Marco era contrario al secondo gatto in casa: il suo gesto ha semplicemente stupito tutta la famigliaAlla fine, il nuovo gatto e Marco diventarono inseparabili, dimostrando che l’amore può nascere dove meno te l’aspetti.

Il gatto sedeva sul davanzale e guardava in basso, nel cortile dove i piccioni si dividevano una crosta di pane come in un rito senza tempo. E Simone guardava il gatto. Sette anni vissuti insieme, se non si contava la moglie Chiara e la figlia Giulia. Ma il gatto Birillo era proprio suo dal primo giorno, quando un batuffolo di pelo di tre mesi si era aggrappato al suo maglione e si era addormentato nella piega del gomito, come se quella fosse sempre stata la sua cuccia.

Chiara preparava la minestra, e per la cucina fluttuava l’odore dell’alloro, un vapore che si arricciava come un sogno che si dissolve. Giulia, dodici anni, sedeva al tavolo, passava il dito sullo schermo del cellulare. Un normale sabato sera, come cento prima e cento dopo. Ma Simone notò che la figlia guardava la madre con una luce di attesa, e la madre, mescolando la minestra, le faceva un cenno impercettibile, come se avessero parlato in un linguaggio di ombre.

– Papà, – cominciò Giulia con quella voce che sembrava venire da lontano, un’eco in una stanza vuota.

Simone abbassò il giornale.

– Allora?

– Da Elena la gatta ha partorito. E un gattino nessuno lo prende. Zoppica un po’, la zampa davanti è storta. Lo vogliono… insomma…

Non finì, ma era chiaro. Simone guardò Chiara. Lei mescolava la minestra con troppa energia, anche se non c’era più niente da mescolare, come se volesse imprimere un ordine nel nulla.

– No, – disse lui. Il no uscì da solo, come una pietra che cade in un pozzo profondo.

– Ma perché?

– Perché abbiamo Birillo. Ha sette anni, è abituato a stare solo. Portatene un altro, inizieranno lotte, segni, ancora più pelo. Sono contrario.

Giulia guardò la madre. Chiara spense il fuoco sotto la pentola e si sedette vicino al marito.

– Simone, il gattino ha tre mesi. La zampa è guarita male. Se non lo prendono, Elena lo porterà in un canile, e da lì non lo prendono.

Simone capiva. Ma non annuì. Il suo collo rimase rigido, come se un nodo lo tenesse.

– Sono contrario, – ripeté e rialzò il giornale. La carta frusciò come foglie secche calpestate.

***

Passò una settimana. Giulia non chiese più, ma a cena gli passava il pane in silenzio, e il silenzio era denso come nebbia. Chiara smise di chiedere com’era andata la giornata al lavoro. Simone lo sentiva, come si sente una corrente d’aria: finestre chiuse, ma tira, e tira da un punto che non si vede.

Venerdì Giulia tornò da scuola con gli occhi rossi, due pietre lucide di pianto trattenuto. Buttò lo zaino vicino alla porta, andò in camera sua. Chiara entrò dalla figlia, dopo dieci minuti uscì, il viso segnato da un’ombra che non c’era prima.

– Che c’è? – chiese Simone.

– Elena ha detto che domani mattina portano via il gattino. Hanno trovato un canile in periferia, ma Giulia ha visto le foto. Gabbie piccole, duecento gatti, odore…

Chiara non premeva. Raccontò e andò a lavare i piatti. L’acqua scorreva come un tempo che non si ferma.

Simone rimase solo nel corridoio. Dalla camera di Giulia non veniva alcun suono, un silenzio più pesante del pianto, come se la figlia fosse diventata una statua di sale.

La mattina dopo Simone si alzò prima di tutti. Si alzò senza sentire il peso del corpo, come sospinto da una corrente che veniva da dentro. Così presto si svegliava solo per la pesca, ma la stagione non era ancora iniziata, eppure il tempo sembrava già scorrere al contrario. In cucina bruciava una lampada sopra i fornelli, fuori era grigio, un grigio di cartone. Si infilò la giacca, prese le chiavi della macchina e uscì. La porta si chiuse con un tonfo morbido, come un sogno che si richiude.

L’indirizzo di Elena lo aveva trovato sul cellulare di Giulia la sera prima, mentre lei dormiva. Lo scrisse su un pezzo di carta, lo mise in tasca, e la carta sembrava pesare come un biglietto per un’altra vita.

Davanti al portone di Elena parcheggiò e compose il numero.

– Pronto? – voce assonnata, infastidita, come se provenisse da un altro strato della notte.

– Sono Simone, il papà di Giulia. Il gattino è ancora da voi?

Pausa. Una pausa lunga, piena di respiri.

– Sì… Sì, ancora. Alle undici verranno dal canile.

– Non serve. Lo prendo io. Salgo ora.

Riattaccò e rimase seduto un minuto in macchina. Il motore vibrava appena, come un cuore in attesa.

Elena aprì in accappatoio, in silenzio gli porse una scatola da scarpe. Dentro, su un vecchio asciugamano, sedeva un gattino. Grigio, a strisce, magro, quasi trasparente sotto la luce del corridoio. La zampa davanti sporgeva leggermente di lato, come montata in fretta con pezzi di ricambio. Gli occhi gialli erano due monete antiche, piene di una domanda che il mondo non sapeva.

– È tranquillo, – disse Elena. – Quasi non miagola. Mangia tutto. È abituato alla lettiera.

