Il Figlio Arriva al Funerale per Deridere i Genitori… Ignaro di Ciò che l’Avvocato Nascondeva in Quella Busta…

Diario di Matteo Bianchi 13 aprile

Sono tornato oggi a San Bartolomeo, il mio paese natale, per il funerale dei miei genitori. Non tornavo da anni, da quando ho deciso che la loro povertà era una vergogna che non volevo più addosso. Eppure oggi, davanti a quelle due bare grezze di legno dabete non trattato, mi sono ritrovato in piedi, braccia incrociate, con un sorriso amaro sul viso, come se stessi guardando qualcosa che puzzava. Il vento dellentroterra ligure mi soffiava addosso, riempiendomi i mocassini italiani di polvere, e io osservavo quei due feretri come se fossero cassette per la frutta. Che vergogna. Eppure il paese era lì, circa una trentina di persone vestite di nero, occhi bassi, donne anziane col fazzoletto annodato sotto il mento, uomini col cappello tra le mani, bambini che ancora non capivano.

Sottovoce ho detto: È il meglio che avete trovato? Sembrano scatole del mercato. Nessuno ha risposto. Le donne si sono guardate tra loro e don Gino, il falegname che aveva preparato le bare di notte, ha stretto le mani a pugno ma è rimasto in silenzio.

Ho camminato attorno ai feretri come si controlla una spedizione difettosa, poi mi sono rivolto agli altri: Pure da morti, continuano a farmi vergognare. Il silenzio è diventato tensione, rabbia sotto la pelle. Rosa, inginocchiata vicino alla bara con gli occhi gonfi, alzò la testa; mi fissava tremando: Porta rispetto, Matteo. Sono i tuoi genitori. Ma io ero già oltre. Ho tirato fuori il telefono, guardato lorologio svizzero al polso, e sospirato come se tutto fosse solo una perdita di tempo.

Poi, una macchina nera elegante e senza pretese si fermò sul ciglio della strada sterrata. Dalla portiera scese una donna giovane, magra, portafoglio di pelle e una busta color avorio in mano. Camminò decisa tra le tombe, senza salutare nessuno. Si avvicinò a don Giuseppe e gli sussurrò qualcosa allorecchio. Lui annuì, serissimo. Non la conoscevo, ma appena vidi la busta provai uninquietudine che mi raggelò il petto. Cercai di scuotermi di dosso la sensazione, misi lo sguardo tra le nuvole, come se niente potesse toccarmi ma quello che cera scritto dentro quella busta avrebbe demolito tutto quello che pensavo di sapere su di me.

Qui mi devo fermare un attimo. Se chi leggerà queste righe sente qualcosa nel cuore, lasci pure un pensiero: mi piacerebbe sapere in quale parte dItalia state. Chi è di Torino, chi di Roma, chi della Sicilia Per capire come siamo arrivati fin qui devo ripercorrere la mia storia.

Tanti anni fa, nella vecchia casa di pietra allombra degli ulivi, un bambino sognava di fuggire da quellunico posto dove qualcuno lo amava davvero. Casa Bianchi era allestremità del paese. Muri in sasso, tetto di tegole vecchie, circondata da uliveti e fichi dindia. La porta di legno mai chiusa bene, la finestra senza vetri che mamma Giulia copriva con una tenda ricamata a mano. Dentro, pavimento di terra battuta, un tavolo traballante, tre sedie diverse, un altarino con la Madonnina illuminato da ceri, e la stufa a legna su cui Giulia cucinava minestrone, pane raffermo e se andava bene un pezzo di carne secca.

Per i miei, quella casa era tutto. Papà Luigi se lera costruita con le sue mani, impastando il cemento, trasportando tegole per chilometri su per la collina. Era la sua rivincita sul mondo: una casa tutta sua, finalmente. Mamma lo capiva per lei vivere con poco era la vera ricchezza. Per me invece era un peso. Da che ho memoria, ho sentito la differenza tra me e i miei compagni: loro zaini nuovi, scarpe senza buchi, panini al prosciutto. Io arrivavo con i sandali di papà rattoppati, una busta di plastica come zaino e pane e formaggio in un tovagliolo.

