Mia suocera mi costringeva a sarchiare l’orto nel mio legittimo giorno di riposo. Ma questa volta tutto è andato storto.

– Capisci che per la mamma è difficile? – Marco fece roteare le chiavi della macchina nel palmo, senza nemmeno guardarmi. – Ha piantato le piantine. Ti costa così tanto darle una mano per tre giorni? Sempre la stessa storia ogni volta.

Ero in piedi vicino al bagagliaio aperto e osservavo tre grosse borse che avevo preparato io stessa. In una i vestiti dei bambini, in un’altra le felpe per la sera, nella terza le lenzuola – perché mia suocera si rifiutava di prestarci le sue, custodite nel comò.

La nostra piccola Giulia, di cinque anni, si agitava già sul sedile posteriore stringendo il suo coniglio di peluche, mentre Matteo, che aveva appena compiuto otto anni, sfogliava svogliato un fumetto. Davanti a me si stendeva un altro weekend che avrebbe dovuto essere un meritato riposo dopo quaranta ore di lavoro settimanale in contabilità, ma che prometteva di trasformarsi in un volontario lavoro forzato.

– Dare una mano per tre giorni significa arrivare, fare una grigliata e la sera annaffiare due aiuole, Marco – la mia voce suonò calma. – Ma quando sto chinata dalla mattina alla sera sulle fragole mentre la signora Maria ispeziona ogni pianta, si chiama in un altro modo.

Mio marito aprì con stizza la portiera del guidatore e si mise al volante.

– Va bene, partiamo. Poi si vedrà. Sul posto sembra sempre tutto più semplice.

Mi sedetti sul lato passeggero, mi allacciai la cintura e fissai la strada. La macchina si mosse, lasciandosi alle spalle il nostro tranquillo quartiere residenziale. Davanti c’erano due ore di superstrada dissestata verso la campagna toscana, il caldo e la sensazione che stessi cedendo ancora una volta senza combattere.

Nove anni di matrimonio mi avevano insegnato che discutere con Marco dei suoi genitori era come tentare di fermare un treno in corsa. Più facile accettare, sopportare due giorni, e poi riprendersi per tre nell’appartamento in città. Ma questa volta dentro di me qualcosa si ribellava ostinatamente, come se un filo sottile fosse stato teso fino allo spasimo.

La strada sembrava infinita. I bambini dietro cominciarono a fare i capricci verso metà tragitto. Matteo si lamentava per l’afa, Giulia aveva lasciato cadere il coniglio tra i sedili e piagnucolava piano. Marco si arrabbiava, alzava il volume della radio dove trasmettevano vecchi successi pop, e continuava a sorpassare camion con manovre brusche.

– Dovevamo proprio portare tutta questa roba? – sbottò, lanciando un’occhiata rapida allo specchietto retrovisore. – La mamma diceva che ha vestiti vecchi per l’orto. Perché hai preso questi borsoni?

– Perché i vestiti vecchi di tua madre sono camicie stinte taglia 50, con cui non mi sento a mio agio – cercai di mantenere la calma. – E i bambini hanno bisogno di un cambio pulito.

– Oh, piantala. Cerchi sempre problemi dove non ci sono. La mamma aspetta, ha preparato le torte di bietola, e tu arrivi con quella faccia come se ti portassero al patibolo.

Tacqui. Non avevo voglia di discutere, e poi non serviva a nulla. Marco pensava che la gita dai suoi genitori in campagna fosse la cosa più bella che potesse capitarci nel weekend. Per lui era un ritorno all’infanzia: girare in pantaloncini vecchi, bere latte fresco dalla vicina fattoria, senza dover rispondere a nessuno.

Per me, invece, si trasformava in un esame infinito per il titolo di «nuora perfetta», che fallivo puntualmente, per quanto mi impegnassi.

Quando la macchina imboccò la strada sterrata cosparsa di ghiaia, le sospensioni batterono sorde. Sfilarono recinzioni grigie, cespugli di olivello e casette tutte uguali. La nostra casa di campagna – anzi, quella dei suoceri – spiccava per il cancello verde e la grande serra che svettava come una cupola futuristica.

