“Ma a chi credi di servire con cinque figli a carico?” — la madre scaccia la figlia vedova a 32 anni, ignara che nella vecchia casa la attende un’eredità e un misterioso visitatore notturno…

«Ma chi mai ti vorrà con cinque figli appresso?» così mi ha detto mia madre quando mi ha cacciata di casa, vedova a trentadue anni, senza immaginare che in una vecchia casa mi aspettava non solo uneredità misteriosa, ma anche uno strano ospite notturno

Al cimitero, il terreno era bagnato, la terra bruna si attaccava fastidiosa alle scarpe economiche che avevo messo quella mattina. Mi trovavo lì, imbambolata, a guardare gli operai che coprivano la fossa. Stavano seppellendo non solo mio marito, ma tutti i pezzi della mia vita insieme a lui. Sergio, il mio amore, se nera andato così, senza preavviso. Trentacinque anni appena. Un attimo aveva sorriso al lavoro, il momento dopo era a terra, per sempre.

Vicino a me, la mamma Giuseppina Romano si stringeva nel suo vecchio cappotto di pelliccia, sempre infreddolita e irritata dai nipotini schiacciati alla mia giacca scura.

«Basta lacrimucce, abbiamo finito qui!» ha dichiarato a voce troppo alta, appena hanno finito di coprire la tomba. «Andiamo, Nadia. Non ha senso restare qui a piangerti addosso. Dobbiamo parlare.»

A casa, in quel nostro mini appartamento che avevamo preso col mutuo, mamma andò dritta in cucina, come se le appartenesse solo per il fatto di portare la pelliccia. Si sistemò capotavola e non si tolse nemmeno il cappello.

«Dunque,» ha attaccato, «lappartamento lo prenderà la banca, ormai è chiaro. Di pagare non sei in grado. Sergio non cè più, e tu hai sempre fatto la casalinga.»

«Cercherò un lavoro» ho sussurrato tenendo il piccolo Michele tra le braccia, che non aveva nemmeno un anno.

«E dove vuoi andare? A fare le pulizie?», ha sbottato lei, «ma guardati: cinque figli! Cinque bagagli! Chi ti prende? I grandi, tipo Tiziana e Paolo, io li metterei in collegio. Temporaneamente, si capisce. Gli altri magari i servizi sociali ti possono aiutare.»

Ho scosso il capo, quasi non trovando la voce, «No.»

«Che cè?»

«Non li do via. Nemmeno se muoio di fame. Li crescerò io.»

«Sei proprio una sciocca,» mi ha liquidata alzandosi e ravviando la pelliccia sulle spalle. «Te lavevo detto che prima dovevi pensarci, invece per te era tutto rose e fiori Adesso arrangiati. E non venire da me a chiedere soldi.»

Dopo un mese, la banca ha veramente mandato lavviso: due settimane per lasciare lalloggio. Ho provato di tutto amici, conoscenti, parenti lontani ma con cinque bambini nessuno ti voleva in casa.

E proprio allora è arrivata una lettera da un notaio, da un paesino sperso sullAppennino emiliano: San Silvestro. Diceva che avevo ereditato una casa dalla cugina di mia nonna, che avevo visto una volta da bambina. “Vecchia, sì, ma sempre casa è”, ho pensato. Era la nostra ultima possibilità.

Il paese ci ha accolto con un vento che ti gelava le ossa. La casa era a ridosso del bosco, nera, con il portico storto e le finestre che sembravano occhi spenti.

«Mamma, qui fa freddo» ha piagnucolato la piccola Aurora, cinque anni appena.

«Adesso accendo il fuoco, amore. Un attimo solo» cercavo di non far tremare la voce.

La prima notte è stata da incubo. Il camino tirava male, faceva fumo e i bambini tossivano. Per coprirli usavo di tutto giacche, plaid, persino vecchi tappeti. Non ho dormito, nemmeno un secondo. Restavo a sentire come respirava Giovanni, il mio figlio di sette anni.

Giovanni era il mio pensiero fisso: aveva una malattia seria, serviva unoperazione urgente. Mi avevano detto che, se non la facevo privatamente, forse non avrebbe fatto in tempo ad arrivare al prossimo anno. Il costo? Quasi quanto due appartamenti come il nostro di città.

La mattina dopo, per tappare gli spifferi, sono salita in soffitta. Tra cianfrusaglie piene di polvere e Gazzette del 1970, trovo un barattolo di latta. Dentro cera un oggetto pesante avvolto con uno straccio unto.

Ecco, ti giuro, mi scendono le lacrime solo a ripensarci: era un orologio da tasca, argento vero, pesante, con la catena. Ho strofinato la copertina e sono apparsi unaquila a due teste e una scritta consunta: Per fede e lealtà.

«Ma che valore può mai avere?» ho sospirato, rimettendolo via. Lorologio era fermo, le lancette bloccate sulle undici e cinquantacinque.

Non ci ho pensato più. Avevamo finito quasi tutto: tre giorni di viveri, poca legna, e Giovanni stava sempre peggio. Non riusciva più nemmeno ad alzarsi.

Quella sera è iniziata una bufera incredibile. Mentre tutti dormivano, io sono rimasta a fissare la finestra, sentendomi un mostro: forse li avevo condannati a patire la fame?