I bambini ridevano. Ecco il figlio del poveraccio del paese! serravo i denti, guardavo a terra. Mi si marciva qualcosa dentro.

Un giorno la maestra chiese di portare un dono per la festa della mamma. I miei portarono fiori comprati, scatoline con nastri. Io una tovaglia che mamma aveva ricamato con le mie iniziali. Imballata nella carta del pane, perché non avevamo nemmeno il pacchetto regalo. Quando toccò a me, uno urlò Sembra uno straccio da cucina! Tutti a ridere. Da quel giorno smisi di domandare niente.

Avevo dieci anni quando piansi tornando a casa: la scuola organizzava una gita a Firenze, 120 euro. Unenormità per noi. Andai da mio padre che stava riparando una sedia, e con la voce tremante chiesi: Papà, servono soldi per la gita. Lui mi guardò con i suoi occhi sereni: Non possiamo, figlio mio. Cè da imparare qua, fuori, più che in qualsiasi scuola. Non dissi nulla, mi infilai nel letto a fissare il soffitto umido. Quella notte giurai che sarei scappato, che avrei fatto soldi, che non sarei mai diventato come lui. Promessa che negli anni si trasformò in rancore, poi in disprezzo. Ogni richiesta con la risposta Non abbiamo i soldi era un mattoncino nel muro che ci separava.

Non potevo immaginare che a meno di 40 chilometri, una giovane avvocatessa gestiva terreni, investimenti e depositi a nome di una figura giuridica intestata proprio a mio padre, Luigi Bianchi, il falegname che mi diceva sempre che non cerano soldi. Non sapevo che quelluomo non era mai stato davvero povero, e questa verità sarebbe venuta fuori solo oggi, al momento peggiore.

Me ne andai a 19 anni, una mattina di marzo. Nessuna stretta di mano, solo una borsa consunta, qualche cambio, i documenti e un biglietto della corriera per Milano comprato dopo mesi di lavoro come garzone. Mamma era in cucina. Mi guardò andar via, strofinandosi le mani nel grembiule. Dio ti accompagni, figlio mio. Non la guardai nemmeno. Non ci fu abbraccio. Papà era fuori a dar da mangiare alle galline. Non venne a salutarmi. Rimase con il mais in mano, fisso sul terreno. Tornerà quando capirà, disse poi a mia madre. Ma non sono mai tornato.

A Milano, usai la rabbia per farmi strada. Facchino, manovale, volantinaggio. Quattro uomini in una stanza, un pasto al giorno, sempre la stessa frase nella testa: Non sarò mai come mio padre. Dopo 5 anni, con una miscela di furbizia, ambizione e nessuna pietà, avevo avviato una piccola impresa edile. In 10 anni avevo un ufficio in centro, tre furgoni con la mia ditta stampata, un appartamento in zona Navigli. Tutto finanziato fino allultimo centesimo.

Allapparenza un uomo di successo, dentro un castello di carte sorretto da debiti e arroganza. Più salivo, più seppellivo quel bambino senza scarpe. Il primo anno chiamai mia madre una volta: Sto bene mamma, lavoro. Mamma Giulia pianse di gioia. Il secondo anno due chiamate rapide e fredde. Il terzo mai più. Lei, però, ogni domenica alle sette provava a chiamare dal telefono a gettoni della piazza. Io ascoltavo i messaggi mentre cenavo con clienti ignari del mio passato. Spesso ridevo, a volte li cancellavo senza sentirli. Papà, invece, mandava lettere scritte a mano sulla carta degli esercizi: parlava del tempo, degli olivi, di niente importante, ma le gettavo via senza aprirle, una dopo laltra.

