Incontro predestinatoE così, quel pomeriggio al Caffè Greco, i loro sguardi si incrociarono per la prima volta dopo vent’anni, e lei capì che il destino aveva tessuto ancora una volta il filo della loro storia.

— Chiara… — Lorenzo guardò la moglie e sospirò pesante. — Scusa, ma quest’anno la vacanza al mare dobbiamo cancellarla.

— Come cancellarla? Perché? Avevamo già tutto organizzato. Avevamo perfino prenotato la camera in albergo.

— Al lavoro è un casino totale. Nessuno mi lascia andare in ferie adesso.

Quando il marito, tre giorni prima della partenza prevista, le disse che non poteva più venire al mare per via di un progetto urgente, Chiara all’inizio si arrabbiò.

Ci avevano preparato tanto tempo.

Avevano persino allineato le ferie in modo da passare insieme almeno due settimane.

— Lorenzo, ma potresti parlare col tuo capo, spiegargli la situazione? — chiese Chiara con una speranza nella voce.

— No. In questo periodo non danno ferie a nessuno, e per me non faranno certo un’eccezione. Potrei licenziarmi, certo, ma capisci che non è una soluzione? Dove trovo un altro lavoro così?

Chiara sospirò. Il lavoro di Lorenzo era davvero buono.

Grazie al suo stipendio erano riusciti a passare da un bilocale a una casa con giardino. Non enorme, ma pur sempre una casa.

Quindi licenziarsi era stupido. Ma Chiara non aveva intenzione di rinunciare alla vacanza al mare. Ci sognava da quattro anni.

Rimase seduta a pensare, poi decise: se Lorenzo non poteva partire, lei con Matteo poteva andare da sola.

Certo, all’inizio avevano pensato di andare in macchina, ma si poteva prendere l’autobus.

Sì, ci sarebbe voluto più tempo e bisognava rinunciare a un po’ di comodità, ma poi lei e Matteo si sarebbero goduti due settimane di sole, acqua calda e lunghe passeggiate sul lungomare. E anche limonate, gelati e altre gioie della vita.

— Chiara, a essere sincero, questa idea non mi piace molto — si accigliò Lorenzo quando la moglie gli raccontò i suoi piani. — Come fai da sola con un bambino piccolo?

— Matteo ha quasi quattro anni. Non è piccolo — ribatté Chiara. — E io voglio tanto il mare.

— E se andassimo tutti insieme più tardi? Fine agosto, per esempio. L’acqua sarà ancora calda.

— Lorenzo, tesoro… a fine agosto io non ho più ferie. Primo. Secondo, in quel periodo in mare ci sono un sacco di meduse e non si può nuotare bene. Quindi dobbiamo andare adesso.

— Mi preoccuperò e starò in ansia per voi. E questi pensieri mi distrarranno dal lavoro.

— Io ti chiamo ogni giorno, così non ti preoccupi — sorrise lei.

— Ma…

— Lorenzo, per favore, non litighiamo per queste sciocchezze. Non sono più una bambina, se sorgono problemi li risolvo da sola. Non ti chiamerò a supplicarti di venire a prendermi, stai tranquillo col tuo progetto. Io e Matteo ce la godremo.

A Lorenzo quella risposta non piacque. Ma Chiara aveva già deciso. E quando una donna decide, così sia.

*****

I primi giorni della tanto attesa vacanza andarono quasi come Chiara aveva immaginato.

Ogni mattina Matteo correva felice sulla sabbia, costruiva castelli, cercava di acchiappare i gabbiani e chiedeva in continuazione di entrare in acqua «ancora un minutino». La sera, passeggiando per la città, bevevano limonate e mangiavano gelati. Insomma, si divertivano.

Ma verso sera del terzo giorno Matteo si era un po’ calmato.

Chiara non ci fece troppo caso – lo mise sul conto della stanchezza.

Anche lei era un po’ stanca quel giorno. Così andarono a dormire quasi due ore prima del solito. A metà notte, però, Matteo chiamò la mamma e singhiozzò forte.

Chiara saltò giù dal letto e guardò il figlio, senza capire cosa stesse succedendo.

— Che c’è, Matteo?

— Mamma, sto male — gracchiò lui, indicandosi la gola.

Chiara spaventata gli mise una mano sulla fronte – era bollente.

Il termometro segnava quasi quaranta.

Mezz’ora dopo un’ambulanza era già ferma davanti all’albergo.

— Sembra una tonsillite — disse il giovane medico dopo aver visitato il bambino. — Meglio non rischiare. Andiamo in ospedale pediatrico.

Chiara annuì in silenzio.