Simone annuì, prese la scatola e la portò alla macchina. La scatola tra le mani vibrava appena, come se dentro ci fosse un respiro sottile.

Tornò a casa mentre tutti ancora dormivano. La casa era immersa in un silenzio ovattato, come se gli oggetti fossero avvolti in una nebbia sospesa. Mise la scatola per terra nell’ingresso, si tolse la giacca. Il gattino dentro non emetteva un suono. Simone guardò: la bestiola si era rannicchiata in un angolo e lo guardava dal basso, senza battere ciglio, come se aspettasse una sentenza.

– E ora cosa faccio con te? – disse piano Simone, e la sua voce sembrò perdersi nei muri.

Il gattino alzò la zampa storta, come se volesse raggiungergli un dito, ma non ci arrivava. Simone sospirò. Andò in cucina, versò del latte in un piattino. Poi ricordò che ai piccoli non si dà latte, lo buttò, prese dal frigo del pollo bollito e lo tagliò a pezzetti, ogni pezzo un piccolo sacrificio.

Quando tornò nell’ingresso con il piattino, Birillo era già seduto accanto alla scatola. Guardava dentro. La coda non si muoveva, la schiena non era arcuata. Era come se avesse sempre saputo.

Il gattino uscì dalla scatola, zoppicando, raggiunse il piattino e cominciò a mangiare. Birillo sbuffò e andò sulla sua poltrona. Niente lotte, niente soffi. Una pace che sembrava scritta nel gesso del muro.

Giulia trovò il gattino per prima. Simone sentì dalla camera da letto un grido soffocato, un suono rotto come un vetro incrinato, poi passi veloci, e la figlia entrò da loro con il gattino in braccio.

– Mamma! Mamma, da dove?!

Chiara si sedette sul letto, socchiudendo gli occhi assonnata. Guardò il gattino, poi Simone. Lui giaceva con le mani dietro la testa, fissando il soffitto con attenzione, come se leggesse un messaggio nascosto nel bianco.

– Papà? – Giulia si voltò. La voce tremava come una foglia al vento. – Sei stato tu?

– Se urlate, lo riporto indietro, – borbottò Simone, senza staccare gli occhi dal soffitto. La sua voce era un groviglio di parole.

Giulia si sedette sul bordo del letto e cominciò a piangere. Non come si piange a scuola per un’offesa, ma in un altro modo, quando il pianto diventa una marea e non si riesce a spiegare da dove venga. Il gattino tra le sue braccia restò immobile, stretto al suo maglione, come se anche lui fosse una lacrima solida.

Chiara non disse nulla. Mise una mano sul braccio di Simone e strinse. Veloce, breve, come un segno di un alfabeto segreto. Poi si alzò e andò in cucina a mettere su il bollitore. Il fischio dell’acqua sarebbe arrivato da lì a poco.

Il gattino lo chiamarono Pallino. Giulia voleva chiamarlo Principe, ma Simone disse: che principe, viene da una scatola, sarà Pallino. E Pallino si ambientò come se fosse sempre vissuto lì, come se quel posto fosse stato disegnato per lui. Birillo la prima settimana lo evitava, la seconda cominciò a sopportarlo, e verso la fine del mese dormivano sulla stessa poltrona, intrecciati come due fili di una trama che nessuno aveva tessuto. Birillo rosso, importante, e Pallino grigio, con la zampa storta, affondato nel suo fianco, un’increspatura nel tessuto del pomeriggio.

Simone li guardava la sera e taceva. Il silenzio si allungava come un elastico. Una volta Chiara chiese:

– Ma eri contrario. Cosa è cambiato?

Lui rimase in silenzio, grattò Pallino dietro l’orecchio. Quello fece le fusa e chiuse gli occhi, come se le fusa fossero la risposta a ogni domanda.

– Giulia piangeva. E io attraverso il muro sentivo tutto, il suono che si infiltrava come acqua in una crepa. E ho pensato: io sistemo tutto intorno, e qui non c’era niente da sistemare, bastava andare a prenderlo. Più semplice di così. E io mi opponevo per cosa? Per il pelo?

Chiara sorrise e non aggiunse altro. Il sorriso rimase sospeso nell’aria come una bolla di sapone.

Sei mesi dopo Pallino era cresciuto, la zampa storta continuava a raccontare una storia che nessuno conosceva, ma correva per l’appartamento come un matto, facendo cadere le ciabatte e saltando sull’armadio, e ogni salto sembrava sfidare le leggi della gravità. Birillo lo seguiva solo con lo sguardo, un vecchio saggio che guarda un bambino giocare.

E Simone a volte si sorprendeva a pensare che la sera, sul divano, aveva Birillo sulle ginocchia e Pallino addormentato sulla spalla, in televisione c’era la partita di calcio, ma le immagini si confondevano in una macchia di colori, e lui non sentiva il punteggio, perché aveva paura di muoversi, paura che quel fragile equilibrio si rompesse come un sogno al risveglio.

E questo, forse, era meglio di qualsiasi punteggio. Meglio di qualsiasi numero che potesse essere scritto.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

seven + thirteen =

Marco era contrario al secondo gatto in casa: il suo gesto ha semplicemente stupito tutta la famigliaAlla fine, il nuovo gatto e Marco diventarono inseparabili, dimostrando che l’amore può nascere dove meno te l’aspetti.