precisa e vigliacca. Livia inspirò piano.

Quindi sono ragazzi? E mio Francesco ti disturba? Va bene, Maria. Ricevuto.

Tornò a casa, si sedette alla scrivania e tirò fuori la cartellina dei documenti. Le emozioni non servono. Per chi sa come difendersi, ci sono il Codice Civile e il Regolamento Condominiale.

Per la settimana seguente, Livia si fece silenziosa come unombra. Chiara, convinta che la vecchia acida avesse gettato la spugna, aveva piantato in pianta stabile una poltrona sfondata, e la musica vibrava nei muri fino alluna.

Il finale arrivò un venerdì.

Francesco tornava dalla bottega con il sacchetto della spesa e una scatolina per un cliente. Quando passò di fianco al gruppo, uno dei ragazzi il fidanzato di Chiara, detto Acido mise il piede davanti.

Francesco inciampò. Il sacchetto si strappò, le mele rotolarono tra i mozziconi sul pavimento. La scatola dellorologio rimbalzò contro il muro.

Guarda come vola lairone! urlò Acido mentre sghignazzavano.

Chiara soffiò svogliata il fumo verso Francesco:

Dai, svegliati, guarda dove metti i piedi. Rompi ancora laria? Sbrigati prima che mi innervosisca.

Lui, paonazzo, con mani tremanti raccoglieva le mele, lacrime agli occhi. Era abituato: a non essere nessuno, a poter essere calpestato senza che qualcuno intervenisse.

La porta si spalancò. Livia Antonietta apparve sulla soglia, stringendo non una scopa né un mattarello ma uno smartphone, la videocamera fissa sulla faccia di Acido.

Atti vandalici, ingiurie, danni: tutto documentato, disse con voce ferma. Ora chiamo i carabinieri e domani porto tutto allamministratore.

Metti via quel telefono, mugugnò il ragazzo, ma non si avvicinò: lo sguardo di Livia era più autoritario di qualunque uniforme.

Francesco, rientra, comandò, senza nemmeno voltarsi.

M-ma le mele balbettò lui.

Lasciale. Sono spazzatura. Come tutto quello che ora sta su questo pianerottolo.

La porta richiusa alle spalle del nipote, Livia si rivolse con calma a Chiara.

Ora ascoltami bene. Pensi che questa settimana abbia fatto finta di niente? Ho raccolto un dossier.

Ma che dici? fece Chiara, ma la voce le tremava.

Ho contattato il proprietario dellappartamento. Tua madre è solo in affitto, vero? Lappartamento è di tuo padre che vive a Milano e che crede di avere una figlia modello, studentessa in medicina, non una casinista che trascina delinquenti nel palazzo.

Il viso di Chiara impallidì. Sapeva che il padre era rigido, quasi un tiranno: pagando a distanza solo con la promessa della figlia irreprensibile.

Non hai il coraggio sussurrò.

Già fatto. Ha ricevuto ora foto e video delle vostre serate. Ho già inviato tutto anche ai carabinieri e allamministratore condominiale, con date, orari, foto dei rifiuti, del caos, del fumo. Adesso sarà chi di dovere a occuparsene. Il padre mi ha detto che viene domattina.

La mattina dopo il palazzo tremava per la voce forte di un uomo.

Livia gustava il suo tè quando suonarono al campanello. Sulla soglia cera un omone alto, in cappotto elegante il padre di Chiara, Lorenzo Parodi. Accanto a lui Maria piangeva in silenzio; Chiara non si vedeva nemmeno.

Signora Livia? la voce era rispettosa e secca. Chiedo scusa a nome di mia figlia e della madre. Le donne delle pulizie stanno già sistemando il piano. Pagherò io per il rifacimento delle pareti. Chiara andrà a vivere in studentato. Ho tagliato loro i fondi.

Livia annuì, accettando le scuse come era giusto.

È giusto così. Ma cè un altro punto.

Chiamò Francesco, che uscì con la testa reclinata aspettando lennesima umiliazione.

Uno di quei ragazzi ieri lha insultato e gli ha distrutto il lavoro. Ma Francesco è un vero artista. Ripara meccanismi dorologio che non si fidano a toccare neppure in Svizzera.

Lorenzo Parodi guardò con attenzione Francesco.

Un orologiaio?

R-restauratore, sussurrò Francesco.

Ah fece luomo, poi allungò una mano grande e ferma. Ho una collezione di tasca Breguet. Uno si è fermato, tre laboratori hanno rinunciato. Lo guardi lei?

Francesco alzò gli occhi. Per la prima volta qualcuno lo guardava come un maestro, non uno svitato.

Posso p-posso vedere, se la molla è ancora intera.

Allora siamo daccordo, disse Lorenzo, stringendogli la mano. Scusa per mia figlia. Ho sbagliato io, non portare rancore. Ti do la tua giusta ricompensa, e il lavoro è tuo.

Quando la porta si chiuse, Francesco rimase a guardarsi la mano. Poi si raddrizzò. Per la prima volta dopo anni, raddrizzò le spalle.

Zia Livia, disse piano, senza quasi balbettare vado a raccogliere le mele io. È peccato buttare roba buona.

Lei si girò verso la finestra, per nascondere la commozione.

Vai, Francesco. E metti su il tè. Oggi, festeggiamo.

Sui gradini brillava pulito e silenzio. Profumo di candeggina e di pittura fresca. E dalla casa di Livia arrivava laroma di crostate e la voce sicura di Francesco, che spiegava alla zia come funziona il tourbillon.

La sala fumatori era sparita. Per sempre.

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