Anatolio, che si era offerto di darmi un passaggio fino a casa dei miei genitori, si è rivelato terribilmente strabico. Mi ha lasciato davanti all’orfanotrofio, pollo spennato che non è altro.

Il cicogno che aveva deciso di portarmi fino alla casa dei miei genitori aveva gli occhi così storti che non capivo mai se guardava me o il palazzo accanto. Mi lasciò fuori dal collegio, piume tutte spettinate, come una gallina spennata che aveva preso freddo. Da lì, tutto cominciò ad andare di traverso.

A quarantanni, però, in qualche modo ero riuscito a risalire dal pozzo profondo dove mi aveva buttato quelluccello svitato. Una casa lavevo messa su, una moglie trovata Paolina e pure una macchina usata, modello italiano, ferma sotto i pini del cortile. Mi mancava solo piantare qualcosa e tirar su qualcuno.

Una persona, pensavo, Paolina ed io ce lavremmo fatta. Di più nemmeno ci passava per la testa.

Mentre riflettevo tra me sulla semina, sulla crescita e su quella mattina piovosa e antipatica, mettevo a bollire il caffè. Un filo daria faceva danzare i miei mutandoni da uomo sposato, che avevo acquistato molto prima di conoscere la mia futura famiglia. Che ironia strana, pensavo.

Qualcosa bussò al vetro del balcone. Ancora quei bambini che volevano ammaestrare i piccioni a suon di sassolini? Qui ci vorrebbe una cicogna, per metterli a posto!

Un altro colpo, poi ancora. Ma chi diamine era? Abitavo al terzo piano.

Quando scostai la tenda, vidi proprio quel cicogno strabico delle mie fantasie dinfanzia che pestava le zampe sul mio balcone.

Fuori di qui, bestiaccia! urlai spaventato, mentre il mio tramezzino faceva un tuffo acrobatico verso il pavimento.

Mi scusi, signor Pietro il cicogno spinse il becco magro dentro la finestra socchiusa Lo so, ho sbagliato… Se vuole, prenda un pizzico di ala, ma quella destra che è più cicciotta.

Fuori! tentai di spingergli via il collo gommoso, afferrandolo con entrambe le mani.

Pietrino, non fare il matto tossì il cicogno, ascolta cosa ti dico.

Pure a parlare ci provi? Ora ti annodo, uccello pazzo!

Sono venuto a scusarmi… sono desolato… veramente!

Ormai sei in ritardo, beccone.

In quel momento suonò insistentemente il campanello. Era Paolina.

Sparisci, eh, quando torno non ci devi più essere! minacciai la cicogna, mentre la spingevo a stento fuori sul balcone.

Perdonami, Pietruccio, perdonami… Ho rimediato a tutto…

Paolina entrò in casa, fradicia e sorridente. I capelli le si appiccicavano alle guance, e gli occhi brillavano come quelli di una bambina. Aveva incontrato anche lei la cicogna?

Non mi lasciò nemmeno parlare: gettò lombrello a terra, poi si slanciò tra le mie braccia.

Quattro! Quattro! urlava per tutto lappartamento.

Quattro cosa? restai imbambolato.

Dobbiamo prepararci, arriveranno quattro gemelli! gridò. Avremo quattro piccoli frugoletti!

Fu allora che collegai le scuse del cicogno alla novità di Paolina. Scattai fuori, diretto al balcone. Il cicogno strabico era appena decollato, le zampe in aria. Provai ad agguantargli la coda.

Niente. Era troppo tardi.

Vieni qui, bestiaccia! Resta, beccone!

Ho rimediato! gridò lui, scomparendo su nel cielo.

Mi girai. Paolina era alle mie spalle, e sorrideva tra le lacrime.

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Anatolio, che si era offerto di darmi un passaggio fino a casa dei miei genitori, si è rivelato terribilmente strabico. Mi ha lasciato davanti all’orfanotrofio, pollo spennato che non è altro.