Che la vacanza fosse finita lo capì già in viaggio, quando lo stesso medico le disse che probabilmente sarebbe rimasto ricoverato almeno una settimana, forse di più se ci fossero state complicazioni.

Quando Chiara scese dall’ambulanza con Matteo assonnato tra le braccia, seguì il medico verso l’accettazione… e all’improvviso…

…si fermò di colpo.

Proprio davanti all’ingresso giaceva un enorme cane arruffato. Non si mosse nemmeno quando il giovane medico passò sicuro accanto a lui.

Apri soltanto un occhio e lo guardò tranquillo.

Probabilmente non era la prima volta che lo vedeva.

— Ma che roba è?… — mormorò Chiara involontariamente.

Il cane sdraiato proprio davanti all’ospedale pediatrico le sembrò del tutto fuori posto.

«E se si avventa su qualcuno? Qui ci sono bambini dappertutto…» pensò con ansia.

— Signora, perché è ferma? — le disse il medico, sporgendosi dalla porta socchiusa. — Venga, la registriamo.

— E questo… — Chiara indicò spaventata il cane. — È normale che stia qui?

— Non si preoccupi — sorrise il medico. — È molto buono. E ama i bambini. Venga.

Chiara strinse più forte il figlio e girò al largo dal cane.

Quello non si mosse. La seguì solo con lo sguardo pigro e poi rimise la testa sulle zampe.

— Ma che roba… — disse Chiara sottovoce, guardandosi indietro. — Questo è un ospedale o un canile? Dove guardano gli addetti?

In realtà, nessuno dei dipendenti dell’ospedale sembrava badare al cane.

Chiara lo capì il giorno dopo. Le infermiere passavano accanto al cane come se fosse la cosa più normale, e un’ inserviente con un secchio gli sorrise addirittura. E lo salutò.

— Buongiorno, Leo. Com’è andato il tuo turno di notte?

Il cane in risposta scodinzolò pigramente. Come se avesse davvero capito ogni parola.

Chiara guardò stupita la donna, ma non disse nulla. In quel momento aveva ben altro per la testa.

Doveva fare le analisi, parlare col medico curante, somministrare le medicine e passare notti in bianco accanto al figlio.

Durante la notte non era migliorato.

Così si dimenticò subito dello strano cane arruffato. Ma, come scoprì, solo per poco.

I primi due giorni furono davvero duri. Misurare la febbre. Convincere Matteo a prendere la medicina. Aspettare il medico. Dargli da mangiare se aveva appetito. Poi di nuovo termometro, pastiglie.

Solo la sera il bambino riprendeva vita per un po’, ma la notte la febbre tornava.

Soltanto il terzo giorno la temperatura finalmente calò. Matteo per la prima volta chiese non i cartoni animati sul tablet, ma la macchinina che avevano portato, e indicò la finestra.

Chiara tirò un sospiro di sollievo. Ora poteva almeno uscire con il figlio nel cortile dell’ospedale per respirare un po’ d’aria fresca, perché…

…gli odori dell’ospedale non la attiravano affatto.

Nel cortile crescevano platani e tigli, con panchine comode.

Mamme passeggiavano con i bambini, infermiere andavano di fretta da un padiglione all’altro.

E lì Chiara rivide il cane arruffato.

Cercò di ricordare come si chiamava.

«Leo, mi pare. Sì, Leo».

Il cane zoppicava lentamente sul vialetto, appoggiandosi su tre zampe. All’inizio Chiara non capì che ne aveva soltanto tre.

La quarta era molto più corta e non toccava terra.

«Mamma mia, che orrore…» pensò Chiara, continuando a osservarlo.

Le venne quasi un po’ di vergogna per come l’aveva guardato male quella notte.

— Mamma, guarda! Un cagnolino! — esclamò Matteo felice.

Chiara istintivamente gli prese la mano.

— Non avvicinarti troppo. Non serve.

A dire il vero, Chiara temette che il cane sentisse Matteo e gli corresse incontro, come fanno di solito i cani quando li notano, ma quello non li guardò nemmeno.

Invece Leo proseguì, si fermò vicino al cancello e, animandosi, scodinzolò.

Nel cortile entrarono due donne con borse pesanti.

— Ciao, Leuccio! — disse una di loro accarezzandogli la testa.

Il cane abbaiò piano e, saltellando goffamente su tre zampe, le seguì.

Le accompagnò fino alla porta della cucina, aspettò che entrassero, poi si sedette davanti all’ingresso.

Dopo un minuto una delle donne gli portò una grande ciotola di metallo.

Leo non si gettò subito sul cibo.

Prima guardò attentamente intorno, come per controllare che tutto fosse tranquillo.

Solo dopo si avvicinò lentamente alla ciotola e cominciò a mangiare.

