Una gatta entra in chiesa e si sdraia davanti all’altare: il parroco capisce subito il messaggio

È stata una mattina come tante nella piccola chiesa di paese. La messa scorreva tranquilla, senza fretta, con i soliti volti: anziane signore, tutte ben note, al massimo una decina. Dopo ventitré anni di servizio, ormai non mi illudevo più che, in un giorno feriale, la chiesa si potesse riempire improvvisamente. Ero quasi giunto alla fine della liturgia quando sentii il cigolio sommesso della porta dingresso. Istintivamente alzai lo sguardo e rimasi immobile.

Dal centro della navata avanzava con passo regale una gatta. Grigia, il pelo folto, un ciuffo bianco sul petto. La coda alta, come se fosse nel suo regno. Procedeva fiera, quasi sapesse esattamente dove andare.

Le donne sussurravano tra loro qualcuna si segnò, altre si coprirono la bocca per lo stupore. Ma la gatta traversò le panche senza curarsi di nessuno e si avvicinò allaltare. Si accoccolò proprio lì davanti, arrotolandosi su se stessa, il muso sulle zampe. Solo gli occhi dorati rimanevano aperti, fissando davanti a sé senza batter ciglio.

Mi si chiuse lo stomaco.

La riconobbi subito.

Dio mio, ma come cera arrivata lì?

Le mani iniziarono a tremarmi. Chiusi gli occhi, cercando di raccogliere i pensieri, ma dinanzi mi apparve subito la figura di Assunta Sarti.

Una donna mite, dai modi gentili e dagli occhi stanchi ma buoni. Viveva sola, in un vecchio appartamento alla periferia di Parma. Ogni domenica veniva a messa piano piano, appoggiandosi al bastone, ma sempre fedele.

E portava da mangiare ai gatti sotto casa.

Son creature di Dio anche loro, don Marco mi aveva detto un giorno, mentre le portavo la comunione a casa. Non si possono lasciare senzanima.

La sua preferita, però, era sempre stata Minerva. Una gatta grigia, trovata per strada quando non era che un batuffolo. Assunta le aveva dato casa e cure. La micia le restituiva tutto con devozione e non la lasciava mai sola.

Lultima volta che ero stato da Assunta saranno passate tre settimane Minerva era accovacciata sul davanzale a fissare la padrona. Come se intuisse più di quanto lasciasse trasparire.

Don Marco mi aveva detto allora, la voce fioca se mai dovesse succedermi qualcosa, pensa tu a Minerva. È furba, capirà tutto.

Avevo annuito, stringendole la mano con dolcezza.

Ed eccola lì, ora, Minerva, davanti allaltare.

E io capii tutto. Dentro, sentii freddo.

La messa filò via come in un sogno.

Continuai a recitare le preghiere quasi senza pensare, solo le labbra si muovevano. Nella testa riecheggiava un unico pensiero: devo andare. Subito.

Le signore uscivano a piccoli gruppi, con le candele accese, lanciando occhiatine alla gatta che non si muoveva nemmeno.

Don Marco, ma quella cominciò a chiedere una, ma feci solo un cenno:

Più tardi. Ora no.

Mi tolsi la pianeta e indossai la veste. Le dita tremavano tanto che ci misi un po anche solo per chiudere i bottoni.

Dio, fa che mi sbagli.

Ma lo sapevo nel profondo che non sbagliavo.

Minerva mi guardò appena mi avvicinai. Mi fissò negli occhi e miagolò sommessamente. Una volta sola.

Come per dire: hai capito? Allora andiamo.

Su, vieni le mormorai, tendendole una mano.

Si alzò, si stiracchiò a lungo e senza fretta si incamminò verso luscita. La seguii.

Fuori laria era grigia, le foglie secche sinseguivano spinte dal vento lungo i marciapiedi. Casa di Assunta distava una quindicina di minuti.

Presi ad andare spedito, quasi correndo. Minerva non rimaneva indietro le zampette silenziose ma decise.

Solo che, in cuor mio, capivo: se la gatta era giunta fino in chiesa, qualcosa era già successo.

Ripensavo ad Assunta a come la trovavo sempre avvolta nel plaid vicino alla finestra. Al suo sorriso quando mi vedeva. Alla mano che si faceva tremula ogni volta che riceveva la comunione.

