«— Vivi troppo bene dopo il divorzio, — ha detto l’ex suocera, e ha deciso di “ristabilire la giustizia”»

Allora, senti questa. Federica era sulla porta di casa sua, le braccia incrociate, e tremava di rabbia. Nell’ingresso, circondata da tre enormi borse a quadretti, c’era Antonia Rossi, la sua ex suocera. Aveva in mano un duplicato delle chiavi che Federica, tre anni prima, quando era ancora sposata con suo figlio Marco, aveva incautamente lasciato «per ogni evenienza».

«Non ci penso nemmeno, Federica», rispose tranquilla Antonia, togliendosi le scarpe e sistemandole sulla mensola. «Ho tutto il diritto di stare qui. Mio figlio ha investito in questo appartamento i migliori anni della sua vita. E poi tu vivi fin troppo bene dopo il divorzio. Bisogna ristabilire la giustizia».

«Che giustizia?» Federica fece un passo avanti, sentendo la rabbia montare. «Marco non ha pagato un centesimo di questo mutuo! Siamo divorziati da due anni. L’appartamento è stato comprato con i soldi dei miei genitori prima che ci sposassimo, e lui aveva solo una quota che si è lasciato annullare in cambio degli alimenti. Qui non siete nessuno».

«Legalmente, forse», la suocera si sistemò i capelli davanti allo specchio dell’ingresso e guardò Federica con aria critica. «Ma per coscienza, Marco è rimasto con un pugno di mosche. Affitta una camera in un monolocale condiviso, campa di lavori saltuari. E tu? Guardati. Hai rifatto casa, cambiato macchina, messo la bambina all’asilo privato. Da dove arrivano i soldi, Federica? Sicuramente non hai dato tutto a tuo marito. Allora sono venuta a stare qui. Ti aiuterò con la nipotina e controllerò le spese».

«La nipotina ha sei anni e tu l’hai vista l’ultima volta per il suo terzo compleanno!» Federica tirò fuori il cellulare. «Adesso chiamo la polizia. Sei in casa mia senza permesso».

«Chiama, chiama», rise Antonia, entrando con sicurezza in salotto e sedendosi sul divano. «Dirò alla polizia che sono venuta dalla mia nipotina su invito di suo padre. Marco lo confermerà. Facciamo uno scandalo sotto gli occhi di tutto il palazzo? Prego. Non ti vergognerai con i vicini? Tu che sei così per bene, capoufficio nella tua azienda».

Federica abbassò il telefono. La suocera aveva colpito nel segno: non aveva voglia di litigare con quella vecchia rompiscatole davanti ai vicini e, soprattutto, davanti a Ginevra, la sua bambina di sei anni, che in quel momento era a casa di un’amichetta. Doveva agire in modo più sottile, ma i nervi erano già a pezzi.

«Hai esattamente trenta minuti per prendere le tue borse e andartene», disse Federica scandendo le parole. «Oppure cambio la serratura adesso. Il fabbro arriva tra mezz’ora».

«Non arriva», Antonia tirò fuori dalla tasca un centrino lavorato a maglia e lo stese sul tavolino. «Ho già parlato con l’amministratore di condominio. Gli ho detto che sono tua madre, venuta a trovarli, e che tu vuoi cambiare la serratura perché hai un momentaneo offuscamento mentale. Mi ha appoggiato. Quindi stai tranquilla, Federica. Abbiamo una lunga chiacchierata da fare».

Federica entrò in salotto e si sedette sulla poltrona di fronte alla suocera. Le mani tremavano ancora, ma nella sua testa cominciava a formarsi un piano. Con quella donna non si poteva ragionare a cuore aperto: capiva solo il linguaggio della forza e del tornaconto.

«Cosa vuole veramente, Antonia?» chiese Federica senza giri di parole. «Non mi faccia credere che si sia trascinata fin qui dalla periferia con tre borse solo per ristabilire una giustizia che non esiste».

«Voglio che mio figlio viva come un essere umano», tagliò corto la suocera. «Tu gli hai portato via tutto».

«Si è perso tutto da solo con le scommesse!» gridò Federica, perdendo la pazienza. «Lei sa benissimo perché abbiamo divorziato. Ha portato via i miei gioielli d’oro, ha impegnato il computer allo sconto e ha prosciugato il conto dei risparmi di Ginevra!»