— Ma guarda che educato… — mormorò Chiara involontariamente.

Una donna in divisa da pulizie che passava in quel momento sorrise e disse:

— Educatissimo. È il nostro guardiano locale. Tiene d’occhio la situazione, diciamo.

— Vive qui? — chiese stupita Chiara.

— Da molti anni — annuì la donna. — Non lo tema. È intelligentissimo e buono. Se potessi, me lo prenderei a casa da un pezzo.

Matteo intanto tirò fuori dalla tasca un biscotto avanzato dalla colazione.

— Mamma, posso? Senti, non ha ancora mangiato abbastanza.

Leo aveva già finito la pappa e leccato la ciotola così bene che brillava al sole.

Poi si allontanò di qualche metro e si sdraiò all’ombra di un albero, con la testa sulle zampe.

Chiara all’inizio voleva proibire al figlio di avvicinarsi a quel cane, ma Matteo la guardò in un modo…

Come si faceva a dire di no a un bambino che aveva sofferto tanto nei giorni precedenti?

— Solo con cautela, per favore — disse.

E lo seguì, tenendolo per mano, pronta a tirarlo via se necessario.

No, sapeva bene che se il cane fosse stato aggressivo non gli avrebbero permesso di stare in ospedale. Ma non si sa mai. Meglio prevenire.

Matteo si avvicinò al cane arruffato sdraiato a terra e gli porse il biscotto.

— Tieni… è per te…

Leo alzò la testa. Per un po’ osservò il piccolo umano, poi prese il bocconcino con la punta dei denti. Con tanta delicatezza che non sfiorò nemmeno le dita del bambino.

Chiara, che aveva seguito tutto con attenzione, tirò un sospiro di sollievo.

Grazie al cielo, non era successo niente di grave. Il cane era davvero molto educato.

— Mamma, hai visto? Ha preso il biscotto.

— Sì, sì… — sorrise Chiara.

— È buono, vero?

— Verissimo, tesoro. Però dovrai lavarti le mani. Appena rientriamo, subito con sapone, capito?

— Sì! — rispose Matteo tutto contento.

E già vicino all’ingresso dell’edificio, si fermò e guardò pensieroso la madre.

— Mamma, possiamo portarlo a casa quando torniamo? Vorrei tanto che vivesse con noi, non per strada. Hai detto tu che è buono.

Chiara non si aspettava una domanda del genere e rimase un po’ interdetta. Per un po’ guardò il figlio in silenzio.

Come spiegare a un bambino di quattro anni che, per quanto ci si voglia, non si possono portare a casa tutti i cani randagi?

Sarebbe bello, ma…

— Tesoro, lui è abituato a vivere qui e probabilmente non vorrà andarsene da un’altra parte — rispose Chiara.

Da quel giorno si incontrarono ogni giorno. A volte Matteo portava a Leo un cracker. A volte un pezzo di focaccia. E dopo pranzo avanzavano ossi, e Chiara cominciò a portarli al cane.

Lui accettava sempre il cibo con la stessa calma dignitosa.

Leo non chiedeva mai niente, non guardava con occhi supplici, non abbaiava felice come fanno di solito gli altri cani.

Si limitava a scodinzolare un po’, come se pensasse che la gratitudine non va espressa rumorosamente.

Ma che fosse grato per l’attenzione e la cura, Chiara non ne dubitava.

E cominciò a notare cose che prima non vedeva.

Ossia, perché tutti amassero tanto Leo. Non mangiava certo il suo pane a scrocco.

Una sera Chiara assistette a una scena.

Un uomo visibilmente brillo si avvicinò al cancello dell’ospedale. Litigava forte con il vecchio guardiano e chiedeva di essere fatto entrare.

Quando il guardiano rifiutò, tentò di entrare da solo.

Leo si alzò di scatto. Velocemente, per quanto poteva con tre zampe, raggiunse il guardiano e si fermò al suo fianco.

E quando lo sconosciuto continuò a scuotere il cancello di metallo, Leo prima ringhiò, poi abbaiò secco e cupo.

Fu sufficiente. L’uomo borbottò qualcosa tra i denti, si voltò e se ne andò.

Un minuto dopo Leo tornò a sdraiarsi al suo solito posto, come se nulla fosse successo.

Chiara lo guardò a lungo.

— Strano cane… — disse piano. — Ma davvero bravo.

E il giorno dopo si sorprese a cercarlo con lo sguardo, quando usciva con Matteo per la passeggiata.

Mancavano solo tre giorni alla dimissione.

Matteo stava decisamente migliorando. Correva per il cortile, faceva amicizia con altri bambini e ogni mattina si affacciava alla finestra per cercare qualcuno.

