Ha Affittato una Montagna per Allevare 30 Maiali, Poi l’ha Abbandonata per 5 Anni – Un Giorno è Tornato e si è Gelato di Fronte a Quello che ha Visto…

Nel 2018, Roberto Santini, un uomo di trentquattro anni originario di un piccolo paese nelle colline tra lUmbria e la Toscana, sognava di uscire dalla miseria allevando maiali. Decise di affittare un terreno abbandonato sul Monte Subasio, nei pressi di Spoleto, per trasformarlo in un piccolo allevamento suino.

Usò tutti i suoi risparmi, si indebitò con una filiale della Banca Popolare di Perugia, costruì delle stalle di fortuna, scavò un pozzo artesiano e comprò trenta maialini.

Il giorno in cui portò su, tra i boschi, la prima mandria di maiali, guardò con orgoglio la moglie, Mariella, trentun anni, e le disse con un sorriso sicuro:

Aspettami, vedrai. Fra un anno avremo finalmente la nostra casa.

Ma la vita, lo scoprì presto, non era come nei racconti felici alla televisione.

Dopo meno di tre mesi, unepidemia di peste suina africana travolse tutto il centro Italia. Uno a uno, gli allevamenti vicini furono annientati. Alcuni contadini furono costretti a bruciare le loro stalle intere per fermare lavanzata del morbo. Per settimane, lodore acre del fumo aleggiava tra le valli.

Mariella era terrorizzata.

Vendiamoli finché ne abbiamo la possibilità, lo supplicava.

Ma Roberto non voleva cedere.

Passerà. Basta resistere ancora un po.

La preoccupazione e le notti in bianco lo consumavano. Si ritrovò anche ricoverato allospedale di Foligno per una grave crisi di stress e spossatezza. Passò oltre un mese a riprendersi dai suoceri, in provincia di Latina.

Quando tornò, metà dei suoi maiali non cerano più. Il prezzo del mangime era raddoppiato. E la banca aveva già iniziato a chiamarlo per sollecitare il pagamento del debito.

Ogni notte, mentre la pioggia tamburellava feroce sul tetto di lamiera, Roberto sentiva crollare ogni mattone dei suoi sogni.

Finché, una sera, dopo lennesima telefonata di un creditore, si sedette a terra, esausto, e sussurrò:

Basta. Sono finito.

Lalba dopo, chiuse lallevamento. Consegnò le chiavi al proprietario del terrenozio Tinoe scese il monte, il cuore in frantumi. Non sopportava vedere lagonia della sua fatica. Dentro di sé, aveva già perso tutto.

Rimasero lontani dalla montagna per cinque lunghi anni.

Lui e Mariella si trasferirono a Roma, trovando lavoro come operai in una fabbrica. La vita era semplice: mai ricca, ma almeno serena.

Quando qualcuno parlava dallevamenti, Roberto sorrideva solo con tristezza.

I miei soldi li ho dati alla montagna.

Poi, allinizio di questanno, una telefonata di zio Tino lo fece riaffiorare dal passato. La sua voce tremava, quasi incredula:

Roberto vieni su. Devi vedere cosè successo al tuo vecchio allevamento.

Il giorno dopo, Roberto percorse più di quaranta chilometri tra curve e salite sul monte. La vecchia strada polverosa era ormai inghiottita da erbacce e alberi, come se nessuno fosse passato di lì da una generazione.

Salendo, il cuore gli batteva forte tra ansia, paura e tanti ricordi.

Sarebbe rimasto solo uno scheletro?
O era sparito anche lultimo segno della sua illusione?

Girato lultimo tornante, Roberto si bloccò.

Quel posto che aveva abbandonato sembrava pulsare di vita propria.

Non era più lallevamento che aveva lasciato. Il tetto di lamiera, rugginoso, era coperto da rampicanti e fiori selvatici. Le vecchie stalle si erano fuse col bosco circostante. Gli alberi erano cresciuti a dismisura, il sentiero quasi scomparso.

Ma non fu questo a farlo sussultare.

Sentì dei suoni.

Gronk gronk

Roberto rimase immobile.

Piano piano, si avvicinò alla recinzione, ormai quasi sepolta dalle ortiche e dallerba alta. Quando guardò oltre, dovette fare un passo indietro per lo stupore.

Cerano dei maiali.

Non uno o due, ma tanti.

Grossi, muscolosi. E diversi maialini che correvano tra le zolle di terra.

I trenta piccoli che aveva lasciato anni prima sembravano moltiplicati a dismisura.

No non è possibile sussurrò.

Zio Tino, che lo aveva seguito in silenzio, si avvicinò.

Te lavevo detto, disse piano. Non sono spariti.

Ma come hanno fatto a sopravvivere? chiese Roberto, ancora attonito.

Zio Tino si sedette su una pietra.

Quando te ne sei andato, pochi maiali erano rimasti. Hanno sfondato la recinzione e si sono dispersi nel bosco. Pensavo sarebbero morti tra i lupi e la fame. E invece

Roberto guardava intorno.

Dietro le stalle sgarrupate ora scorreva un piccolo ruscello che non aveva mai notato. Cerano piante di fichi, nocciole e persino zucche selvatiche. Il sottobosco era ricco di castagne e radici.

Hanno imparato a vivere sulla montagna, continuò zio Tino. E hanno formato una colonia.

Roberto fissava il branco. Qualche maiale alzò il capo, come se lo riconoscesse dopo tanto tempo.

Un grosso maiale si avvicinò alla rete. Aveva la pelle rossastra e una cicatrice sullorecchiolo stesso segno del primo maialino acquistato anni prima.

Quello là mormorò Roberto,
Era il primo che ho allevato.

Un nodo gli strinse il petto.

Quello che credeva perduto
era ancora lì.

Non solo vivo, ma prospero.

E adesso cosa vuoi fare? chiese zio Tino.

Roberto rimase in silenzio.

Guardò la montagna, le stalle, i maiali che passeggiavano tra i fiori come se quegli anni non fossero mai esistiti.

Lentamente, per la prima volta dopo tanto, sorrise.

Forse, disse piano,
il mio sogno non è davvero finito.

E in quellistante capì quanto nei suoi pensieri era mancato.

A volte, anche se abbandoni un sogno
può succedere che lui resti lì,
ad aspettarti.

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