La signora Maria era già al cancello. Indossava un grembiule blu a pois e teneva in mano un paio di cesoie da giardino. Accanto, su una panchina bassa sotto il melo, sedeva il suocero, il signor Giovanni, intento a riparare lentamente una vecchia radio a transistor.

– Finalmente arrivati! – aprì il cancello senza nemmeno aspettare che Marco spegnesse il motore. – Avete trovato traffico? Scaricate presto, il pranzo si raffredda. Elena, tesoro, sei pallida. In quella vostra Roma vi ammazzano di lavoro. Niente paura, qui aria pura, ti rimetterai in forma.

Sorrideva, ma il suo sguardo già scorreva sulla mia maglietta di cotone e sui jeans chiari. Conoscevo quello sguardo. Ora iniziava la scansione: quanto costa il vestito, perché si sporca subito, perché ti sei truccata per venire in campagna.

***

Il pranzo si svolse sotto la dettatura della signora Maria. Distribuiva la zuppa con polpettine nei piatti e intanto impartiva istruzioni per la sera. Marco mangiava con appetito, schioccando la lingua e annuendo alla madre.

– Marco, dovrai puntellare la rete dei lamponi, altrimenti cede – la suocera si asciugò le labbra con un tovagliolo. – Io ed Elena ci occuperemo delle aiuole. L’erba dopo le piogge è esplosa, una vergogna. Se non la sarchiamo oggi, domani non ti avvicini alle cipolle.

– Mamma, pensavo di portare i bambini al fiume – azzardò Marco timido, allungandosi per un’altra fetta di torta. – Fa così caldo, si rinfrescano.

– Il fiume non scappa – tagliò corto la signora Maria. – L’acqua è ancora fredda, prendono il raffreddore. Fate in tempo. Prima il dovere, poi il piacere. Elena, hai finito? Porta i piatti al lavandino, e andiamo. Ti ho preparato gli attrezzi.

Guardai mio marito, sperando in un appoggio. Ma Marco studiava attentamente il disegno della sua tazza di tè. Faceva sempre così – si eclissava, lasciandomi sola a gestire sua madre.

Mezz’ora dopo ero in ginocchio tra le lunghe file di cipolle. Il sole picchiava spietato, la testa scottava persino sotto il cappellino. La terra era secca e grumosa, le erbacce vi si aggrappavano tenacemente, spezzandosi alla radice. Accanto, su una sedia di plastica, si era accomodata la signora Maria. Lei non sarchiava – i dottori le avevano vietato di chinarsi per via della pressione – ma dirigeva con oculatezza.

– Prendi più profondo, Elena, più profondo. La radice va strappata con la carne, tu sforbici solo le cime. Tra tre giorni è di nuovo tutto coperto. Non avere fretta, lavora di coscienza. Coltiviamo per noi, per i nipoti. Non vuoi che i tuoi figli mangino vitamine senza chimica?

Tacqui e strappai un grosso cespo di tarassaco. La terra mi si infilava sotto le unghie. La mia manicure fresca, fatta giovedì sera a caro prezzo, era già morta nei primi dieci minuti. Nel petto ribolliva una rabbia lenta. Non contro la suocera – era sempre stata così, non si cambia – ma contro mio marito. Contro me stessa. Per essere di nuovo lì, in quella polvere, a eseguire la volontà altrui, mentre i miei programmi del weekend andavano in fumo.

– Mamma, posso bere un po’ d’acqua? – Giulia corse verso l’aiuola, accaldata dal caldo. Cercava di giocare col cane del vicino, ma quello sonnecchiava pigro all’ombra della casa e non le dava retta.

– Prendila in casa, c’è la brocca sul tavolo – dissi asciugandomi la fronte con il dorso della mano.

– Niente corse in casa, porti dentro lo sporco – intervenne la signora Maria. – Marco! Porta dell’acqua del pozzo a tua figlia. E portane anche a Elena, ha la faccia che sembra un peperone.