Sa, don Marco, aveva detto tre settimane fa non ho paura. Ho avuto una bella vita. Un marito che ho amato, una figlia che ora vive lontano. Due nipoti, ma li vedo di rado. Però il Signore non mha mai lasciata sola. Mai.

E non lo farà, le avevo risposto.

Aveva sospirato piano:

Lo so. Pure con Minerva qui vicino, in casa, regna una gran pace. E a volte la solitudine pesa.

Non avevo dato peso a quelle parole. Lavevo ascoltata, rincuorata, ma non avevo capito che forse quello era un addio.

Quando arrivai al portone, riconobbi lingresso annerito e la vecchia targa col numero trentaquattro. Il citofono era rotto da anni. Terzo piano, scale sbrecciate lascensore mai funzionante.

Salivo aggrappandomi alla ringhiera. Il cuore batteva forte, per lansia, la fretta.

Minerva mi precedeva. Si fermò esattamente davanti alla porta quella col numero 5 mezzo scolorito e si sedette.

Bussai.

Una, due, tre volte.

Niente.

Suonai il campanello il trillo acuto echeggiò nellappartamento.

Nessuna risposta.

Signora Assunta? chiamai. Sono don Marco!

Silenzio.

Appoggiai lorecchio alla porta. Forse non sentiva. Con gli anni, la sordità arrivava.

Ma dentro cera un silenzio irreale.

Mi abbassai accanto a Minerva. Lei fissava la porta, immobile.

Con mani tremanti tirai fuori il cellulare e composi il numero dei carabinieri lo stesso maresciallo che già mi aveva aiutato in passato, un certo Pietro Borghi.

Pronto, maresciallo, sono don Marco dalla parrocchia. Ho bisogno di aiuto. Una signora anziana non risponde da giorni. Bisogna entrare.

La voce calma di Borghi:

Mi dia lindirizzo.

Via Verdi trentaquattro, terzo piano, interno cinque.

Arrivo subito.

Chiusi la chiamata e mi sedetti a terra, appoggiando la schiena al muro.

Minerva venne vicino, si strofinò alla veste. Miagolò, piano.

Le carezzai il pelo morbido.

Hai fatto bene sussurrai. Sei venuta a chiamarmi.

Lei si accoccolò accanto. Restammo così, insieme, in attesa.

Intanto mi colpevolizzavo: quante volte avevo trascurato quella donna silenziosa. Quante volte non avevo fatto caso ai suoi sguardi, stanco comero dalle attività della parrocchia. Magari aspettava proprio me.

Perdonami, Assunta. Perdonami davvero.

Dopo un quarto dora sentii il passo pesante del maresciallo sulle scale. Spalancò gli occhi vedendomi seduto a terra:

Don Marco? Cosa succede?

La signora Assunta non apre. Temo sia successo il peggio.

Annuì, capendo subito.

Lasci fare.

Bussò deciso, richiamò la signora a voce alta.

Nessuna risposta.

Tirò fuori dalla borsa uno scalpello e, con qualche colpo secco, fece cedere la serratura. La porta si aprì.

Un odore daria ferma, di medicinali e di silenzio pesante ci accolse.

Mi feci il segno della croce e entrai.

Latrio era ordinato: il suo vecchio cappotto appeso, le pantofole allineate. In fondo, la stanza con la poltrona quella accanto alla finestra.

Il maresciallo si fermò sulla soglia. Mi affacciai alle sue spalle.

Lo stomaco si ghiacciò.

Assunta era seduta, avvolta nel suo plaid, le mani composte sul petto, la testa reclinata allindietro. Sembrava dormisse.

Solo il viso aveva preso il colore della cera.

Santo cielo sussurrai.

Il maresciallo si avvicinò, le tastò il polso, scosse lentamente la testa:

Almeno tre giorni, forse di più.

Tre giorni.

Mi inginocchiai sulla soglia della stanza.

Tre giorni sola, nellappartamento, senza che nessuno la cercasse. La figlia, da Milano. I nipoti lontani. I vicini ormai nessuno fa più caso a chi abita accanto.

Solo Minerva era rimasta. Accanto a lei, giorno e notte. Non era fuggita nemmeno quando la finestra era socchiusa.

Poi, capita la verità, era venuta in chiesa.