— Mamma! Leo è già al suo posto! Andiamo subito fuori.

Chiara guardò fuori, vide Leo e sorrise.

Il cane stava immancabilmente sui gradini dell’accettazione. A volte sonnecchiava, a volte osservava la gente. Sembrava conoscere chiunque entrasse o uscisse dall’ospedale.

Quel giorno Chiara incontrò nel corridoio un’infermiera che vedeva spesso vicino all’ambulatorio.

Era una donna dolce, sulla cinquantina, sempre sorridente.

Sul cartellino c’era scritto: Elena.

— Scusi, posso chiederle una cosa? — la fermò Chiara.

— Certo.

— Leo… il cane che gira per il cortile… vive qui da tanto tempo, vero?

Elena capì subito di chi parlava e sorrise.

— Vedo che anche lei si è affezionata. Sì, da tanto.

Chiara rise involontariamente.

— A dire il vero, all’inizio ne avevo paura. E mi dava fastidio che un cane randagio stesse vicino a un ospedale pediatrico. Ora non riesco a immaginare questo cortile senza di lui.

L’infermiera guardò fuori.

Leo stava facendo il giro dei suoi «possedimenti» per controllare che tutto fosse a posto.

— È nato qui — disse piano. — Cinque anni fa, forse un po’ di più. Anche sua madre viveva qui. Una meticcia altrettanto intelligente. Quando lei invecchiò, Leo sembrò capire da solo che toccava a lui sorvegliare il territorio.

— E nessuno l’ha mai cacciato?

— Perché cacciarlo? Non ha mai fatto male a nessuno. Anzi, ci ha aiutato molte volte…

Elena tacque un attimo.

— Una volta abbiamo rischiato di perderlo.

Chiara capì che stava per sentire qualcosa di importante.

— Per via della zampa?

L’infermiera annuì lentamente. Poi aggiunse:

— Per amore.

Chiara alzò le sopracciglia stupita.

— Come?

— Sì, non si stupisca. Con i cani è quasi come con le persone. Le dispiace se usciamo un attimo?

— No.

Uscirono. L’infermiera si sedette su una panchina. Chiara le si mise accanto.

— Qualche anno fa è arrivata qui una cagnolina nera — riprese Elena. — Piccola, con gli occhioni. L’avevamo chiamata Nera.

Elena sorrise, come se la vedesse ancora.

— Era così vivace… Impossibile tenerle dietro. Leo fin dal primo giorno le stava dietro come un’ombra. Ogni mattina correvano insieme per il cortile. I bambini li guardavano e ridevano. D’inverno, quando nevicava, Leo si sdraiava sempre accanto a lei. Se faceva troppo freddo, la stringeva a sé con le zampe, come per abbracciarla. Era amore. Vero amore…

— E poi cos’è successo? — chiese Chiara quando l’infermiera all’improvviso tacque.

— Poi arrivò la primavera… — sospirò Elena, — e Nera andò in calore.

— In calore? E Leo? — Chiara guardò stupita l’infermiera.

— Già… Le dico, con i cani è quasi come con le persone. Quella primavera cominciarono a radunarsi cani estranei vicino all’ospedale. Prima due. Poi quattro. Dopo qualche giorno si formò un branco di sei o sette cani, tutti molto grossi.

— Litigavano, abbaiavano forte, spaventavano i bambini. Leo sopportò per un po’, poi non ce la fece più. Un giorno si mise tra Nera e gli altri cani.

— Da solo? — inorridì Chiara, immaginandosi la scena.

— Da solo — annuì l’infermiera. — Uno contro tutti.

Elena sospirò pesantemente.

— Sentimmo gli abbai e corremmo fuori. È terribile anche solo ricordare…

Tacque. Chiara non la interruppe.

— Si gettarono tutti insieme su di lui. Leo si difese finché poté. Gridavamo, cercavamo di scacciarli con dei bastoni, ma non subito. Quando il branco finalmente fuggì…

Elena chiuse gli occhi.

— Leo non riusciva più a sollevarsi. Figuriamoci a camminare, respirava a stento. Pensammo che non ce l’avrebbe fatta.

Chiara sentì un brivido lungo la schiena.

— E Nera?

— Nera scappò via con quei cani. E non la rividi mai più.

Rimasero in silenzio per qualche secondo.

— Allora piangemmo tutti — disse piano l’infermiera. — Lui era tutto insanguinato. La zampa era talmente fracassata che il veterinario disse subito: si può salvare solo Leo.

— Quindi…

— Sì. La zampa va amputata.

Elena sorrise tristemente.