Marco, che in quel momento inchiodava pigramente una tavola alla recinzione, posò il martello e si diresse verso il pozzo. Il suo passo era così lento che mi venne voglia di lanciargli la zappa.

Alla sera del sabato non riuscivo più a raddrizzare la schiena. I muscoli urlavano per lo sforzo insolito, i palmi bruciavano. Eravamo passati alle file di carote, che richiedevano una sarchiatura certosina – i germogli piccoli si confondevano facilmente con le erbacce.

– Ma come sarchi, Signore – la signora Maria si alzò dalla sedia e si avvicinò, scrutando i risultati del mio lavoro. – Hai strappato metà delle carote, Elena! Guarda, qui è vuoto, e qui anche. Ti avevo chiesto di stare attenta. Hai la testa da un’altra parte?

Mi bloccai, con un ciuffo d’erba tra le mani. Dentro di me scattò qualcosa. Calma, pensai, solo calma. È solo una donna anziana. Crede di aiutare.

– Signora Maria, cerco di fare con cura. I germogli sono molto piccoli, si vedono male.

– Se vedi male, mettiti gli occhiali – tagliò corto la suocera. – Mio Marco, quand’era piccolo, sarchiava queste carote perfettamente. Tu, donna adulta, non sai fare cose elementari. Voi ragazze moderne, in casa non servite a nulla. Solo a spendere soldi nei vostri centri estetici.

Da dietro arrivò Marco. Era appena tornato dal vivaio insieme al padre, dove era andato a comprare assi. In mano aveva un gelato. Uno solo. Lo stava già finendo, leccandosi le gocce bianche dalle dita. Ai bambini aveva preso due lecca-lecca. Di me, ovviamente, nessuno si era ricordato.

– Mamma, perché ti agiti? – disse pigro, sedendosi sul gradino. – Elena fa del suo meglio. Solo che non è abituata.

– Appunto, non è abituata! – raccolse la signora Maria, incoraggiata dall’appoggio del figlio. – E bisogna abituarla. Arriva, si siede con un libro sulla sdraio e pensa di essere in albergo. Qui bisogna sgobbare. Io e tuo padre teniamo questo orto da trent’anni, ogni palmo di terra lavorato a mano. E a lei pesa piegare la schiena.

Mi alzai lentamente dalle ginocchia. Mi scrollai la terra dai pantaloni. Un dolore acuto mi trafisse la schiena, ma non battei ciglio. Guardai la suocera – il suo viso con sincera indignazione. Guardai Marco – sedeva sui gradini, finiva il cono gelato e fissava lo schermo del telefono, completamente estraneo alla scena. Per lui quella discussione era un rumore di fondo abituale.

– Ho finito – dissi piano.

– Come, finito? – la suocera giunse le mani. – E le altre tre aiuole chi le fa? Hanno annunciato pioggia stanotte, domani sarà tutto ricoperto!

– Le farà lei, signora Maria. O suo figlio. Io in quelle aiuole non metterò più piede. Mai.

Mi voltai e mi avviai verso casa. I passi erano pesanti, le gambe sembravano di piombo, ma dentro cresceva una strana, insolita sensazione di liberazione. Come se avessi portato a lungo una valigia pesante senza maniglia e all’improvviso avessi aperto le dita.

In casa andai subito nella stanza dove dormivamo. Tirai fuori le borse da sotto il letto e cominciai a preparare i bagagli. Magliette dei bambini, pantaloncini, lenzuola – tutto volava nei borsoni senza ordine, alla rinfusa.

Sulla soglia apparve Marco. Aveva un’espressione perplessa, quasi spaventata.

– Elena, cosa fai? La mamma si sta prendendo un Valium. Perché l’hai offesa? È anziana, ha il cuore debole.

– Tua madre è piena di energie, Marco – chiusi la cerniera della prima borsa. – Zapperà questo orto e ci seppellirà tutti. Io invece ho la schiena a pezzi. Prepara i bambini. Ce ne andiamo.

– Dove andiamo? Sabato sera! Il traffico per rientrare a Roma è pazzesco. Sei impazzita? Per una storia di carote fai un dramma?

