La Figliastra

Figurati, quando io e Marina ci siamo messi insieme e ci siamo innamorati, Martina aveva sei anni. Era cresciuta senza papà, e si capiva che aveva un gran bisogno d’affetto: insomma, non c’è mai stato nessun problema tra noi due ad abituarci l’uno all’altra. Siamo andati sempre d’amore e d’accordo, almeno fino a quando… è arrivata l’adolescenza!

Tu non sei mio padre! mi ha urlato un giorno Martina.

Ma come non sono tuo padre? Scusa eh, chi ti ha ascoltato tutte quelle volte che ti lamentavi delle compagne di classe? Chi ti difendeva alle riunioni di scuola con le maestre? Chi ti nascondeva l’ultima tavoletta di cioccolato per tirarti su il morale? Chi ha condiviso il segreto di quando hai preso in prestito la bambola di quella rompiscatole di Tania del piano di sotto? E, soprattutto, ti ricordi chi di notte, di soppiatto, è andato a rimettere quella bambola tra i cespugli, come se niente fosse successo? E poi, non eravamo d’accordo da anni che bisogna prendersela la responsabilità per le parole dette? Se da sempre mi hai chiamato papà, cosa è cambiato di punto in bianco?

Ti giuro, quelle parole mi hanno dato una fitta al cuore. Non ho, però, potuto mostrare quanto ci sono rimasto male: primo, perché sono un uomo, secondo perché arrabbiarmi con Martina non avrebbe risolto nulla, anzi. Peggiorava solo le cose.

Ok, argomento accettato, ho risposto facendo il saluto militare, giusto per sdrammatizzare. Allora parliamo di questo, va! Vediamo i nuovi ruoli, non-papà e non-figlia, che ne dici?

Mi veniva un groppo alla gola, ma sentivo che era il modo giusto. Aveva bisogno di sentirsi libera di scegliere, ma sempre con dei limiti suoi, scelti anche da lei. Però, Martina mi ha spiazzato: No, non mi va, detto così e mi ha sbattuto la porta in faccia. Neanche da piccola faceva così. Lei, da sempre, era una che spiegava bene cosa voleva, poi valutavamo insieme se era fattibile. Tipo, saltare dal tetto del garage non si poteva, e io glielo spiegavo pure con le immagini su internet, giusto per capirci. Però, quando in prima elementare aveva deciso di dichiararsi ad Antonio esatto, Antonio Stefani, il ragazzino della sua classe e andare a vivere con lui, io ho detto subito quando la legge lo permetterà, ti aiuto io a traslocare! Ovviamente, dopo un mese aveva già cambiato idea.

Insomma, abbiamo sempre discusso tutto con lucidità! Invece ora… solo non voglio e non sei mio padre. Prima almeno aveva delle ragioni per non mangiare la mia orrenda zuppa, tipo: Non mi piace! Davvero? Perché non è dolce e cè la pellicina sopra. Vedi? È chiaro! Che si faccia allora unaltra colazione o, almeno, diamole quel fantastico cornetto alla crema che, secondo la pubblicità, è pieno di tanto latte buono.

Mi sono fermato qualche minuto davanti a quella porta chiusa, fissando le venature del legno, cercando soluzioni, ma niente da fare. Ho scosso la testa e sono andato via. Vedremo.

Marina non si agitava più di tanto. Mi raccontava che, più o meno a quelletà, anche lei si comportava in maniera assurda e suo padre magari sperava se ne andasse da casa e basta. Era convinta che, non appena gli ormoni avrebbero smesso di farle il carnevale nel cervello, tutto sarebbe tornato normale. Solo che, ognuna, questa gita nel regno del non voglio la vive a modo suo. Io, sinceramente, cominciavo già a sentire la mancanza di Martina. Di sera non avevo nemmeno con chi guardare una partita o farmi due risate per le storie della Zia Zaira, la migliore amica di Marina, che cambiava più volte colore di capelli che vestiti.