«Ma sì, non esagerare», fece un gesto la vecchia. «Era giovane, ha sbagliato. Dovevi sostenerlo, non chiedere il divorzio e gli alimenti. Con i tuoi alimenti non lo assume nessuno per un lavoro serio, gli tolgono metà dello stipendio».

«Ha trentadue anni, cosa vuol dire giovane?» Federica rise amaramente. «E non paga gli alimenti da sei mesi, ha un debito di oltre duemila euro. Di cosa stiamo parlando?»

«Ecco perché sono qui», Antonia si sporse in avanti. «Facciamo un accordo. Tu ri-trasferisci la metà di questo appartamento a Marco. Oppure lo vendi, ne compri uno più piccolo, e la differenza la dai a lui per comprarsi una casa. E ritiri la richiesta degli alimenti. In cambio, io me ne vado e non ti disturbo più».

Federica guardava l’ex suocera e non credeva alle sue orecchie. La sfacciataggine di quella donna non aveva limiti.

«È impazzita?» chiese piano Federica. «Dovrei regalare una quota dell’appartamento a uno che ha derubato sua figlia?»

«Altrimenti ti faccio una vita da cani», minacciò Antonia. «Prendo la cameretta. Vivo qui, accompagno Ginevra all’asilo, le racconto che madre egoista hai. Chiamo i servizi sociali, dico che abbandoni la bambina, che lavori giorno e notte. Vediamo come canti».

In quel momento, nell’ingresso si sentì rumore di chiavi. Era tornata l’amica di Federica, Carla, che aveva accompagnato Ginevra.

«Mamma!» Ginevra corse in salotto, ma si fermò vedendo quella signora anziana sconosciuta. «Chi è?»

«È la nonna Toni, tesoro», disse Antonia con una voce dolciastra, allargando le braccia per abbracciarla. «Sono venuta a trovarti».

Ginevra si strinse spaventata alla mamma. Carla, dopo aver valutato la situazione e notato le borse a quadretti nel corridoio, si avvicinò a Federica.

«Fede, che succede?» chiese sottovoce. «Chi è?»

«La ex suocera», rispose Federica a bassa voce. «È venuta a spogliarmi. Vuole l’appartamento».

Carla aggrottò la fronte e si girò verso Antonia.

«Signora, ma lei è matta? Se ne vada subito o chiamo la polizia».

«E tu chi sei per darmi ordini?» ringhiò la suocera. «Un’amichetta? Stai zitta. Sono affari di famiglia».

«Ginevra, vai in camera tua e gioca, per favore», chiese Federica alla bambina. Lei ubbidì e corse via.

Federica si voltò verso Carla: «Carla, sta’ con lei, per favore. Dobbiamo parlare da sole».

Carla annuì e andò nella cameretta, chiudendo la porta.

«Quindi, ricatto?» Federica si alzò e andò alla finestra. «Pensa che mi faccia paura dei servizi sociali o dei suoi scandali?»

«Sì, ti farà paura», affermò sicura Antonia. «Tu sei una signora perbene, tieni alla reputazione. Non ti servono problemi sul lavoro. Io sono pensionata, non ho niente da perdere. Ti seguirò dappertutto».

«Bene», disse all’improvviso Federica con calma. «Allora facciamo così. Visto che è venuta ad aiutare e a ristabilire la giustizia, cominciamo subito. Marco mi deve sei mesi di alimenti. Sono duemilaquattrocento euro. Più il debito delle spese condominiali che ha lasciato quando viveva qui e non pagava: altri seicento euro. Totale tremila euro. Li dia».

Antonia rimase un attimo spiazzata, ma si riprese subito.

«Non ho questi soldi. Sono pensionata».

«E io non ho un appartamento di scorta», ribatté Federica. «Visto che è venuta a difendere gli interessi di suo figlio, paghi per lui. O pensava di venire qui, mettersi comoda, mangiare la mia roba e dettare condizioni?»

«Ti aiuterò con le faccende!» gridò la suocera. «Cucinerò, pulirò!»

«Non mi serve una cuoca», Federica andò nell’ingresso, diede un calcio a una delle borse. «Prenda le sue cose e se ne vada. Volontariamente».

«No!» Antonia saltò su dal divano e corse da Federica. «Non me ne vado! Devi condividere! Mio figlio soffre per colpa tua!»

«Per colpa mia?» Federica si girò di scatto, gli occhi stretti. «Suo figlio soffre per la sua pigrizia e stupidità. E per colpa sua, che gli ha sempre soffiato dietro e giustificato ogni porcata. È un uomo adulto, e lei va a fare la strozzina per lui. Non le fa ridere?»