– Non faccio un dramma. Vado a casa. Se vuoi, resta qui con la mamma e le carote. La macchina è mia, le chiavi le ho io. I bambini li porto via.

Marco tentò di sbarrami la strada, fermandosi sulla porta.

– Non vai da nessuna parte. Basta isterismi. Calmati, ora ceniamo, beviamo un tè, e tutto si sistema. La mamma si placherà, si dimentica in fretta.

Lo guardai. Con calma, senza il panico che di solito mi assaliva durante i nostri litigi. E ricordai le parole della mia amica Chiara: «Non si schiererà mai dalla tua parte». Per lui sarò sempre al secondo posto: la mamma è la priorità, io devo sopportare e adattarmi.

– Lasciami passare, Marco.

Presi due borse pesanti e uscii nell’ingresso. I bambini erano seduti sul divano del soggiorno, zitti, percependo che stava succedendo qualcosa di insolito.

– Matteo, Giulia, mettete le scarpe. Andiamo a casa, a Roma.

– Evviva! – Matteo saltò giù dal divano senza nemmeno cercare di nascondere la gioia. La vita in campagna anche a lui era venuta a noia, sotto il controllo costante della nonna che proibiva di correre sul prato e di cogliere frutti dal cespuglio senza permesso.

La signora Maria stava in veranda, con le labbra serrate. Il signor Giovanni, alle sue spalle, fumava in silenzio guardando verso gli alberi. Nessuno ci tratteneva, nessuno ci pregava di restare.

Marco mi seguì fino alla macchina. Cercava ancora di fermarmi.

– Stai commettendo una grande stupidaggine, Elena – disse a bassa voce mentre caricavo i bagagli nel baule. – La mamma non lo dimenticherà. Rovini i rapporti per una sciocchezza.

– Sai cosa, non te ne importa niente dei miei sentimenti, Marco – chiusi il baule e mi voltai verso di lui. – Non verrò mai più in campagna dai tuoi genitori. È una decisione definitiva. Se vuoi far loro visita, fallo pure, anche tutti i weekend. Puoi portare i bambini se loro vogliono. Ma senza di me. Ne ho abbastanza.

Mi misi al volante, accesi il motore. Marco stava accanto al cancello, con le mani in tasca. Sembrava un ragazzino smarrito a cui avevano sottratto il giocattolo consueto. Non salì in macchina. Restò in campagna, vicino a sua madre che già gli stava dicendo qualcosa dalla veranda, gesticolando animatamente.

Uscimmo dal cancello. Nello specchietto retrovisore vidi la figura di mio marito rimpicciolirsi insieme al cancello verde e alla grande serra. Nel petto un leggero dolore per la consapevolezza che quella sera aveva cambiato tutto.

Il nostro matrimonio non si sarebbe sciolto domani, avremmo continuato a vivere in qualche modo. Ma la Elena di prima, quella che era pronta a sopportare qualsiasi umiliazione per una pace familiare di facciata, non esisteva più.

Premetti sull’acceleratore e la macchina si mosse sulla strada ghiaiosa, portandoci via da quella campagna altrui dove per troppo tempo avevo cercato di vivere secondo regole non mie.

– Mamma, non andremo più dalla nonna? – chiese Giulia dal sedile posteriore, distogliendomi dalla strada.

Guardai nello specchietto retrovisore. La bambina stringeva il suo coniglio, mentre Matteo aspettava attento la mia risposta.

– Dalla nonna e dal nonno voi andate con il papà, se volete – cambiai marcia e immisi la macchina sulla superstrada asfaltata. – Io per il weekend ho altri programmi, adesso.

Davanti apparvero le luci di un’area di servizio. Sterzai per entrare, comprare ai bambini un succo di frutta e berci un caffè in pace. Dovevo percorrere ancora cento chilometri fino a casa, e quel viaggio intendevo farlo senza fretta.

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Mia suocera mi costringeva a sarchiare l’orto nel mio legittimo giorno di riposo. Ma questa volta tutto è andato storto.