15marzo 2026 Diario di Pietro Bianchi
Papà, che cosa è succeduto? Hai davvero preso un gatto? mi ha chiesto la mia figlia Vittoria, arrivata per il weekend. Io, Pietro Bianchi, guardavo fuori dalla finestra con unespressione di disagio. Ecco, di nuovo quel gatto rosso, stava sopra i miei pomodori. Era il terzo giorno consecutivo.
Allinizio aveva rosicchiato i pomodori, ieri si era addormentato tra i cetrioli, e oggi si era accoccolato tra le giovani cavoletti.
Vai pure da chi ti appartieni, borbottai mentre picchiettavo il vetro.
Il felino alzò lo sguardo, fissò i miei occhi con i suoi occhi gialli e rimase lì, fiero come un re.
Misi gli stivaletti di gomma e uscii verso lorto. Il gatto non scappò; si limitò a spostarsi di qualche passo e si sedette accanto al recinto. Era magro, pelliccia strappata, orecchio lacero e coda con le pellicce in disordine.
Beh, piccolo vagabondo, mi chinai verso la cavolfiore e osservai i danni. Probabilmente non lo accetteranno più a casa?
Il gatto emise un miagolio debole, quasi un lamento, e improvvisamente capii: lanimale era affamato. I suoi occhi brillavano di fame.
Dove sono i tuoi padroni? chiesi, sedendomi a pancia in giù.
Il felino si avvicinò, strofinandosi contro lo stivale. Un miagolio sommesso sembrava ringraziarmi per non averlo cacciato.
Nonno, perché abbiamo un gatto in giardino? domandò il nipote Lorenzo, che era venuto in campagna per le vacanze.
È di un vicino. Si è perso o lo hanno cacciato, non lo so.
Di chi era?
Sospirai. Lo sapevo bene. Era della signora Giovanna, la vicina di casa. Era morta un mese fa e i parenti erano venuti solo per il funerale. La casa era stata chiusa, i mobili rimossi, e il gatto era stato dimenticato.
Giovanna lo aveva. È già dipartita.
E il gatto è rimasto solo?
Sì, è rimasto solo.
Lorenzo guardò il gatto raso e domandò:
Nonno, lo portiamo a casa nostra?
Neanche a parlarne! ribattii. Non mi mancava più un gatto. Non ho più nulla da mangiare, e ora questo!
Ma quella sera, quando Lorenzo tornò in città, trovai il gatto vicino al portico con una scodella di zuppa avanzata. Lo posizionai lì, mi allontanai e il felino, cautamente, iniziò a mangiare con avidità.
Va bene, va bene, mormonai, una volta soltanto.
Quella una volta divenne una routine quotidiana. Ogni mattina uscivo in orto e il gatto mi aspettava al cancello, seduto in silenzio, senza miagolare, senza chiedere; semplicemente aspettava.
Allinizio gli davvo gli avanzi, poi cominciai a preparare una zuppa di riso e a comprare scatolette economiche. Mi ripetevo: È temporaneo, finché non trovi nuovi padroni.
Rossi, vieni qui, lo chiamavo a gran voce. Rossi, così ti chiamava la signora Giulia. Il gatto rispondeva a qualsiasi nome; limportante era che lo chiamassero.
Pian piano il rosso si ambientò. Di giorno si scaldava al sole tra le file di lattughe, la sera veniva al portico, dormiva nella vecchia cuccia che rimaneva dal cane.
È temporaneo, ripetevo, assolutamente temporaneo.
Passavano le settimane, ma il gatto non se ne andava. Io capivo che si era abituato al suo nascondiglio, al suo miagolio delicato al tramonto, al calore del mio grembo quando mi sedevo sul portico.
Papà, hai davvero preso un gatto? insistere di nuovo Vittoria, sorpresa dal ritorno della bestiola.
Non lho preso, è venuto da solo. Era di un vicino, la padrona è morta.
Allora perché lo nutri? Non lo porti altrove?
Chi ha bisogno di un gatto vecchio così? accarezzai il rosso dietro lorecchio. Che viva.
Papà, è una spesa inutile. Cibo, dal veterinario Hai già una pensione piccola.
Ce la farò, risposi brevemente.
Vittoria scosse la testa. Negli ultimi anni ero diventato strano: parlavo con le piante, adesso avevo preso un gatto.
Forse dovresti trasferirti in città, da noi. Che fai qui da solo?
Non sono solo. Ho il rosso.
Papà, stai scherzando
Scherzo? No, è serio. Qui va bene: cè lorto, cè il gatto.
Vittoria sospirò. Da quando la madre fu andata via, ero cambiato. Mi chiusi dentro me stesso, più testardo che mai.
Con lautunno il rosso si ammalò. Smise di mangiare, giaceva nella cuccia, respirava a fatica. Mi sedetti accanto a lui.
Che ti succede, amico? chiesi. Ti sei ammalato?
Il gatto aprì gli occhi e mi fece un miagolio fioco. Decisi di portarlo dal veterinario del centro del distretto. Spesi quasi tutta la pensione, ma non rimpiansi nulla.
È un bel gatto, disse il giovane medico. Intelligente, dolce. Solo che letà avanza e il sistema immunitario è debole.
Sopravviverà?
Se lo curi bene, potrebbe vivere ancora un po. Basta proteggerlo e dargli le medicine.