Poi, sento bussare piano.

Mi sono irrigidita. Impossibile Eppure il rumore si ripete, una seconda volta, deciso ma non violento.

Impugno lattizzatoio e mi avvicino. «Chi è?»

«Fammi entrare, padrona, fuori il maltempo è feroce», risponde una voce strana, vecchia come il bosco.

Non so perché, ma smuovo la serratura. Sulla soglia cè un vecchietto piccolo e tutto vestito di lana scura, con una lunga barba bianca e occhi stranamente giovani.

«Entra pure», mi scosto.

Appena attraversa la porta, sembra che nella stanza entri calore non freddo, proprio tepore da stufa. Va dritto dove dormono i bambini, guarda Giovanni che faticava a respirare anche nel sonno.

«Il bimbo è malato, vero?» sussurra il nonno.

«Molto», rispondo, la voce spezzata. «Servirebbe aiuto. Ma non abbiamo denaro.»

«I soldi sono polvere», il nonno si siede sulla panca, «ma il tempo, quello è oro. Tu hai trovato il mio ricordo?»

Resto a bocca aperta.

«Lorologio? Era suo?»

«Sì. Me lha dato il padrone quando lho salvato nel fiume, una vita fa Lho conservato per questo momento.»

Mi butto: «Vuole che lo venda? Magari qualcosa ci tiro fuori per le medicine, qualcosa è Argento!»

Si mette quasi a ridere, ma dolcemente. «Non svenderlo, dentro cè un segreto. Il signor Bure, lorologiaio, era uno scherzoso! Prendi un ago e, proprio sotto la cerniera, premi delicatamente. Cè un doppio fondo.»

Il vecchietto si rialza.

«Coraggio, Nadia bel nome, davvero. Non ti abbattere.»

«Ma almeno un tè come la posso chiamare?»

«Mi chiamano Protasio», abbozza un sorriso.

Torno col bollitore, ma la stanza è vuota. Tutto fermo. Solo uno strano odore dincenso e pane caldo.

E quella notte non ho chiuso occhio. Più chiaro, vado a prendere lorologio. Ago da cucito. Mano che trema. Cerco il punto e zac! Si apre: dentro, un rotolino di carta gialla e una moneta doro, pesante davvero altro livello rispetto a quelle che si vedono dai rigattieri.

Sullantico foglio una scrittura quasi indecifrabile, timbro e firma. Non capivo tutto ma sembrava incredibile.

Chiamo la signora che abita in paese, mi faccio accompagnare fino in città. Dal rigattiere, lantiquario, che allinizio mi ride quasi dietro: «Saranno duemila euro di argento, scarso!»

Gli passo la moneta e la carta. Prende la lente, studia, sbiglia. Ha cambiato espressione. «Signora, ma lei dove ha pescato questa roba? Questa è una moneta di prova di Re Umberto, ce ne sono poche al mondo. E questa è una concessione originale datata Ottocento. Non posso nemmeno stimarla. Deve andare a Milano o a Roma, da un battitore dasta internazionale! Vale una fortuna.»

Con quei soldi, Giovanni è stato operato dopo un mese nella migliore clinica pediatrica di Milano. Tutto pagato, senza badare a spese. Restava abbastanza anche per una casa nuova, e per il futuro dei miei cinque ragazzi.

Prima di sistemarci, però, sono tornata al cimitero del paese. Ho cercato a lungo, tra erbacce e antiche lapidi. Lho trovato: un crocifisso storto, la scritta ormai quasi svanita: «Servo di Dio Protasio, 1888-1960.»

Ho lasciato un mazzo di fiori e mi sono chinata. «Grazie, nonno Protasio.»

Da allora, abbiamo costruito una casa vera: spaziosa, luminosa, con riscaldamento e tutte le comodità. In paese mi hanno subito rispettata vedova giovane, sempre al lavoro, i figli puliti e ordinati.

Dopo sei mesi, ecco materializzarsi mamma: arrivo in taxi, pasticcino in mano, occhi dappertutto.

«Ma guarda, ciao carissima! Ho sentito che la fortuna ti ha baciato! Hai trovato il tesoro? Lo sapevo che alla fine lavresti spuntata! Sono un po debole, la pensione non basta perché non mi ospiti? Hai così tante stanze!»

Mi sono appoggiata al portico. Tutti i ragazzi dietro di me, a fissare la nonna, occhi di traverso.

«Buongiorno, mamma», ho detto tranquilla.

Lei già con il piede sul gradino: «Allora? Non mi fai entrare?»

«No, mamma.»

«No cosa?», la sua voce è diventata dura.

«Qui non cè posto per te. Hai scelto quando ci hai chiuso la porta in faccia.»

«Davvero? Io sono pur sempre tua madre! Tu MI DEVI! Se vuoi ti porto in tribunale!»

Le ho sorriso e sono rientrata. «Fallo pure, mamma. Adesso però qui si fa la nanna, Giovanni deve riposare.»

Ho chiuso la porta pesante alle sue spalle. Da fuori si sentivano ancora le sue urla, ma dentro, tra il profumo di torta e il ticchettio di quellantico orologio, il nostro tempo era finalmente iniziato. Lì, davvero, ha avuto inizio la nostra nuova vita.

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