— Raccogliemmo i soldi per l’operazione in tutto il reparto. Poi gli facemmo le medicazioni da sole, gli somministrammo antibiotici. Sopportava in silenzio. Non ha mai morso nessuno. Anche quando soffriva molto.

Chiara guardò verso il cane. Leo si era fermato vicino a una bambina che aveva lasciato cadere un giocattolo.

Con il naso spinse delicatamente un coniglio di peluche verso la bambina e proseguì tranquillo. Come se nella sua vita non ci fosse mai stato nulla di eroico. Eppure…

— Dopo tutto quello che è successo, Leo non ha più fatto avvicinare al territorio dell’ospedale nessuna femmina — continuò Elena. — Cani, intendo. Ha smesso di fidarsi, capite.

Sorrise, ma in modo diverso.

— Però un mese fa è successo un vero miracolo…

— Un vero miracolo? — ripeté Chiara.

Elena annuì.

— All’inizio non ci credevamo nemmeno noi.

Girò la testa e sorrise.

— Ed ecco il miracolo — indicò con la mano.

Chiara guardò nella direzione indicata e vide una cagnolina che saltellava goffamente sul vialetto.

Leo la vide e le andò subito incontro.

— E quella? Non l’avevo mai vista prima — si stupì Chiara, osservando Leo che cercava di fare il galante.

— È Pippa — sorrise l’infermiera. — Il giorno del vostro arrivo l’avevano portata in clinica per sterilizzarla. Oggi l’hanno riportata. È una pazzerella…

La cagnolina era davvero iperattiva.

Si fermava un secondo, poi ripartiva, girava intorno a Leo e scappava di nuovo.

— Da dove è spuntata?

— Non lo so. Un giorno è apparsa al cancello. Affamata, sporca, ma incredibilmente affettuosa. L’abbiamo nutrita, pensavamo che mangiato se ne sarebbe andata. Invece è rimasta.

Chiara guardò di nuovo i cani.

Pippa si avvicinò a Leo e gli diede una leccata sul collo. Lui fece finta di non accorgersene. Ma la coda tradì un movimento.

— I primi giorni lui non la degnava neppure di uno sguardo — continuò Elena. — Se lei si avvicinava troppo, lui si spostava. Temevamo che la cacciasse.

— E poi?

— Poi lei ha vinto.

— Come?

— Con la pazienza. E con la saggezza popolare. Non dicono forse che la via per il cuore di un uomo passa per lo stomaco?

L’infermiera rise.

— Ogni giorno Pippa gli portava un ossetto. Lui si girava. Lei riportava. Lui si allontanava, lei lo seguiva. Lui si sdraiava, lei si metteva poco lontano. Non si imponeva mai, ma non lo lasciava solo.

Chiara sorrise involontariamente.

— E una mattina li abbiamo visti sdraiati insieme. Poi, col tempo, cominciarono a rincorrersi e perfino a giocare. Si rende conto?

In quel momento nel cortile successe qualcosa di simile.

Pippa afferrò un rametto secco e corse verso un’aiuola.

Leo sospirò pesantemente – almeno così parve a Chiara – e poi all’improvviso scattò. Certo, non correva veloce come prima. Ma ci provava.

Pippa rallentava apposta per farsi raggiungere, poi scappava di nuovo. Sembravano felici entrambi.

— Con l’arrivo di Pippa però i piani sono saltati. Speravamo che qualcuno portasse Leo a casa — disse Elena.

— Avevate trovato un padrone?

— Sì.

— E cosa è successo?

L’infermiera allargò le braccia.

— Una brava persona. È venuto più volte, portava biscotti. Leo gli piaceva.

— E allora perché…

— Voleva prendere solo Leo. — Chiara attese. — E Leo adesso non va da nessuna parte senza Pippa.

Elena sorrise, ma con un velo di tristezza.

— Appena lo portavamo verso la macchina, Pippa cominciava a correre da una parte all’altra e a guaire. Leo subito correva a calmarla. Abbiamo provato più volte a metterlo in macchina, ma non c’è stato verso. L’uomo ha fatto un gesto con la mano e se n’è andato.

Leo si fermò vicino a una ciotola d’acqua.

Voleva bere, ma all’improvviso si scostò. Pippa bevve per prima. Solo dopo si avvicinò lui.

Chiara si sorprese a osservarli con la stessa attenzione che avrebbe riservato agli umani.

— Strano… — disse piano.

— Cosa?

— Prima mi sembravano cani randagi qualsiasi. E adesso…

Non finì. Le parole mancavano.

Elena annuì con comprensione.

— Fanno ormai parte dell’ospedale. I bambini li adorano. I genitori non li guardano male. Solo che il cuore non è mai tranquillo.