A casa allestii una piccola clinica sul portico: coperte vecchie, ciotole dacqua e cibo, pillole quotidiane e la temperatura misurata con attenzione.
Rimettiti, gli dicevo. Senza di te è noioso.
Con il tempo il rosso divenne più di un animale domestico: era un compagno. Lunica creatura viva che salutava il mio ritorno dallorto e che mi faceva sentire necessario.
Nonno, il rosso è guarito? chiese Lorenzo, venuto per le vacanze invernali.
Sì, guarda, dorme sulla sua cuccia.
Il gatto era sdraiato, arrotolato a palla, il pelo lucente, gli occhi chiari.
Resterà sempre qui?
Dove dovrebbe andare? Siamo noi due. Io gli do compagnia, lui mi dà una casa.
Non ti sei sentito solo, rosso?
Pensai a quanto la vita fosse vuota dopo la perdita della moglie. Preparavo il pranzo per uno, guardavo la televisione in silenzio, mi addormentavo in una stanza vuota.
Sì, ero solo, nipotina. Molto solo.
E adesso?
Adesso non più. Il rosso mi accoglie quando torno dallorto, mi ronfa mentre cucino, dorme sulle mie ginocchia davanti alla TV. È una gioia.
Lorenzo annuì. Anche lui amava gli animali e capiva quanto potessero colmare la solitudine.
Papà, che ne diceva la mamma?
La mamma era contraria. Diceva spese inutili, fastidi inutili.
E tu?
Io penso che non siano spese inutili. Il rosso mi porta gioia, e la gioia non è mai uno spreco.
Allarrivo della primavera una nipote di Giovanna, la signora di un tempo, venne a trovarci con la sua bambina.
Scusi, signor Bianchi, sono Sofia, nipote di Giovanna, disse. Ho sentito che il suo gatto vive ancora qui?
Il cuore mi balzò. Sì, è ancora qui. Cosa
Dopo il funerale abbiamo lasciato tutto in fretta, non abbiamo pensato al gatto. Ora ci sembra un peccato, vorremmo portarlo con noi.
Capisco, risposi, sentendo una stretta al petto. È un vostro diritto, la signora è morta, i parenti hanno il diritto di riprendere il suo animale.
Sì, siamo pronti a coprire tutte le spese.
Guardo il rosso, che alzò la testa e mi scrutò con cautela, poi si avvicinò a me, strofinandosi contro le gambe.
È strano, osservò Sofia, non mi riconosce più. Vengo spesso a trovare la zia Anna.
Il tempo è passato, spiegai. Forse lha dimenticata.
Ma io capii subito: non era dimenticanza, era una scelta. Il gatto aveva scelto chi lo nutriva, chi lo curava, chi lo amava.
Allora, potete lasciarlo qui? chiese Sofia, sperando. Vedo che si è abituato a voi. Lo avete salvato due volte: dalla fame e dalla malattia. È come se fosse vostro.
Rimasi senza parole.
Sì, davvero? Possiamo tenerlo?
Certo, rispose Sofia, ma se avrete bisogno di cibo o cure, fateci sapere. Vi aiuteremo.
Dopo che Sofia partì, rimasi sul portico a accarezzare il rosso.
Stai con me, amico? dissi. Rimani per sempre.
Il gatto mi fece le fusa, chiudendo gli occhi dalla soddisfazione.
Più tardi, mi telefonò Vittoria:
Papà, come sta il gatto?
Sì, sta bene. È ufficialmente mio. I vicini sono venuti a prenderlo, ma ci hanno lasciato restare.
Bene allora. Se si è abituato
Vittoria, ho capito una cosa.
Cosa?
Una persona sola e un gatto solo si salvano a vicenda. Io lho salvato dalla fame, lui mi ha salvato dalla solitudine.
Papà, non fare il filosofo
Non è filosofia, è verità. Ho ora uno scopo: alzarmi al mattino, preparare il cibo, dare le medicine. E cè gioia, perché cè un miagolio che mi accoglie alla porta.
Vittoria rimase in silenzio. Forse, per la prima volta, ha capito quanto avessi davvero bisogno di quel piccolo felino.
Papà, non pensi di trasferirti in città?
Assolutamente no. Ho tutto qui: la casa, lorto, il rosso. Perché dovrei andare nella confusione della città?
Daccordo. Allora rimani.
Resto. Restiamo.
Un anno è passato. Pietro Bianchi e il rosso vivono una vita tranquilla. Al mattino, colazione e passeggiata nellorto. Di giorno, lavoro in casa, il gatto dorme allombra. La sera, cena davanti alla TV, il rosso sulle mie ginocchia.
I vicini hanno imparato a conoscerci:
Pietro, il suo gatto è diventato proprio affettuoso!
Non è suo, siamo noi due.
E così è. Un vecchio solo e un gatto che nessuno voleva più hanno trovato luno nellaltro ciò che cercavano: comprensione, calore e senso di esistenza.
Che cosa serve davvero per essere felici?
Il rosso fa le fusa sulle mie ginocchia, e io penso quanto sia stato giusto non aver scacciato quel randagio affamato. Come è stato bene a seguire il cuore
A volte le decisioni più importanti non nascono dalla ragione, ma dal sentimento, e si rivelano le più giuste.
Pietro Bianchi.






