Tutto ciò che rimane dopoE alla fine, solo il silenzio raccontò ciò che avevamo lasciato dietro di noi.

**21 ottobre 2024**

Mamma, torno subito. Non più di venti minuti, lo prometto mi fermo sulla soglia della stanza, cercando di mettere un sorriso, ma le labbra tremano.
Sbrigati, amore dice Natalè, accoccolata sul fianco, con le mani strette sulla coperta il dottore ha detto che verso sera arriverà la flebo.

Annuisco, prendo la giacca e mi avvolgo la felpa. Fuori è freddo e ventoso. Ottobre a Bologna non ha pietà dei passanti: pioggia, vento, pozzanghere che riflettono lanima di un autunno italiano, cielo basso, gente silenziosa, tutto sembra attendere la fine.

Cammino verso la fermata dellautobus, sentendo che il tempo mi sfugge. Non è solo lautobus che mi sfugge, ma la vita stessa, tutto ciò che scorre intorno a me.

Tre settimane fa i medici avevano detto a Natalè che era stadio finale. Non ho pianto allora; mi sono semplicemente seduto su una panchina davanti al cimitero, perché qualcosa mi ha portato lì, e ho aspettato il crepuscolo.

Il compagno di reparto, un anziano dal collo sottile e dagli occhi eterni, mi ha chiesto:
Hai intenzione di partire?
Aspetto mio figlio risponde Natalè con un sorriso stanco mi ha promesso di venire stasera.
Viene spesso?
Ogni giorno. Però mi chiedo forse lo tratengo invano? Ha la sua vita, dopotutto.

Lanziano tossì e mormorò:
Non sei tu a trattenerlo, è lui a non lasciarti andare. Finché non ti lascerà, non potrai partire.

Natalè si gira verso la finestra. Fuori, la pioggia cade incessante. Stranamente, una volta amava quel suono; da giovane sembrava romantico, sedersi in cucina con una tazza di tè caldo e ascoltare le gocce battere sul davanzale. Ora è solo un velo che offusca la vista.

Mi rifugio nel vecchio parco dove da bambina scendevo con la mamma sugli slittini. Accanto al terzo pioppo dallingresso, mi ha detto una volta:
Figlio mio, non importa cosa farai. Limportante è che qualcuno, dopo di te, sorride. Anche solo una persona.

Allora non capivo; ora comprendo troppo bene.

Il cellulare vibra: Mamma: non correre, sto bene. Sorrido meccanicamente ultimamente mi scrive sempre non correre, forse per non farmi preoccupare.

La stanza si fa silenziosa. Lanziano dorme, linfermiera è uscita. Natalè resta a fissare il soffitto e, allimprovviso, sente una melodia. Da lontano, quasi dal corridoio, suona una vecchia canzone di Lucio Dalla, Pioggia dautunno. Sorride.
Dio, davvero, anche qui pensa, chiudendo gli occhi.

Allora, una presenza si siede accanto a lei, leggera come il vento.
Non temere, sussurra una voce è già tutto finito.
Lei non apre gli occhi, ma sospira e mormora:
Speriamo solo che non pianga.

Torno dopo quaranta minuti. I medici hanno già lasciato la stanza, linfermiera è alla porta, gli occhi arrossati. Capisco tutto senza parole.

Posso? chiedo piano.
Sì, annuisce linfermiera, ma solo per poco.

Mi siedo accanto a lei. La mamma è tranquilla, quasi sorride. Sul comodino il telefono lampeggia con un messaggio non inviato:
Ignazio, non aspettare miracoli. Sii il miracolo.

Guardo lo schermo finché la vista non diventa dolorosa. Poi noto, sul vetro dove le gocce scivolano formando sottili linee, un piccolo cuore disegnato, come se qualcuno lo avesse tracciato con il dito dallinterno. Sorrido è la prima volta in giorni.

Un anno è passato. Sono allingresso delloncologia pediatrica con un thermos di caffè e un cesto di frutta.
È un volontario? chiede la guardia.
Sì, rispondo con un sorriso. Voglio solo che qualcuno possa sorridere.

Un ragazzino calvo corre verso di me nel corridoio e grida:
Zio, guarda, sto guarendo!
E in quel momento capisco: i miracoli esistono davvero, anche se a volte arrivano attraverso di noi.

A volte, basta solo far brillare un sorriso.

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