Otto anni di silenzio. Otto anni di messaggi a vuoto. E ogni sera, mia madre accendeva un lume sotto la Madonnina pregando che tornassi a casa. Quando accadde il miracolo, lei non cera già più. Quella chiamata persa fu lultima. La malattia arrivò di nascosto. Prima una stanchezza, poi una tosse, poi il dolore che non cedeva. Portata alla clinica di Chiavari, la diagnosi fu secca: polmoni rovinati, terapie che il paese neanche conosceva, tempo che non cera più.

Rosa si trasferì praticamente dai miei, arrivava prima dellalba, curava tutto, i suoi figli già autonomi capivano. La mia seconda mamma ha bisogno più di voi adesso, diceva, e loro annuivano.

I pomeriggi erano i peggiori. Mamma restava a guardare il sentiero come aspettando una sagoma familiare tra la polvere. Ogni giorno la stessa domanda: Arriva oggi, Rosa? E la stessa pietosa bugia: Può darsi, signora Giulia. Papà aiutava in silenzio, occhi rotti dalla perdita vera: lassenza mia, sapendo che lei moriva senza di me. Don Giuseppe, il parroco, tentò tre volte di contattarmi. La seconda rispose una segretaria: Il signor Bianchi è in riunione. La terza risposi io: Padre, non ho più niente a che vedere con quel posto. Per soldi trovate altro. E riattaccai. Quella chiacchierata sigillò tutto.

Mamma peggiorò col freddo. Dormiva poco, la tosse la spezzava. Una notte chiamò: E arrivato, vero? Il mio Matteo? Rosa, con la voce in gola, le disse: Sì, signora, è qui. Si riposi. Mia madre sorrise, chiuse gli occhi. Unaltra notte, mi chiamò figlio anche a Rosa: Sei la figlia che Dio mi ha mandato quando il mio non cera più. Le ultime ore aveva tra le mani una foto di me a sei anni, sorriso storto, davanti alla nostra casa di pietra. Stringendola forte, sussurrò solo Il mio bambino. Poi se ne andò così. Rosa chiamò don Giuseppe e uscì a cercarlo nel buio, senza svegliare nessuno col suo dolore.

Il funerale di mamma fu semplice, come lei: cassa di abete fatta da don Gino, mazzi di fiori dai campi portati dai bambini, la chiesa piena. Tutti cerano, tranne me. Papà non pianse, non mosse un muscolo durante la cerimonia. Rimase davanti alla fossa vuota anche dopo che calarono la bara. Rosa lo invitò a tornare in casa, lui rifiutò: Resto un altro po. Quella sera tornò, si sedette sulla sedia di mamma quella usata per recitare il rosario e aspettare me e non si alzò più. Quando Rosa portò cibo il giorno dopo, i fagioli erano intatti sul tavolo. Al secondo giorno lo trovò con la foto del matrimonio sulle ginocchia, nella stessa sedia.

Tentò: Dovete mangiare, don Luigi. Lui rispose piano: Ho mangiato già tutto quello che dovevo, figlia mia. Al terzo giorno, Rosa spinse la porta e lo trovò morto, tenendosi al petto la foto delle nozze. Il medico scrisse cuore stanco; il paese sapeva la verità: papà morì di dolore, perché per lui la vita era finita con mamma. Sotto la sua testa trovarono una busta indirizzata allavvocatessa Francesca Galli, con una nota: Per quando sarà il momento. Il parroco la prese, chiamò subito Francesca e poi me.

Ricevetti quel messaggio mentre mi sistemavo la cravatta nel mio appartamento a Milano. Rimasi immobile, poi continuai la mia routine. Ma mi presentai comunque. Non per amore o scrupolo, solo per la parola eredità che risuonava come uninsegna. Arrivai a San Bartolomeo con un SUV blindato a noleggio, non volevo rovinare la mia auto nei tornanti. Scesi con occhiali scuri, abito grigio che valeva metà della casa media del paese, scarpe italiane di lusso che si ricoprirono subito di fango. Il paese si ammutolì al mio ingresso.

