Ventanni ho cercato persone scomparse nei boschi dellAppennino, riportandole a casa. Ma quando ho trovato, in una baita diroccata sulle Alpi, la quattordicenne figlia di un potente assessore regionale, per la prima volta in vita mia ho detto alla radio: «Nessuna traccia. Probabile annegamento». Quella bugia mi è costata amici, reputazione, tutta la vocazione della mia esistenza. Eppure, a volte, per salvare davvero una persona, devi essere tu a seppellirla.
Nel mondo delle squadre di volontari del soccorso alpino cè una regola sacra: noi non siamo carabinieri, non siamo giudici, non siamo assistenti sociali né psicologi. Il nostro compito è semplicissimo, spietatamente tecnico: trovare chi si è perso tra i monti o nel borgo e consegnarlo ai parenti o allautorità. Fine. Non ci riguarda ciò che avviene dietro le porte chiuse dopo il salvataggio.
Mi chiamo Giacomo. Venti anni sono stato il coordinatore del più grande gruppo di ricerca della nostra regione. Sapevo fiutare la paura nei sentieri dautunno, prevedere la fuga in panico di un cercatore di funghi, comandare la battuta di perlustrazione su duecento volontari senza sonno.
Avevo il rispetto di tutti. Mi chiamavano «Il Segugio» perché riuscivo a strappare dalla morte persone che la polizia aveva ormai dato per disperse. Credevo nel sistema. Credevo che il ritorno a casa fosse sempre la vittoria giusta.
Finché quellottobre del 2018 e la nostra ricerca di Arianna.
Una vittima perfetta.
Arianna aveva quattordici anni. Era lunica figlia di un imprenditore nel campo delledilizia, anche consigliere regionale: uno che cenava con politici, gente che conta a Roma.
La ragazza era svanita durante una gita col liceo: sera allontanata tra i castagni e scomparsa.
Quella fu la ricerca più massiccia di cui abbia memoria. Il padre di Arianna smosse Protezione Civile, Guardia Forestale, elicotteri con termocamere, giornalisti Ogni giorno al nostro campo base arrivavano pasti caldi dai migliori ristoranti della città. Lui, davanti alle telecamere, occhi gonfi di lacrime, supplicava: «Arianna, torna darò tutto quello che ho, basta che la riportiate a casa».
Guardando lui i miei compagni correvano nei boschi sotto la pioggia gelida senza mai fermarsi. Tre giorni senza chiudere occhio. Setacciavamo ogni anfratto, ogni forra fangosa.
Il quarto giorno spostammo la zona di ricerca verso una vecchia segheria abbandonata. Un inferno di rovi, acquitrini e un torrente che la pioggia aveva gonfiato fino a farne unira di Dio. Ci andai da solo, volevo verificare una capanna di caccia che ricordavo là vicino.
La scoperta.
Scesi nella capanna umida, illuminando lombra con la mia torcia potente.
Lei era lì.
Arianna era raggomitolata nellangolo più remoto, avvolta in un vecchio telo di plastica marcio. Tremava così forte che sentivo battere i denti nel silenzio. Le labbra viola, il viso esasperato dal freddo. Ipotermia avanzata.
Portai la mano alla radio.
Base, qui Segugio. Soggetto
NO! Il suo era un suono rotto, come il grido di un passero ferito.
Aveva il braccio teso verso di me, e tra le dita sporche stringeva un vecchio chiodo arrugginito, la punta contro la propria gola.
Se dite che mi avete trovata se mi riportate, mi ammazzo, giuro su Dio.
Mi bloccai. Negli adolescenti ho visto molte crisi di panico, paura dei rimproveri o del giudizio dei genitori, niente di nuovo.
Arianna, tranquilla, dissi usando il mio tono calmo da caposquadra. Tuo padre sta impazzendo. Tutta la città si muove per te. Ti vuole bene.
Lei scoppiò a ridere, un suono isterico, agghiacciante. Poi sollevò con mani tremanti la felpa sporca.
Alla luce della torcia vidi la schiena. Lividi antichi, cicatrici giallastre di cinghia. Bruciature di sigaretta, ematomi profondi che solo colpi violenti e sistematici possono lasciare.
Mia madre è morta cinque anni fa, sussurrò fissandomi con occhi di pietra. Lui mi pesta ogni giorno. Se sbaglio a guardare. Perché assomiglio troppo a lei. Perché si sente il padrone di ogni cosa. Mi chiudeva una settimana in cantina senza acqua. Se mi consegnate alla Polizia, mi riportano lì, prendono i soldi e lui mi uccide per la vergogna della fuga. Basta, lasciatemi qui a morire. Vi prego.
Rimasi impietrito nellombra. La radio sul petto gracchiava senza sosta:
Segugio, qui base! Mi ricevi? Rispondi, Giacomo!
Punto di non ritorno.
La legge era chiara. Dovevo dare le coordinate, chiamare i Carabinieri e lambulanza. Poi denunciare la violenza allufficio minori.
Ma sapevo benissimo chi fosse suo padre. Conoscevo il comandante dei Carabinieri che cenava assieme a quellassessore. Una denuncia si sarebbe persa nel nulla. Avrebbero detto che Arianna era instabile, autolesionista, e lavrebbero riconsegnata nella gabbia dorata. Al mostro.