— Perché vivono per strada?

— Certo. Oggi va bene. Domani… può succedere di tutto. Arriva un nuovo primario, e addio…

Chiara girò la testa. Leo era sdraiato all’ombra di un albero. Pippa si era accoccolata accanto a lui, con la testa sul suo fianco. Lui non si mosse.

E proprio in quel momento a Chiara venne un’idea che le parve completamente folle.

«E se li portassi a casa?»

Tuttavia, scacciò subito il pensiero.

Due cani. Quasi cinquecento chilometri di strada. Un autobus. No, non si può…

Ma l’idea strana si era già infilata in testa.

E non sembrava volersene andare.

Poi Chiara ricordò il marito, che aveva promesso di non chiedere niente, e al quale aveva dimostrato di cavarsela da sola. A quanto pare, non ce l’avrebbe fatta…

Mancava solo un giorno alla dimissione.

Matteo fin dal mattino raccoglieva i giocattoli nello zaino e chiedeva in continuazione quando sarebbero tornati a casa.

Chiara sorrideva e aiutava a preparare i bagagli, ma i suoi pensieri andavano altrove. Sempre più spesso guardava fuori.

Nel cortile, come sempre, c’erano Leo e Pippa.

Vivevano alla giornata. Non sapevano che di lì a ventiquattr’ore Chiara sarebbe partita, e probabilmente non si sarebbero mai più visti.

A quel pensiero, una malinconia inaspettata la colse.

Dopo il riposino pomeridiano, Chiara uscì.

Leo era sdraiato vicino ai gradini. Pippa dormiva accanto a lui.

Chiara si sedette su una panchina lì vicino.

— Accidenti, mi sono affezionata a voi… — disse a bassa voce. — E ora che faccio?

I cani alzarono la testa all’unisono.

Pippa corse da lei, le diede una leccata sulla mano con il naso freddo e tornò da Leo.

Lui rimase sdraiato. La guardava soltanto con occhi calmi e pensierosi.

Chiara sospirò e prese il telefono.

Per qualche secondo guardò lo schermo. Poi premette il tasto di chiamata. Il marito rispose quasi subito.

— Allora? Domani vi dimettono?

— Sì.

— Bene. A che ora sarete a casa? Vi vengo a prendere in stazione.

— Lorenzo… c’è una cosa.

— Che è successo ancora?

Aveva subito capito dal tono che la conversazione non sarebbe stata facile.

— Ho una richiesta da farti.

— Quale?

— Non ridere, però.

— Già preoccupa.

— Insomma, nel cortile dell’ospedale vivono due cani…

Dall’altra parte silenzio. E mentre Lorenzo taceva, Chiara gli raccontò tutto.

Di Leo. Di Nera. Di come aveva perso una zampa e trovato un nuovo amore. Di come amasse i bambini e cacciasse gli ubriachi.

E raccontò anche che Matteo chiedeva di portare Leo a casa.

Parlò a lungo. A volte si impappinava. Più volte fece pause. Ma Lorenzo non la interruppe. Ascoltava e ogni tanto sospirava.

Quando finì, di nuovo il silenzio.

— Chiara…

— Sì?

— Io capisco tutto… Ma stai parlando sul serio?

— Assolutamente sì.

— Mi stai chiedendo di fare mille chilometri in tutto solo per venire a prendere due cani randagi?

Chiara chiuse gli occhi. Era proprio la domanda che si aspettava.

— Non solo per prendere due cani, ma anche me e Matteo…

La voce tremò leggermente.

— E poi io e Matteo vogliamo tanto che questi cani abbiano finalmente una casa. Cosa c’è di male?

Lorenzo sospirò pesantemente.

— Niente, solo… Io ho il lavoro, lo sai…

— Sì, lo so.

— E sono spese impreviste.

— Capisco.

— E poi: i cani sono una responsabilità.

Lorenzo tacque. Chiara era già pronta a sentire un rifiuto educato ma fermo. Invece il marito chiese inaspettatamente:

— Sono buoni con le persone? Non daranno problemi, Chiara? Non sono aggressivi?

— Sono fantastici, parola. Leo protegge l’ospedale e adora i bambini. Pippa è tutta bontà. Dai, portiamoli a casa?

Qualche secondo di silenzio. Poi Lorenzo disse piano:

— Va bene.

Chiara non ci credette.

— Cosa?

— Domani mattina vengo.

La sera Chiara uscì di nuovo. Leo era sdraiato vicino all’ingresso. Quando vide Chiara, si alzò. Le si avvicinò lentamente. Si fermò accanto.

Lei gli accarezzò il folto pelo.

— Domani torniamo a casa… Io e mio figlio Matteo…

Leo la guardava tranquillo.