Mi avvicinai ai feretri e scoppiai in una breve risata secca: Si sono spenti come hanno vissuto senza nulla. qualcuno si fece il segno della croce, qualcuno sputò per terra. Scuotevo la testa: Nemmeno la vernice. È il massimo che sono riusciti a fare? Don Gino fece per avvicinarsi ma la moglie lo trattenne: Lascialo fare, ci penserà il Signore. Continuai a parlare, lamentandomi del viaggio, delle camicie toppe di mio padre nella bara. Quella maglia avrà più toppe che tessuto! ridevo. Solo io ridevo.

Una vecchia, nellultimo banco appoggiata a una croce, sussurrò: Giulia pregava ogni sera che tornasse suo figlio. Guarda cosha ricevuto. Nessuno mi rispose, mi sistemai la cravatta e guardai lorologio, pronto ad andarmene con la mia eredità.

Fu Rosa a spezzare il silenzio. Si alzò, piccola, segnata dal lavoro, occhi rossi. Mi fissò e con voce decisa mi chiese: Hai finito di prenderti gioco di loro? E tu chi saresti? ribattei. Io sono quella che ha chiuso gli occhi a tua madre, che imboccava tuo padre quando non voleva più vivere. Ero qui. Tu eri nei tuoi uffici, con le tue cravatte. Rosa tremava, ma la voce non cedette: Tua madre è morta con il tuo nome sulle labbra. Tuo padre con la tua foto tra le mani. E tu sei qui a deridere le loro bare.

Non risposi. Qualcosa mi si incrinò dentro, ma finsi indifferenza: Sono venuto per sistemare il dovuto, poi me ne vado. E allora, come per chiamata del destino, la macchina elegante si fermò accanto al cimitero. Lavvocatessa Francesca Galli scese con la busta, camminando tra la folla. Si rivolse a tutti: Buonasera, sono Francesca Galli, legale incaricata della successione di Luigi Bianchi. Leggerò le sue ultime volontà qui, davanti alla gente del paese.

Il termine successione mi accese i pensieri. Patrimonio, lascito Terra, qualche euro, roba da poco qualcosa per coprire almeno il viaggio. Ero già a fare i conti. Francesca aprì il portadocumenti e iniziò a leggere, con voce limpida: Io, Luigi Bianchi, dispongo come segue: possiedo 400 ettari di uliveti tra San Bartolomeo e SantAnna, tre appartamenti in centro, investimenti in BOT e BTP per 4.800.000 euro, conto corrente da 2.300.000 euro.

Mi si gelò il sangue. Terra, proprietà, quasi sette milioni di euro. Mio padre, il falegname con le camicie toppe. In un istante calcolai: con quei soldi mi sarei salvato dalla bancarotta, pagato i debiti, tenuto lattico, respirato. Stavo per esultare.

Ma Francesca continuò: Dispongo che ogni mio bene sia donato in toto allorfanotrofio SantAntonio, a cui devo la mia vita e la mia educazione. Decisione irrevocabile. Sette milioni spariti in un lampo. Rimasi a bocca aperta: Cosa? La donazione è già stata autenticata e registrata dal notaio. Il silenzio attorno a me era diventato pietà.

Riuscii solo a dire: Ma io sono suo figlio. Francesca, impassibile: Il signor Luigi lo sapeva bene, per questo le ha scritto una lettera personale. Vuole che la legga davanti a tutti o da solo? Quasi tremavo. Legga, pure. Estrasse una pagina di quaderno, la riconobbi dalla grafia tremante delle lettere che non avevo mai guardato. Francesca lesse:

Matteo, figlio mio, se ascolti queste parole significa che non ci sono più. E che la mamma se nè andata prima di me, e senza di lei non so stare. Quello che non ti ho mai raccontato, lho confidato solo a don Giuseppe e alla signora Galli. Io sono nato allorfanotrofio SantAntonio. Nessun padre, nessuna madre. Le suore mi hanno dato nome Luigi perché sono nato nel giorno di San Luigi e Bianchi dal cognome della religiosa che mi trovò. In quellorfanotrofio ho imparato tutto: leggere, lavorare, credere nellamore che non si misura dal denaro ma da ciò che dai agli altri. Ho giurato che un giorno avrei restituito tutto. Ho lavorato per quarantanni, risparmiando ogni centesimo. Sì, avevo soldi, più di quanto tu immagini. Ma non erano mai soldi miei: erano destinati a chi, come me, nasce senza nessuno.

Lo so, ti sono mancato, ti sei vergognato. Credevo che amore e tempo bastassero, sbagliavo? Forse, o forse no. Ho scelto di dare ai bambini ciò che tu non hai voluto vedere. A te non è mancato un padre, ma non hai mai voluto guardare. Ora questi soldi vanno a chi sa ancora ringraziare con un sorriso e un piatto caldo. Ti scrivo con tutto lamore che ho avuto per te: il vero amore, figlio mio, è esserci. Tu non ci sei stato. Tuo padre Luigi Bianchi.

Con la voce spezzata ricevetti la lettera. Intorno, tutti piangevano. Anche quelli che non avevano mai pianto. Rosa mi abbracciò con lo sguardo, il parroco mormorava le sue preghiere. E io rimasi tra due bare, vestito in abito che valeva una vita, ma con una busta in mano che segnava la mia sconfitta.

Liturgicamente, la gente defluiva verso casa, una ad una, sfiorando le bare e lasciando fiori. Rosa fu tra le ultime: Spero che tu capisca, un giorno, quello che avevi. Se ne andò a testa alta, avvolta nello scialle.

Rimasi solo. Presi posto accanto alla fossa di mamma, con il vestito impolverato, scarpe marmorizzate di fango secco, la lettera in mano. Squillò il telefono: Signor Bianchi, sono della banca. Dobbiamo discutere dei ritardi con la sua società edile Riattaccai. Chiamò subito lagenzia dei furgoni, poi lamministratore dellappartamento. Ogni chiamata era un colpo in più. La ditta affogata dai debiti, lattico a rischio pignoramento, tutto nella mia vita era solo apparenza e bugia. Solo che la bugia di mio padre nascondeva milioni e un cuore spezzato. La mia, niente.

Spensi il telefono, guardai le bare che prima avevo deriso ora vedevo le mani di Don Gino, le margherite raccolte dai bambini, le candele accese controvento, la camicia rattoppata di papà e capii solo adesso. Lui non aveva bisogno di altro, le sue ricchezze erano nei legami, nella mamma, nella gente del paese, nei bambini senza casa. Io non avevo nulla.

Tirai fuori le chiavi della macchina a noleggio, le lasciai cadere tra la polvere. Dentro al cimitero, sentii passi: era don Giuseppe, che si sedette accanto a me senza parlare. Dopo un po tirò fuori una foto consunta e me la diede: Tuo padre voleva lasciarti questo. È lunica cosa. La foto raffigura me a sei anni, davanti alla vecchia casa, sorridente, senza scarpe, mamma col grembiule alle mie spalle, papà col cappello e gli occhi pieni di sole.

Stringo la foto al petto e, lì, tra le due bare che più di ogni cosa mi avevano amato, piango. Non come non piangevo da trentanni. Piango per le telefonate perse, le lettere mai lette, le cene con solo pane e formaggio, le gite mancate, i giorni ignorati. Piango per aver capito troppo tardi la ricchezza che non avrei mai posseduto.

Il vento dellAppennino continua a soffiare, portando via la polvere, i fiori secchi, e il suono inutile della risata di un uomo che ha sempre creduto di essere povero, ma era solo cieco davanti allunica vera fortuna della vita.

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