In ventanni avevo salvato centinaia di persone. Ma in quellattimo compresi che, per salvare lei, dovevo smettere di essere un soccorritore.
Premetti la trasmittente della radio:
Base, qui Segugio. Nessuno qui, sarà stata solo unimpressione. Capanna vuota, passo.
Le tolsi la giacca rossa sgargiante. Aprii il mio kit medico, mi tagliai un braccio e sporcai la sua manica col mio sangue.
Seguimi, sussurrai ad Arianna.
Lasciammo la capanna. Portai la giacca macchiata trecento metri più a valle, lagganciai a un ramo che si proiettava verso il vortice tumultuoso del torrente. Tracciai orme di scivolata nella fanghiglia.
Poi guidai Arianna lungo sentieri segreti, scavalcando ogni perlustrazione, fino alla statale dove stava la mia vecchia Punto.
La avvolsi nel sacco a pelo, riscaldando tutto ciò che potevo. Guidai dieci ore, attraversando tre regioni. Conoscevo una donna che dirigeva un piccolo centro anti-violenza per ragazze scomparse, in Piemonte; non mi pose domande. Lei sapeva nascondere le persone, proteggerle da mariti, forze dellordine, chiunque.
Lasciai Arianna lì. Labbraccio fu silenzioso, intenso.
Prezzo della bugia.
Tornai al campo la mattina dopo. Uno straccio coperto di fango, gli occhi spenti.
Guidai i colleghi al torrente e mostrai la giacca insanguinata incastrata sul ramo.
È scivolata dal costone, dissi ai soccorritori e ai Carabinieri. Lacqua va a dieci metri al secondo, il corpo incastrato fra i detriti non lo troveremo mai.
I miei volontari piansero. Donne e uomini forti, abituati a dure campagne, si disperavano per averla mancata, per aver fallito.
E io rimasi, a ricevere lo schiaffo, guardando negli occhi chi avevo sempre chiamato fratelli. Avevo mentito alla mia famiglia elettiva, tradito il codice donore del mio gruppo. Avevo commesso un grave crimine: rapimento di minore, inquinamento di prove.
Il padre di Arianna andò in tv, strillò, minacciò. Una settimana dopo seppellirono qualche oggetto in una bara vuota. Il caso finì archiviato: incidente.
Me ne andai poco dopo dal gruppo. Non potevo reggere gli sguardi, non riuscivo a impartire ordini sapendo chi ero diventato.
Si raccontava che il Segugio avesse perso la testa, smesso di lottare, si fosse dato al vino. Un altro prese il mio posto. Una vita basata sul salvare altri, finita.
Otto anni dopo.
Ora ho sessantanni. Lavoro come meccanico in unofficina alla periferia di Bologna. Niente medaglie, niente onorificenze della Protezione Civile, nessun amico degli anni buoni. Vivo solo, in un appartamento che odora di benzina.
Ma una settimana fa, in buca, senza mittente, ho trovato una busta.
Dentro cera una foto. Una giovane donna sui ventidue anni, occhi pieni di vita, camice bianco davanti a un istituto infermieristico tra le montagne. Sorridente, viva. Sul retro, una scritta:
«Sono viva. E ora aiuto gli altri. Grazie per non avermi salvata secondo le regole».
Ci piace pensare che il bene sia sempre pulito, vestito di bianco e premiato con una stretta di mano. Ma la vera realtà è spesso orribile. A volte, per salvare davvero una vita innocente, devi diventare tu stesso un criminale. Qualche volta, per strapparne una dalla morte, devi sacrificare tutto ciò che sei stato.
Se dovessi tornare in quella capanna, di nuovo, staccherei ancora la radio. Perché una reputazione intatta non vale nemmeno una lacrima di un bambino torturato.
E tu, saresti capace di infrangere la legge, tradire i tuoi compagni e rinunciare al tuo nome pulito, se fosse lunica via per salvare un innocente dalla rovina? Dove, per te, passa il confine tra regole e coscienza? Raccontamelo. Forse non ho più il rispetto della città, né le strette di mano dei colleghi. Forse nessuno canterà le mie gesta. Eppure, ogni tanto, quando il vento delle Alpi spira nei miei sogni, sento una voce che ride lieve sotto il fruscìo dei larici, e ricordo che una volta ho mentito per un bene più grande di me.
Così, quando le sera cala sulla mia officina e accendo la luce fioca sopra il banco di lavoro, penso che quel confine tra regole e coscienza sia un sentiero che ognuno di noi deve percorrere da solo. Sotto la crosta di fango, tra i rovi e i silenzi, ancora resta il cuore vivo di chi ha scelto di vedere linvisibile e, per un solo attimo, ha spalancato una porta sulla libertà di un altro essere umano.
È qui che muore il Segugio, e nasce un uomo. Magari dimenticato, forse frainteso ma capace di portare il peso della sua scelta con la fierezza dolceamarga di chi sa che, nel profondo, nessuna vita vale meno della propria reputazione.
E se domani, bussando tra mille storie, dovessi riconoscere ancora negli occhi di qualcuno la stessa paura che aveva Arianna, saprei già quale bugia dire. Quella giusta. Quella che salva.