«Non osare parlare così di mio figlio!» La vecchia alzò la mano per schiaffeggiarla.

Federica le bloccò il polso a mezz’aria. La sua presa era di ferro.

«Se allunga di nuovo le mani su di me in casa mia, le faccio una denuncia per aggressione», disse Federica con una voce bassa e minacciosa. «Ora mi ascolti bene, Antonia Rossi».

Lasciò il polso della suocera. La vecchia ansimava, con un primo barlume di paura negli occhi.

«Ora prende le sue borse e se ne va», continuò Federica. «Se tra cinque minuti è ancora qui, chiamo il mio avvocato. Con lui ho già discusso la situazione dei debiti di Marco. Lui ha una quota della sua casa di campagna in provincia di Roma, quella che avete intestato a lui. Bloccheremo quella quota per il debito degli alimenti. La metteremo all’asta. Lo vuole? Che degli estranei vengano a vivere nella sua villetta?»

Antonia impallidì.

«Non lo fai. Marco diceva che non ti saresti messa nei guai coi tribunali».

«Marco è un idiota», tagliò corto Federica. «Ha giudicato la Federica di due anni fa, quella che piangeva nel cuscino mentre lui bruciava i soldi di famiglia. Quella Federica è morta. Adesso ha davanti una donna che mantiene sua figlia da sola, dirige un ufficio vendite e sa contare i soldi. Se non se ne va, domani mattina il mio avvocato presenta i documenti per il sequestro dei beni di Marco. E i suoi beni sono solo uno: la sua quota della casa di campagna».

La suocera rimase immobile. La logica delle parole di Federica l’aveva colpita all’istante. Il ricatto dell’appartamento era fallito, e la prospettiva di perdere la casa di campagna a causa dei debiti del figlio era più che reale.

«Sei un serpente, Federica», sibilò Antonia, ma senza più la sicurezza di prima.

«Quel che sono», Federica aprì la porta d’ingresso. «Tempo scaduto. Cinque minuti».

La suocera cominciò a agitarsi nell’ingresso. Tutto il suo ardore bellicoso era svanito. Si infilò le scarpe in fretta, impigliandosi nei lacci.

«Marco saprà che razza di bestia sei», borbottò afferrando la prima borsa. «Ti farà togliere la bambina».

«Ci provi», Federica la guardò impassibile. «Con i suoi redditi e debiti, non gli affiderebbero nemmeno un gatto».

Antonia trascinò due borse sul pianerottolo. La terza, Federica la spinse con un piede fuori dalla porta.

«Le chiavi», allungò la mano Federica.

La suocera scagliò il mazzo di chiavi per terra con rabbia. Rotolarono tintinnando sulle piastrelle. Federica le raccolse con calma.

«E non si faccia più vedere. Mai. Lei non rivedrà Ginevra finché Marco non avrà pagato tutto il debito fino all’ultimo centesimo. Se comincia a fare la posta all’asilo, assumo una guardia e la denuncio per molestie. È chiaro?»

Antonia non rispose. Ansava pesantemente, cercando di afferrare tutte e tre le enormi borse in una volta. L’ascensore si aprì, e lei, brontolando tra sé, entrò.

Federica chiuse la porta e girò la serratura due volte. Le gambe le cedettero, si appoggiò con la schiena alla porta e scivolò lentamente a terra. Il cuore le batteva all’impazzata.

Dalla cameretta uscì Carla, e dietro di lei, timidamente, Ginevra.

«Andata?» chiese Carla, accovacciandosi davanti a Federica.

«Andata», Federica espirò e sorrise. «Non tornerà più. Ha avuto paura di perdere la casa».

«Mamma, perché la nonna gridava tanto?» chiese Ginevra, avvicinandosi e abbracciando la mamma al collo.

Federica la strinse a sé, affondando il naso nei suoi morbidi capelli. Tutta la rabbia e la tensione erano sparite, lasciando solo un senso di sollievo e di vittoria assoluta.

«Tutto bene, tesoro», disse dolcemente Federica, alzandosi. «La nonna aveva sbagliato indirizzo. Non ci darà più fastidio. Andiamo a bere una tazza di tè con la torta che ha portato Carla».

Carla fece l’occhiolino a Federica e si avviò in cucina. La vita tornava nel suo solito, tranquillo corso, e nessun fantasma del passato avrebbe più potuto distruggerla.

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