— E mi piacerebbe tanto che… che veniste anche voi, tu e Pippa.

Il cane inclinò leggermente la testa, come per ascoltare ogni parola.

Chiara sorrise. Le sembrava che Leo capisse molto più di quanto si dica dei cani.

— Insomma, pensaci. Domani devo sapere cosa hai deciso. D’accordo?

La mattina dopo una macchina blu scuro si fermò davanti al cancello dell’ospedale. Ne scese un uomo alto. Prima abbracciò la moglie. Poi prese in braccio Matteo. E solo dopo notò i due cani seduti poco lontano.

Leo osservava lo sconosciuto. Lorenzo guardava Leo.

Per qualche secondo si studiarono a vicenda.

Poi all’improvviso l’uomo sorrise.

— Ciao, vecchio guerriero… Ho sentito parlare delle tue imprese. Fammi stringere la zampa…

E Leo, lentamente, con dignità, mosse il primo passo verso di lui.

Lorenzo si aspettava di vedere cani di cortile qualsiasi. Magari un po’ diffidenti o spaventati. O al contrario, esageratamente entusiasti. Ma Leo era diverso.

Non aveva paura di Lorenzo, che vedeva per la prima volta, e non cominciò a saltargli intorno felice.

Il cane semplicemente gli andò incontro, si fermò a pochi passi e lo guardò dritto negli occhi.

Lorenzo si accovacciò.

— Allora, facciamo conoscenza? — disse, tendendo la mano.

Leo con cautela gli mise la zampa sul palmo.

E un attimo dopo arrivò Pippa – dove voleva andare, senza di lei.

Scodinzolando felice, ficcò il naso nella mano dell’uomo. Lorenzo rise.

— E tu, a quanto pare, non perdi tempo.

Pippa era contenta. Chiara guardava il marito e sorrideva. Conosceva quello sguardo.

Il giorno prima Lorenzo parlava di difficoltà, spese e responsabilità. Adesso chiacchierava con i cani come se li conoscesse da sempre.

— Allora? — chiese lei.

Lorenzo si alzò.

— Non so come hai fatto a convincermi… Ma sono davvero fantastici.

Chiara rise di sollievo e abbracciò il marito.

Prima di partire passarono un’ultima volta in ospedale. A salutare.

Quando le infermiere videro Leo con il guinzaglio, molte non riuscirono a trattenere l’emozione. Elena abbracciò Chiara.

— Grazie.

— Di cosa?

— Perché adesso avrà una casa. Penso che Leo se lo meriti.

Quando Elena si chinò per accarezzarlo, Leo le diede una delicata testata sul palmo.

E in quel gesto semplice c’era tanta fiducia e gratitudine che la donna si voltò per nascondere le lacrime.

— Abbiate cura di lui — disse piano.

— Certamente.

Leo si avvicinò alla macchina, annusò la portiera aperta. Poi guardò Pippa, che scodinzolava felice, e per primo salì dentro.

Dietro di lui saltò su Pippa. Senza un briciolo di paura o incertezza.

Dietro al suo Leo era pronta ad andare fino in capo al mondo.

La macchina partì. Matteo salutava con la mano dal finestrino.

Pippa si sistemò accanto a lui sul sedile posteriore e dopo pochi minuti dormiva già.

Leo invece guardò a lungo indietro. Verso l’ingresso dell’ospedale. Verso i gradini dove aveva passato tanti anni. Verso le persone che erano state la sua famiglia.

Chiara se ne accorse.

— Non vuoi andartene? — chiese a bassa voce.

Naturalmente non ci fu risposta. Leo guardò ancora un po’ indietro.

Poi lentamente si girò in avanti.

Là – davanti – lo aspettava una vita completamente diversa.

Durante il viaggio di ritorno, Lorenzo guardava spesso lo specchietto retrovisore. E ogni volta vedeva la stessa scena.

Matteo dormiva con la testa appoggiata sul morbido pelo di Pippa. Pippa dormiva anche lei. E Leo…

…Leo stava sdraiato accanto, attento alla strada.

— Sai, prima non capivo mai la gente che si affeziona così agli animali — disse all’improvviso Lorenzo.

Chiara lo guardò.

— E adesso?

Lui alzò le spalle.

— Adesso penso che alcuni animali meritano più fiducia di molti umani.

Lei non rispose. Perché era d’accordo.

Finalmente arrivarono a casa. Li accolsero un piccolo giardino, un alto recinto metallico e un orto che Lorenzo cercava ogni estate di sistemare, ma non riusciva mai a finire.

Chiara aprì il cancello.

— Ecco… Siamo a casa.

Guardò i cani.