Col passare delle settimane, Martina usciva ogni tanto dal suo guscio, ma per il resto era ancora più aggressiva. Onestamente, meglio evitarla in quei momenti. Solo lei sapeva quando essere in buona, e bastava una piccola scintilla per far saltare tutto di nuovo. Nei rari casi in cui si comportava come prima, io mi sentivo proprio felice.

Ragazze, che ne dite, questo weekend andiamo fuori città? ho proposto un giorno. Dicono che fa una bella giornata, ci portiamo canne da pesca e la tenda!

Ma sì, sarebbe bello andare, si era accesa Marina, sperando con tutto il cuore nella risposta entusiasta di Martina.

Ma quando mai! Andateci voi, pescatori… risposta secca, portone sbattuto e due genitori stupiti in salotto, a domandarsi cosa fosse successo in un minuto. Solo un attimo prima tutto sembrava sereno, e invece!

Forse non le piace più neanche pescare, mi sono rassegnato.

Poi un giorno, Martina non torna a casa. Non risponde al telefono, nulla. Abbiamo chiamato tutte le sue amiche e compagni di scuola. Io, non potendo più aspettare, sono saltato in macchina a cercarla. Prima ho provato da Denis. Fino a poco tempo fa erano inseparabili, ma era un po’ che non lo vedevo.

Non lo so dove sia, ha brontolato Denis.

Nessuna idea?

Dopo che mi ha detto che sono noioso, praticamente non ci sentiamo più.

Guarda che pure io a momenti non sono più suo padre, ma mi preoccupo lo stesso. Amicizia è anche questo, sai?

Stavo già per andarmene giù per le scale, quando Denis mi ha fermato:

Forse è con Niccolò.

E questo chi sarebbe?

Un ragazzo della parallela. Però, insomma, meglio che non vi ci troviate insieme…

E allora, dimmi dovè! Andiamo!

Io non ci vengo.

Denis, a volte uno aiuto serve, anche se uno non lo ammette. E te lho sempre detto, hai più carattere di quanto pensi.

Okay, ha sospirato, seguendomi.

Siamo arrivati davanti a un gruppo di box auto, a distanza già si sentiva la musica. Davanti a uno dei box cera una compagnia di ragazzi e una ragazza. Martina non si vedeva. Ci avviciniamo.

Sto cercando Martina, è qui con voi? dico urlando per sovrastare la musica.

Che sei, una specie di poliziotto? ride uno di loro.

Proprio in quel momento, Martina esce fuori inaspettatamente.

Ma che ci fai qua?! mi urla, arrabbiata.

Sono venuto a prenderti.

So tornare a casa anche da sola, grazie!

Lo so, ma ormai è tardi, non vorrai che venga la polizia, no? Vieni, taxi per la principessa!

Lei sbuffa, ma sale in macchina. A Denis sussurra: Traditore!

Da quel momento, ha iniziato a sparire sempre più spesso. Io, testardo come un somaro, continuavo ad andarla a prendere. Ogni volta, battute e prese in giro del gruppo su quanto fossi diventato il suo taxi personale. Una sera però, si rifiuta proprio di venire via con me.

Che vuoi da me? Lasciami, sono grande! Esco quando mi pare!

Guarda, portalo pure il problema in Parlamento, rispondo scherzando, ma finché la Costituzione italiana dice che i minorenni hanno le regole…

Ma vatt… urla, voltandosi.

Lo sai che senza di te non me ne vanno neanche se mi ci mandi!

Come vorrei che non avessi mai incontrato la mamma! Meglio se tu non ceri! dice, salendo però in macchina.

Ecco, qui mi ha fatto proprio male. Ho guidato in silenzio fino a casa, con un nodo in gola. E per un momento ho pensato che forse dovrei davvero lasciarla in pace, non sono suo padre, dopotutto. Solo il marito di sua mamma. Ma come faccio? Chi la aiuta se cade? Meglio che si arrabbi, meglio le sue urla che lindifferenza. Non mollo.