Era una sua amica? chiese il maresciallo, tirando fuori il telefono.

Sì, una gran brava donna. Una mia parrocchiana affezionata.

Bisognerà avvisare la famiglia. Dove tiene i documenti?

Nellarmadio o nel cassetto, penso. Il numero della figlia ce lho io, me laveva lasciato.

Allora chiami lei. Io avverto il 118.

Mi avvicinai alla poltrona. Guardai il viso di Assunta: sereno, quasi luminoso.

Non aveva sofferto. Il Signore laveva chiamata in silenzio, probabilmente nel sonno.

Perdonami le sussurrai. Perdonami se non sono venuto prima.

Istintivamente le accarezzai i capelli. Poi la segnai e iniziai a leggere lestrema unzione, piano, sottovoce. Le parole della preghiera mi uscivano spontanee, come un pianto.

Minerva stava lì, sulla soglia, attenta, gli occhi fissi sulla padrona.

E in quel gesto mi fu chiaro: quella gatta aveva amato Assunta più di chiunque altro. Più della figlia che la chiamava una volta al mese, più dei nipoti che venivano a Natale. Minerva era rimasta con lei fino allultimo respiro. E dopo, era venuta a cercare aiuto.

Mi inginocchiai davanti alla gatta, la presi in braccio.

Non protestò. Si strinse a me, facendo le fusa, rauca.

Ci penso io le sussurrai. Promesso. Le faremo funerali cristiani, e tu da oggi stai con me. Che ne dici?

Scoppiai in lacrime.

Le lacrime bagnavano il suo pelo grigio, mentre la stringevo e riflettevo: il vero amore non si mostra con le parole, ma con i gesti.

Il funerale si tenne tre giorni dopo.

La figlia venne da Milano, vestita di nero, occhi affossati. I nipoti, nulla troppo lontani, avevano scuola.

In chiesa arrivarono una ventina di persone quasi tutte signore anziane. Cantarono Riposa in pace con voci tremanti.

Celebrando la funzione, io fissavo la bara quel volto sereno, sotto il velo bianco. Perdonami, figlia di Dio, per la mia distrazione, per la freddezza.

Ai piedi della bara, sulla pietra fredda, stava Minerva, arrotolata.

Si era presentata da sola quella mattina, quando era arrivata la salma. Non si mosse mai.

La figlia tentò di mandarla via con un gesto:

Via di qua! Non è posto per i gatti!

Ma la fermai:

Lasciamola stare. Deve salutare la padrona.

Lei mi guardò perplessa, poi tacque.

Al cimitero portai Minerva con me, non volevo lasciarla da sola. In braccio, durante tutta la cerimonia.

Dopo la sepoltura, la figlia venne a ringraziarmi:

Grazie di tutto. Per averla trovata, per avermi avvisato.

Non ringrazi me, risposi ma Minerva. È stata lei a portarmi da sua madre.

La donna guardò la gatta, in silenzio.

Portala via con te disse infine. Io sono allergica, non posso.

Era già nei miei piani, le assicurai.

La figlia fece un cenno e si allontanò, senza voltarsi.

Rimasi solo, a guardare la terra scura, la croce provvisoria.

Assunta Sarti. Silenziosa, sola.

Quanti, nelle nostre città, vivono così? Vecchi dimenticati, che se ne vanno senza che nessuno se ne accorga. A chi importa, se non a un gatto. E a Dio.

Accarezzai Minerva.

Andiamo a casa?

La gatta fece le fusa, lieve.

Da allora, sulla mensola dellaltare, trovavi sempre una gatta grigia, adagiata a fissare lorizzonte.

I fedeli le portavano bocconcini, la carezzavano, le dicevano: Brava, anima cara.

Io sorridevo, in silenzio.

E la sera, prima di dormire, mi sedevo in poltrona, Minerva sulle ginocchia, ad accarezzarle il pelo morbido.

Lei socchiudeva gli occhi, facendo le fusa, e nei suoi occhi dorati danzava la luce eterna della lampada del tabernacolo.

Un calore semplice e vero che mi ha insegnato: lamore è restare accanto, finché si ha fiato. E riconoscere il prossimo non in chi ci parla, ma in chi ci stringe la zampa, nella solitudine. Anche solo per dirci: non sei davvero solo.

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