— Adesso è anche casa vostra.

Pippa non ci pensò due volte. Entrò di corsa, annusò ogni cespuglio, controllò tutti gli angoli.

Poi tornò indietro, come per comunicare a Leo: le piaceva.

Leo era ancora fermo al cancello. Guardava il giardino, la casa, le persone e Pippa, che era al settimo cielo. Leo non si decideva.

Chiara si avvicinò.

— Senti, Leo…

Si accovacciò accanto a lui.

— Qui nessuno ti farà più del male e nessuno ti abbandonerà. Te lo prometto.

Il cane sospirò piano. Fece un passo avanti. Poi un altro. Infine, lentamente, entrò nel giardino. Pochi metri…

Ma per lui fu probabilmente il percorso più lungo della sua vita.

La sera Lorenzo mise due ciotole sulla soglia.

Matteo scelse solennemente il posto per i giocattoli di Pippa (anzi, erano i suoi giocattoli, ma li regalò al cane).

E Chiara seduta sul gradino guardava Leo sdraiato sotto un vecchio melo. Pippa gli stava accanto.

E per la prima volta dopo tanto tempo, Leo – si vedeva dai suoi occhi – si sentì davvero a casa.

Passò un anno.

In quel periodo cambiarono molte cose. Matteo raccontava orgoglioso a tutti i vicini di avere «il cane più coraggioso del mondo».

Pippa sapeva dove erano i suoi giocattoli, a che ora Lorenzo tornava dal lavoro e…

…dove erano sepolti i veri tesori: gli ossi di zucchero.

Ma questo, naturalmente, non lo diceva a nessuno. Solo a Leo.

Leo era diventato un vero cane di casa.

Non si svegliava più a ogni rumore sconosciuto né guardava diffidente ogni passante.

A volte Chiara si sorprendeva a pensare che finalmente era solo un cane, non un guardiano o un lottatore.

Insomma, Leo non era più quello che doveva sempre proteggere o difendere gli altri. Al contrario, adesso era lui a essere protetto. Protetto e amato.

Sì, esattamente.

Per tanti anni Leo aveva difeso gli altri, e ora c’erano persone che si prendevano cura di lui.

D’estate tornarono al mare. E al ritorno passarono dall’ospedale. Quello stesso…

Chiara aveva pensato a lungo se valesse la pena fermarsi. Poi aveva deciso di sì.

Quando la macchina si fermò davanti all’edificio familiare, Leo alzò subito la testa. Riconobbe il posto.

Scese tranquillo. Si avvicinò lentamente ai gradini. La porta si aprì e ne uscì Elena.

All’inizio non credette ai suoi occhi.

— Leo?

Il cane alzò la testa e scodinzolò. Non forte. Ma come sapeva fare solo lui. Dopo un minuto era circondato dalle infermiere.

Qualcuno lo accarezzava. Qualcuno rideva. Qualcuno si asciugava gli occhi, che per qualche motivo erano diventati umidi.

— È diventato proprio un cane di casa — sorrise Elena. — E la tua Pippa dov’è?

Come se avesse sentito il suo nome, la cagnolina saltò giù dalla macchina e finì subito al centro dell’attenzione.

Nel cortile risuonarono le risate. Quasi come prima.

Ma in questa storia c’era una differenza importante.

Leo non apparteneva più a quel posto. Era venuto solo a trovarli.

Chiara restò un po’ in disparte a guardarlo.

Una volta, quando l’aveva visto per la prima volta, aveva pensato: «Cosa ci fa questo cane vicino a un ospedale pediatrico?»

Adesso le veniva un po’ di vergogna per quel pensiero.

Allora non conosceva la sua storia. Non sapeva quanto dolore si nascondesse dietro quello sguardo tranquillo.

E non sapeva che a volte i cuori più fedeli si trovano dove meno te lo aspetti.

Lorenzo le si avvicinò.

— Ti ricordi come mi hai telefonato un anno fa?

Chiara sorrise.

— Certo che sì.

Lui guardò Leo.

— Meno male che hai insistito perché venissi a prendervi. Tutti quanti…

Lei non disse niente.

Guardò soltanto Leo seduto accanto ai gradini, con Pippa che gli girava intorno. E le persone che un giorno lo avevano salvato.

Forse la vera felicità è proprio così.

Non rumorosa. Non bella come al cinema. La felicità è semplicemente quando hai un posto dove andare. Quando hai una casa, e qualcuno che ti ama.

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five × four =

Incontro predestinatoE così, quel pomeriggio al Caffè Greco, i loro sguardi si incrociarono per la prima volta dopo vent’anni, e lei capì che il destino aveva tessuto ancora una volta il filo della loro storia.