Poi Martina e la sua compagnia cambiano posto. Non vanno più nel solito box, non mettono più musica, e io non so più dove trovarla. Denis, dopo tanta insistenza, mi dà qualche altro indirizzo, ma niente da fare.

Rientrava a casa solo quando voleva lei, anche di notte. Io e Marina, ascoltavamo il silenzio, fingendo di dormire, con le orecchie appese al rumore della porta dingresso. Facevamo finta di niente, ma eravamo tutti in ansia.

Una notte, mentre non dormivamo, mi squilla il cellulare. Denis.

Francesco, mi dice, ha chiamato Martina, è in un appartamento in Corso Buenos Aires, ma non riesce ad uscire.

Ha detto il numero?

No, ma da come lha descritto, credo di aver capito dovè.

Allora vieni con me.

Ho guardato Marina, aveva le labbra che tremavano. Era preoccupatissima, lo sentivo.

Non preoccuparti, ora risolvo tutto. Resta qui, magari preparaci dei pancake, che se giro di notte mi viene fame. Ti prego, non lasciare che il tuo povero marito stia senza colazione quando torno! Bacino sulla punta del naso, sentendo sulla lingua il sapore salato delle sue lacrime.

Ho preso Denis e siamo partiti per Milano. Fuori Milano cera poca gente, ma in centro anche di notte cera confusione. Mi sono pure preso una bottigliata sulla macchina da due tipi ubriachi che passeggiavano in mezzo alla strada. Ci mancava solo quello.

Arrivati, ho detto a Denis di restare in macchina, così almeno era al sicuro. Prima di salire, ho controllato le finestre, qualche musica, qualcuno che fumava sul balcone… nulla di strano. Ho suonato in diversi appartamenti, quasi nessuna risposta. Finalmente, allultimo piano, mi apre una vecchietta sveglia come un grillo.

Guardi caro, di sospetti ce ne sarebbero tre di appartamenti! mi dice tutta seria e in tutti e tre cè sempre un via vai di gente…

Ma davvero?

Eh sì! Li vedo tutto il giorno dalla finestrella.

Lho ringraziata e mi sono appuntato i numeri. Nel primo ci stava un tipo mezza bottiglia, la sua amica e un cane con un muso dolcissimo. Il secondo era vuoto. Salgo nel terzo, già in ansia, e appena apro la porta esce una ragazza che sembrava Martina, ma non lo era: occhi spenti, finta, come una bambola. Dentro, rumori, musica, mi sono sentito mancare.

Martina! ho urlato e mi sono precipitato dentro. Ho iniziato a spingere via gente, inciampavo, urlavo il suo nome… Ad un certo punto sento la sua voce debole da dietro una porta chiusa: Papà! Papà!

Era in bagno, chiusa. Ho tirato la maniglia con forza, quella si apre subito (una di quelle porte vecchie…), lei mi si lancia addosso piangendo da morire. Era sola, si era solo nascosta terrorizzata.

Mentre uscivamo, arrivava anche una pattuglia. La signora aveva chiamato la polizia.

La tenevano qui contro la sua volontà? mi domanda uno degli agenti.

Beh, sì, anche se non sono suo padre, sono solo il compagno di sua madre.

Lui è il mio papà! ha detto Martina forte.

Abbiamo rincasato, e quella sera abbiamo mangiato pancake con la panna, un po salati dalle lacrime di Marina, ma buoni come il pane. Le ho fatto il mio solito discorsetto: che anche se lei mi caccia via dalla sua vita, io resto lo stesso, perché senza di loro non sono niente. Le ho spiegato che la vita è una cosa complicata, imparare a gestirla è come fare il giocoliere, e che a volte si cade, certo, ma ci si rialza. Loro mi ascoltavano, sorridendo, il mento appoggiato sulla mano. Così belle, così familiari, così mie.

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